Sant’Agostino,
Le confessioni,
Milano, BUR, 1998
Libro
IV, cap. XII (p. 186) : “… ubi sapit veritas? Intimus cordi est,
…”. La divinità è dentro il nostro cuore, così la verità che è
Dio stesso. Infatti quell’aggettivo “intimus” non concorda con
“veritas” ma con “Deus”. La verità cioè è nella nostra
coscienza e solo essa può rendercene partecipi. Il merito di
Agostino sta proprio nel ruolo fondamentale da lui attribuito alla
coscienza. Per la prima volta nella letteratura un autore si mette a
nudo senza atteggiarsi, senza voler sembrare più di quello che è.
Si può giustamente considerare Agostino un precursore di Rousseau,
le cui Confessioni,
sicuramente molto più esplicite e senza reticenze, come anche
decisamente “laiche”, sono legate anche nel titolo al nuovo
genere letterario creato dal vescovo di Ippona. E vi è una pagina
nello scritto di Agostino che davvero può dirsi sorella carnale
dell’opera di Rousseau, quel cap. XXX del libro X dove confessa di
non essere stato abbandonato del tutto dagli stimoli del sesso, che
neppure la ragione e i doveri di ecclesiastico riescono a soffocare
completamente.
Si
tratta di uno scrittore dalla psicologia complessa e tormentata, che
un temperamento ardente rende fanatico nella fede ed eccessivo nel
rigore morale, ma non gli si può negare una profonda comprensione
dell’umanità e una sincera dichiarazione delle proprie debolezze.
Il
suo temperamento fanatico e nervoso lo porta agli eccessi del rigore
morale come quando nel cap. XXXIV del libro X giunge a condannare il
piacere derivato dalla vista, mentre avrebbe forse fatto meglio a
moderare le sue ire contro gli eretici, cioè contro chi pensava
diversamente da lui. Edward Gibbon nella sua Storia della
decadenza e caduta dell’Impero romano
non gli lesina critiche e giustamente lo considera assai affine al
protestante Calvino.
Finalmente
nel libro undicesimo compare il filosofo che subentra al teologo
fanatico e Agostino ha tutta la nostra stima. La sua dissertazione
sul tempo è chiaramente di matrice platonica e prelude alla
dissertazione analoga di Schopenhauer nel Mondo come
volontà e rappresentazione,
libro IV, 54. All’inizio del cap. XXIII del libro XI si fanno
osservazioni sulle misurazioni del tempo ad opera degli astronomi.
Questo mi offre l’occasione di riflettere sul nostro concetto di
tempo che in effetti è convenzionale perché basato sul moto
rotatorio della terra ed ellittico intorno al sole. Ma come nota
Agostino “cur enim non potius omnium corporum motus sint tempora?”.
Il tempo in effetti è soggettivo e come tale illusorio. Il tempo
convenzionale è appunto una convenzione non una realtà assoluta.
Perciò giustamente, come suggerisce Agostino, è illusorio. Nei
capitoli seguenti si sottolinea proprio questa illusione del tempo,
il quale in definitiva è più che altro dentro di noi, è frutto
della nostra mente, dell’anima. E in effetti se noi fossimo fuori
della vita materiale esso non esisterebbe per noi.
Nel
cap. XXX si dice chiaramente che la razionalità umana rispecchia
quella divina (“in forma mea, veritate tua”) e questo è molto
importante per rendersi conto che la filosofia per Agostino è
strumento per la ricerca della Verità che è Dio.
Le
considerazioni sulle parole della Genesi
circa la creazione del mondo sono assai profonde, anche se opinabili,
ma poi ecco che vien fuori il suo temperamento ardente e fanatico
nell’espressione (cap. XIV del libro XII) : “odi hostes eius
vehementer : o si occidas eos de gladio bis acuto, et non sint hostes
eius!”, riferendosi ai nemici della parola di Dio o di Dio stesso.
Purtroppo nessuno è perfetto e qui abbiamo l’esempio di
un’intelligenza superiore che però ha avuto in retaggio un
temperamento sensuale e violento.
Quanto
alle riflessioni circa la creazione del mondo prima del tempo e dello
spazio si potrebbero accompagnare per contrasto a quelle di
Schopenhauer nei suoi appunti di filosofia a margine delle letture
indiane (A. Schopenhauer, Il mio Oriente,
Milano, Adelphi, 2007, traduzione italiana degli scritti sparsi del
filosofo). Giustamente il filosofo tedesco sostiene l’eternità
della natura e delle anime, perché porre una creazione ex
nihilo conduce direttamente a
una concezione della morte come dissolvimento nel nulla. E in questo
caso al povero individuo che ne viene (non voglio essere blasfemo!)
dell’esistenza di Dio? Il Dio ebraico premia infatti o punisce il
suo popolo sulla terra, non in un aldilà che non esiste, dal momento
che la religione ebraica originaria non prevede l’immortalità
dell’anima.
Certo
l’aspirazione di Schopenhauer al Nulla gli fa concludere che la
vita non vale neppure la pena d’essere vissuta e se questo vanifica
quasi evangelicamente ogni vanità terrena, pone dinanzi ai nostri
occhi un altro problema ossia quale deve dunque essere la nostra
vita?
Se
Schopenhauer risulta perciò profondamente problematico, per
contrasto Agostino risulta uno speculatore raffinato quanto
inconsistente. Quelle sue congetture sulle parole della creazione nel
libro della Genesi
sono suggestive quanto prive di senso e sembrano più un’ostentazione
da abile rètore che un discorso che miri a cogliere la verità. Che
cosa significa per noi il cielo e la terra invisibili o il fatto che
lo Spirito si librasse sopra le acque? Egli gioca con
l’interpretazione figurale della Scrittura e per giunta la prende
alla lettera. Mi dispiace per lui, ma per me, povero lettore, la noia
prende il sopravvento e un senso di radicale delusione vi si
accompagna. La concezione neoplatonica della luce che sovrasta e
vince le tenebre della materia si sovrappone alla tradizione ebraica
nel tentativo di utilizzare l’Antico Testamento ai fini della
concezione cristiana, ma ne risulta una forzatura per quanto lo scopo
sia encomiabile. E ne risulta anche che il discorso di Agostino sia
meramente eloquenza, retorica, per quanto apprezzabile, né filologia
e tantomeno filosofia.
E
tuttavia pur nella congerie delle implorazioni, delle citazioni
bibliche e nei bagni di olio santo, qui si trova anche del buono,
intendo un’autentica aspirazione alla Verità. Agostino intuisce
che la realtà della nostra vita terrena adombra una realtà che ci
sfugge e che è superiore, cui anela nel superamento delle umane
miserie e degli egoismi delle brame, in questo egli è davvero
filosofo nel senso proprio del termine e come tale si presenta ai
nostri occhi al di là della fede religiosa cristiana, come di
qualunque altra fede. Allora ci riconosciamo in lui e sentiamo che ci
appare finalmente un Maestro.