sabato 22 marzo 2025

D’Annunzio e il superuomo

 



Gabriele D’Annunzio, Le vergini delle rocce (1895), Milano, Mondadori, I Meridiani, Prose di romanzi, vol. II, 2011


Sarà anche un “lavoratore dell’aggettivo” come lo definisce Papini, ma D’Annunzio, pur nella eccessiva ricchezza dell’ornamentazione verbale, riesce a infondere nell’immaginazione del lettore la sensazione fuggevole degli elementi naturali, come se dai corpi, dai colori, dalle forme nobilmente tornite promanassero emozioni che non sono il frutto dell’azione, spesso diluita e teatralmente artificiosa, ma di misteriose e segrete alchimie. E così, pur non possedendo l’efficacia della prosa di Baudelaire e la sua capacità di mirabile pittore, la sua rappresentazione si muta in evocazione di ambienti e di scenarii cui la parola come uno strumento di musica modula suoni incantatorii e maliose armonie.

Alla lettura sembrerebbe lo stile alquanto pomposo e invece si tratta di prosa poetica dove l’intonazione è quella d’un poema epico-fantastico, in cui il linguaggio si nobilita sino all’artificio e in cui la natura come la bellezza delle donne viene stilizzata e dissolta in sensazioni e colori e profumi, come i dipinti di Gustave Moreau.

P. 101 :

Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche forme trattate un tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco, risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione. E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.

P. 110 :

Nulla quanto il suono di quel riso poteva significarmi la profondità inaccessibile del mistero che ciascuna delle tre vergini portava in sé medesima. — Non era quello il segno fortuito di una vita istintiva dormente come un tesoro accumulato nelle radici stesse della sostanza animale? E non chiudeva i germi d'innumerevoli energie quella vita opaca e tenace su cui pur la coscienza di tanto dolore pesava senza soffocarla? — Come la scaturigine reca sul sasso arido l'indizio della segreta umidità sotterranea, così il bel riso repentino pareva salire da quel nucleo di gioia nativa che ogni più misera creatura conserva nell'intimo della sua propria inconsapevolezza. E per ciò su la mia commozione si chiarì un pensiero d'amore e d'orgoglio: “Io potrei fare di te un essere di gioia.„


Nelle pagine seguenti, dove parla il demònico alla coscienza di Cantelmo, si confronti il messaggio di Schopenhauer e le considerazioni su Leonardo da Vinci di Séailles (citato anche da Bergson nell’Evoluzione creatrice, secondo il quale la tesi di Séailles in Le génie dans l’art è che l’arte prolunga la natura e la vita è creazione).

Nel libro III la sequela delle sensazioni squisite e degli stati d’animo quasi allucinati si fa più pressante. L’ispirazione di D’Annunzio si nutre di questa sua particolare delicatezza che innanzi alla sensazione lo fa risuonare come uno strumento musicale ed effondere in una sinfonia verbale.

E’ la sua una vera e propria filosofia della sensazione, o talvolta della percezione e del presentimento come un sensitivo o un medium da sedute spiritiche, tanto vibra in un fluire di suoni, di immagini e visioni, esposto a tutti i venti delle nevrosi e delle più eccentriche alterazioni della psiche.

P. 152, la celebrazione della regalità infranta dal nuovo mondo moderno dominato dalle masse ha il suo emblema nella figura evocata di Luigi di Baviera, l’eroe d’un sovramondo immaginario, frutto dell’esaltazione musicale di Wagner. Ed è qui che si coglie il messaggio superomistico e aristocratico di D’Annunzio, l’eroe artista, l’intellettuale aristocratico che si contrappone alla bestialità e alla volgarità delle folle. Ma l’esito di quest’epica lotta è l’isolamento di un Des Esseintes, e l’anima gemella all’autore è quella di Huysmans, non quella di Nietzsche.

P. 153, la profezia di Cantelmo sul trionfo della Folla, del nichilismo apportatore di tragici deserti e infine sul disperato bisogno di novelli Eroi e di ardente devozione richiama la Psicologia delle folle di Le Bon, la cui conclusione mira appunto al superamento dell’abbrutimento delle masse nella creazione di un popolo nobilitato dall’ideale.

P. 167 e sgg., Cantelmo è il tipo del superuomo auspicato, ma stranamente è circondato da un ambiente decadente e pervaso dalla fragilità della vita e dal sentore della morte. E’ attratto da Massimilla, destinata alla monacazione, dalla sua fralezza, dai suoi turbamenti, dalla sua tragica storia d’amore. Un superuomo che celebra l’amore e la tomba !

P. 183, Anatolia, simbolo della positività e della forza, è anche lei in realtà una vittima, preda di un destino avverso che la condanna alla custodia di una madre folle, di un padre disperato e di due fratelli sull’orlo della pazzia. Le altre sorelle, come lei, subiscono la stessa condanna e il romanzo, che sembrava l’esaltazione della morale del superuomo, volge a un epilogo all’insegna dell’irrimediabile debolezza umana.


sabato 15 marzo 2025

A Violante

 






Nei tuoi occhi

l’equoreo manto delle ninfee

rifletteva lo splendore marmoreo dei templi,

come ad incantesimi di luce

nell’alba

sorgono le speranze,

così fulgeva la tua pupilla, un’ala

multicolore di farfalla

sopra la distesa di sognanti fiori.

E il mare dardeggiava d’oro

negli occhi tuoi riflesso

e accolto nell’abisso

delle pupille, sconfinato spazio

ove si perde il pensiero

e sempre si ritrova

il desiderio.

Il tuo volto luminoso

ardeva nella mia notte,

segnalava dei naufragi

quale un faro lo scoglio.

E sulle arene segnava il vento

il sogno del tuo viso,

il tuo profilo così puro

sorgeva ai miei occhi

nell’alba, e il vento ti sollevava

i capelli del color di rame.

E nell’azzurro scorgevo

dell’iride il sorriso nelle pupille

della tua forma perfetta di naiade

sorta dal silenzio delle acque,

una dea degli Elleni,

come fusto di palma,

snella e leggiadra;

nei tuoi occhi si smarriva

la malinconia di antichi templi

e il tuo sguardo s’abbandonava azzurro

nell’indolente nostalgia d’una chimera

perduta.

Ti appartavi triste,

naufragando nei ricordi,

desolata effigie della vita trascorsa.

Nei tuoi occhi

vanivano i crepuscoli d’autunno,

sorgevano le lune misteriose,

s’aprivano i fiori notturni

di profumi esotici,

s’intrecciavano nei vortici

della tua chioma ambrata.

Quale fortezza inespugnabile

t’ergevi nel tuo isolamento geloso

come una principessa od una vestale,

sacra a una vita indimenticabile.

Preda d’una insaziabile angoscia

abbassavi lo sguardo colto da un’improvvisa

febbre e l’ansia mortale

t’angustiava come la morsa dei ricordi.

Anche per me tu eri un ricordo

di tempi lontani, un’ossessione

di brame occulte,

ma i tuoi occhi s’aprivano ebbri

per un istante, come nella notte

Selene colma sorride

a Endimione.


domenica 9 febbraio 2025

Roberto Calasso, L’ardore

 




Roberto Calasso, L’ardore, Milano, Adelphi, 2010


P. 158, cap. VII, Atman. Dopo la presentazione e la descrizione della mitologia vedica ecco che il discorso si fa propriamente filosofico :


Tortuosi, delicati, ambigui i rapporti fra il Sé, atman, e l’Io, aham. E non potrebbe essere diversamente. Tutto risale all’inizio, quando c’era soltanto il Sé, sotto forma di “persona”, purusa : “ Guardandosi intorno, non vide altro che Sé. E come prima cosa disse : “Io sono”. Così nacque il nome “Io” “. E’ la scena primitiva della coscienza. Che rivela innanzitutto la priorità di un pronome riflessivo – atman, Sé. Pensarsi precede il pensare. E quel pensarsi ha forma di persona, purusa : possiede una fisionomia, un profilo. Che si designa subito con un altro pronome : Io, aham. In quel momento appare una nuova entità, che ha nome Io e si sovrappone punto per punto al Sé da cui è nata. Da allora – e fino a quando scintillerà la conoscenza, il sapere, veda - , l’Io sarà indistinguibile dal Sé. Sembrano gemelli identici. Hanno lo stesso profilo, lo stesso senso di onnipotenza e di centralità. Dopo tutto, nel momento in cui l’Io apparve, non c’era ancora altro al mondo. Così il primo a cadere nell’inganno dell’Io fu il Sé. Dopo che le creature furono create, in conseguenza delle sue molteplici metamorfosi erotiche, il Sé guardò il mondo e si rese conto di averlo creato. E disse : “Veramente Io (aham) sono la creazione”, già dimenticando che quell’Io era solo la prima delle sue creature.


Quello che è importante è che qui viene ribadito il primato della coscienza. La coscienza precede il pensiero, perché vi sia un pensiero è necessario un io consapevole di se stesso.

La filosofia occidentale, a partire da Descartes e proseguendo con Kant, si è fermata all’Io e così non ha scoperto il Sé, ma l’Io è l’ostacolo più temibile e può impedire per sempre l’accesso al Sé. Tuttavia il Sé, l’atman, è Colui che ci attende dopo la morte, l’altra esistenza, l’altro corpo.

P. 343 (a proposito degli avatar di Faggin). Calasso riporta una citazione da un’opera dell’antropologo Mauss :


Al museo del Trocadéro si possono vedere certe maschere del nord-ovest americano sulle quali sono scolpiti dei totem. Alcune hanno un doppio sportello. Si apre il primo e dietro il totem pubblico dello “sciamano-capo” appare un’altra maschera più piccola che rappresenta il suo totem privato, e poi all’ultimo sportello rivela agli iniziati di più alto rango la sua vera natura, il suo volto, lo spirito umano e divino e totemico, lo spirito che incarna. Poiché, sia ben chiaro, in quel momento si suppone che il capo sia in stato di possessione, di ékstasis, di estasi, e non soltanto di homoìosis. Vi è trasporto e confusione al tempo stesso.


P. 418, dopo la dettagliata esposizione dei vari rituali vedici è interessante l’osservazione di Calasso che il rapporto tra il mondo umano e l’invisibile nelle odierne associazioni religiose non esiste più. Le religioni odierne tali non sono appunto perché il legame tra mondo umano e mondo divino non viene più preso in considerazione, ma la Chiesa, l’Islam e le altre fedi si occupano prevalentemente della loro organizzazione, ricorrendo anche all’uso dei media, e della morale pubblica. Tutte le religioni odierne hanno messo da parte, quasi fosse irrilevante, il trascendente, mentre si limitano a norme di comportamento.

P. 426, il sacrificio è il meccanismo secondo il quale si regola la fisiologia animale e in genere di ogni vivente, esso è lo scambio tra esterno ed interno. E’ la stessa comunicazione di percezioni, come anche il respiro di chi è vivo. La scienza che è basata sul metodo descrittivo dei fenomeni (che tali sono appunto in quanto appaiono) non perviene alla consapevolezza del senso del sacrificio. “La conoscenza di un tracciato neurale, per quanto perfetta, non si tradurrà mai nella percezione di uno stato della coscienza.”

P. 450, paragona il contenuto del Veda alla meccanica quantistica, che non corrisponde in alcun modo alla vita odierna, mentre la fisica newtoniana è diventata il modello del senso comune. Queste affermazioni sembrano confermare l’argomentazione di Faggin, secondo la quale la vita umana è una parvenza illusoria dietro la quale agiscono forze spirituali sconosciute.


sabato 25 gennaio 2025

Silenziosamente

 




Silenziosamente

ti guardo e comprendo

la compassione.

L’amore si rivela nelle lacrime.

Sono a un bivio,

e forse si apre

la via.

Germoglia dal profondo cuore

come anima dagli Inferi,

per il cammino oscuro ascende

verso la lontana luce.

Palpita silente

pieno di timore,

lentamente sale quale linfa nei rami,

quale eco alle montagne invade

il folto dei boschi

all’aurora di risonanti canti.


sabato 28 dicembre 2024

Il dio delle folle

 

La Psicologia delle folle (1895), di Gustave Le Bon



Si tratta del ”vademecum” dei dittatori del XX sec. e ancora oggi riveste un'importanza e un'attualità eccezionali.

I legislatori non comprendono l'anima delle folle : «L'esperienza non ha loro ancora abbastanza insegnato che gli uomini non si guidano mai con le prescrizioni della pura ragione.»1

Nelle folle prevale l'inconscio, esso sfugge a ogni controllo razionale. E quindi : «Nell'anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e per conseguenza la loro individualità, si cancellano.»2

La folla ha soltanto qualità mediocri e scarsa intelligenza : «Le decisioni di interesse generale prese da un'assemblea di uomini scelti, ma di diverse attitudini non sono sensibilmente superiori alle decisioni che prenderebbe una riunione di imbecilli.»3

«... la storia non può eternare che dei miti.»4 I fatti storici sono già alterati in partenza dalle testimonianze dei molti, cioè della folla che si pasce delle proprie illusioni e deforma ogni avvenimento come le piace. La storia ha per unico fondamento la memoria e questa è fallace. Anche i documenti possono essere interpretati in mille modi diversi. Conoscere la verità del passato è impossibile.

«Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l'oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.»5 Il protagonista delle folle è l'imbecille e in esse trionfa soltanto l'istinto e la brutalità.

«Il tipo dell'eroe caro alle folle avrà sempre la struttura di un Cesare. Il suo pennacchio le seduce, la sua autorità si impone e la sua sciabola fa loro paura.»6

Le folle non ragionano, ma vengono sedotte da frasi ad effetto volte a ingannare la loro immaginazione. Il loro quoziente intellettivo è di poco superiore a quello della bestia. E qualunque demagogo abile a far presa su di esse le manovra come un padrone.

Grande è l’importanza delle scene teatrali per suggestionare la folla e colpire la sua immaginazione, che per la folla sostituisce il mondo reale. «Il meraviglioso e il leggendario sono in realtà i veri sostegni delle civiltà.»7

Il sentimento religioso delle folle è rappresentato dalla fede cieca nel capo, come fosse un dio, nell'atteggiamento fanatico e intollerante di ogni opposizione e di ogni contrarietà. La folla non sente ragioni, essa ha fede e crede in tutto quello che dice il capo-dio.

L'opinione della folla assume sempre un carattere religioso e del sentimento religioso ha i peggiori aspetti, quali l'intolleranza e il fanatismo.

«I re non hanno fatto la notte di S. Bartolomeo, né le guerre di religione; e né Robespierre, né Danton, né Saint-Just fecero il Terrore. Dietro a simili avvenimenti c'è sempre l'anima delle folle.»8

Le istituzioni sono solo una veste che copre il carattere dei popoli nel quale risiede il loro vero destino politico. E' la “razza” quella che determina le scelte politiche, cioè in parole povere è il carattere intrinseco di un popolo a determinare la sua storia. Imporre istituzioni dall'alto è deleterio, perché le istituzioni durevoli provengono sempre dal basso, cioè dalla natura particolare dei popoli. Così i paesi anglosassoni saranno sempre naturalmente democratici, mentre quelli latini non lo saranno mai.

Il termine e il concetto di “razza” erano ricorrenti nella mentalità comune degli europei del XX sec. e poggiavano su solide basi come gli scritti dei positivisti in generale e in Francia di Hippolyte-Adolphe Taine, che nella Filosofia dell’arte (1882) scriveva :


Le differenti razze sono fra loro, dal punto di vista morale, come un vertebrato, un articolato, un mollusco sono fra loro, dal punto di vista fisico; sono esseri costruiti su piani distinti e che appartengono a distinte branche. Infine, al piano più basso, si trovano i caratteri propri a ogni razza superiore e capace di civilizzazione spontanea, cioè dotata di quella attitudine alle idee generali che è l’appannaggio dell’uomo e lo conduce a fondare società, religioni, filosofie ed arti; simili disposizioni sussistono attraverso tutte le differenze di razza e le diversità fisiologiche che dominano il resto non giungono a intaccarle.9


Si notino le espressioni “différentes races” e “race supérieure” che testimoniano della mentalità del tempo e sono il frutto della sicumera positivistica e della convinzione della superiorità indiscutibile dell’uomo europeo sul resto dell’umanità. Nelle pagine precedenti si afferma l’importanza dell’influsso dell’ambiente per la varietà delle razze e questa è un’altra convinzione del pensatore positivista. Ma non è frutto esclusivo del positivismo perché già Buffon nella sua Histoire naturelle (1749) (Variétés dans l’espèce humaine) trattava in modo dettagliato delle differenti razze umane.10 Naturalmente Taine non fa che seguire l’insegnamento di Charles Darwin nell’Origine dell’uomo (1871), dove il cap. VII è dedicato esplicitamente alle razze umane nell’ottica della selezione naturale.11

A proposito dell'istruzione pubblica (nella prospettiva del “progresso”), Le Bon cita più volte Il regime moderno di Hippolyte Taine, condannando in blocco il sistema scolastico statale basato sulla manualistica e sugli esami, dove l'aspetto pratico della vita non viene mai preso in considerazione. Invece, come si fa nei paesi anglosassoni, è proprio dalla pratica che bisogna partire, educando i giovani al lavoro, che intendono intraprendere, con il farli appunto lavorare e non trascorrere sui banchi ore e ore a digerire un'inutile teoria. Insomma educare i giovani alla vita futura significa innanzi tutto farli vivere.

Circa la seduzione esercitata dalle parole a effetto ma prive di significato e delle illusioni, l'autore scrive : «Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un'altra parte, preferendo deificare l'orrore, se questo le seduce. Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima.»12

Le illusioni sono necessarie alle folle come gli errori, per evitare i quali l'esperienza di una generazione non è sufficiente.

L'oratore che non sia demagogo avrà poca presa sulle folle. Bisogna indovinare il loro sentimento e parlare secondo quello, perché qualunque ragionamento obiettivo risulta inefficace. La folla è stupida e ha bisogno di discorsi stupidi.

La folla è dominata dal prestigio di un grande personaggio, come fu ad esempio Napoleone che con il solo sguardo si faceva obbedire da chiunque, anche dal più restio. Il prestigio può essere personale, ma anche di un'idea, di una tradizione. In ogni caso l'uomo della folla perde il senso critico ( se ne ha ) e diventa schiavo del prestigio.

Le credenze e le opinioni costituiscono il fondo permanente e apparentemente mutevole delle civiltà. Le credenze permanenti sono l'ossatura della civiltà e come tali per quanto ragionevolmente assurde non vengono mai messe in discussione se non quando una rivoluzione vi pone fine. Ma alla morte di una credenza segue la nascita di un'altra e quindi una nuova civiltà e società. Le opinioni sono come le onde mutevoli sulla superficie dell'acqua, ma per quanto variabili derivano anch'esse nella loro sostanza dalle credenze permanenti e costituiscono come il volto delle civiltà.

Le folle sono criminali. Come esempio è presa la rivoluzione francese del 1789, in cui esplose in tutta la sua brutalità la violenza delle folle. Furono compiuti orribili massacri, giustificati dalla folla come azioni meritorie in favore degli ideali della rivoluzione.

Il trionfo del demagogo alle elezioni è dato dalla natura stessa delle folle, come già scrisse Guicciardini nei suoi Ricordi : «Chi disse uno popolo disse veramente uno animale pazzo, pieno di mille errori, di mille confusione, sanza gusto, sanza deletto, sanza stabilità.»

Chi lusinga l'elettore e rafforza le sue speranze illudendolo, vince le elezioni.

Le istituzioni e i governi hanno poca importanza nella vita dei popoli, quello che foggia il loro destino è l'ereditarietà del carattere, ciò che l'autore definisce “razza”. Ne segue che i vari regimi politici non costituiscono che la facciata nella vita politica, di fatto ogni popolo ha un suo destino preciso determinato appunto dalla “razza”.

Anche le assemblee parlamentari sono folla e non certo di miglior specie. Esse sono dominate dai capi-gruppo che fanno valere le loro opinioni e influiscono in maniera preponderante su ogni decisione. Ne segue che anche in democrazia di fatto sono pochi, pochissimi a esercitare il potere e a fare le leggi. E queste leggi non sono certo il frutto di una saggia ponderatezza : «Le assemblee politiche sono il luogo della terra dove il genio si fa meno sentire.» E queste non sono certo affermazioni nuove né originali, perché già Platone nella Repubblica (561, b) ci dipinge l’uomo democratico come anarchico e abietto, schiavo dei propri impulsi bestiali e illuso dall’apparenza della libertà, ma di fatto succube dei propri vizi e dei demagoghi :


Vive dunque, penso, costui, non meno spendendo denari, pene e brighe in piaceri necessari o non necessari, e se fortunato e non si sia dato troppo ai bagordi, ma divenuto anziano, una volta passata la follia, si sia convertito al passato e non si sia gettato in braccio alle novità, considerandoli tutti uguali passa la vita nei piaceri, sottomettendosi a quanto gli capita come se questo avesse vinto al sorteggio, finché ne ha sazietà, e di nuovo ancora, senza disprezzarne alcuno, ma coltivandoli tutti alla pari. … Dunque, dicevo, egli vivrà alla giornata compiacendosi del primo desiderio, ora ubriacandosi al suono del flauto, ed ora bevendo acqua fresca e facendo la dieta, ed ora andando in palestra, ora poltroneggiando incurante di tutto, ora cincischiando in filosofia. Spesso partecipa alla politica e saltando su dice e fa quello che gli passa per la testa, e se ammira il guerrafondaio va di là o se l’uomo d’affari dall’altra parte. Non v’è ordine né regola, ma chiamando bella e libera e beata la sua vita, così vive senza fare una piega.


Un leader non è che il portavoce delle opinioni della folla e le segue sia nel bene che nel male. E' inutile incolpare un condottiero dei disastri provocati alla nazione, egli si è limitato a seguire l'opinione pubblica e ad adottarne gli errori.

Il condottiero non è una persona intelligente. «E' spaventoso pensare al potere che una convinzione forte, unita a un'estrema angustia mentale, conferisce a un uomo circondato da un certo prestigio.»13

Il miglior regime è quello democratico, ma il pericolo in questo caso è rappresentato dal proliferare delle leggi e della burocrazia, che alla fine diventa la vera padrona dello Stato. Così con l'illusione di garantire e difendere la libertà e gli interessi dei cittadini, si prepara di fatto il loro asservimento a uno Stato pletorico e asfissiante che imprigiona il cittadino in un labirinto di leggi e regolamenti.

Il superamento dell'esistenza della folla si ha quando l'agglomerato umano si identifica nella vita comune volta a un ideale. Allora si passa dalla folla al popolo e si fonda la civiltà, mentre prima era la barbarie. Tuttavia, quando un popolo perde i suoi ideali, perde anche la propria identità e ridiventa folla, una folla di barbari : «Passare dalla barbarie alla civiltà seguendo un ideale, poi declinare e morire non appena questo ideale ha perduto la sua forza, tale è il ciclo della vita di un popolo.»14




Nostalgia aristocratica dannunziana



Pochi anni prima della diffusione dell’opera di Le Bon, Gabriele D’Annunzio pubblicava su «Il Mattino», il 25 settembre del 1892, un articolo intitolato La bestia elettiva, dove esponeva una concezione superomistica della vita nel dispregio delle masse quale apparirà nel 1895 (contemporaneamente all’opera del filosofo francese) nel romanzo o poema in prosa Le vergini delle rocce. L’ispiratore è Nietzsche ma il vero maestro è l’esteta Walter Pater.

Scriveva D’Annunzio :


La condizione delle plebi resta sempre la medesima, sia la volontà governatrice quella d’un tribuno o sia quella d’un re, sia classe privilegiata la nobiltà o sia la maggioranza della Camera. Le plebi restano sempre schiave e condannate a soffrire, tanto all’ombra delle torri feudali quanto all’ombra dei feudali fumaiuoli nelle officine moderne. Esse non avranno mai dentro di loro il sentimento della libertà. Invano i Cleoni gridano alle moltitudini : «Voi non soltanto siete la forza ma siete la luce, il pensiero, la saggezza». Forse neppure le moltitudini credono a queste adulazioni. - Esse credono in un solo progresso : nell’aumento del benessere fisico. Il lievito dello spirito non vale a sollevare questa pasta densa, grossolana e grigiastra. Per trascinare una folla bisogna contrapporre a un suo vizio un altro vizio. E i Cleoni conoscono bene questa psicologia, hanno l’aria di adorare il gran burattino di cui tirano i fili.15


In particolare D’Annunzio prevede lo sviluppo pletorico delle funzioni dello Stato democratico che alla fine soffocheranno le masse, come afferma anche Le Bon :


I popoli, vittime di questa illusione, che moltiplicando le leggi, l’eguaglianza e la libertà si trovino più sicure, accettano ogni giorno i legami più gravosi. E non li accettano impunemente. Abituati a sopportare tutti i gioghi, essi finiscono col cercarli, e perdere ogni spontaneità ed energia. Non sono più che ombre vane, automi passivi, senza volontà, senza resistenza e senza forza.16


Il resto dell’articolo di D’Annunzio inneggia al messaggio etico-politico di Nietzsche e quindi al dominio degli aristocratici come è presentato nella Genealogia della morale (1887).17

Sull’articolo di D’Annunzio si esprime Anacleto Verrecchia ne La catastrofe di Nietzsche a Torino18, riportandone ampi stralci e sottolineando l’opera di divulgazione del messaggio di Nietzsche fatta dal poeta. In generale Verrecchia nel delineare il ritratto intellettuale di Nietzsche sottolinea l’influsso della mentalità del tempo e dei suoi pregiudizi sul pensiero del filosofo e a proposito della morale dei signori e della razza ariana scrive :


Quello dei rapporti fra Nietzsche e Gobineau è un capitolo ancora aperto. Che Nietzsche non lo citi non significa molto. Si ha motivo di pensare che i suoi rapporti con Gobineau siano stati maggiori di quel che non sembri. … Elisabeth Förster disse che suo fratello aveva senz’altro conosciuto e venerato Gobineau, e che lei stessa gli aveva letto l’Essai sur l’inegalité. C’è poi la testimonianza di Overbeck, il quale … dichiarò che Nietzsche, durante il periodo di Basilea, non solo conosceva, ma teneva in alta considerazione Gobineau.19


Sempre la sorella scrisse che Nietzsche aveva rimpianto molto di non aver conosciuto personalmente Gobineau «che sarebbe stato del tutto qualificato per il suo modo di pensare.»20

Infatti al paragrafo 5 del Saggio primo della Genealogia della morale i riferimenti allo studioso francese “scopritore “ della razza ariana sono evidenti. Nietzsche parla di arya e di aristocratici nordici dalla testa bionda, per questo tanto più puri e nobili dei preariani scuri e dai capelli neri (che vengono addirittura accostati ai moderni socialisti!).

Il messaggio aristocratico dannunziano si palesa in maniera evidente ne Le vergini delle rocce, nel quale l’influsso dello stile di Così parlò Zarathustra (1885) di Nietzsche è avvertibile, ad esempio nelle frequenti anafore e sentenze lapidarie.

Nei tre discorsi tuttavia, all’inizio dell’opera, attribuiti a Massimilla, Anatolia e Violante, si sente un’eco dei discorsi delle tre Madri nelle Confessioni di un oppiomane (1822), precisamente nei Suspiria de Profundis (1845), di Thomas De Quincey.21

Le prime pagine del romanzo, da Socrate alla polemica antidemocratica e oltre sono all’insegna dello stile. L’ideale estetico, alla Gautier per intenderci e cioè parnassiano, è il vero dominatore dell’animo di Claudio Cantelmo ed è anche il fondamento della sua posa aristocratica al di sopra della mischia. D’Annunzio in realtà non ha vere idee politiche, anche la politica e lo Stato per lui si traducono in una sorta di “philosophie dans le boudoir” e in un disprezzo per i vili mortali che erediterà il Dorian Gray di Wilde.

Il superomismo di origine nietzscheana e l’estetismo alla Walter Pater lo conducono ad affermazioni che anticipano di molto i tempi e preludono all’ideale nazionalista nel suo disprezzo per la democrazia, considerata come il trionfo della moltitudine plebea :


Su l’uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia, voi andrete dunque formando una oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a riprendere le redini per domar le moltitudini a vostro profitto. Non vi sarà troppo difficile, in vero, ricondurre il gregge all’obedienza. Le plebi restano sempre schiave, avendo un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse non avranno dentro di loro giammai, fino al termine dei secoli, il sentimento della libertà.22


Pur disprezzando il contatto e la vicinanza della folla, Cantelmo non si discosta dall’atteggiamento del demagogo : «… ricordatevi sempre che l’anima della Folla è in balia del Pànico. Vi converrà dunque, all’occasione, provvedere fruste sibilanti , assumere un aspetto imperioso, ingegnar qualche allegro statagemma.»23 Infatti, come ogni demagogo, vuole servirsi della folla e addomesticarne gli istinti esclusivamente a proprio profitto.

La folla e i suoi domatori vengono presentati nelle tinte più fosche :


Assai lontano, in verità, appariva il giorno; poiché l’arroganza delle plebi non era tanto grande quanto la viltà di coloro che la tolleravano o la secondavano. Vivendo in Roma, io era testimonio delle più ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano disonorato un luogo sacro. Come nel chiuso d’una foresta infame, i malfattori si adunavano entro la cerchia fatale della città divina dove pareva non potesse novellamente levarsi tra gli smisurati fantasmi d’imperio se non una qualche magnifica dominazione armata d’un pensiero più fulgido di tutte le memorie. Come un rigurgito di cloache l’onda delle basse cupidige invadeva le piazze e i trivii, sempre più putrida e più gonfia, senza che mai l’attraversasse la fiamma di un’ambizione perversa ma titanica, senza che mai vi scoppiasse almeno il lampo d’un bel delitto.24


Dove, nelle ultime parole, si vede chiaramente che dal tono moralistico delle prime si passa a un’idealità puramente estetica, e addirittura un delitto può risultare artisticamente pregevole.25


1G. Le Bon, Psicologia delle folle, Milano, Monanni, 1927 (prima edizione italiana), p. 18

2Ivi, p. 28

3Ivi, p. 29

4Ivi, p. 48

5Ivi. p. 49, cfr. Aristotele, Retorica, II, cap. 22 : «… di fronte alla folla risultano più convincenti gli oratori incolti di quelli colti, proprio come affermano i poeti che gli incolti “parlano alla folla più abilmente” ...» (Aristotele, Retorica, Milano, Mondadori, 1998, p. 239)

6Ivi, p. 52

7Ivi, p. 65

8Ivi, p. 73

9H. A. Taine, Philosophie de l’art (Filosofia dell’arte), Milano, Bompiani, 2001, p. 256

10Oeuvres complètes de Buffon, vol. XI, Paris, Librairie Abel Pilon, s. d., p. 138

11Ch. Darwin, L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, Roma, Newton Compton, 2003, p. 138

12Op. cit., p. 107

13Ivi, p. 189

14Ivi, p. 201

15G. D’Annunzio, Scritti giornalistici, 1889-1938, vol. II, Milano, Meridiani Mondadori, 2003, p. 90

16G. Le Bon, op. cit., p. 197

17D’Annunzio, op. cit., p. 92 : «Secondo la dottrina di Federico Nietzsche, una fra le ragioni del general decadimento sta in questo : che l’Europa intera ha ricevuta la sua definitiva impronta dalla nozione del bene e del male presa nel senso della morale degli schiavi. Due sono le morali : quella dei «nobili» e quella del gregge servile. Ora, poiché in tutte le lingue primitive nobile e buono sono termini equivalenti e poiché la parola nobile è anche una designazione di classe, ne vien per conseguenza manifesta che la casta dei signori ha creata la prima nozione del Bene. Tutta la loro morale ha la sua radice nella sovrana concezione della loro dignità e tende alla glorificazione superba della vita.

La genesi del Bene è necessariamente diversa nello schiavo. Per istinto, egli diffida di ciò che il signore chiama il Bene; poiché in fatti ciò che per costui merita un tal nome è cattivo per lo schiavo e quindi rappresenta il Male.

Ma pur troppo la morale degli schiavi ha vinto l’altra. Era necessario, per condurla alla vittoria, un qualche potere di seduzione. Gesù di Nazareth le portò l’artifizio dell’amore, attirando a sé gli infelici e i vili. Tutte le sofferenze del debole e dell’oppresso si cangiarono in virtù; e parve abominevole l’uomo forte che derivava le sue leggi dal principio contrario. L’ascetismo diffuse un velo di pallore e di tristezza su tutte le cose. Questa morale dunque non è che l’istinto del gregge.»

18A. Verrecchia, La catastrofe di Nietzsche a Torino, Milano, Bompiani, 2003, p. 453-457

19Ivi, p. 107

20Ibidem

21D’Annunzio avrà probabilmente potuto averne conoscenza dai Paradis artificiels (1860) di Ch. Baudelaire, che contengono una sintesi dell’opera di De Quincey non meno suggestiva dell’originale.

22G. D’Annunzio, Le vergini delle rocce (1895), Milano, Mondadori, I Meridiani, Prose di romanzi, vol. II, 2011, p. 31

23Ibidem

24Ivi, p. 19

25Su D’Annunzio si vedano le pagine che Giovanni Papini dedica al poeta in Stroncature, Firenze, Libreria della Voce, 1919. Papini ci dipinge D’Annunzio molto diversamente da come il poeta intendeva se stesso. Se nelle Vergini delle rocce egli assume la posa plastica di un Claudio Cantelmo, aristocratico dispregiatore delle masse, nell’articolo del giornalista fiorentino appare invece come un affabulatore arido e noioso, nonché demagogo perfetto, e tra l’invettiva veramente spassosa risalta l’immagine grottesca della «oscena bocca del gelatiere abruzzese». Poco prima aveva scritto nell’articolo La sagra dei mille (1915) : «Ma siccome la sua natura corinzia di umanista e di cosmopolita e la sua stessa squisitezza di lavoratore dell’aggettivo non gli permettono di sentire in modo sicuro e diretto questo amor bestiale e filiale della patria, egli è ridotto a gonfiar le gote e ad allargar la bocca o a stender le braccia o a sgranare gli occhi o a trombettar col culo pur di nascondere l’interno silenzio dell’animo suo.» ( ivi, p. 64)