J.
W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano, Meridiani Mondadori,
2002
E’
un diario di viaggio che oltre alla descrizione dei luoghi visitati
riporta riflessioni, aneddoti, avventure vissute con presenza di
spirito e fiducia nell’uomo (vedi episodio di Malcesine, p. 31-34),
dove trapela una grande ammirazione per l’Italia e un atteggiamento
di curiosità e bonomia a volte divertita nei confronti degli
italiani o meglio degli abitanti della penisola.
Molto
interessanti le osservazioni psicologiche sugli abitanti di Verona,
Vicenza e Padova, che danno già a Goethe l’idea dell’italiano
medio, intelligente, mediocremente colto, superficiale. In
particolare lo attraggono le vicentine, quelle brune e ricciute, il
tipo lombardo-veneto della donna bruna che ha molto più della
francese che non della donna del sud, la quale ricorda a mio parere
più le spagnole.
P.
63, quando parla dell’orto botanico di Padova, esplicita di
passaggio la sua teoria sull’origine delle piante da un’unica
pianta originaria, che è appunto il nucleo della sua “filosofia
botanica”. Il breve accenno è molto importante anche perché ci
presenta Goethe come appassionato di scienze naturali, ma non in
quanto scienziato, bensì in quanto filosofo. E da qui si può anche
capire perché Nietzsche fosse così invaghito di Goethe e lo
ritenesse un modello di intellettuale e di uomo. Egli non è
l’ossificato uomo scientifico, come lo descrive Nietzsche in
Schopenhauer come educatore (III delle Considerazioni
inattuali) ma è il pensatore originale, il creatore della
visione della realtà, non il freddo compilatore di dati e il
registratore di esperienze. In effetti nella considerazione del
concetto di superuomo o oltreuomo bisogna guardare a Goethe.
P.
87. Interessanti le annotazioni sul carattere dei veneziani che
avevano lo stesso gusto degli antichi greci per i bei discorsi e le
rappresentazioni teatrali. Un’osservazione tecnica è interessante
: “Il verso italiano, costantemente endecasillabo, è assai
malagevole per la declamazione …”, il che è vero, basta pensare
alle tragedie dell’Alfieri, dove l’endecasillabo è causa di
quella continua frantumazione di versi che rende affannoso e stentato
ogni dialogo dei personaggi, nonché ogni monologo.
P.
122, stupisce il fatto che molto spesso Goethe incontri viaggiatori
di nazionalità inglese che a scopo di diletto visitano l’Italia.
Erano evidentemente i primi veri e propri turisti.
P.
127, presso Perugia conosce un capitano dell’esercito pontificio e
dopo una conversazione sulla fede cattolica e protestante, in cui il
papalino ovviamente difendeva la tradizione condannando la cosiddetta
eresia, il poeta tedesco così si esprime : “… dovetti ammirare
la furbizia di questo clero, sempre preoccupato di respingere e di
svisare tutto ciò che potrebbe far breccia e recare scompiglio
nell’oscura cerchia della sua dottrina tradizionale.” E certo in
fatto di oscurità ci sarebbe molto da dire, ma dopotutto basta
leggere le parti dottrinali delle Confessioni di
Sant’Agostino.
P.
128, ad Assisi visita subito il tempio di Minerva e non la basilica
del Santo e questo evidenzia l’autonomia di giudizio e
l’apprezzamento per la naturalezza dell’architettura antica e
“pagana”. Libertà di pensiero e amore per la natura, ecco due
aspetti che ci svelano il protestante e il discepolo di Spinoza. Ma
anche il vero uomo, amato da Nietzsche, il vero filosofo assetato di
verità.
P.
130, la basilica di San Francesco è definita “tetra” e questo
giudizio estetico vale anche come giudizio morale. Tra le righe
trapela la grande ammirazione per il razionale ed equilibrato
paganesimo rispetto all’estatico ma anche fanatico e ottuso
Medioevo cristiano.
P.
163, a Roma Goethe scopre il suo io più profondo, l’intima unione
con lo spirito dell’Arte antica e con lo spirito del Rinascimento :
“… perché in questo luogo si riallaccia l’intera storia del
mondo, e io conto d’esser nato una seconda volta, d’essere
davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede in Roma.”
P.
170, frecciata (valida per tutti i tempi) contro la pseudocultura
provinciale italiana (a Roma) : “Bisogna abbracciare un partito,
aiutarlo a imporre le proprie passioni e le proprie cabale, lodare
artisti e dilettanti, denigrare i concorrenti, piegarsi a tutti i
capricci dei grandi e dei ricchi. Perché dovrei unirmi anche qui, e
senza alcuno scopo, al coro d’una simile litania che fa solo
desiderare di fuggirsene dal mondo?”
P.
174, pagina interessante sulla prosodia tedesca, a proposito della
sua Ifigenia. Lamenta l’incertezza, la mancanza di regole
metriche chiare nell’alternanza di sillabe brevi e lunghe. Di
conseguenza Goethe preferirebbe la prosa anche per i drammi. Noi
italiani che avevamo regole certe siamo passati al verso libero che
apparentemente non ne ha. La digressione di Goethe al fine di
rintracciare queste regole che pure esistono può essere molto utile.
In sostanza nella recitazione dei versi può risultare vantaggiosa
l’enfasi con la quale alcune sillabe risaltano rispetto ad altre. E
questa è una raffinatezza che non penso ignorassero gli antichi.
P.
194, a proposito del carnevale romano osserva che tutti ostentano
allegria senza in realtà dare l’impressione d’essere davvero
allegri. E’ proprio il carattere degli italiani, che all’apparenza
sfoggiano contentezza da tutti i pori e poi in privato o in
solitudine rivelano il loro fondo naturale di nera mestizia.
P.
222-226, l’episodio dell’incontro con la principessina e del
pranzo nel palazzo Filangieri è veramente spassoso. Goethe dimostra
una grande ammirazione per la nobiltà italiana in genere e curiosità
per il popolo di cui indovina esattamente il carattere. Dei
napoletani apprezza l’epicureismo, la gioia di vivere e una certa
trasandatezza che contrasta col temperamento tedesco.
La
descrizione del viaggio per nave da Napoli a Palermo è veramente
interessante e suggestiva. La corvetta a vela navigava solo col
favore del vento, che differenza rispetto ai traghetti di oggi che
pure, nonostante i motori, non riescono a evitare le turbolenze delle
tempeste. Il viaggio di Goethe in Sicilia mi ricorda il mio di
parecchi anni fa. Io però partii da Genova e impiegai una notte e il
giorno dopo sino al pomeriggio inoltrato. Goethe invece impiegò
circa quattro giorni.
P.
264-266, suggestiva e pittoresca descrizione della grotta e santuario
di Santa Rosalia a Palermo. Lo scrittore è colpito favorevolmente
dal rituale e dall’esteriorità del culto cattolico, anche se lo
intende in senso prettamente folcloristico. In genere ammira molto la
Sicilia, è innamorato della sua atmosfera esotica ed
orientaleggiante. Il suo clima e ambiente suscita la sua più sincera
ammirazione, come nella descrizione dei giardini di Palermo e della
nebulosità fantastica dovuta all’evaporazione, che avvolge ogni
cosa come in un quadro surreale.
P.
269-274, la villa Palagonia è presentata nella sua bizzarra
disposizione architettonica e con le sue statue di foggia mostruosa.
Goethe non apprezza l’eccentricità, ma si attiene al gusto
neoclassico.
P.
280, “L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine
nell’anima : qui è la chiave di tutto.” Com’è vera questa
espressione, Goethe aveva già capito! In effetti i veri italiani
sono i siciliani, ancora più dei toscani, che sono solo toscani.
P.
281, curioso l’incontro con i familiari di Cagliostro. Goethe ne fa
l’albero genealogico e descrive l’episodio delineando con
accuratezza le fisionomie e il carattere dei parenti e soprattutto
della sorella e della madre. Notare che aveva imparato l’italiano,
ma non intendeva bene il dialetto siciliano.
Nelle
pagine seguenti non manca di rilevare la sporcizia nelle strade di
Palermo, a causa del mancato intervento dell’amministrazione con un
opportuno servizio di nettezza urbana. Ma allora l’amministrazione
provvedeva unicamente a se stessa! E non è che adesso le cose siano
molto cambiate.
P.
304-307, bellissima e fedele descrizione della valle dei templi di
Agrigento (Girgenti). Non manca di rilevare la friabilità del tufo
con cui sono fatti e si meraviglia abbiano potuto resistere tanto a
lungo. Ammira la loro grandezza e maestosità, soprattutto di quel
che rimane del tempio di Giove (un pezzo di colonna e un triglifo).
P.
308, non manca di constatare il pessimismo dei siciliani, a proposito
dei discorsi della sua guida.
Dopo
la bellissima descrizione di Taormina e i progetti circa una tragedia
su Nausicaa, Goethe giunge a Messina, ancora nelle condizioni di
città terremotata, e qui assistiamo al divertente episodio del
vecchio governatore (p. 339).
Questo
diario di viaggio non riporta soltanto notizie sulle bellezze
naturali o artistiche, ma soprattutto sull’umanità incontrata che
sembra affascinare l’autore più di tutto il resto.
P.
363-365, queste pagine d’elogio su Filippo Neri sono prova di
grande apertura mentale e tolleranza in un protestante. Egli ammira
l’eccezione e la grandezza dovunque essa appare, anche nell’umiltà
assoluta di un religioso.
P.
374, è assai benevolo nel giudizio sul carattere dei napoletani,
manifesta una forte simpatia per i cosiddetti “lazzaroni” e
apprezza incondizionatamente la Campania per la sua bellezza e la
dovizia delle sue terre. Indovina perfettamente il carattere gaudente
degli abitanti di Napoli e dintorni.
P.
403, secondo soggiorno a Roma. Nella descrizione degli arazzi di
Raffaello e nell’elogio dell’artista si scorgono in nuce i
motivi dell’arte futura dei preraffaelliti nonché un culto per
l’arte come “lotta nello sforzo del divenire“ che anticipa
Wagner e Nietzsche.
P.
410, NB : nella Roma papalina del 1787 nel Mausoleo di Augusto si
organizzavano lotte tra animali (bovini) come nell’antica Roma
imperiale!
P.
441, a proposito delle opere d’arte antiche viste a Roma Goethe
scrive : “Codeste somme creazioni artistiche furono prodotte dagli
uomini, così come le somme creazioni della natura, secondo leggi
reali e naturali. Tutto ciò ch’è frutto d’arbitrio, di
presunzione, cade da sé e resta la necessità, resta Dio.” E qui
si nota il discepolo di Spinoza.
P.
462, frase da seguire come regola fondamentale : “Bisogna scrivere
come si vive, in primo luogo per noi stessi, e allora si esiste anche
per chi ci è affine.”
P.
474-476, narra dell’innamoramento per una bella milanese, che però
deve dimenticare perché la donna è già promessa sposa. Tuttavia le
insegna i rudimenti della lingua inglese secondo un metodo originale
e tutto suo, cioè partendo dal testo di un giornale, da cui ricava
tutti gli elementi necessari. Purtroppo, come Werther, non è
fortunato in amore.
Oltre
a riportare il testo di articoli scritti da amici o conoscenti
trascrive per intero la lettera in francese di un ammiratore un po’
ingenuo (p. 496). Non omette nulla di ciò che ha dato senso al suo
viaggio.
P.
517-531, stupisce questa agiografia in lode di Filippo Neri, che
viene presentato come un eroe cristiano, anzi cattolico, nonostante
le molte bizzarrie del personaggio, che però per la loro apparente
irragionevolezza suscitavano l’ammirazione d’un animo ormai volto
alla sensibilità romantica.
P.
536-541, il “Ricevimento nell’Accademia dell’Arcadia”,
circostanza in cui Goethe venne fatto “arcade”, con il suo
rituale massonico rivela appieno la concezione che gli italiani
ebbero ed hanno ancora della cultura e della poesia, cioè quella di
un circolo ristretto di amici mafiosi. Il diploma conferito allo
scrittore dall’Accademia e presentato nella lingua originale con
evidente intenzione satirica è infarcito di errori di ortografia, di
lessico e di sintassi e denota il livello veramente penoso della
cultura italica del tempo.
P.
542-576. Si tratta di un vero e proprio “reportage” giornalistico
sul carnevale romano, nel quale Goethe descrive con esattezza lo
svolgimento a Roma dei giorni di carnevale nel cosiddetto “Corso”
da piazza del Popolo a palazzo Venezia. La festa era rigorosamente
ordinata secondo regole precise dalla autorità papalina e vedeva la
partecipazione entusiasta sia del popolo che dell’aristocrazia. Il
tutto dà l’idea di un modo di vivere all’insegna del puro
edonismo dietro la minaccia della morte e di un’esistenza
ultraterrena di pene in foschi presentimenti. Allora generalmente, a
mio parere, si scatena la voglia di vivere e di godere e questo
sembra essere il risultato della dittatura pretesca. Tuttavia lo
scrittore non indugia nel moralismo e si limita a riportare quanto ha
visto in un quadro grazioso e arguto.
P.
598 e sg., le pagine che ci presentano un estratto di uno scritto di
Moritz, amico di Goethe, sono in parte all’insegna dell’estetica
spinoziana.
P.
601, “… il bello non può essere conosciuto : dev’essere
prodotto – oppure sentito”, estetica irrazionalistica, anticipa
il simbolismo.
P.
620-622, incontra nuovamente la bella milanese e questa volta per
confessione reciproca ha la conferma d’averla amata e di essere
ricambiato. Ma deve partire per la Germania e gli resta solo di
portarne con sé il ricordo.