mercoledì 19 agosto 2026

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro

 




Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro, Milano, Mondadori, 2022.

Traduzione di Margherita Carbonaro



P. 22, si accenna, con molta delicatezza, alle tendenze omosessuali quasi inevitabili nell’ambiente monastico. Tra Narciso e Boccadoro c’è in effetti un rapporto d’amore. Questo motivo richiama un racconto cronologicamente precedente e in lingua inglese, opera di Walter Pater, “Apollo in Piccardia”, compreso in Ritratti immaginari. Il romanzo di Hesse è infatti del 1930, l’opera di Pater del 1887.

Cap. II, la sortita fuori dal monastero di Boccadoro e di alcuni compagni, l’incontro con due fanciulle del villaggio vicino, la scoperta dell’amore, il turbamento e l’amicizia intensa, altra forma d’amore, tra Narciso e Boccadoro, tutto è abbastanza scontato, ma è lo sviluppo dato alle vicende interiori, l’analisi psicologica, quello che persuade e avvince.

P. 31, 32, il rapporto d’amicizia tra Narciso e Boccadoro è di tipo socratico. D’altra parte Narciso è maestro di greco. Inoltre Boccadoro ha nell’aspetto fisico qualcosa che ricorda Alcibiade (è biondo e bello), è più giovane ed è sensuale. Ricordiamoci del Simposio di Platone.

P. 43, i due amici sono i due opposti che si completano a vicenda, dice Narciso :


siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. Il nostro obiettivo non è fonderci l’uno nell’altro ma riconoscerci a vicenda, e imparare a vedere e onorare nell’altro ciò che siamo : un opposto e un completamento.


P. 45, 46, Narciso a colloquio con Boccadoro definisce la propria essenza che si rivela l’opposto di quella di Boccadoro, egli è l’uomo dello spirito, l’arido ragionatore, che frequenta i deserti della logica, mentre Boccadoro è l’artista, sensibile, amante di madre Natura, propenso alla creazione. Si tratta dunque di due poli opposti, ma solo in apparenza, in realtà si cercano, ambiscono ad unirsi, perché sono presenti entrambi nell’anima umana. Qui dunque i personaggi sono simboli e il romanzo si situa perfettamente nell’ambito della letteratura simbolista e psicologica del primo Novecento. Pensiamo a Freud e soprattutto a Jung per quanto attiene alla curiosità intellettuale.

Cap. IV, interessante il motivo della madre perduta e dimenticata di Boccadoro e da lui ritrovata in sogno. La madre è un archetipo, è il simbolo della madre universale e per questo vedi Jung, Simboli della trasformazione.

P. 59, Boccadoro e la madre sono in stretto rapporto come Joshua e Maria. Vedi Jung, Simboli della trasformazione, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 223, nota 25 :


un dio palestinese, che forse aveva nome Joshua compare nella relazione alterna di amante e di figlio nei confronti di una mitica Maria …


P. 85, 86, dopo la notte d’amore con la vagabonda Lise, Boccadoro arriva quasi a comprendere il linguaggio degli animali. C’è forse una reminiscenza del Sigfrido di Wagner? E Lise, il personaggio femminile che seduce Boccadoro, non sembra una reminiscenza di Brunilde, protettrice divina dell’eroe? Non è la divinità femminile quella che inizia Boccadoro ai misteri della terra, così come Narciso aveva rappresentato la voce della coscienza e la via verso il cielo?

P. 95, 96, la bellezza sensuale di Boccadoro ne fa una sorta di prostituto da strada, egli va vagabondando e a ogni fattoria si fa la moglie o la figlia del contadino.

P. 108, nel carattere di Boccadoro ci sono delle incongruenze. Hesse scrive che parla poco e si serve degli atti e della mimica del corpo per trasmettere le proprie sensazioni e per affascinare, poi però scrive che a Lydia avrebbe parlato molto della vita al convento e di Narciso, inoltre che per la sua abilità a usare le parole potrebbe diventare un poeta. Trovo insomma che il personaggio sia abbastanza inverosimile e questo è il principale difetto del romanzo o forse ne è un pregio? Certo se consideriamo l’opera come una sorta di fiaba allora lo è. Non siamo più nella scia del realismo dell’Ottocento e per quanto Flaubert, Zola e Tolstoj abbiano fatto scuola, ormai la sensibilità e gli interessi artistici sono mutati. In questo caso i personaggi agiscono su uno sfondo mitico, sono emblematici e rappresentano forze luminose oppure oscure nelle vesti di eroi.

P. 129-132, l’incontro con il mendicante Viktor, la lite e l’uccisione del mendicante sono narrati con grande sapienza psicologica come anche la serie dei pensieri e delle allucinazioni seguenti.

P. 147, considerazioni sulla caducità della vita e sull’arte eternatrice che giustificano le avventure di Boccadoro. Nel fluttuare degli amori e nel suo vagabondare Boccadoro matura l’idea della vanità della vita se vissuta per se stessa.

P. 156, si traccia lentamente il percorso spirituale di Boccadoro verso la consapevolezza artistica. L’artista vero è sempre ispirato da qualcosa di superiore di cui l’oggetto d’arte è il riflesso. Essere artista non è un mestiere è una disposizione dell’animo, una vocazione profonda.

P. 153-157, anche la psicologia di Maestro Niklaus, l’artista che ha dato ospitalità e lavoro a Boccadoro, è resa con grande acume e conoscenza del cuore umano.

P. 160, qui è presente il motivo romantico di amore e morte, ma soprattutto bisogna pensare alle teorie psicanalitiche di Freud e di Jung. Particolarmente quest’ultimo sembra essere la fonte della figura della madre, di Eva, vedi Simboli della trasformazione. Scrive Hesse :


La madre era Eva, lei era la fonte della felicità e la fonte della morte, lei partoriva in eterno, uccideva in eterno, in lei amore e crudeltà erano una cosa sola e la sua figura, quanto più a lungo la portava in sé, divenne per lui una parabola e un simbolo sacro.


Boccadoro è un personaggio emblematico, rappresenta l’artista stesso, cioè Hesse, senza freni sociali, libero di manifestare tutti i propri impulsi e istinti che nel caso dell’artista sono essenzialmente erotici.

P. 173, concezione dell’arte desunta dalle riflessioni di Boccadoro di chiara matrice simbolista (“il mistero”).

P. 177, la visione interiore della “Madre eterna” è molto simile a quella della Natura nel “Dialogo della Natura e di un Islandese” di Giacomo Leopardi. Anche qui ci appare una donna gigantesca seduta ai margini del mondo, indifferente alla sorte degli esseri umani.

P. 192, durante un’epidemia di peste Boccadoro e un suo compagno vagabondo incontrano morti dappertutto e villaggi abbandonati. A Boccadoro compare sempre la donna gigantesca :


A volte gli riappariva l’immagine della Madre eterna, un viso pallido e gigantesco con occhi da Medusa e un sorriso grave, pieno di dolore e morte.


P. 201, nell’episodio dell’uccisione del vagabondo (non il suo compagno di viaggio), che ha tentato di violentare la sua donna del momento, Boccadoro mostra di essere una vera forza della natura, un essere totalmente dominato dall’istinto, un essere potrei quasi dire “dionisiaco”.

P. 203, di nuovo appare a Boccadoro il viso di Eva, la Madre primigenia : “… gli occhi, grandi occhi pieni di voluttà e del desiderio di uccidere.”

Ella è come la Cibele dell’Attis di Catullo :


Dea magna, dea Cybebe, dea domina Dindimei,

procul a mea tuos sit furor omnis, era, domo; … (vv. 90-93)


Anche, dopo le avventure con altre donne, l’incontro con la bionda e formosa Agnes rivela la presenza della Madre terrificante, secondo la definizione di Jung, perché infatti dopo una notte d’amore con lei, Boccadoro cadrà nel tranello teso dal conte, a cui appartiene la donna, e finirà in prigione. Agnes è bellissima, una sorta di compendio di tutte le donne che Boccadoro ha avuto, e, si noti, è anche molto somigliante a sua madre, della quale egli ha un vago ricordo infantile, come lei è bionda, bella e piena di vita.

Leggendo questo romanzo non soccombiamo alle esigenze della verisimiglianza! Qui si è immersi in un’aura simbolica ove tutto è trasfigurato e l’uomo dionisiaco è contrapposto all’uomo parmenideo, in un continuo rimando di allusioni e di opposizioni significative. In particolare l’uomo dionisiaco è alla ricerca costante della perduta madre. E questa si identifica infine nella madre di tutti gli esseri umani, l’Eva primigenia. Si veda a tal proposito l’opera di J. K. Huysmans, À rebours, 1884, cap. V, dove appare Salomé (“la Bête monstrueuse … l’Hélène antique”).

Boccadoro è inoltre dominato interamente dalla propria libido, che coincide secondo Jung con la forza vitale. Egli è l’uomo dionisiaco che s’apre interamente alla vita, a una vita totale, assoluta che non conosce limiti né vincoli. Per questo il personaggio appare così eccentrico e paradossale. Non è un uomo comune, è l’uomo dionisiaco che s’agitava nel cuore di Hesse.

Nel cap. XIX Narciso ha accolto dopo averlo strappato alla prigione Boccadoro e, dopo che costui ha creato con le sue mani una splendida statua della Madonna, comincia a capire l’essenza del genio dell’amico e a riflettere sulle differenze della loro personalità. In particolare (p. 281) avverte come l’immersione nella vita disordinata del mondo nel caso di Boccadoro non ha estinto il divino che era in lui, ma anzi è stata una prova coraggiosa ed eroica, superiore alla sua scelta monastica.

Venuta meno la libido, la forza vitale, che ha governato e giustificato le azioni e il pensiero di Boccadoro in tutta la sua vita precedente, l’uomo è consegnato alla vecchiaia e alla morte. Egli è l’uomo dionisiaco, l’uomo naturale, appartenente agli istinti, alla coscienza intuitiva e perciò superiore all’amico Narciso, devoto alla ragione. Teniamo presente che la filosofia di Bergson (L’evoluzione creatrice, 1907) aveva proprio sottolineato l’importanza dell’istinto e dell’intelligenza intuitiva. Non c’è dubbio che Boccadoro rappresenti, anche in base all’insegnamento di Nietzsche, una nuova figura di uomo in una vera e propria rivalutazione della sessualità. E questa è intesa non nel suo riferimento puramente corporeo ma nell’accezione più vasta di forza, di Eros, come nel Simposio platonico, dove è sorgente del fuoco poetico, dell’impulso creativo.

Nell’ultimo capitolo, venuta meno la forza vitale, Boccadoro muore assistito da Narciso, al quale rivela la sua fede incrollabile nella figura materna, nella Madre, nell’Eva primigenia, o anche nella Venere genitrice.

In questo mistero del culto femminile viene in mente il mito di Venere e Adone, così mirabilmente evocato da Shelley :


Oh, weep for Adonais – he is dead!

Wake, melancholy Mother, wake and weep!

(Adonais, III, vv. 19, 20)


P. S.

L’amico e collega Antonio Marcianò ha composto quasi a completamento della figura di Narciso, che nel romanzo rimane un po’ in ombra, essendo questo prevalentemente concepito intorno al protagonista Boccadoro che splende di luce propria, un poemetto degno di essere riportato in queste pagine per la sua bellezza e la sua forza.






Narciso


E ora sei solo, ora che l’amico

è lungi, errabondo tra fitte foreste

e prode immerse nel silenzio pudico.


E’ l’alba e i raggi, quali auree reste

per il vento, tremolano leggiadri.

Ora sei solo e un’ombra celeste,


traverso la grata, istoria i quadri

sul piancito. Quieta è la tua cella,

e, mentre negli angoli ancora adri,


il murmure delle lodi s’inanella,

la pace alfine pervade il cuore

e la fede in Cristo lo suggella.


La fede è alma rugiada sul fiore,

per le rondini sconfinato cielo,

nelle tenebre tepido chiarore.


Nutrita con il verbo del Vangelo,

fra triboli e prove ti guida sereno,

scioglie dell’accidia il duro gelo.


Ora, gli occhi fissi sul Nazareno,

sulle parole solenni della Torah,

si empie di dolce letizia il seno,


nel gustare il miele della Verità.


E’ mattina e incedi nel chiostro:

da lì contempli rosee corolle,

il sole alto, in un’aureola d’ostro,


risplendere sul declivio molle

di pioggia, gli abeti come picche,

poggi aprichi, scintillanti polle.


Più lontano immagini ricche

città, con mura merlate e torri

a dominare cupi boschi e bricche.


Tu ora, amico, forse rincorri

l’amore in quelle gaie contrade.

Boccadoro, tu che sdegni e aborri


la quiete del monastero, a masnade

e brigate ti unisci, ma già ripensi

il fratello sincero, già ti pervade


il rimpianto delle preci, degli incensi

aulenti nella penombra del coro.

Che entusiasmi, che sogni immensi!


E’ qui, tra queste mura, il tesoro

che cerchi, non nel grembo lascivo

di donne, non fra la porpora e l’oro


di calde alcove, nell’amplesso furtivo…’


Eppure quante volte, Narciso, lotti

contro la lussuria! Prendi il nerbo

e, in quelle tormentose notti,


umili il corpo. Il dolore è acerbo,

ancor più acerbo il senso di colpa.

Sai di essere dotto ma superbo,


sai che nulla è a tua discolpa,

così le staffilate raddoppi

e il colpo estremo quasi ti spolpa.


Pare che il cuore in seno ti scoppi

per l’acre contrizione - ahi vana -

poi che al disvolere il volere accoppi.


E’ questa la tua vita, pia ma strana,

un groviglio di spini coperto

da un drappo di morbida lana.


Cadi in ginocchio nel lume incerto

di fronte al crocefisso. Bianca

fuori la luna vacilla nel deserto


scuro. Ah, Narciso, che ti manca?

Se con te è Dio, perché ti abbatti?

Perché il desiderio ti sfianca?


Perché ancora e ancora combatti?


Eravate fanciulli, sì diversi,

eppure uniti da un filo sottile,

leggevate nei cuori, specchi tersi.


Ricordi il respiro primaverile,

le corse e il brio nella radura,

i prati, le vigne in lunghe file.


Allora splendeva l’età futura,

pregustavi la pace del convento,

la veneranda umiltà, la tonsura.


Ignoravi che egli, lieto e scontento,

andrebbe lungi, ignoravi l’inferno

dell’assenza, dello struggimento.


Col pensiero segui l’amico fraterno,

ti figuri gli occhi celesti, la voce,

così quasi oblii la virtù e l’eterno.


Poi ti prosterni di fronte alla croce,

pentito, forte il torace percuoti.

Così si disacerba la pena atroce


e l’animo s’acquieta fra gli immoti

silenzî e il sussurro delle preci.

Quant’è meglio il chiostro agli ignoti


rischi del mondo, alle alterne veci!


Ora contempli le rose fragranti,

i passeri che trillano fra i rami,

le colline fiorite, verdeggianti.


Nelle creature che lodi e ami,

ami e lodi il Creatore. Lassù voli

di rondoni, delicati ricami,


qui il canto soave degli usignoli

si spande tra le esili colonne

e le bifore. Qui meditare suoli,


eppure talora nella notte insonne,

ti attorniano immagini e volti:

ti circondano seducenti donne,


pelli profumate, corpi avvolti

in gamurre, bei seni prosperosi,

braccia candide, capelli sciolti…


Ma tosto allontani gli odiosi

pensieri e, afferrata la frusta,

sferzi le terga e gli omeri nodosi.


Quanta è fallace la tua augusta

degnazione, allorché, radunato

il capitolo, decreti la giusta


pena al monaco che ha tralignato!


Triste esci sotto l’argentea volta:

stille di pioggia, rilucono le stelle.

Dov’è? Che pensa? Anch’egli ascolta


la voce del fiume fra le alberelle

e percorre solitario un sentiero

e un amaro tormento gli svelle


il cuore o beve vino sincero,

tra carole gaie e opimi conviti?

Scordasti l’amico, il monastero?


Dunque sono quei tempi finiti

e la vita è morire ogni giorno,

fra gesti uguali, luoghi romiti?


Accendi una candela e intorno

si diffonde dorato un alone,

rischiara l’altare disadorno.


Devota, silente un’orazione

sgorga dai precordî e, nella luce

che scivola fra il coro e l’ambone,


s’irradia fervida la vera Luce,

l’Amore paterno che rasserena,

la Grazia divina che conduce


oltre la misera vece terrena.


Ammiri il mirabile affresco

dell’abside: Cristo nell’agonia,

il cielo cupo, temporalesco,


incombe sul Golgota. Maria,

le braccia tese, fissa il Figlio,

vittima di inumana follia.


Bianco è il suo viso, come giglio,

mesti gli occhi, ma il Salvatore,

spargendo il Suo sangue vermiglio,


redime il mondo. Oggi muore,

ma risorge nell’eterna gloria,

per sempre immortale splendore,


per sempre magnifica vittoria

sul turpe peccato e sulla morte.

Egli è il Re del Tempo e della Storia,


Egli spalanca del Regno le porte

e accoglie nell’abbraccio misericorde

le anime al tripudio risorte.


Ormai il ricordo più non morde,

ormai lo Spirito rinconcilia

Terra e Cielo, in un concento concorde.


Della Vita la morte è la vigilia.


Quale folgore che, repentina,

cade sugli elci e il fuoco presto

guizza lungo il crinale e la china,


similmente subitaneo, funesto

un pensiero t’assale: ora apprendi

la ragione che ti fa tanto mesto.


Ti pare che una fiamma incendi

il cuore disperato, che ti bruci

le viscere. Al cordoglio t’arrendi:


così ti aggiri nelle incerte luci

del crepuscolo e non trovi pace.

Vai, il volto terreo, gli occhi truci,


nei luoghi ove ogni suono tace

e non trovi requie. Tutto inane:

mentre laggiù sfrigola la brace


di occidui rai fra tenebre arcane

e il Cigno plana silenzioso

sovra le cime fosche, lontane,


comprendi la ragione che odioso

ti fa a te stesso. Non hai sollievo:

mentre percorri il sentiero sassoso,


dimentichi Dio e ripensi l’allievo.


E sai perché sei tanto infelice,

sai perché il povero cuore si spezza,

ben conosci del male la radice.


Rimembri la sorgente, la carezza

del vento sull’erba, le ore liete

a immaginare il futuro. Dolcezza


distillavano i giorni, quiete

le notti sotto l’argenteo ventaglio

della luna tremante fra le quercete.


Quali corrusche faville di un maglio

gli astri. Brulicavano i grilli

nelle notti estive, il barbaglio


dei rintocchi in diafani zampilli

dai campanili… Eravate sereni:

ignoravi i perenni, amari assilli.


Fra i libri e gli studî ameni,

solevi menare alacri gli anni.

Oggi indarno speri che baleni


la luce che fu tra gli affanni.

Oggi lacrime intridono il pane

e all’infelicità ti condanni,


poi che le orazioni sono vane.

Chiudi la Bibbia, spengi la candela

e attendi il sonno, ma inquieta


l’ombra aleggia e l’animo gela.


Un’angoscia ti consuma segreta,

non hai requie neppure un istante;

ti venne in uggia la vita da asceta.


Il tempo è una pena lancinante,

il letto è un giaciglio di spine.

Ti alzi, corri via nel buio tremante


di brezza. Così, bramando la fine,

folle ti slanci verso il precipizio,

ti arresti proprio sul confine.


Non sai che la vita è sacrifizio?

Che occorre perseguire la virtù?

Ma tu pazzo, pensi al novizio


e ti ripeti: “Mai più, mai più, mai più”.

Nella notte il verso dell’assiolo

ripete: “Mai più, mai più, mai più”.


Dov’è Dio, se ti senti così solo?

Perché nessuno terge il pianto

che erompe per l’atroce duolo?


Perché la vita è stretta nel rimpianto?

Un altro inverno: la brina trama

i rami del pesco nel verziere


e il rovaio, acuminata lama,


fende riverberi di ombre leggere.

Il sibilo s’insinua fra gli archi

e le volte, illustra le raggiere


delle costellazioni. E tu varchi

il limitare del tempo, aspetti

che nel cielo brillante s’inarchi


la luna. Erri triste fra diletti

ricordi, cerchi un senso, cerchi Dio,

ma trovi solo aridi concetti.


Osservi nel cielo lo sfrigolio

degli astri, ascolti stormire le fronde,

l’azzurro bisbigliare del rio


e tutte le cose arcane, profonde

paiono celare ombre di simulacri,

là dove la tenebra si confonde


col nulla ed evoca enimmi sacri.

Se solo il petto non fosse anelo,

se solo gli inni fossero lavacri


o ali che volano verso il Cielo!

Conosci il tuo destino, Narciso:

sei lungi dagli altri, da te stesso,


languido a guisa di fiore reciso.


Così resti silente, oppresso

da oscuri turbamenti, da fallaci

speranze, abbacinato dal riflesso


di sogni svaporanti fra le braci

delle ultime stelle. Rosea l’alba

dispiega veli di ombre fugaci.


Spare la luna nella bruma falba.

Sui declivî laggiù in ampi drappi

si svolge adagio la luce scialba.


E tu desolato sempre ti aggrappi

ai ricordi: sembra che il passato

incomba sui precordî e ti strappi


l’anima. Neppure il cielo solcato

da azzurri voli ti riconforta,

neppure il pascolo imperlato


di rugiada. Ora il vento ti porta

la polvere di memorie disperse…

Ed è già sera: nella quiete assorta


esala l’aura di corolle terse.

E’ giunto dianzi al tuo capezzale:

negli occhi glauchi brilla ancora


il giovanile ardore, ma l’ovale


del viso – oh sembianza che accora –

incornicia l’augusta canizie,

mentre una lacrima diafana sfiora


la guancia. Ora rivivi le primizie

della vita, gli anni trascorsi insieme,

i dolci dolori e le amare letizie:


vuoi parlargli, ma lo spasmo preme

il petto infermo e ti toglie la voce.

Oh, se solo germogliasse il seme


della fede in questo mondo atroce!

Trovasti il senso ultimo, amico mio?

Mi genuflessi a piè della croce,


ma m’imbattei nel silenzio di Dio.

E tu tornasti alla rimpianta Madre?

Ora oltre le cose mute un brillio,


lo sguardo amorevole del Padre…

Nel chiostro sull’aneto e l’alloro

due vanesse aleggiano leggiadre.


Lieti per sempre tu e Boccadoro.



sabato 25 luglio 2026

Il ritorno

 

Un canto lieve si librava sopra le acque

laggiù nella valle magica di Agrigento

o alla fonte Castalìa, nella gola del Parnaso

alla danza delle luminose ninfe,

e Perseo scagliava lontano il capo oscuro

di Medusa accecante. Sorgevano allora

dalle onde del fiume coppie di virenti fauni

e cingevano le bianche ninfe leggiadre

con poderose braccia. Allora Artemide stessa

avrebbe ceduto alle lusinghe suadenti

come cori di cicale da frondosi tigli

o da ulivi argentati nel quieto soffio

del sole meridiano cullantesi fra i rami

in scintillanti occhi. O divina bellezza,

dove sei ora tu? Anche il volo dei cigni

più non scorgo alla foce del fiume.


Oltre il mare, là dove sorge Aurora

dalle rosee dita, nel vento sapido s’effonde

di salino e sui flutti canori un ricordo

remoto d’un’isola erta ed arcana

ove ancora l’amore respira di Nausicaa.


mercoledì 15 luglio 2026

J. W. Goethe, Viaggio in Italia

 






J. W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano, Meridiani Mondadori, 2002


E’ un diario di viaggio che oltre alla descrizione dei luoghi visitati riporta riflessioni, aneddoti, avventure vissute con presenza di spirito e fiducia nell’uomo (vedi episodio di Malcesine, p. 31-34), dove trapela una grande ammirazione per l’Italia e un atteggiamento di curiosità e bonomia a volte divertita nei confronti degli italiani o meglio degli abitanti della penisola.

Molto interessanti le osservazioni psicologiche sugli abitanti di Verona, Vicenza e Padova, che danno già a Goethe l’idea dell’italiano medio, intelligente, mediocremente colto, superficiale. In particolare lo attraggono le vicentine, quelle brune e ricciute, il tipo lombardo-veneto della donna bruna che ha molto più della francese che non della donna del sud, la quale ricorda a mio parere più le spagnole.

P. 63, quando parla dell’orto botanico di Padova, esplicita di passaggio la sua teoria sull’origine delle piante da un’unica pianta originaria, che è appunto il nucleo della sua “filosofia botanica”. Il breve accenno è molto importante anche perché ci presenta Goethe come appassionato di scienze naturali, ma non in quanto scienziato, bensì in quanto filosofo. E da qui si può anche capire perché Nietzsche fosse così invaghito di Goethe e lo ritenesse un modello di intellettuale e di uomo. Egli non è l’ossificato uomo scientifico, come lo descrive Nietzsche in Schopenhauer come educatore (III delle Considerazioni inattuali) ma è il pensatore originale, il creatore della visione della realtà, non il freddo compilatore di dati e il registratore di esperienze. In effetti nella considerazione del concetto di superuomo o oltreuomo bisogna guardare a Goethe.

P. 87. Interessanti le annotazioni sul carattere dei veneziani che avevano lo stesso gusto degli antichi greci per i bei discorsi e le rappresentazioni teatrali. Un’osservazione tecnica è interessante : “Il verso italiano, costantemente endecasillabo, è assai malagevole per la declamazione …”, il che è vero, basta pensare alle tragedie dell’Alfieri, dove l’endecasillabo è causa di quella continua frantumazione di versi che rende affannoso e stentato ogni dialogo dei personaggi, nonché ogni monologo.

P. 122, stupisce il fatto che molto spesso Goethe incontri viaggiatori di nazionalità inglese che a scopo di diletto visitano l’Italia. Erano evidentemente i primi veri e propri turisti.

P. 127, presso Perugia conosce un capitano dell’esercito pontificio e dopo una conversazione sulla fede cattolica e protestante, in cui il papalino ovviamente difendeva la tradizione condannando la cosiddetta eresia, il poeta tedesco così si esprime : “… dovetti ammirare la furbizia di questo clero, sempre preoccupato di respingere e di svisare tutto ciò che potrebbe far breccia e recare scompiglio nell’oscura cerchia della sua dottrina tradizionale.” E certo in fatto di oscurità ci sarebbe molto da dire, ma dopotutto basta leggere le parti dottrinali delle Confessioni di Sant’Agostino.

P. 128, ad Assisi visita subito il tempio di Minerva e non la basilica del Santo e questo evidenzia l’autonomia di giudizio e l’apprezzamento per la naturalezza dell’architettura antica e “pagana”. Libertà di pensiero e amore per la natura, ecco due aspetti che ci svelano il protestante e il discepolo di Spinoza. Ma anche il vero uomo, amato da Nietzsche, il vero filosofo assetato di verità.

P. 130, la basilica di San Francesco è definita “tetra” e questo giudizio estetico vale anche come giudizio morale. Tra le righe trapela la grande ammirazione per il razionale ed equilibrato paganesimo rispetto all’estatico ma anche fanatico e ottuso Medioevo cristiano.

P. 163, a Roma Goethe scopre il suo io più profondo, l’intima unione con lo spirito dell’Arte antica e con lo spirito del Rinascimento : “… perché in questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto d’esser nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede in Roma.”

P. 170, frecciata (valida per tutti i tempi) contro la pseudocultura provinciale italiana (a Roma) : “Bisogna abbracciare un partito, aiutarlo a imporre le proprie passioni e le proprie cabale, lodare artisti e dilettanti, denigrare i concorrenti, piegarsi a tutti i capricci dei grandi e dei ricchi. Perché dovrei unirmi anche qui, e senza alcuno scopo, al coro d’una simile litania che fa solo desiderare di fuggirsene dal mondo?”

P. 174, pagina interessante sulla prosodia tedesca, a proposito della sua Ifigenia. Lamenta l’incertezza, la mancanza di regole metriche chiare nell’alternanza di sillabe brevi e lunghe. Di conseguenza Goethe preferirebbe la prosa anche per i drammi. Noi italiani che avevamo regole certe siamo passati al verso libero che apparentemente non ne ha. La digressione di Goethe al fine di rintracciare queste regole che pure esistono può essere molto utile. In sostanza nella recitazione dei versi può risultare vantaggiosa l’enfasi con la quale alcune sillabe risaltano rispetto ad altre. E questa è una raffinatezza che non penso ignorassero gli antichi.

P. 194, a proposito del carnevale romano osserva che tutti ostentano allegria senza in realtà dare l’impressione d’essere davvero allegri. E’ proprio il carattere degli italiani, che all’apparenza sfoggiano contentezza da tutti i pori e poi in privato o in solitudine rivelano il loro fondo naturale di nera mestizia.

P. 222-226, l’episodio dell’incontro con la principessina e del pranzo nel palazzo Filangieri è veramente spassoso. Goethe dimostra una grande ammirazione per la nobiltà italiana in genere e curiosità per il popolo di cui indovina esattamente il carattere. Dei napoletani apprezza l’epicureismo, la gioia di vivere e una certa trasandatezza che contrasta col temperamento tedesco.

La descrizione del viaggio per nave da Napoli a Palermo è veramente interessante e suggestiva. La corvetta a vela navigava solo col favore del vento, che differenza rispetto ai traghetti di oggi che pure, nonostante i motori, non riescono a evitare le turbolenze delle tempeste. Il viaggio di Goethe in Sicilia mi ricorda il mio di parecchi anni fa. Io però partii da Genova e impiegai una notte e il giorno dopo sino al pomeriggio inoltrato. Goethe invece impiegò circa quattro giorni.

P. 264-266, suggestiva e pittoresca descrizione della grotta e santuario di Santa Rosalia a Palermo. Lo scrittore è colpito favorevolmente dal rituale e dall’esteriorità del culto cattolico, anche se lo intende in senso prettamente folcloristico. In genere ammira molto la Sicilia, è innamorato della sua atmosfera esotica ed orientaleggiante. Il suo clima e ambiente suscita la sua più sincera ammirazione, come nella descrizione dei giardini di Palermo e della nebulosità fantastica dovuta all’evaporazione, che avvolge ogni cosa come in un quadro surreale.

P. 269-274, la villa Palagonia è presentata nella sua bizzarra disposizione architettonica e con le sue statue di foggia mostruosa. Goethe non apprezza l’eccentricità, ma si attiene al gusto neoclassico.

P. 280, “L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima : qui è la chiave di tutto.” Com’è vera questa espressione, Goethe aveva già capito! In effetti i veri italiani sono i siciliani, ancora più dei toscani, che sono solo toscani.

P. 281, curioso l’incontro con i familiari di Cagliostro. Goethe ne fa l’albero genealogico e descrive l’episodio delineando con accuratezza le fisionomie e il carattere dei parenti e soprattutto della sorella e della madre. Notare che aveva imparato l’italiano, ma non intendeva bene il dialetto siciliano.

Nelle pagine seguenti non manca di rilevare la sporcizia nelle strade di Palermo, a causa del mancato intervento dell’amministrazione con un opportuno servizio di nettezza urbana. Ma allora l’amministrazione provvedeva unicamente a se stessa! E non è che adesso le cose siano molto cambiate.

P. 304-307, bellissima e fedele descrizione della valle dei templi di Agrigento (Girgenti). Non manca di rilevare la friabilità del tufo con cui sono fatti e si meraviglia abbiano potuto resistere tanto a lungo. Ammira la loro grandezza e maestosità, soprattutto di quel che rimane del tempio di Giove (un pezzo di colonna e un triglifo).

P. 308, non manca di constatare il pessimismo dei siciliani, a proposito dei discorsi della sua guida.

Dopo la bellissima descrizione di Taormina e i progetti circa una tragedia su Nausicaa, Goethe giunge a Messina, ancora nelle condizioni di città terremotata, e qui assistiamo al divertente episodio del vecchio governatore (p. 339).

Questo diario di viaggio non riporta soltanto notizie sulle bellezze naturali o artistiche, ma soprattutto sull’umanità incontrata che sembra affascinare l’autore più di tutto il resto.

P. 363-365, queste pagine d’elogio su Filippo Neri sono prova di grande apertura mentale e tolleranza in un protestante. Egli ammira l’eccezione e la grandezza dovunque essa appare, anche nell’umiltà assoluta di un religioso.

P. 374, è assai benevolo nel giudizio sul carattere dei napoletani, manifesta una forte simpatia per i cosiddetti “lazzaroni” e apprezza incondizionatamente la Campania per la sua bellezza e la dovizia delle sue terre. Indovina perfettamente il carattere gaudente degli abitanti di Napoli e dintorni.

P. 403, secondo soggiorno a Roma. Nella descrizione degli arazzi di Raffaello e nell’elogio dell’artista si scorgono in nuce i motivi dell’arte futura dei preraffaelliti nonché un culto per l’arte come “lotta nello sforzo del divenire“ che anticipa Wagner e Nietzsche.

P. 410, NB : nella Roma papalina del 1787 nel Mausoleo di Augusto si organizzavano lotte tra animali (bovini) come nell’antica Roma imperiale!

P. 441, a proposito delle opere d’arte antiche viste a Roma Goethe scrive : “Codeste somme creazioni artistiche furono prodotte dagli uomini, così come le somme creazioni della natura, secondo leggi reali e naturali. Tutto ciò ch’è frutto d’arbitrio, di presunzione, cade da sé e resta la necessità, resta Dio.” E qui si nota il discepolo di Spinoza.

P. 462, frase da seguire come regola fondamentale : “Bisogna scrivere come si vive, in primo luogo per noi stessi, e allora si esiste anche per chi ci è affine.”

P. 474-476, narra dell’innamoramento per una bella milanese, che però deve dimenticare perché la donna è già promessa sposa. Tuttavia le insegna i rudimenti della lingua inglese secondo un metodo originale e tutto suo, cioè partendo dal testo di un giornale, da cui ricava tutti gli elementi necessari. Purtroppo, come Werther, non è fortunato in amore.

Oltre a riportare il testo di articoli scritti da amici o conoscenti trascrive per intero la lettera in francese di un ammiratore un po’ ingenuo (p. 496). Non omette nulla di ciò che ha dato senso al suo viaggio.

P. 517-531, stupisce questa agiografia in lode di Filippo Neri, che viene presentato come un eroe cristiano, anzi cattolico, nonostante le molte bizzarrie del personaggio, che però per la loro apparente irragionevolezza suscitavano l’ammirazione d’un animo ormai volto alla sensibilità romantica.

P. 536-541, il “Ricevimento nell’Accademia dell’Arcadia”, circostanza in cui Goethe venne fatto “arcade”, con il suo rituale massonico rivela appieno la concezione che gli italiani ebbero ed hanno ancora della cultura e della poesia, cioè quella di un circolo ristretto di amici mafiosi. Il diploma conferito allo scrittore dall’Accademia e presentato nella lingua originale con evidente intenzione satirica è infarcito di errori di ortografia, di lessico e di sintassi e denota il livello veramente penoso della cultura italica del tempo.

P. 542-576. Si tratta di un vero e proprio “reportage” giornalistico sul carnevale romano, nel quale Goethe descrive con esattezza lo svolgimento a Roma dei giorni di carnevale nel cosiddetto “Corso” da piazza del Popolo a palazzo Venezia. La festa era rigorosamente ordinata secondo regole precise dalla autorità papalina e vedeva la partecipazione entusiasta sia del popolo che dell’aristocrazia. Il tutto dà l’idea di un modo di vivere all’insegna del puro edonismo dietro la minaccia della morte e di un’esistenza ultraterrena di pene in foschi presentimenti. Allora generalmente, a mio parere, si scatena la voglia di vivere e di godere e questo sembra essere il risultato della dittatura pretesca. Tuttavia lo scrittore non indugia nel moralismo e si limita a riportare quanto ha visto in un quadro grazioso e arguto.

P. 598 e sg., le pagine che ci presentano un estratto di uno scritto di Moritz, amico di Goethe, sono in parte all’insegna dell’estetica spinoziana.

P. 601, “… il bello non può essere conosciuto : dev’essere prodotto – oppure sentito”, estetica irrazionalistica, anticipa il simbolismo.

P. 620-622, incontra nuovamente la bella milanese e questa volta per confessione reciproca ha la conferma d’averla amata e di essere ricambiato. Ma deve partire per la Germania e gli resta solo di portarne con sé il ricordo.


martedì 7 luglio 2026

Vanity

 

Non è una tavoletta dei Sumeri questa

dove ti perdi immersa in magiche chimere,

ma un trionfo di vaniloquio e di vane

effigi di sciocche donne e semplici babbei,

tutta una vita scorsa in miniatura

e in fregole di miserabili bagasce.


Ma tu ormai per me sei proprio un nulla

perduta come sei nel metamondo.

Forse è meglio girare un mappamondo

e sognare le donne come Ariosto

che avere testa torta e fuori posto.