sabato 31 gennaio 2026

La chioma

 

Onda marina scintillante si disegna

come un arabesco, in spirali serpentine

un fiabesco dardeggiante basilisco

si muove all’inganno su volute di spuma

leggere quasi criniere candide

di corsieri in fuga nel vento.

Tu così lievemente coricata flessuosa sul fianco

ti avvolgi nelle lunghe volute dorate

in apparente fiamma, seducente verbo

culminante fuori sul mare in tempesta,

ed echeggia la voce tua quasi volo d’arpa

cinto di sistri al lume dei tuoi occhi,

ove palpita l’oceano.

Cosa ti distingue da me? Io stesso

vibro nel tuo sangue e sono fibra

dei tuoi capelli. La pioggia cade

ora lenta, ora greve, o leggera o forte

e tu sei la mia morte ed io la vita intera.


lunedì 5 gennaio 2026

Mario Praz, La casa della vita

 







Mario Praz, La casa della vita, Milano, Adelphi, 2012



Si legge come un romanzo, d’altra parte come si potrebbe definire, forse saggio autobiografico ? Noto il periodare ampio, musicale, alla Walter Pater, che si alterna armoniosamente a frasi più brevi. Il lessico è ricercato, a tratti un po’ paludato, di gusto vagamente dannunziano. Lo stile ricorre spesso alla digressione e nel complesso è piacevole e cinto di seduzioni tratte da sensazioni, reminiscenze, passione da collezionista raffinato.

Quando parla dei due busti di metallo a p. 30, che gli risvegliano il ricordo d’un compagno d’università, è originalissimo il passaggio dalla descrizione d’un oggetto d’antiquariato alle sensazioni che ha provocato e alla vita interiore che nel ricordo gli è collegata, in un discorso fluido che passa dal presente al passato in un continuum che ricorda la prosa di Proust, cui peraltro accenna, vedi episodio della rimembranza di Swann a proposito di Odette.

Descrive gli oggetti d’arte di casa sua, passando nelle associazioni d’idee da un ricordo all’altro, da un aneddoto a un ritratto fisico e poi morale, preso dal puro gusto della digressione, che diventa il vero motore di questa prosa d’arte mirabile.

P. 46-50, quando riferisce le memorie della zia arteriosclerotica il suo stile si fa breve e lapidario, con pochissime subordinate, quasi un discorso infantile. Egli ricorda proprio tutto dei dialoghi avuti con i parenti e questi si snodano innanzi all’immaginazione del lettore come un racconto sempre nuovo.

P. 53, osservazione interessante sul mondo contemporaneo, dove ogni cosa cambia per favorire la rapidità dei consumi. Nella società dei consumi infatti la storia della casa non ha più senso perché ne viene cancellata ogni traccia di possibile memoria.

P. 54, 55, Praz, pur essendo un anglista, è imbevuto di cultura classica e cita Properzio durante la descrizione d’una gita a Veio come un raffinato umanista.

P. 72, osservazioni sul costume e la moralità dei tempi nostri perfettamente attuali, nonostante la velocità nei mutamenti delle abitudini (sessuali). Il nostro tempo è decisamente il tempo dello squallore.

P. 98, veramente divertente l’episodio della visita al castello di Chatsworth alla ricerca di un busto di Laura di mano del Canova, del quale Praz possedeva una copia scartata dall’autore perché difettosa. Prima di recarsi al castello aveva bevuto troppa birra e di conseguenza l’impellente bisogno lo tormentava con continue interruzioni alla visita ufficiale per altri tipi di visite. Inoltre dimentica di vedere proprio quell’opera del Canova per la quale si era recato in Inghilterra.

P. 104, anche nella descrizione della camera da letto del suo appartamento a Palazzo Ricci (in Roma) lo stile di Praz nel suo fine umorismo ricorda un po’ Laurence Sterne.

P. 111, 112, un amore rievocato dalla gioventù, l’amore per la giovane Doris, costituisce il primo episodio “sentimentale” che s’inserisce perfettamente in quest’opera dedita al bello, così lontana ormai dai gusti contemporanei, decisamente involgariti. Praz si mostra così grande psicologo oltre che grande narratore, e soprattutto grande innovatore, perché il suo libro si legge come un romanzo anche se del romanzo non ha affatto l’aspetto.

P. 121-124, “Due paia d’occhi azzurri” è un capitolo dedicato alla figlia e alla madre, in cui si manifestano le doti proprie a Praz cioè quelle del grande prosatore, che in questa lunga descrizione e rievocazione di occhi fanciulleschi e materni raggiunge l’intensità della poesia.

Seguono pagine di ricordi in Inghilterra presso la famiglia della moglie e in Italia durante l’ultima guerra, degne della penna di Walter Pater, che peraltro viene richiamato nella citazione del suo Mario l’epicureo.

Le memorie si estendono all’ambiente romano frequentato da Praz e cioè quello universitario e intellettuale. Fa così una sorta di satira di Giorgio Pasquali e di Benedetto Croce, quest’ultima abbastanza pungente (p. 136, 137).

P. 150, definisce il suo appartamento un “paradiso artificiale” e in effetti esso è concepito e perseguito come la realizzazione di un’opera d’arte della quale Praz vuole essere l’inquilino.

P. 164-168, “L’altare”. In questo brano composto anni prima Praz rivela doti di grande prosatore. Lo stile e in parte il contenuto riecheggiano l’ambiente circostante, a tratti grandioso e magniloquente, talvolta pervaso da una sensibilità squisita e quasi chiaroveggente, il cui modello è, ancora una volta, Walter Pater, l’autore, fra l’altro, del Fanciullo nella casa, a cui in parte sembra ispirarsi, nell’ingenua ma raffinata rievocazione dei pensieri e della sensibilità dell’infanzia e dell’adolescenza. Anche la mania collezionistica di Praz sembra esser fatta risalire a un’epoca nella quale i simboli della religione erano assurti al rango di opere d’arte ma anche di feticci.

Il pregio di quest’opera è che si tratta di una divagazione continua sicché si arriva pure a parlare di suicidi “politici” e di MacCarthismo (p. 170, 171). L’interpretazione del suicidio dell’intellettuale Matthiessen come di quello di Pavese è assai plausibile e comunque denota una grande capacità di introspezione psicologica. Praz non è un settario e non è un uomo venduto alla critica militante, la sua indipendenza di giudizio è assoluta, libera da vincoli ideologici, per questo si legge con interesse.

P. 171, l’allusione a Denys l’Auxerrois di Walter Pater a proposito d’una statuetta di cera dal fascino “decadente” mostra quanto nell’opera dello studioso e del traduttore sia unito strettamente alla sensibilità e alla sua vita, i suoi saggi sono il frutto in gran parte di una vera condivisione e affinità esistenziale.

P. 177, la brevissima citazione ironica sull’Estetica di Benedetto Croce inserita nella dotta dissertazione sulle cere denota l’atteggiamento intellettuale di Praz come critico e studioso avverso a idee preconcette e a ideologie. Il suo giudizio è veramente libero e quindi personale, non impersonale, ideologico e quindi non libero, anche se sappiamo che l’oggettività nel giudizio, quando pretende di presentarsi come tale alla ragione, è praticamente impossibile.

Le digressioni danno seguito a ricordi di vita vissuta che si svolgono come novelle. Così è per la rievocazione d’un innamoramento, d’una compagna di università che si presenta all’improvviso dopo anni a casa sua. L’episodio è circondato da un alone di romanticismo, ma purtroppo la donna si rivela completamente pazza (p. 178-183). Nella lettura ci si sente bene, si assapora con lentezza la vita umana, l’umanità di un intellettuale che sembra ormai un nostro parente o uno zio che ci racconta episodi del suo passato.

P. 185, 186, presenta un mobile già alla Capponcina e quindi un tempo posseduto da D’Annunzio, che portava in cima una decorazione di clessidre che furono sostituite dal poeta da altrettante lampadine della stessa forma, per illuminare più efficacemente al posto delle candele e delle lampade a olio, anche se per queste ultime egli aveva una netta preferenza. Nella citazione dalla Vita di Cola di Rienzo si può notare lo stesso gusto, la stessa mania per l’arredamento che fa di Praz un autentico discepolo del poeta abruzzese, perché i due si assomigliano soprattutto per la capacità ricettiva e sensitiva, per quel dominio dei sensi che ambedue riconobbero, l’uno attivamente e l’altro in modo riflesso.

P. 209, 210, nelle rievocazioni di episodi dell’adolescenza rivela un precoce temperamento d’artista, nella sensibilità estrema e nel gusto per le forme e i colori, che si accompagna a una egualmente precoce mania di collezionista (la passione per i francobolli). E ci rivela altresì un mondo ora completamente scomparso, una società che anche ai più alti livelli restava composta e sobria e sapeva convivere altrettanto sobriamente e signorilmente con i ceti più bassi.

Bisogna confessare che il libro non è di facile lettura, soprattutto laddove descrive oggetti d’antiquariato in maniera forse troppo minuziosa, però ha il pregio di intervallare alle descrizioni informazioni storiche, biografiche e aneddoti in maniera tale da rendere il tutto piacevole. Questo si riscontra particolarmente nella parte intitolata “Camera di Lucia”.

P. 251-254, interessantissimo il ricordo dell’amicizia con Eugenio Montale, allora scopritore e cultore di Italo Svevo. Veniamo così a sapere che Praz disegnava e aveva fatto caricature sul personaggio di Emilio Brentani di Senilità, che furono inviate all’autore triestino e che questi apprezzò. Per il resto Praz fu all’estero un vero intermediario culturale e promosse in Inghilterra la poesia di Montale che di riflesso fu valorizzato anche in patria. Così la figura di Praz si mostra centrale nella cultura italiana della prima metà del Novecento, come poi ne fu un punto di riferimento e un pilastro portante nella seconda metà.

P. 260, 261, il suo incontro con Croce, che dette origine a una sorta di apparente amicizia, pone in evidenza l’insopportabile moralismo crociano (assai evidente nella Storia d’Europa). Il personaggio di Croce risalta in tutta la sua prosopopea, e l’osservazione del Praz che di lui non sarà in futuro apprezzata la filosofia quanto l’ ”arguta e vasta erudizione di storico e aneddotista” è sicuramente profetica.

P. 269-271, Praz in Inghilterra ebbe il privilegio di conoscere personalmente una modella di Dante Gabriel Rossetti e la figlia di Morris. Questo in parte può spiegare il suo interesse per i Preraffaelliti e il Decadentismo.

P. 263-283, il ricordo di Violet Page (Vernon Lee) è commovente e pieno di riconoscenza. Fu infatti proprio la scrittrice inglese, che allora dimorava nei dintorni di Firenze, a instradare Praz per la via dell’Inghilterra e a farne quindi un accademico di università anglosassoni. Una bella fortuna, che Praz non manca di riconoscere. Queste sono pagine quanto mai suggestive circa gli incontri che egli ebbe con personaggi inglesi e in un ambiente, soprattutto allora, quanto mai interessante e nuovo per noi italiani. Forse oggi col progetto Erasmus si sarebbe annoiato.

Il carteggio con Violet Page denota un rapporto quasi di nipote verso una devota nonna, o verso un’anziana signora troppo anziana per essergli amante, ma sicuramente vi trapela un affetto sincero e reciproco. Egli riporta queste lettere perché è consapevole dell’importanza che questa conoscenza ebbe nella sua vita.

P. 304-310, è inserita una digressione su un busto ritraente la cantante dell’età napoleonica Giuseppina Grassini, donna fatale dell’epoca ed amante di Napoleone. Praz eccelle come sempre nella ricerca dei particolari più minuti che ritrova qua e là sparsi nelle botteghe degli antiquari come negli archivi e nelle biblioteche, è una sorta di raffinatissimo detective. La descrizione della bellezza della Grassini che paragonarono a quella della Gioconda leonardesca, rivela naturalmente lo squisito gusto d’esteta. Venne infatti paragonata da alcuni alla Gioconda, ma Praz ci riferisce aspetti del carattere che ne facevano una “femme fatale” non sempre dolce, ma ardente e imperiosa. Tra le sue braccia Napoleone addirittura sveniva, evidentemente travolto dal fascino di lei.

P. 312, accanto alle informazioni su oggetti d’arte e d’antiquariato l’autore introduce osservazioni sulla sua vita familiare, in particolare lo sfortunato rapporto con la moglie inglese, che lo lasciò in seguito a dissapori e incomprensioni dovuti alla stessa personalità di Praz, evidentemente troppo intellettuale e artista per piacere alla donna, che spesso vuole nel maschio un protettore un po’ bovino.

P. 313, 314, confessa di aver avuto da ragazzo una viva passione per la pittura e di avere dipinto da dilettante, così aveva fatto anche suo padre, impiegato di banca vissuto in Svizzera. Il cognome Praz rivela l’origine franco elvetica. Suo padre morì ancora giovane e la madre si risposò con un medico di condizione agiata. Insomma Praz figlio apparteneva al ceto medio borghese.

Nella lunga sezione dedicata alla descrizione del salone, zeppo di oggetti d’antiquariato dell’epoca napoleonica per lo più, appaiono tutti i pregi e i difetti della prosa di Praz. Il pregio consiste nella sapiente alternanza di descrizioni ed aneddoti, spesso spiritosi, della sua vita e del suo ambiente tra Italia e Inghilterra, il difetto in una prosa complessa con frequenti rimandi alle note a piè di pagina (e questo è il difetto principale) che alla lunga stanca il lettore e lo costringe a ritornare di continuo sui suoi passi. Questa critica vale naturalmente per il lettore medio che non è abituato a letture troppo impegnative. In sé la prosa di Praz è infatti un gioiello di sapienza compositiva, ma appunto non è scorrevole e questo per il lettore medio è un guaio. E si sa che i lettori eccelsi scarseggiano.

P. 378-383, l’episodio della mancata gita a Sperlonga ci presenta il personaggio di Diamante, giovane americana della quale lo scrittore si innamora, nonostante la forte differenza d’età. Si tratta di una ragazza capricciosa e volubile, e forse anche un po’ psichicamente instabile, che però diventa qui l’emblema delle nuove generazioni (e devo dire soprattutto di quelle con le quali io ho a che fare). Come scrive Praz, la gita a Sperlonga divenne come la gita al faro di Virginia Woolf, una gita sempre rinviata e mai realizzata. Però Diamante, e in questo l’episodio mi ricorda un racconto di Italo Svevo, mi sembra La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1929), diventa, come per tutti gli uomini di mezza età, il sogno di una giovinezza mai raggiunta, di un’adolescenza inappagata, che si offre come un frutto delizioso a chi ormai sa che gli è definitivamente proibito.

E anche l’aneddoto riportato alle pp. 384-388, “Fiori sotto campana”, prelude ai nostri tempi di tragedie familiari e di donne snaturate. Evidentemente si tratta d’una sorta di contagio, di malattia americana (la donna protagonista è infatti nordamericana) un po’ come fu la sifilide dopo i viaggi nelle Americhe.

P. 390, mi colpisce l’immaginazione il breve episodio, che fa riferimento al dono d’un piccolo ritratto femminile, in casa di una signora francese, conosciuta in gioventù. La descrizione del salone dove la dama suonava al pianoforte Debussy, dei quadri, dei tappeti e ceramiche, della meravigliosa prospettiva sulla sinagoga di Firenze, simile a una moschea orientale, è una finestra su un mondo di sogno, purtroppo anche su un mondo che oggi è completamente scomparso, ma che ai tempi del giovane Praz esisteva ancora.

P. 400, analizza se stesso e il proprio carattere, nel ricordo del fallimento del proprio matrimonio. Si paragona a uno specchio che ama riflettere la realtà o a un quadro che la fissa in un attimo reso eterno. Non ama la vita comune, quotidiana, dissipata e dissolta nel momento fuggevole, sottoposta ai capricci della sorte.

Nell’ultimo capitolo le informazioni su Palazzo Primoli, dove si trasferì definitivamente, sono accompagnate da riflessioni spiritose sulle critiche ricevute da uno scrittore inglese e da un giornalista americano a proposito di questo suo libro.

Praz a tratti potrà anche risultare noioso, ma è la materia che necessita di precisione, in ogni caso non si può certo dire che manchi di senso dell’umorismo, e le sue battute sono veramente felici.

Sono stato sempre un ammiratore di Praz, per il suo fenomenale intuito filologico e comparatistico e per lo stile magistrale, ma questo è sicuramente uno dei libri più originali che abbia mai letto.






giovedì 1 gennaio 2026

L’arte del sogno

 



L’aria ebbra è di pioggia ed amara,

quasi pregna della fracida morte,

ed un sentiero di fango prepara

del ritorno immutata la sorte.


Lunga attesa nei lunghi tramonti,

malinconico un sogno smarrito,

fugge al vento il suono tradito

che di pianto disvela orizzonti.


Vasto Acheronte, varco oscuro,

che nel buio si specchia dei tuoi occhi,

aperti al dubbio che danza sicuro


nelle frasi che fuggono e non tocchi.

La tua bocca rimane schiusa e bella,

della vita compagna, e sorella.

martedì 23 dicembre 2025

Franco Galletti, La bella veste della verità

 




Franco Galletti, La bella veste della verità, Milano, Mimesis edizioni, 2020



P. 17, nella considerazione dell’antico paganesimo Galletti mostra di condividere l’opinione di Walter Otto : “i numerosi dei del pantheon rappresentavano più che altro aspetti peculiari dell’unica Divinità”, vedi nota 11.

P. 19-21, Dante viene presentato come un iniziato ai Misteri della Gnosi, come un profeta cui è stata rivelata la Verità. In questo senso la Divina Commedia rappresenta un’opera di esoterismo e non semplicemente un’opera d’arte.

P. 24, 25, nella “Presentazione dell’argomento” l’autore sottolinea la presenza nel testo dei cosiddetti “Fedeli d’Amore” (tra i quali oltre Dante anche Petrarca e Boccaccio) di un senso anagogico o iniziatico di difficile individuazione e spesso di origine islamica (fonti : René Guénon e Ananda K. Coomaraswamy).

P. 27, secondo l’interpretazione esoterica di Gabriele Rossetti Beatrice è l’immagine della divina Sapienza e non della teologia, in ciò conformandosi alla rivelazione degli antichi illuminati come Empedocle (vedi Giorgio Colli), cioè superando l’ambito troppo ristretto del cristianesimo.

P. 31, importanza dell’Ordine dei Templari.

P. 35, NB la distinzione a proposito della teologia e della dottrina iniziatica tra ragione e intelletto. Distinzione che separa da un lato il razionalismo e dall’altro la dottrina dell’interiorità a partire da Schopenhauer (Critica della filosofia kantiana).

P. 52, l’appartenenza di Dante all’organizzazione esoterica dei Fedeli d’Amore comportava l’aspirazione a un ordine politico-sociale corrispondente all’ordine celeste.

P. 59, basandosi su un’espressione di Boccaccio (“i nostri”) l’autore deduce un collegamento se non addirittura un’identità con i Templari da parte dei Fedeli d’Amore.

P. 64, dopo lo scioglimento dell’Ordine dei Templari per volontà del re di Francia Filippo IV detto il Bello, essi confluirono nell’Ordine dei cavalieri di San Giovanni ossia l’Ordine di Malta e in altri Ordini tra i quali l’Ordine Teutonico, depositario della loro tradizione iniziatica.

P. 71, la Vita nuova sarebbe la testimonianza dell’ammissione di Dante tra i Fedeli d’Amore. Il suo linguaggio e le immagini sarebbero dunque volutamente criptiche ed esoteriche.

P. 74, Dante sarebbe succeduto a Guido Cavalcanti come capo della confraternita dei Fedeli d’Amore di Firenze, in seguito al passaggio del Cavalcanti in un’altra confraternita presso Tolosa.

P. 75, simbolismo numerico, il numero 9 collegato a Beatrice si riferisce a un simbolo (Beatrice = la Sapienza divina) essendo esso stesso simbolico.

P. 81, incontro presso Pisa, in occasione del soggiorno in Italia di Arrigo VII, tra Dante e Petrarca ancora bambino accompagnato dal padre Petracco. Dante e Petracco vengono considerati sostenitori della parte ghibellina e filoimperiale contro la parte dei Guelfi (Neri) facente capo a Filippo IV di Francia, il nemico numero uno dei Templari. Questi ultimi poi sarebbero stati in relazione con i filoimperiali e anche con i Guelfi Bianchi, tra cui Dante stesso.

P. 99-102, i Trovatori, Guglielmo IX di Aquitania. Influsso su questo movimento culturale della poesia arabo-islamica e per il contenuto anche delle tradizioni celtiche (il Graal). Diffusione della poesia trobadorica in tutta l’Europa occidentale e in Ungheria.

P. 103, nonostante le numerose tesi a favore dell’influsso dei catari sulla poesia trobadorica, quest’ultima in realtà non trae né origine né ispirazione dal catarismo, sebbene l’area di sviluppo fosse la stessa.

P. 107, influsso sulla poesia medievale della filosofia pitagorica. Unione di poesia e musica. Costruzione delle chiese secondo esigenze di armonia musicale, quindi secondo rapporti matematici e la sezione aurea.

P. 109, influsso sulla poesia siciliana (al tempo di Federico II di Svevia) della poesia araba e persiana.

P. 114, Dante a Bologna frequentò probabilmente corsi di diritto (Corpus iuris di Giustiniano), data la sua amicizia con il giurista e poeta Cino da Pistoia. Frequentò anche corsi di medicina.

P. 115, la scuola toscana di Guittone d’Arezzo si contrappone al “Dolce stil novo” dei Fedeli d’Amore soprattutto per il contenuto, che non raggiunge l’elevatezza spirituale.

P. 122, all’origine della poesia trobadorica e della Divina Commedia probabilmente vi è la letteratura arabo-persiana, vi è infatti un racconto persiano che descrive il viaggio nell’aldilà, il racconto di Viraf.

P. 124-127, influsso della letteratura esoterica araba sulla Divina Commedia, in particolare del Libro della Scala, come ha anche dimostrato Maria Corti. Dante probabilmente ne ebbe conoscenza, come di altri autori esoterici arabi, nelle biblioteche dei conventi domenicani e francescani, che soleva frequentare a Firenze. L’impianto assai scenografico dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso sarebbe stato derivato dal Kitab al-Mi’raj e dai poeti islamici Abu l-’Ala’ al Ma’arri e Muhyiddin Ibn ‘Arabi. Naturalmente questi testi circolavano in traduzione volgare o latina.

P. 127, 128, dubbi su un reale influsso dell’Islam sui Fedeli d’Amore, su Dante e Petrarca, perché questi autori in genere mostrano di disprezzare la religione musulmana, Dante del resto pone Maometto all’Inferno !

P. 131, 132, Beatrice e il tema della fanciulla di nove anni. Beatrice è collegata al numero 9 multiplo di 3, numero della Trinità. E’ riferito il sogno di Maometto che ebbe così la visione della futura moglie Aysha, avvolta in un drappo rosso (come Beatrice nella Vita nuova, ed anche il titolo dantesco allude al numero nove !).

P. 133, possibile influsso indiretto sui Fedeli d’Amore e quindi sui Trovatori e gli Stilnovisti della poesia araba e persiana connessa al culto esoterico dell’aspetto femminile della divinità.

P. 134, 135, la donna angelicata come simbolo della Sapienza divina, identificata nel Cristianesimo nell’angelo custode, retaggio del daimon socratico. “L’umana bellezza acquista una valenza metafisica” e la stessa sessualità è una tappa verso la Bellezza dell’Invisibile. Così è evidente che l’amore di Dante per Beatrice è un amore mistico per la donna angelo simbolo della Sapienza e del Verbo.

P. 136, NB : si sottolinea l’identità tra orfismo e pitagorismo e si afferma che quest’ultimo rappresentò “uno dei principali substrati del percorso iniziatico dei F. d’A.”. In particolare il matrimonio era concepito come la costituzione d’una comunità a due in cui l’uomo aveva un ruolo specifico e così la donna.

P. 139, interscambiabilità del termine “uomo” e “donna”, stato edenico androgino, l’androginia come completezza originaria, nella Genesi la Divinità crea gli esseri umani “maschio e femmina”.

P. 146, 147, influssi dell’India e della Cina sulla Divina Commedia. In particolare le ali di pipistrello dei diavoli sarebbero dovute all’iconografia cinese.

P. 149, la condizione vegetale dei suicidi nell’inferno dantesco non ha giustificazioni nella dottrina cristiana ma è affine alla dottrina hindu secondo la quale post mortem le anime si reincarnano in esseri corrispondenti al loro stato, che nel caso dei suicidi è quello più basso, cioè vegetale.

P. 156-158, i Francescani come depositari di un sapere iniziatico derivato dalla loro esperienza in Oriente. Testimonianza di Dante stesso nel suo Paradiso, quando canta S. Francesco. I Francescani in Oriente vennero in contatto con i cristiani copti e con altre Chiese, tra cui quella armena. Importanza dell’influsso esoterico islamico.

P. 169, frate Ricoldo di Montecroce, domenicano, dopo la sua esperienza oltremare e a Bagdad nel 1295-1296, lasciò scritta la sua testimonianza sui “Saraceni”, inclusa la descrizione del viaggio ultraterreno del Profeta dell’Islam, nel convento domenicano di Firenze, dove studiò Dante, e viene perciò indicato come una delle fonti possibili della Divina Commedia.

P. 180, importanza del ruolo dei Francescani Spirituali, che si consideravano i veri cristiani, membri della Ecclesia spiritualis, per quanto riguarda la concezione apocalittica di Dante, che deve molto al pensiero di Ubertino da Casale. Così si spiegano le invettive di Dante contro la Chiesa simoniaca e corrotta e contro Bonifacio VIII, rappresentante della Ecclesia carnalis, opposta alla prima. Quindi il poeta fiorentino sarebbe una sorta di portavoce delle esigenze e delle teorie dei Francescani Spirituali.

P. 182, dopo aver sostenuto l’influsso delle dottrine di Gioacchino da Fiore, Galletti suggerisce un’interessante interpretazione della famosa profezia del Veltro nel I canto dell’Inferno. Secondo lui il Veltro opposto alla lupa deve essere considerato come il simbolo dell’Ordo iustorum (cioè i Francescani Spirituali) contro l’Ecclesia carnalis, corrotta e avida di potere e denaro, il cui simbolo sarebbe dunque la lupa.

P. 184. Celestino V fu posto da Dante tra gli ignavi in quanto aveva deluso le speranze dei Francescani Spirituali, favorendo l’avvento del loro nemico Bonifacio VIII. Dante pose dunque questo papa all’inizio dell’Inferno, perché il poeta condivideva le speranze degli Spirituali e la dottrina apocalittica di Gioacchino da Fiore.

P. 187 e sg. Dante e i Templari. Probabilmente c’è un legame tra l’Ordine dei Templari e i Fedeli d’Amore. Dante allude ai Templari nella descrizione del coro dell’Empireo e nel simbolo della rosa unita alla Croce sembra riferirsi alla società esoterica derivata dall’Ordine Templare e cioè ai Rosacroce. Così la sua avversione per Filippo IV di Francia detto il Bello e per Bonifacio VIII, nemici dell’Ordine Templare, tradirebbe la sua affiliazione o comunque un legame con l’Ordine.

P. 191 e sg. distinzione tra i Fedeli d’Amore e i Templari. Fra le due “organizzazioni” c’erano distinzioni nette sia per l’origine (i Fedeli d’Amore precedono cronologicamente i Templari) sia per le abitudini di vita (cortigiani i primi, rudi guerrieri i secondi). Però tutti sembrano accomunati dall’ideale venerazione della donna (Donna Sapienza) e della Madonna. Con loro si incontra la leggenda celtica di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, cantata da un poeta di corte come Chrétien de Troyes. A questa leggenda si unisce in modo indistinguibile il mito della ricerca del Santo Graal.

P. 198 e sg. digressione sulla leggenda della ricerca del Santo Graal. I tre cavalieri Galaad, Parsifal e Bohort rappresentano probabilmente tre gradi iniziatici. C’è anche un probabile influsso dell’esoterismo islamico, rappresentato dalla figura di Flegetanis, nome che alcuni studiosi hanno identificato come corruzione del titolo di un’opera esoterica araba, il Falak-thani, trattato sulla sfera celeste di Mercurio. E non manca l’esoterismo dei libri ermetici (Ermete = Mercurio).

P. 206. Il simbolismo del numero 3 e 9 sarebbe di origine templare. La leggenda dice che i primi cavalieri del Tempio furono nove. Inoltre si noti il collegamento tra S. Bernardo, l’Ordine cisterciense e i Templari. Dante fa di San Bernardo la sua guida nel Paradiso. Identità tra i Templari e i Cavalieri del Santo Graal.

P. 237 e sg. dopo l’esegesi dei simboli e dell’allegoria della processione mistica del carro nel Purgatorio Galletti fa riferimento (p. 257) alla precessione degli equinozi ricordata da Dante nel Convivio. L’osservazione è molto interessante perché connette l’apocalittica dantesca alla tradizione mitica analizzata da De Santillana e da Von Dechend nel Mulino di Amleto. Naturalmente qui agisce l’influsso di R. Guénon che tratta ampiamente dell’argomento nei suoi vari scritti e in particolare nel Regno della Quantità e i Segni dei Tempi.

P. 290, Dante accoglie la tradizione sacra pagana e la considera introduttiva a quella cristiana. Inoltre evidenzia l’analogia della tradizione pagana con quella biblica. Un esempio è offerto dalla vicenda biblica di Nembrot e della torre di Babele accostato al mito greco dell’assalto dei giganti all’Olimpo e della sovrapposizione dei monti dell’Ellade per raggiungere il cielo. Dante considera infatti che il potere temporale sia di origine divina e sia stato prima concesso ai Troiani nell’emblema dell’Aquila e del Palladio e poi sia stato trasmesso a Roma, confluendo così in seguito nel potere temporale dei papi, potere che però è stato illegittimamente sottratto al vero detentore di esso cioè l’imperatore.

P. 291, l’isola di Creta e il Purgatorio della Divina Commedia, analogie che pongono in rilievo come Dante accetti la tradizione antica greco-romana e la consideri precedente a quella cristiana, ed entrambe derivate dalla Tradizione primordiale. Creta e il Paradiso terrestre, la sede dell’età aurea di Saturno e la sede dei primi uomini, Troia erede della sacralità di Creta, il monte Ida cretese e il monte Ida troiano, entrambi luoghi dell’apparizione e manifestazione divina nel segno dell’aquila. L’aquila di Zeus infatti secondo il mito rapisce sull’Ida Ganimede così come Dante sogna di essere rapito dall’aquila sul Purgatorio.

P. 305, molto interessante il riferimento alla tradizione pitagorica, testimoniata dall’attenzione al numero sacro (il 3 e i suoi multipli). In particolare è importante la considerazione attribuita al santuario di Delfi, al suo motto “conosci te stesso” e alla tradizione orfica. E’ il poeta Ovidio nelle Metamorfosi la fonte privilegiata da Dante oltre a Virgilio. Del resto anche la teologia cristiana nell’elaborazione del concetto trinitario ha fatto riferimento al numero tre. Tutte queste considerazioni sono a sostegno della tesi fondamentale sostenuta da Galletti e cioè che il poema di Dante è soprattutto un testo esoterico.

P. 337, molto interessanti a proposito del De Monarchia sono i riferimenti alle osservazioni di Frances Yates alla tradizione ermetica in voga nel Rinascimento e al Re del Mondo di R. Guénon, secondo Galletti le diverse tradizioni confluiscono tutte nella Philosophia perennis, denominazione in voga a partire dagli scritti di A. K. Coomaraswamy per designare la Tradizione universale della Sapienza.

P. 376, osservazioni interessanti sulla lingua primordiale, che per Dante e Boccaccio doveva essere la lingua ritmata cioè sottoposta alla metrica e quindi al numero. In tal senso il poeta è portavoce di un mondo superiore ed è dotato di un’ispirazione profetica.

P. 392, non so se sia un pregio o un limite, ma è evidente che le affermazioni dell’autore sono di ispirazione massonica. Afferma infatti che non solo Dante e altri contemporanei, come Cino da Pistoia, ma anche Petrarca e Boccaccio avessero raggiunto “gradi spirituali attinenti ai Grandi Misteri”. L’opera di Galletti è molto interessante, però bisogna tener presente che egli considera l’argomento da un punto di vista sicuramente eccentrico.

P. 449, Dante pare si sia ispirato al Libro della scala musulmano che descriveva il viaggio del Profeta dell’Islam nell’aldilà e la sua ascesa ai sette cieli. In questo caso è evidente che Dante si presenta agli occhi del lettore come un profeta.

P. 464, è molto interessante il fatto che si sottolinei che la missione di Dante comportava la fusione della tradizione pagana con la rivelazione cristiana, essendo appunto Poeta (secondo il significato originario del termine greco di profeta e creatore).

P. 564, dopo le pagine dedicate a Petrarca e Boccaccio, che ricalcano l’impostazione seguita dal Galletti per Dante e cui rimando direttamente, è interessante la postfazione di Alberto Ventura, che consiste in un approfondimento dell’influsso esercitato dalla lirica araba e in genere islamica sull’Occidente medievale e quindi sui Fedeli d’Amore. In particolare sarebbe stato Abbas ibn al-Ahmaf ad elaborare un ideale femminile assai vicino alla Beatrice dantesca.

Ibidem : una poesia di Abbas pare aver offerto a Dante alcune immagini nel suo “Tanto gentile e tanto onesta pare” a proposito di Beatrice.

P. 567, l’antica tribù araba degli Udhriti pare fosse dedita alla poesia d’amore e alla “morte d’amore” che essi realizzavano morendo effettivamente.

P. 568, il massimo trattatista arabo dell’amore fu Ibn Hazm di Cordova nel suo Collare della colomba. Questo autore ebbe un influsso determinante su tutta la poesia d’amore che ebbe sviluppo nella lirica trovadorica e poi nello stilnovismo. I caratteri essenziali dell’amor cortese sono fissati definitivamente : l’innamoramento al primo sguardo, il mantenimento del segreto, l’unione amorosa, il dolore della lontananza, la morte.

P. 569, Ruzbehan di Shiraz, uno dei massimi “Fedeli d’Amore“ dell’Islam, secondo questo autore l’amore per la bellezza umana conduce all’amore per la Bellezza Divina, la donna amata è un simbolo del Divino.


domenica 7 dicembre 2025

Sogno d’arte

 


Ora ti specchi tu nel vago argento

vana effigie che brami la bellezza,

e se una rete d’oro è un portento

per ombre che dispensano ricchezza,


non disperdere ora il tuo colore,

esso è luce che a musiche risuona

e nel petto lo strumento è il cuore,

che nel fiume di luce s’abbandona.


Così concedi donna il dolce amore

quando il giardino è ancora nell’estate,

quando profuma intenso il fresco fiore


nato da rosse immagini chiomate.

Tu non sai, certo l’Amore è ignoto,

com’è riflesso d’un astro remoto.


domenica 16 novembre 2025

A Eustasia

 

Essere dimenticato da te

trascorre la memoria,

esile grigioazzurra iride

che rifletti il luminoso mare

fra nubi chiaroridenti;

sottile, flessuoso fiore

di sognati profumi

inebriante.

Ti ha rivelato l’istante

per sempre, d’un magico dono

di sorrisi la nostalgia si colma,

in un calice di luce

nella notte.


domenica 5 ottobre 2025

Thomas Hardy, Il ritorno del nativo

 

Thomas Hardy, Romanzi, Milano, Meridiani Mondadori, 2000 (a cura di Carlo Cassola)


Il ritorno del nativo, traduzione di Ada Prospero


Scrittore realista, lo si capisce dalla descrizione minuziosa della brughiera di Egdon e dal ritratto preciso del venditore di ocra che un anziano viandante incontra sullo stradone. Tuttavia il realismo non manca di aprire all’indagine psicologica e questo lo avvicina a Tolstoj.

P. 87, il ritratto fisico-psichico di Eustacia Vye è di una suggestività impareggiabile, egli ci delinea dapprima il carattere con gli atti di lei e poi nel dipingerla piano piano sembra quasi disegnarla sulla tela e poi colmarne la figura di colori.

La giovane Thomasin Yeobright deve sposare il dongiovanni Damon Wildeve che però è anche invaghito della bella e ombrosa Eustacia Vye. Thomasin dopo un tentativo di matrimonio fallito per ragioni burocratiche viene portata a casa da un giovane un po’ strano che fa il venditore d’ocra, un certo Diggory Venn, che a sua volta s’innamora di lei ma viene respinto. Ai già numerosi partecipanti al gioco d’amore si unisce l’arrivo imprevisto da Parigi del giovane rampollo di buona famiglia Clym Yeobright, della cui fama si appassiona la femme fatale Eustacia Vye.

Alla festa data dalla madre di Clym al suo ritorno da Parigi, Eustacia partecipa in incognito, accompagnatasi alle maschere della recita tradizionale durante il Natale, e i due giovani s’incontrano, innamorandosi. Intanto Clym rivela alla madre di aver abbandonato una professione lucrosa nel commercio con l’intenzione di diventare maestro di scuola. La madre ne è contrariata e lo è ancora di più quando il figlio le rivela di aver l’intenzione di sposare Eustacia Vye. A questa notizia sua madre si rifiuta di continuare a vivere con lui e Clym si allontana di casa cercando alloggio per sé e la futura sposa in un villaggio vicino. A tale notizia anche Wildeve, ormai marito di Thomasin, reagisce emotivamente, desiderando di nuovo l’antica amante Eustacia.

La partita ai dadi del cap. VII del libro III è quanto mai avvincente e suggestiva. Hardy è un descrittore incomparabile di ambienti e situazioni e la sua capacità di introspezione psicologica è magistrale. Al gioco sembra partecipare anche la natura con i cavallini della brughiera, gli insetti e le lucciole che offrono luce agli sfidanti. Wildeve mostra sempre di più la sua indole malvagia.

In una festa di paese dove si reca, Eustacia incontra per caso Wildeve e tra i due s’accende nuovamente l’antica passione. Ma vengono furtivamente scoperti da Venn e il loro rapporto si complica.

Libro IV, cap. VII, l’episodio della mancata visita della madre a Clym e il ferimento di lei in seguito al morso di una vipera dà luogo a una scena finale dove il folclore locale si manifesta nella sua piena ingenuità, rivelando la mentalità dei contadini del luogo. E’ un elemento che richiama il Verismo italiano e soprattutto il Verga dei Malavoglia.

Nel libro V Clym viene a conoscenza dell’ospitalità data a Wildeve da parte di Eustacia il giorno della visita mancata della madre. Egli presume che Eustacia abbia provocato indirettamente la morte della madre non avendole aperto la porta e quindi avendone causato l’allontanamento in preda alla delusione più cocente e allo sconforto. Così tra i due coniugi avviene la rottura ed Eustacia se ne va via nella casa di suo nonno, dove aveva vissuto prima. A questo punto rientra in scena Wildeve che mostra alla donna di amarla ancora e di avere desiderio di aiutarla. Dopo qualche esitazione Eustacia accetta il suo aiuto ma per il momento rimanda al futuro le sue decisioni.

P. 438, nelle espressioni di autocommiserazione durante la fuga dalla casa di suo nonno per raggiungere Budmouth forse insieme a Wildeve, Eustacia rivela di essere una sorta di Madame Bovary inglese, un’eroina romantica agitata da sogni impossibili e dall’aspirazione a un amore irraggiungibile. Nella scena seguente del rito magico di Susan Nunsuch contro di lei c’è l’annuncio della prossima tragedia.

Al cap. IX del libro V la tragedia si compie. Durante una spaventosa tempesta Eustacia decide il proprio destino. E’ d’accordo di ricevere l’aiuto di Wildeve per fuggire nottetempo a Budmouth, mentre l’amante è deciso a seguirla, ma improvvisamente si rende conto che la sua dignità è perduta, la sua vita un fallimento.

Approfittando perciò della piena del vicino fiume si getta nelle sue acque dove è più profondo, presso una diga. Raggiunta da Wildeve e da Clym quando ormai è troppo tardi, provoca con la sua morte la morte di Wildeve che si getta in acqua per tentare di recuperare il suo corpo nell’illusione di salvarla. Anche Clym si getta nel fiume ma non annega. Giunge infatti in aiuto Venn avvertito da Thomasin e lo pone in salvo. Così con la morte dei due amanti si può dire che abbia fine il racconto, che continua ancora per poco per informare dei fatti seguenti.

Thomasin, moglie tradita di Wildeve, nonostante la vedovanza e la presenza della figlia di Wildeve, la piccola Eustacia, va sposa all’antico pretendente Venn, ex venditore d’ocra ora ricco proprietario terriero. Clym dal canto suo, nonostante tutte le difficoltà e la debole vista diventa predicatore ambulante e realizza il suo progetto di educatore del popolo.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a proposito di Hardy, nei suoi scritti sulla letteratura inglese (e in genere europea) a p. 1234 scrive (Opere, Milano, Meridiani Mondadori, 2011) :


Il personaggio maggiore dei suoi romanzi non è una persona vivente ma un luogo, Egdon Heath, fuori dal tempo, immemorabile e noncurante delle vite umane che per un attimo si agitano su di essa, eterna. Fatalista e determinista, Hardy vedeva gli uomini vivere, amare, travagliarsi e perire su di uno sfondo di forze remote, implacabili, non coscienti e non controllate. Rinnovando in sé lo spirito dei tragedi greci egli aveva come loro la convinzione che l’uomo è nato per sopportare ciò che forze estranee hanno in serbo per lui. E questo suo plumbeo credo egli espresse in personaggi che spessissimo hanno la gravità e la dignità dei personaggi tragici.