Egli era solo innanzi al mare.
Nei suoi occhi il mare irradiava il palpito della vita, e un
sentore di sale e d’alghe gli bruciava le narici. Si sentì animato da uno
spirito. E nella visione gli era presso un cavallo bianco.
Immobile, lo attendeva da molto tempo.
Dietro di esso una selva estendeva le propaggini rigogliose.
Scorse nel folto bocci di rose rosse, e, avvicinatosi, vide
che tra giacinti e camelie passavano sfiorando il suolo esseri straordinari
dalla pelle turchina, dai fluenti capelli lisci o ricciuti di vario colore,
dagli occhi oblunghi e dalle dita affusolate in unghie cresciute quali punte di
picca.
Un vapore blu aerava sotto l’ampia volta delle fronde, i cui
tronchi mentivano ad occhio sano volute di capitelli e scanalature di colonne e
reggevano in gran copia frutti d’ogni sorta, limoni profumati, arance,
bergamotti, melagrane, mele rosate, lucidi cachi e fichi verdi.
S’incupiva più oltre l’atmosfera maliosa.
Egli montò allora sul cavallo bianco, che non lo aveva
lasciato per un attimo, quasi fosse la sua ombra, e si mise dentro al dedalo
misterioso.
Oltre le rocce, in lontananza, sovra il promontorio che
incombeva sul mare e si drizzava in torrioni eccelsi, il sole s’era vestito
d’un bagliore rosso, brillante come un rubino, e suscitava l’idea d’un rogo
immenso o che fosse l’occhio d’un mostro dell’Erebo svincolatosi dai ferrei
legami del mondo sotterraneo, salito sulla terra per spiare, invido, i mortali.
Un vapore ceruleo aliava sotto un cielo coperto di nubi
grigie.
Innanzi, una parete rocciosa s’offeriva, infranta dal
logorìo dei venti e dei diluvii, come un portale, aperta nel centro
mirabilmente, quasi un arco ad ogiva, e sembrava segnare i confini di una
regione sconosciuta.
Ed egli s’inoltrò nella valle solitaria.
Ai lati del sentiero una nebbia leggera inumidiva i tronchi
scuri delle querce e dei castagni, le cui folte frasche erano traversate dai
raggi mattutini.
Percepiva il rumoreggiare della corrente di qualche rivo,
più avanti, dove la luce illustrava un morbido prato di asfodeli.
Un fiume bagnava con onde regolari e flemmatiche le sponde
erbose e fiorite.
Giovani donne bionde dalle vesti purpuree trapunte di fili
d’argento lanciavano in aria tra loro una sfera dorata, che ritraeva il fulgore
del sole.
Una fanciulla si allontanò, prendendo il cammino della
foresta. La veste si sollevava lievemente sopra i piedi rosei, che sfioravano
il suolo. E pareva che la circondasse il profumo di tutti i fiori dei prati.
E trasse il cavaliere nella scia del volo sino ai lembi
estremi della boscaglia, umidi e di nebbia e di placidi archi d’acque
delicatamente segnati dal vento.
Quivi sorgeva un castello sulle onde, intessuto dei vapori e
delle nebule che veleggiavano sopra la ferma distesa. Era un miraggio di
vortici e correnti che erge la forza dell’estate, siccome un labirinto di sogni
sullo specchio dormente delle paludi.
Ed egli attese sopra il cavallo bianco che si disserrasse il
portone dell’ardua dimora e che calasse il ponte levatoio.
E, come fu entrato, vide una scalea smarrirsi in un
complesso di archi rampanti, di bastioni turriti, di logge e colonnati, per i
quali una folla di fanciulle discorreva suonando su magici strumenti incantate
armonie.
Indossavano un candido peplo e avevano le chiome intrecciate
e coronate di lauro e un nastro di seta stringeva loro la veste sotto il seno.
Ed una di esse, la più splendente, dal viso ambrato,
dall’iride del colore dei capelli castanei e fulvidi siccome un ordimento di
fili di rame, dalla formosa apparenza gentile, gli s’appressò, reggendo nella
sinistra uno scettro d’oro.
E presolo per mano intraprese l’ascesa di grado in grado.
Ed egli comprendeva allora la vanità della propria piccola
esistenza e la meschinità dei desideri e delle speranze che albergano nel
cuore, e il senso chiaro dell’inutile affanno e il ricordo delle azioni
passate, un agitarsi tormentoso destinato a svanire nel nulla.
Non era egli certamente quello che finora era stato. Era
stato soltanto una maschera, uno sciocco manichino, un burattino manovrato
dalle passioni del suo carattere avverso.
Ma una vita più profonda era in lui, una vita arcana, dolce
e immutabile.
E, mentre saliva, lentamente avvertiva nascere in sé una
consapevolezza nuova, e un Io più grande, cui il suo corpo apparteneva insieme
alla vastezza e alla beltà del mondo.
E rammentò quando sulle montagne della sua terra saliva nella
neve, tra i verdi abeti e i larici spogli, nella fresca aria invernale, insieme
a tre amici, per il sentiero a tratti indicato da piccoli cumuli di sassi o da
lembi di stoffa o da segnali dipinti sui tronchi.
Ascendevano all’assoluto silenzio del bosco, dei fianchi
montani, delle rupi sopra le quali planavano e volteggiavano i corvi, delle
catene dei monti candidi e luminosi.
Immensa era la vastità del silenzio. Non altri uomini
s’aggiravano per le pendici, qua e là brune e spogliate del bianco vello, dove
la neve s’era presto dissolta.
Ascendevano rapidi e ostinati su per il corpo illimitato
della montagna coi loro piccoli corpi, violatori dell’immobilità, spettatori di
uno spettacolo gelosamente custodito.
Ma a lui la neve inviava bagliori più vivaci. E i rami,
attraversati dalla lucentezza cristallina del mattino invernale, gioivano in
guizzi e scintillii istantanei.
E colmo era il cuore suo di quella luce. Invaso da un
sentimento nuovo, da una passione non mai provata, era spronato da un pungolo
invisibile, anelava alla vetta.
Il dorso della montagna nascondeva il disco del sole, ma i
dardi infallibili del Titano discendevano per la selva, un’ondata di chiarità
irresistibile.
Una tempesta di raggi travolgeva gli alti fusti e le fronde,
irrompendo sulla neve e forzando e abbattendo i muri delle ombre.
Una musica potente si frangeva contro il suo cuore. Egli ne
fu sommerso, e rigenerato.
E come venne alla fine del bosco e del cammino, sulla cresta
erbosa del monte, il sole immenso l’avvolse nello splendore, e le giogaie e le
rupi e i picchi audaci ardevano inondati dalla luce.
E vide il baratro al di sotto e l’altezza dell’azzurro sopra
di sé, e la sconfinata estensione delle catene montuose, che si perdevano a
vista d’occhio sempre meno evidenti e più sfumate verso l’orizzonte.
E scorse alcuni rapaci che aliavano in larghe ruote
nell’aria irradiata, dove sparse reti di nebbia svanivano lentamente.
E si smarrì il suo sguardo nella luce dell’infinito azzurro.
Gli sembrò che il corpo si mutasse in un alato sfrecciante
nel libero volo, e le piume scarmigliandosi incontrassero i flutti gelidi dei
venti vorticosi e le ali navigassero per sconfinati oceani di silenzio, su,
sopra le nubi, verso l’occhio del Titano.
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