Hermann
Hesse, Narciso e Boccadoro, Milano, Mondadori, 2022.
Traduzione
di Margherita Carbonaro
P.
22, si accenna, con molta delicatezza, alle tendenze omosessuali
quasi inevitabili nell’ambiente monastico. Tra Narciso e Boccadoro
c’è in effetti un rapporto d’amore. Questo motivo richiama un
racconto cronologicamente precedente e in lingua inglese, opera di
Walter Pater, “Apollo in Piccardia”, compreso in Ritratti
immaginari. Il romanzo di Hesse è infatti del 1930, l’opera di
Pater del 1887.
Cap.
II, la sortita fuori dal monastero di Boccadoro e di alcuni compagni,
l’incontro con due fanciulle del villaggio vicino, la scoperta
dell’amore, il turbamento e l’amicizia intensa, altra forma
d’amore, tra Narciso e Boccadoro, tutto è abbastanza scontato, ma
è lo sviluppo dato alle vicende interiori, l’analisi psicologica,
quello che persuade e avvince.
P.
31, 32, il rapporto d’amicizia tra Narciso e Boccadoro è di tipo
socratico. D’altra parte Narciso è maestro di greco. Inoltre
Boccadoro ha nell’aspetto fisico qualcosa che ricorda Alcibiade (è
biondo e bello), è più giovane ed è sensuale. Ricordiamoci del
Simposio di Platone.
P.
43, i due amici sono i due opposti che si completano a vicenda, dice
Narciso :
… siamo
il sole e la luna, siamo il mare e la terra. Il nostro obiettivo non
è fonderci l’uno nell’altro ma riconoscerci a vicenda, e
imparare a vedere e onorare nell’altro ciò che siamo : un opposto
e un completamento.
P.
45, 46, Narciso a colloquio con Boccadoro definisce la propria
essenza che si rivela l’opposto di quella di Boccadoro, egli è
l’uomo dello spirito, l’arido ragionatore, che frequenta i
deserti della logica, mentre Boccadoro è l’artista, sensibile,
amante di madre Natura, propenso alla creazione. Si tratta dunque di
due poli opposti, ma solo in apparenza, in realtà si cercano,
ambiscono ad unirsi, perché sono presenti entrambi nell’anima
umana. Qui dunque i personaggi sono simboli e il romanzo si situa
perfettamente nell’ambito della letteratura simbolista e
psicologica del primo Novecento. Pensiamo a Freud e soprattutto a
Jung per quanto attiene alla curiosità intellettuale.
Cap.
IV, interessante il motivo della madre perduta e dimenticata di
Boccadoro e da lui ritrovata in sogno. La madre è un archetipo, è
il simbolo della madre universale e per questo vedi Jung, Simboli
della trasformazione.
P.
59, Boccadoro e la madre sono in stretto rapporto come Joshua e
Maria. Vedi Jung, Simboli della trasformazione, Torino,
Bollati Boringhieri, 1992, p. 223, nota 25 :
… un
dio palestinese, che forse aveva nome Joshua compare nella relazione
alterna di amante e di figlio nei confronti di una mitica Maria …
P.
85, 86, dopo la notte d’amore con la vagabonda Lise, Boccadoro
arriva quasi a comprendere il linguaggio degli animali. C’è forse
una reminiscenza del Sigfrido di Wagner? E Lise, il
personaggio femminile che seduce Boccadoro, non sembra una
reminiscenza di Brunilde, protettrice divina dell’eroe? Non è la
divinità femminile quella che inizia Boccadoro ai misteri della
terra, così come Narciso aveva rappresentato la voce della coscienza
e la via verso il cielo?
P.
95, 96, la bellezza sensuale di Boccadoro ne fa una sorta di
prostituto da strada, egli va vagabondando e a ogni fattoria si fa la
moglie o la figlia del contadino.
P.
108, nel carattere di Boccadoro ci sono delle incongruenze. Hesse
scrive che parla poco e si serve degli atti e della mimica del corpo
per trasmettere le proprie sensazioni e per affascinare, poi però
scrive che a Lydia avrebbe parlato molto della vita al convento e di
Narciso, inoltre che per la sua abilità a usare le parole potrebbe
diventare un poeta. Trovo insomma che il personaggio sia abbastanza
inverosimile e questo è il principale difetto del romanzo o forse ne
è un pregio? Certo se consideriamo l’opera come una sorta di fiaba
allora lo è. Non siamo più nella scia del realismo dell’Ottocento
e per quanto Flaubert, Zola e Tolstoj abbiano fatto scuola, ormai la
sensibilità e gli interessi artistici sono mutati. In questo caso i
personaggi agiscono su uno sfondo mitico, sono emblematici e
rappresentano forze luminose oppure oscure nelle vesti di eroi.
P.
129-132, l’incontro con il mendicante Viktor, la lite e l’uccisione
del mendicante sono narrati con grande sapienza psicologica come
anche la serie dei pensieri e delle allucinazioni seguenti.
P.
147, considerazioni sulla caducità della vita e sull’arte
eternatrice che giustificano le avventure di Boccadoro. Nel fluttuare
degli amori e nel suo vagabondare Boccadoro matura l’idea della
vanità della vita se vissuta per se stessa.
P.
156, si traccia lentamente il percorso spirituale di Boccadoro verso
la consapevolezza artistica. L’artista vero è sempre ispirato da
qualcosa di superiore di cui l’oggetto d’arte è il riflesso.
Essere artista non è un mestiere è una disposizione dell’animo,
una vocazione profonda.
P.
153-157, anche la psicologia di Maestro Niklaus, l’artista che ha
dato ospitalità e lavoro a Boccadoro, è resa con grande acume e
conoscenza del cuore umano.
P.
160, qui è presente il motivo romantico di amore e morte, ma
soprattutto bisogna pensare alle teorie psicanalitiche di Freud e di
Jung. Particolarmente quest’ultimo sembra essere la fonte della
figura della madre, di Eva, vedi Simboli della trasformazione.
Scrive Hesse :
La
madre era Eva, lei era la fonte della felicità e la fonte della
morte, lei partoriva in eterno, uccideva in eterno, in lei amore e
crudeltà erano una cosa sola e la sua figura, quanto più a lungo la
portava in sé, divenne per lui una parabola e un simbolo sacro.
Boccadoro
è un personaggio emblematico, rappresenta l’artista stesso, cioè
Hesse, senza freni sociali, libero di manifestare tutti i propri
impulsi e istinti che nel caso dell’artista sono essenzialmente
erotici.
P.
173, concezione dell’arte desunta dalle riflessioni di Boccadoro di
chiara matrice simbolista (“il mistero”).
P.
177, la visione interiore della “Madre eterna” è molto simile a
quella della Natura nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”
di Giacomo Leopardi. Anche qui ci appare una donna gigantesca seduta
ai margini del mondo, indifferente alla sorte degli esseri umani.
P.
192, durante un’epidemia di peste Boccadoro e un suo compagno
vagabondo incontrano morti dappertutto e villaggi abbandonati. A
Boccadoro compare sempre la donna gigantesca :
A
volte gli riappariva l’immagine della Madre eterna, un viso pallido
e gigantesco con occhi da Medusa e un sorriso grave, pieno di dolore
e morte.
P.
201, nell’episodio dell’uccisione del vagabondo (non il suo
compagno di viaggio), che ha tentato di violentare la sua donna del
momento, Boccadoro mostra di essere una vera forza della natura, un
essere totalmente dominato dall’istinto, un essere potrei quasi
dire “dionisiaco”.
P.
203, di nuovo appare a Boccadoro il viso di Eva, la Madre primigenia
: “… gli occhi, grandi occhi pieni di voluttà e del desiderio di
uccidere.”
Ella
è come la Cibele dell’Attis di Catullo :
Dea
magna, dea Cybebe, dea domina Dindimei,
procul
a mea tuos sit furor omnis, era, domo; … (vv. 90-93)
Anche,
dopo le avventure con altre donne, l’incontro con la bionda e
formosa Agnes rivela la presenza della Madre terrificante, secondo la
definizione di Jung, perché infatti dopo una notte d’amore con
lei, Boccadoro cadrà nel tranello teso dal conte, a cui appartiene
la donna, e finirà in prigione. Agnes è bellissima, una sorta di
compendio di tutte le donne che Boccadoro ha avuto, e, si noti, è
anche molto somigliante a sua madre, della quale egli ha un vago
ricordo infantile, come lei è bionda, bella e piena di vita.
Leggendo
questo romanzo non soccombiamo alle esigenze della verisimiglianza!
Qui si è immersi in un’aura simbolica ove tutto è trasfigurato e
l’uomo dionisiaco è contrapposto all’uomo parmenideo, in un
continuo rimando di allusioni e di opposizioni significative. In
particolare l’uomo dionisiaco è alla ricerca costante della
perduta madre. E
questa si identifica infine nella madre di tutti gli esseri umani,
l’Eva primigenia. Si
veda a tal proposito l’opera di J. K. Huysmans, À
rebours,
1884,
cap. V, dove appare Salomé (“la Bête
monstrueuse … l’Hélène antique”).
Boccadoro
è inoltre dominato interamente dalla propria libido,
che coincide secondo Jung con la forza vitale. Egli è l’uomo
dionisiaco che s’apre interamente alla vita, a una vita totale,
assoluta che non conosce limiti né vincoli. Per questo il
personaggio appare così eccentrico e paradossale. Non è un uomo
comune, è l’uomo dionisiaco che s’agitava nel cuore di Hesse.
Nel
cap. XIX Narciso ha accolto dopo averlo strappato alla prigione
Boccadoro e, dopo che costui ha creato con le sue mani una splendida
statua della Madonna, comincia a capire l’essenza del genio
dell’amico e a riflettere sulle differenze della loro personalità.
In particolare (p. 281) avverte come l’immersione nella vita
disordinata del mondo nel caso di Boccadoro non ha estinto il divino
che era in lui, ma anzi è stata una prova coraggiosa ed eroica,
superiore alla sua scelta monastica.
Venuta
meno la libido, la forza vitale, che ha governato e
giustificato le azioni e il pensiero di Boccadoro in tutta la sua
vita precedente, l’uomo è consegnato alla vecchiaia e alla morte.
Egli è l’uomo dionisiaco, l’uomo naturale, appartenente agli
istinti, alla coscienza intuitiva e perciò superiore all’amico
Narciso, devoto alla ragione. Teniamo presente che la filosofia di
Bergson (L’evoluzione creatrice, 1907) aveva proprio
sottolineato l’importanza dell’istinto e dell’intelligenza
intuitiva. Non c’è dubbio che Boccadoro rappresenti, anche in base
all’insegnamento di Nietzsche, una nuova figura di uomo in una vera
e propria rivalutazione della sessualità. E questa è intesa non nel
suo riferimento puramente corporeo ma nell’accezione più vasta di
forza, di Eros, come nel Simposio platonico, dove è sorgente
del fuoco poetico, dell’impulso creativo.
Nell’ultimo
capitolo, venuta meno la forza vitale, Boccadoro muore assistito da
Narciso, al quale rivela la sua fede incrollabile nella figura
materna, nella Madre, nell’Eva primigenia, o anche nella Venere
genitrice.
In
questo mistero del culto femminile viene in mente il mito di Venere e
Adone, così mirabilmente evocato da Shelley :
Oh,
weep for Adonais – he is dead!
Wake,
melancholy Mother, wake and weep!
(Adonais,
III, vv. 19, 20)
P.
S.
L’amico
e collega Antonio Marcianò ha composto quasi a completamento della
figura di Narciso, che nel romanzo rimane un po’ in ombra, essendo
questo prevalentemente concepito intorno al protagonista Boccadoro
che splende di luce propria, un poemetto degno di essere riportato in
queste pagine per la sua bellezza e la sua forza.
Narciso
E
ora sei solo, ora che l’amico
è
lungi, errabondo tra fitte foreste
e
prode immerse nel silenzio pudico.
E’
l’alba e i raggi, quali auree reste
per
il vento, tremolano leggiadri.
Ora
sei solo e un’ombra celeste,
traverso
la grata, istoria i quadri
sul
piancito. Quieta è la tua cella,
e,
mentre negli angoli ancora adri,
il
murmure delle lodi s’inanella,
la
pace alfine pervade il cuore
e
la fede in Cristo lo suggella.
La
fede è alma rugiada sul fiore,
per
le rondini sconfinato cielo,
nelle
tenebre tepido chiarore.
Nutrita
con il verbo del Vangelo,
fra
triboli e prove ti guida sereno,
scioglie
dell’accidia il duro gelo.
Ora,
gli occhi fissi sul Nazareno,
sulle
parole solenni della Torah,
si
empie di dolce letizia il seno,
nel
gustare il miele della Verità.
E’
mattina e incedi nel chiostro:
da
lì contempli rosee corolle,
il
sole alto, in un’aureola d’ostro,
risplendere
sul declivio molle
di
pioggia, gli abeti come picche,
poggi
aprichi, scintillanti polle.
Più
lontano immagini ricche
città,
con mura merlate e torri
a
dominare cupi boschi e bricche.
‘Tu
ora, amico, forse rincorri
l’amore
in quelle gaie contrade.
Boccadoro,
tu che sdegni e aborri
la
quiete del monastero, a masnade
e
brigate ti unisci, ma già ripensi
il
fratello sincero, già ti pervade
il
rimpianto delle preci, degli incensi
aulenti
nella penombra del coro.
Che
entusiasmi, che sogni immensi!
E’
qui, tra queste mura, il tesoro
che
cerchi, non nel grembo lascivo
di
donne, non fra la porpora e l’oro
di
calde alcove, nell’amplesso furtivo…’
Eppure
quante volte, Narciso, lotti
contro
la lussuria! Prendi il nerbo
e,
in quelle tormentose notti,
umili
il corpo. Il dolore è acerbo,
ancor
più acerbo il senso di colpa.
Sai
di essere dotto ma superbo,
sai
che nulla è a tua discolpa,
così
le staffilate raddoppi
e
il colpo estremo quasi ti spolpa.
Pare
che il cuore in seno ti scoppi
per
l’acre contrizione - ahi vana -
poi
che al disvolere il volere accoppi.
E’
questa la tua vita, pia ma strana,
un
groviglio di spini coperto
da
un drappo di morbida lana.
Cadi
in ginocchio nel lume incerto
di
fronte al crocefisso. Bianca
fuori
la luna vacilla nel deserto
scuro.
Ah, Narciso, che ti manca?
Se
con te è Dio, perché ti abbatti?
Perché
il desiderio ti sfianca?
Perché
ancora e ancora combatti?
Eravate
fanciulli, sì diversi,
eppure
uniti da un filo sottile,
leggevate
nei cuori, specchi tersi.
Ricordi
il respiro primaverile,
le
corse e il brio nella radura,
i
prati, le vigne in lunghe file.
Allora
splendeva l’età futura,
pregustavi
la pace del convento,
la
veneranda umiltà, la tonsura.
Ignoravi
che egli, lieto e scontento,
andrebbe
lungi, ignoravi l’inferno
dell’assenza,
dello struggimento.
Col
pensiero segui l’amico fraterno,
ti
figuri gli occhi celesti, la voce,
così
quasi oblii la virtù e l’eterno.
Poi
ti prosterni di fronte alla croce,
pentito,
forte il torace percuoti.
Così
si disacerba la pena atroce
e
l’animo s’acquieta fra gli immoti
silenzî
e il sussurro delle preci.
Quant’è
meglio il chiostro agli ignoti
rischi
del mondo, alle alterne veci!
Ora
contempli le rose fragranti,
i
passeri che trillano fra i rami,
le
colline fiorite, verdeggianti.
Nelle
creature che lodi e ami,
ami
e lodi il Creatore. Lassù voli
di
rondoni, delicati ricami,
qui
il canto soave degli usignoli
si
spande tra le esili colonne
e
le bifore. Qui meditare suoli,
eppure
talora nella notte insonne,
ti
attorniano immagini e volti:
ti
circondano seducenti donne,
pelli
profumate, corpi avvolti
in
gamurre, bei seni prosperosi,
braccia
candide, capelli sciolti…
Ma
tosto allontani gli odiosi
pensieri
e, afferrata la frusta,
sferzi
le terga e gli omeri nodosi.
Quanta
è fallace la tua augusta
degnazione,
allorché, radunato
il
capitolo, decreti la giusta
pena
al monaco che ha tralignato!
Triste
esci sotto l’argentea volta:
stille
di pioggia, rilucono le stelle.
Dov’è?
Che pensa? Anch’egli ascolta
la
voce del fiume fra le alberelle
e
percorre solitario un sentiero
e
un amaro tormento gli svelle
il
cuore o beve vino sincero,
tra
carole gaie e opimi conviti?
Scordasti
l’amico, il monastero?
Dunque
sono quei tempi finiti
e
la vita è morire ogni giorno,
fra
gesti uguali, luoghi romiti?
Accendi
una candela e intorno
si
diffonde dorato un alone,
rischiara
l’altare disadorno.
Devota,
silente un’orazione
sgorga
dai precordî e, nella luce
che
scivola fra il coro e l’ambone,
s’irradia
fervida la vera Luce,
l’Amore
paterno che rasserena,
la
Grazia divina che conduce
oltre
la misera vece terrena.
Ammiri
il mirabile affresco
dell’abside:
Cristo nell’agonia,
il
cielo cupo, temporalesco,
incombe
sul Golgota. Maria,
le
braccia tese, fissa il Figlio,
vittima
di inumana follia.
Bianco
è il suo viso, come giglio,
mesti
gli occhi, ma il Salvatore,
spargendo
il Suo sangue vermiglio,
redime
il mondo. Oggi muore,
ma
risorge nell’eterna gloria,
per
sempre immortale splendore,
per
sempre magnifica vittoria
sul
turpe peccato e sulla morte.
Egli
è il Re del Tempo e della Storia,
Egli
spalanca del Regno le porte
e
accoglie nell’abbraccio misericorde
le
anime al tripudio risorte.
Ormai
il ricordo più non morde,
ormai
lo Spirito rinconcilia
Terra
e Cielo, in un concento concorde.
Della
Vita la morte è la vigilia.
Quale
folgore che, repentina,
cade
sugli elci e il fuoco presto
guizza
lungo il crinale e la china,
similmente
subitaneo, funesto
un
pensiero t’assale: ora apprendi
la
ragione che ti fa tanto mesto.
Ti
pare che una fiamma incendi
il
cuore disperato, che ti bruci
le
viscere. Al cordoglio t’arrendi:
così
ti aggiri nelle incerte luci
del
crepuscolo e non trovi pace.
Vai,
il volto terreo, gli occhi truci,
nei
luoghi ove ogni suono tace
e
non trovi requie. Tutto inane:
mentre
laggiù sfrigola la brace
di
occidui rai fra tenebre arcane
e
il Cigno plana silenzioso
sovra
le cime fosche, lontane,
comprendi
la ragione che odioso
ti
fa a te stesso. Non hai sollievo:
mentre
percorri il sentiero sassoso,
dimentichi
Dio e ripensi l’allievo.
E
sai perché sei tanto infelice,
sai
perché il povero cuore si spezza,
ben
conosci del male la radice.
Rimembri
la sorgente, la carezza
del
vento sull’erba, le ore liete
a
immaginare il futuro. Dolcezza
distillavano
i giorni, quiete
le
notti sotto l’argenteo ventaglio
della
luna tremante fra le quercete.
Quali
corrusche faville di un maglio
gli
astri. Brulicavano i grilli
nelle
notti estive, il barbaglio
dei
rintocchi in diafani zampilli
dai
campanili… Eravate sereni:
ignoravi
i perenni, amari assilli.
Fra
i libri e gli studî ameni,
solevi
menare alacri gli anni.
Oggi
indarno speri che baleni
la
luce che fu tra gli affanni.
Oggi
lacrime intridono il pane
e
all’infelicità ti condanni,
poi
che le orazioni sono vane.
Chiudi
la Bibbia, spengi la candela
e
attendi il sonno, ma inquieta
l’ombra
aleggia e l’animo gela.
Un’angoscia
ti consuma segreta,
non
hai requie neppure un istante;
ti
venne in uggia la vita da asceta.
Il
tempo è una pena lancinante,
il
letto è un giaciglio di spine.
Ti
alzi, corri via nel buio tremante
di
brezza. Così, bramando la fine,
folle
ti slanci verso il precipizio,
ti
arresti proprio sul confine.
Non
sai che la vita è sacrifizio?
Che
occorre perseguire la virtù?
Ma
tu pazzo, pensi al novizio
e
ti ripeti: “Mai più, mai più, mai più”.
Nella
notte il verso dell’assiolo
ripete:
“Mai più, mai più, mai più”.
Dov’è
Dio, se ti senti così solo?
Perché
nessuno terge il pianto
che
erompe per l’atroce duolo?
Perché
la vita è stretta nel rimpianto?
Un
altro inverno: la brina trama
i
rami del pesco nel verziere
e
il rovaio, acuminata lama,
fende
riverberi di ombre leggere.
Il
sibilo s’insinua fra gli archi
e
le volte, illustra le raggiere
delle
costellazioni. E tu varchi
il
limitare del tempo, aspetti
che
nel cielo brillante s’inarchi
la
luna. Erri triste fra diletti
ricordi,
cerchi un senso, cerchi Dio,
ma
trovi solo aridi concetti.
Osservi
nel cielo lo sfrigolio
degli
astri, ascolti stormire le fronde,
l’azzurro
bisbigliare del rio
e
tutte le cose arcane, profonde
paiono
celare ombre di simulacri,
là
dove la tenebra si confonde
col
nulla ed evoca enimmi sacri.
Se
solo il petto non fosse anelo,
se
solo gli inni fossero lavacri
o
ali che volano verso il Cielo!
Conosci
il tuo destino, Narciso:
sei
lungi dagli altri, da te stesso,
languido
a guisa di fiore reciso.
Così
resti silente, oppresso
da
oscuri turbamenti, da fallaci
speranze,
abbacinato dal riflesso
di
sogni svaporanti fra le braci
delle
ultime stelle. Rosea l’alba
dispiega
veli di ombre fugaci.
Spare
la luna nella bruma falba.
Sui
declivî laggiù in ampi drappi
si
svolge adagio la luce scialba.
E
tu desolato sempre ti aggrappi
ai
ricordi: sembra che il passato
incomba
sui precordî e ti strappi
l’anima.
Neppure il cielo solcato
da
azzurri voli ti riconforta,
neppure
il pascolo imperlato
di
rugiada. Ora il vento ti porta
la
polvere di memorie disperse…
Ed
è già sera: nella quiete assorta
esala
l’aura di corolle terse.
E’
giunto dianzi al tuo capezzale:
negli
occhi glauchi brilla ancora
il
giovanile ardore, ma l’ovale
del
viso – oh sembianza che accora –
incornicia
l’augusta canizie,
mentre
una lacrima diafana sfiora
la
guancia. Ora rivivi le primizie
della
vita, gli anni trascorsi insieme,
i
dolci dolori e le amare letizie:
vuoi
parlargli, ma lo spasmo preme
il
petto infermo e ti toglie la voce.
Oh,
se solo germogliasse il seme
della
fede in questo mondo atroce!
Trovasti
il senso ultimo, amico mio?
Mi
genuflessi a piè della croce,
ma
m’imbattei nel silenzio di Dio.
E
tu tornasti alla rimpianta Madre?
Ora
oltre le cose mute un brillio,
lo
sguardo amorevole del Padre…
Nel
chiostro sull’aneto e l’alloro
due
vanesse aleggiano leggiadre.
Lieti
per sempre tu e Boccadoro.