domenica 24 giugno 2018

Dostoevskij, Il sosia


Dostoevskij, Il sosia (1846), Milano, Oscar Mondadori, 2011


In questo romanzo c'è già tutto Pirandello e il pirandellismo. Il tema della maschera è infatti alla base del racconto e la parola chiave vien fuori a p. 79 : “ … io della maschera parlavo, Anton Antonovic … Io sviluppo solo un tema … che gli uomini che portano una maschera ormai non sono rari e che adesso è difficile riconoscere un uomo sotto la maschera … “
Il personaggio di Goljadkin è il tipico emarginato sociale alla “Fantozzi” che troviamo anche nei racconti e nei drammi di Pirandello, beffato da un incomprensibile destino. Si tratta di un personaggio sempre attuale, dove serpeggia il servilismo e l'ambizione di far carriera a tutti i costi e soprattutto a spese altrui. Ed è in effetti oltre che della società russa, una satira spietata e sincera di tutti gli ambienti d'ufficio dove gli impiegati mirano a farsi le scarpe a vicenda, con l'inevitabile capoufficio tirannico e terribilmente antipatico. Ma qui la satira si fa seria, quasi tragica, nel decorso inarrestabile della pazzia di Goljadkin, povero emarginato schiacciato dal peso dei pregiudizi classistici di una società piramidale e spietata nella sua fredda indifferenza. Perseguitato dal suo presunto doppio, il protagonista corre per la strada tracciata dal suo destino di follia sino al manicomio.




sabato 23 giugno 2018

Nimrod ( Edward Elgar )






Egli si recava spesso alla riva del mare, ove le onde irrompevano, e il vento, gelido nell'inverno, lo scuoteva fino alle ossa.
L'agone marino non aveva requie. Gli alitava contro il suo respiro sferzante, una lama di ghiaccio. La massa plumbea s'agitava, ma pesante, intorpidita dalla senescente stagione.
Cavalloni s'avviluppavano in spire serpentine e si struggevano sulle rupi sibilando, e aprendosi in un ventaglio di spume subito risucchiate insieme ai ciottoli e alle sabbie.
Egli s'incantava in una nostalgia abbandonata ai simulacri di sogni remoti, si rivestiva di vestimenti sacerdotali, s'irrigidiva in una maestà ieratica. Assiso su un trono d'avorio era il re-profeta che contemplava gli spazi deserti o la nera catena del Libano, alla luce d'un candelabro gigantesco che s'ergeva dietro di lui come una mano aperta. Le poderose colonne della reggia estendevano la loro ombra cupa nell'ombra stellata della notte.
Verso il cielo ardivano irrompere le torri, avvinghiate da arcate e vortici di scalee, attraversate da luci improvvise, come folgori, tradite dall'eco che rapiva talora emozioni segrete e replicava un canto d'amore nella pianura.
Era un cavaliere berbero che ha appena traversato il deserto e ha respirato la polvere delle arene infuocate e giunge alle sabbie marine e si disseta solo dell'infinita malinconia delle acque aride.
Egli si vedeva assiso presso i grandi idoli di pietra, dal volto immoto roso dai venti e dalle piogge, come divinità lebbrose, talvolta effigi dal corpo dissolto, cancellato dal tempo, che lo miravano quali teste spiccate per magia ancora parlanti.
Egli si vedeva iniziato ai sacri misteri della Gran Madre, nei santuari delle selve silenti e brumose, i cui ampi tronchi neri sono vestiti di muschio e le cui radici pervadono il suolo quasi tentacoli, stringendo la terra umida e ferace.
Vagava per il labirinto arborato, e la sua guida era il sole che si mostrava qua e là tra i rami.
E udiva la voce della Donna dei millennii, della Donna eterna :
Io ti amerò del mio più grande amore, e ti condurrò a me per le vie di un destino che porrà sul tuo capo il segno della distinzione. Tu non conoscerai gioia, né diletto d'amore umano, né allegria di festevole sorte e di fortunata quiete, ma un cuore di ghiaccio e uno spirito roccioso sfideranno gli eventi per te. Solo per me si discioglierà quel gelo, lontano dagli sguardi ebeti degli altri figli che ho destinato similmente alla putrida tomba. Tu saprai le verità grandiose e atroci e vivrai gli incubi di cui mi rallegro, e conoscerai pure il mio inavvicinabile sposo. “
Così diceva, e lo innalzò fino alle vette delle montagne, dov'egli giunse sormontando ogni rupe. E bevve l'aria pura del cielo e il sangue si rinnovò, e lo spirito divenne immortale.
E si riposò sopra le rupi. E udiva stridere le aquile nel vasto cielo e piombare fulminee le vedeva, quali angeli di morte, sulle prede ignare.
E, così in alto, parlava al suo cuore : “ O cuore mio, perché non ti ho insegnato a volare sopra le vette come un dio o un angelo di morte ? Troppo a lungo sono stato un rospo di palude. “
E mirava la catena delle montagne che al sole declinante incupiva nell'ombra cilestre, mentre le rocce sulle quali il suo piede posava divenivano rossastre quale cenere ardente, sì ch'egli pareva deposto sulla pira, prossimo ad essere sacrificato al mistero della sua divinità.
Era sulla montagna e sul suo volto ventava l'alito delle solitudini e l'anima s'era ritirata nel grembo delle nascite. Era un saggio taoista, lontano dal mondo. Ascoltava la voce degli alberi sulle pendici, degli abeti che si drizzavano in bilico sovra gli abissi e fremevano dei turbini alpestri. Ascoltava la voce dei corvi che si destreggiavano elegantemente sopra di lui. Ascoltava la voce delle pietre, che il piede sommuoveva.
E prese il sentiero che riportava alla valle.
Il sole s'allontanava dietro le montagne nere.
Allora gli parve scorgere, nel progressivo abbraccio delle tenebre, discendere dall'ignota oscurità una donna, bella ed alta, dal viso triste, come avesse per sempre perduto un incanto di sogni e di gioia.
Ella sormontava le creste del mare nel fragore dei venti contrastanti, e il capo era coronato degli astri sorgenti, e la cupa chioma carica di profumi e di corone di fiori procombeva sovra il corpo suo nudo argenteo. Ella era sollevata dall'onda furiosa, regina delle vie marine e delle vie del cielo, pallida, e con fredde mani reggeva il papavero rosso dell'oblio, che baciava con languide labbra.
Sotto di lei fluiva l'eterno fiume d'oro, fiorendo al sole occiduo in improvvisi cerchi roteanti e barbaglianti quali sfere ignite, crollando in subitanee cascate e innervandosi in trame e rabeschi cresputi in rinnovate cateratte frementi.
Sotto di lei scorreva il sangue della vita, il sangue che sgorgava a fiotti dalle larghe ferite degli esseri e veniva assorbito dalla terra a saziare i ricordi dei morti, a nutrire nuove speranze e forze nuove d'esseri avidi d'esistere.
La vita lo chiamava, insistentemente, prepotentemente. Egli si sentiva, nel nome della Madre, ordinato a un nuovo sacerdozio, a una consacrazione quale mai prima i devoti del suo paese avevano concepito, o della quale, se mai vi avessero pensato, non potevano che avere un'idea vaga e orribile, come di riti notturni e d'indemoniati sabba.
Egli vide le fiamme del sacrificio, alte, divorare gli alti fusti dei pini crepitanti, ardenti come torce. Egli vide il proprio corpo cosparso d'unguenti consumarsi a poco a poco quale immagine di cera.
Sulla spiaggia correva il suo spirito, incessante. Più antico della sua vita, carico degli anni di molte generazioni, lieve perché sempre rinato, il corsiero anelava ad orizzonti di promesse, ai sogni di future illusioni che si perdevano in ogni lontano tramonto.
Il destriero avanzava entro foreste millenarie, ansava su per i dorsi dei colli verso le ampie giogaie montuose. Egli sentiva pulsare più forte il cuore. Sentiva che la sua vita era tenacemente radicata al suolo aspro e roccioso di quelle alte montagne, ove s'udiva soltanto il vasto respiro del vento. Immote ed immortali esse lo attendevano dall'inizio del tempo, avvolte nel silenzio della loro saggezza.
E infine, stanco della corsa, si arrestò presso il tronco d'un alto larice. E all'ombra dell'essere silvano riposando, s'addormentò e di nuovo continuò a correre tra nuovi sogni.
E vide una figura di donna che fuggiva, e aveva occhi cupi come abissi, e fuggiva verso un tormento di grida. Avvolta in un manto nero si fondeva con la tenebra d'una valle notturna ricinta di rupi scoscese. I capelli brillavano rossi al lume della luna, che pareva tingersi nella sua opalescenza di una tinta sanguigna.
Ella incedeva tra grandiosi ruderi d'un antico tempio, le cui mura ed arcate erano rivestite d'un intrico di piante rampicanti e parassite, e di edere che tremolavano alla brezza.
Alte, massicce, imponenti le rovine ricevevano sull'ampio dorso i raggi torbidi e prolungavano la loro ombra cieca nella violacea penombra.
I suoi occhi si accendevano del pallente splendore lunare, venati della medesima fulgida porpora. L'iride lionata traluceva d'un bagliore d'acquamarina.
I suoi occhi, volgendosi al tempio, riverberarono lo scintillio di molteplici fuochi che roteavano entro le volte risonanti di soffocati stridori, che erano intesi quasi gravi gracidii. Pareva che i rospi della palude prossima si fossero riuniti sotto le navate ciclopiche, tra i ciuffi di gramigna che spuntavano fra i marmi del pavimento.
Ed ecco che, mentre ella avanzava, un esercito innumerevole di ignobili forme la circondò, gorgogliando una sorta d'inno incomprensibile che s'alzava al cielo come il borbottio di mille pignatte ribollenti.
Come entrò ella nella navata, echeggiò il murmure quale sonito marino. E le parve che ogni altare brulicasse di devoti sacrificanti. Il fumo acre dei sacrifici, misto ai vapori degl'incensi, vagava quale nebula entro la cavità innervata di colonne e d'archi a ogiva, che scandivano l'ampio spazio prolungantesi verso l'abside, in lontananza.
Su ogni altare ogni dolce passione si dissanguava in un bacile bianco coi polsi offerti ai volti immoti di remote divinità troppo a lungo ignorate. Una nenia sussurrata e soffocata si perdeva al di sotto degli architravi.
Talvolta s'intravvedeva il bagliore della lama in mano al sacerdote, che calava fulminea sulle carni deboli di qualche vittima sventurata, inconsapevole. Allora s'avvertiva un gemito sordo, come assorbito dalla terra.
In fondo, dietro la balaustra di porfido, scintillava d'oro e di gemme un trono. Una donna bellissima e imperiosa, coronata di coralli e dalla copiosa chioma castanea, sorreggeva nella destra il globo lucente di smeraldi, nella sinistra il fiore del loto. Un collare di preziosi le posava sulle spalle e sotto la gola, un cinto di topazi e di rubini le sorreggeva il seno. La nudità era solo velata sui fianchi da due lembi di seta trasparente, e il manto, sul quale sedeva, levato sopra la gamba sinistra, le nascondeva il pube.
La bocca era lievemente improntata a un sorriso, che non era di comprensione o di amabilità, ma di serena e sovrana indifferenza. I suoi occhi grigi erano profondi e freddi come la calma dei mari settentrionali pervasi dai ghiacci. Un orrore arcano si nascondeva dietro la sua bellezza e, distinguendola dalla miriade delle donne mortali, le conferiva il supremo e assoluto segreto dell'amore.
E dietro lei s'estendeva una prospettiva illimitata di piane e di riviere serpeggianti e di rupi solitarie e di ponti sovra precipizi e di selve nere sfiorate dalla pallida luna, e l'occhio vi si perdeva e la fantasia volava via come Astolfo sul carro dell'Evangelista.
E il sogno rapiva il principe Nimrod in un oblio senza confini, e il tempo e lo spazio si diradarono quali nebbie fugate dai venti, e il grande specchio della memoria lo inghiottì come un vasto oceano.
E si trovò solo.
Intorno a lui la Vita celebrava i suoi Misteri.
Egli proseguiva il cammino nella foresta che risonava di luce lunare.
Le gocce di rugiada brillavano sui tronchi quali germogli di cristallo. Il piede suo calpestava il tappeto di foglie macere, che lo inebriava, quasi un'esalazione oppiacea. S'inoltrò per un sentiero, fra macigni coverti di muschio, presso un torrente inaridito. La luna si mostrava talvolta tra le pareti di roccia e fra i rami degli alberi, siccome per le aperture d'un ampio duomo. Ed egli ascendeva di pietra in pietra verso le alture. La luna lo fissava, i raggi illustravano la via. Rada era ormai la vegetazione, e tutto pareva un deserto di luce candida. La luna diveniva sempre più grande sopra di lui.
Si fermò e sedette su di un macigno. Dal basso il vento, risalendo i burroni, gli ventava in volto. Scorgeva giù le ombre nere delle selve, come un vello bruno erto sui costoni rocciosi a picco sovra le fiumane croscianti. Lontano dei ruderi apparivano, membra fantastiche di qualche antica e regale dimora.
Gli parve che s'appressassero dei turbini di nubi nere offuscando l'aere stellato. E poi che tuonava e alcune gocce annunciavano la prossima pioggia, egli si riparò sotto due massi che poggiavano l'uno contro l'altro, ricoperti da una fitta vegetazione d'erbe, dove aveva ostruito ogni foro il fango, solidamente innervato dalle radici.
Quivi trascorse la notte. E al mattino, quando aperse gli occhi, lo avvolse un candore accecante. La pura luminosità rifulgeva sulle vette più remote ed inaccesse, ghiacciate ed abbaglianti. Torrioni di roccia si stagliavano nell'aria limpida, ciclopiche forme più vicine al suo sguardo, dove poteva discernere la fronda di qualche abete, cresciuto nelle rientranze delle immani masse petrose. La nebbia occupava le valli, nascondendo la base delle montagne, che parevano mondi divini fluttuanti sopra il cielo.



domenica 10 giugno 2018

Gabriele D'Annunzio, La Gioconda

Gabriele D'Annunzio, La Gioconda, ( 1898 )


Si tratta di un dramma ispirato al superomismo e all'estetismo, secondo la visione tipicamente decadente-simbolista dell'artista come veggente, medium tra il mondo superiore della bellezza e la misera realtà terrena. Questa concezione appare chiaramente in una didascalia dell'atto terzo, scena I, dove Silvia Settala dopo essere entrata nel laboratorio ha veduto la statua di fattura perfetta, opera del marito Lucio, che rappresenta però la sua rivale in amore.

ATTO TERZO.
=Una stanza alta e spaziosa, illuminata da un lucernario, coperta di tappezzerie cupe. Nella parete del fondo è un'apertura rettangolare, assai più larga di una porta, che mette nello studio attiguo dello scultore. Su l'architrave sono fissi alcuni frammenti del fregio fidiaco delle Panatenaiche; contro i due stipiti sono erette due grandi figure alate "vestite di vento": la Nike di Samotracia e quella scolpita da Pæonios per il tempio dorico di Olimpia consacrato a Zeus; occupa il vano una cortina rossa.=
=Nella parete destra, una porta è nascosta da una portiera pesante e ricca; nella sinistra, un uscioletto a muro è dissimulato dalla tappezzeria. Amplissimi divani, coperti di drappi e di cuscini, ricorrono in torno. Le figure sono disposte ad arte, per secondare la meditazione e il sogno: un fascio di spighe in un vaso di rame sta innanzi al bassorilievo eleusino di Demeter; un piccolo Pegaso di bronzo su uno stelo di verde antico sta innanzi alla Medusa Ludovisia.=
=Il sentimento espresso dall'aspetto del luogo è diversissimo da quello che addolcisce la stanza dell'altra casa in vista del poggio mistico. La scelta e le analogie di tutte le forme rivelano qui l'aspirazione verso una vita carnale, vittoriosa e creatrice. Le due Messaggere divine sembrano agitare e ampliare incessantemente l'aria chiusa con la foga del loro volo immenso.=

E' chiaro il riferimento a Leonardo da Vinci, che rappresenta per l'autore l'artista come superuomo, come esteta sublime, la cui arte trascende le capacità umane e l'umana comprensione.
La trama della tragedia è abbastanza semplice, basata com'è sul tradimento di Lucio innamoratosi della sua modella Gioconda Dianti, il quale tormentato dal rimorso nei confronti della moglie ha tentato il suicidio. Ora Silvia cerca di allontanare per sempre Gioconda dalla vita di Lucio.
NB: l'enigma della Sfinge : qual è la verità ? Quella di Silvia Settala che difende il suo onore e il suo amore o quella di Gioconda Dianti che difende parimente il suo ? L'enigma è un altro elemento che rende interessante questa tragedia.
La scena del crollo della statua sulle mani di Silvia Settala è forse un po' melodrammatica ma senza dubbio suggestiva. In effetti l'atteggiamento delle due donne è sempre come sorretto da un'ondata musicale.
Atto IV, scena I. Il personaggio aereo e canoro della sirenetta, che si presenta a una Silvia Settala mutilata e disperata, ricorda l'Ariele della Tempesta di Shakespeare.
La sirenetta è il personaggio dionisiaco della tragedia, ne compendia il simbolismo con i suoi canti apparentemente senza costrutto e la sua essenza viene definita da Silvia Settala :

Sono felici le tue mani: toccano le foglie, i fiori, l'arena, l'acqua, le pietre, i fanciulli, gli animali, tutte le cose innocenti. Tu sei felice, Sirenetta: la tua anima nasce ogni mattina; ora è piccola come una perla e ora è grande come il mare. Tu non hai nulla e hai tutto; non sai nulla e sai tutto....

Ma il sacrificio delle mani non è servito a nulla, perché Lucio continua ad amare e idolatrare Gioconda Dianti, sua musa ispiratrice. Il fascino è quello della donna fatale. Dice il vecchio Lorenzo Gaddi :

Quando uno la guarda, e pensa ch'ella è causa di tanto male, veramente non può imprecare contro di lei nel suo cuore;--no, non può, quando uno la guarda.... Io non ho mai veduto in carne mortale un così grande mistero.

sabato 9 giugno 2018

Spinoza, Trattato teologico-politico


Benedetto Spinoza, Trattato teologico-politico, Milano, Bompiani, 2001

Cap. XX, 241 :

Il fine dello Stato, dico, non è cambiare gli uomini da esseri razionali in bestie o automi, ma, al contrario, fare in modo che la loro mente e il loro corpo compiano nella sicurezza le loro funzioni e che essi si servano della libera ragione, e non combattano con odio, ira o inganno, né si comportino l'un verso l'altro con animo ostile. Il fine dello Stato, dunque, è la libertà. “

Non, inquam, finis Reipublicae est homines ex rationalibus bestias, vel automata facere, sed contra ut eorum mens, et corpus tuto suis functionibus fungantur, et ipsi libera ratione utantur, et ne odio, ira, vel dolo certent, nec animo iniquo invicem ferantur. Finis ergo Reipublicae revera libertas est.