martedì 13 ottobre 2026

Virginia Woolf, Gita al faro


 

Virginia Woolf, Gita al faro (1927), Torino, Einaudi, 2025



Periodare ampio, aggettivazione ricca e singolare, capacità associativa che permette di suscitare con un’immagine sola uno stato d’animo. Si rivela subito l’autrice colta che ha assorbito la lezione raffinatissima di Walter Pater e di Marcel Proust.

Stile sostanzialmente poetico, p. 21 descrizione della baia :


Era come se l’acqua spingesse al largo e facesse veleggiare i loro pensieri divenuti stagnanti sulla terraferma, e addirittura desse ai loro corpi una sorta di sollievo fisico. Dapprima, la vitalità del colore inondava la baia di azzurro, e con esso il cuore si dilatava e il corpo nuotava, solo per essere dopo un istante trattenuto e raggelato dalla spinosa nerezza delle onde increspate. Poi, lassù dietro il grande scoglio nero, quasi ogni sera sgorgava, imprevedibile, perciò bisognava tenerla d’occhio ed era una gioia quando arrivava, una cascata d’acqua bianca; e, mentre la si aspettava, si restava a guardare, sulla pallida falce di spiaggia, il moto delle onde che una dopo l’altra stendevano quietamente un velo di madreperla.


P. 24-26, nei pensieri di Lily e del signor Bankes si avverte la tecnica del monologo interiore, anche se spesso si passa di palo in frasca come nel flusso di coscienza. Non c’è una grande differenza con Joyce, solo direi la Woolf è più aristocratica e si mantiene entro un’aura tutta fatta di signorilità femminile e di delicate suggestioni (di suggestioni, delicate e non, abbondano le Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, 1935, una prosa forse meno consapevole del flusso di coscienza, ma dove le parole s’intessono in un caleidoscopio di simboli, colori e suoni). Un altro esempio della prosa particolare della scrittrice è a p. 26 :


Quei pensieri fluttuavano come uno sciame di moscerini, ognuno per conto suo, ma tenuti meravigliosamente insieme da un’invisibile rete elastica – fluttuavano nella mente di Lily, dentro e intorno ai rami del pero, dove ancora stazionava l’effigie del consunto tavolo da cucina, simbolo del suo profondo rispetto per l’intelligenza del signor Ramsay, finché quel vortice sempre più rapido di pensieri esplose a causa della sua stessa intensità; si sentì liberata. Ci fu uno sparo a poca distanza, ed ecco sopraggiungere, fuggendo dalle schegge, uno stuolo di storni spaventati, in un tumulto di strilli.


Dove compare quel seguito di richiami analogici o di echi che si inseguono e si moltiplicano in continue variazioni tipico del suo stile ma anche di una sorta di Leitmotiv wagneriano. Il discorso segue una traccia ininterrotta di immagini che si fondono l’una nell’altra senza nessi di causalità ma come nella mente di un bambino o di un folle un fiume vorticoso trasporta nelle sue onde un mosaico di riflessioni, di osservazioni, di sensazioni e sentimenti, che accompagnano l’esperienza dell’esistenza umana.

P. 50, come un pittore, del quale comprende perfettamente l’intento, anche la Woolf è intesa a cogliere “lo spirito, l’elemento essenziale”, e per questo nell’illuminarci sul valore dell’arte figurativa ella presenta con chiarezza lo scopo della sua prosa poetica.

P. 59-61, la riflessione interiore della signora Ramsay sui figli e la vita in generale è di una profondità, verità e bellezza stupefacenti. Sono pensieri che tutti sicuramente abbiamo formulato nella nostra mente e nei quali ci riconosciamo, tanto universale e vero ne è il messaggio.

P. 63, la signora Ramsay raccolta in se stessa coglie in un attimo l’infinito del proprio Sé, quello che chiama “il cuneo di tenebra”. Questa immersione nelle profondità insondabili della psiche rende il romanzo un’opera unica e straordinaria. Forse più intensa dello stesso Ulisse di Joyce.

P. 74-79, cap. 14 della parte prima. Un elemento che accomuna lo stile della Woolf a quello di Joyce è l’uso ardito della punteggiatura. Qui il capitolo è compreso nella parentesi, tanto che alla fine ci si chiede perché appaia una parentesi tonda prima del punto. Il capitolo comprende più pagine e questo sottolinea l’uso spregiudicato della punteggiatura.

Nel cap. 17 della parte prima assistiamo alla cena imbandita dalla signora Ramsay per i suoi ospiti. E’ una rassegna di pensieri che migrano da un personaggio all’altro come un getto continuo. I pensieri volteggiano nell’aria e si insinuano nelle sagome dei personaggi come spiriti inquisitori e si riflettono negli oggetti, e soprattutto oltre i vetri della sala, nell’oscurità che avanza, perdendosi in questa come nel mare dell’inconscio.

Seconda parte, “Il tempo passa”, cap. 2 : si tratta di uno squarcio lirico che pone in evidenza la fonte ispiratrice della Woolf, cioè la confessione, l’esternazione della vita interiore e delle suggestioni che in essa sorgono dall’influsso delle cose e delle persone. Non è però il flusso di coscienza, ma la rappresentazione, la descrizione di questo flusso. E in questo flusso tutto si mescola e si confonde come nella memoria. Talvolta si perde il filo nel discorso e il soggetto di una frase resta ambiguo, come a p. 139 : “… Scricchiolava, gemeva. Sbatté la porta. Girò la chiave nella toppa e lasciò la casa chiusa, sprangata, sola.” Dove non si capisce se sia la signora McNab a sbattere la porta o sia la stessa porta spinta dal vento.

La vita fluisce e i personaggi via via muoiono. Così anche la casa va in rovina lentamente sfacendosi come un cadavere in decomposizione, e la natura celebra il proprio trionfo facendo sì che l’anarchia degli elementi naturali, degli insetti, dei roditori, delle piante selvatiche nel giardino prevarichi sulla legge dell’ordine e della pulizia.

Nelle pagine seguenti il corso del flusso di coscienza è però troppo intorbidato da pensieri che si intersecano e si amalgamano spesso nella confusione, e non è più efficace e rilevante per l’immaginazione del lettore come l’inarrivabile rappresentazione della cena della signora Ramsay.

Il cap. 4 della parte terza tuttavia è decisamente suggestivo nel dinamismo dell’azione collegata al flusso dei pensieri che procedono spediti come la barca sull’acqua in direzione del faro e ci rivelano il mondo interiore dei personaggi.

P. 173, la prosa diventa poetica, anzi in alcuni momenti è pura poesia : “Era come una goccia d’argento in cui s’intinge la tenebra del passato per illuminarla.” Direi che effettivamente la prosa evolve verso la pura musicalità interiore, verso un discorso fluido e alogico ma pieno di suggestioni e richiami, verso la poesia simbolista.

P. 208, con l’approdo della barca all’isolotto del faro termina il racconto. E la parola ultima posta a suggello dell’ultimo capitolo è “visione”. E’ la visione, non l’oggetto della visione, che viene rappresentata. Ed essa è solo interiore e meramente soggettiva.

sabato 12 settembre 2026

Delusione

 

Dopo lo Scirocco sabbioso sei ancora

qui Estate, calda nel sole, e sul mare

schiumante fragorosa canti

l’ultima gioia.

Salgono le voci dalla spiaggia alle colline

e si perdono fra i verdeggianti giardini

di fronde esotiche colmi

e ondose palme.

Lo sguardo si perde nel verde lucente

di speranze insieme alle nubi candide,

grandi ali o vele

protese nel vento

sovra il mare acceso e dardeggiante

di mille specchi, quali risa

d’oro, e le colline fulgide

d’orti di smeraldo.

Quali immagini solcano le onde

dei ricordi nell’iride lucida di sogni

immemori? Un dolce viso

ancora sorride.

Dove s’occultano le ombre del passato?

Si rinnova ogni giorno, il tempo fugge

e giovinezza muta i corpi

come farfalla.

Come farfalla esita sui fiori

e brevemente indugia, poi s’invola,

ma la vita rimane

temeraria e sola.

martedì 8 settembre 2026

Alberto Savinio, Infanzia di Nivasio Dolcemare

 

Alberto Savinio, Infanzia di Nivasio Dolcemare (1941), Milano, Adelphi, 2026


Stile surreale, basato sulla capacità evocativa delle parole e sulla loro sonorità e richiamo di immagini analoghe. C’è una certa somiglianza con lo stile di Gadda.

P. 20, si dipinge Nivasio come l’inetto-uomo superiore secondo una definizione ossimorica che però psicologicamente corrisponde in pieno alla realtà. Basta ricordare la poesia “L’Albatros” di Baudelaire.

P. 23-25, la nascita di Nivasio Dolcemare è descritta con fine ironia. Direi che questo sentimento attraversa il romanzo alternandosi a momenti di comicità grottesca.

P. 25, il primo grido del neonato è così presentato : “Il tanto atteso grido della civetta? … No. Il grido di un pollastro a cui si tira il collo? … Neppure. Il primo grido di Nivasio Dolcemare.” Si accenna alla civetta perché il protagonista nasce ad Atene e il padre attendeva il beneaugurante verso dell’uccello di Minerva.

Cap. II, il ricevimento dopo la cerimonia di battesimo del piccolo Nivasio è all’insegna dell’eccentricità e del grottesco, basta notare soltanto il nome dei personaggi : madame Deolinda Zimbalíst, il conte Minciàki, il principe Wassílcikof, il generale Papatrapatàkos, il prefetto Tsapatakalàkis, il sindaco Pestromastranzòglu, il capitano Tsitsipitikàkis e Antoine Calaroni damigello dei salotti.

Segue tutto un corredo di personaggi quanto mai comici e grotteschi, come Frau Linda, il generale Papatrapatàkos dal “ventre burbanzoso”. Una curiosità è rappresentata da alcune note a piè di pagina che sono non solo delucidazioni ma digressioni, spesso ironiche, che si aggiungono al testo narrativo, che in tal modo assume le caratteristiche di una biografia ufficiale. Per molti aspetti questa prosa si potrebbe accostare a quella di Achille Campanile, come anche il gusto per i nomi caricaturali che dipingono da soli tutto il personaggio, ad esempio il nome dei genitori di Nivasio : il commendatore Visanio (anagramma di Nivasio, come del resto Nivasio è anagramma di Savinio) e la signora Trigliona (grossa triglia?). Seguono diverse e gustose scenette che hanno diversi personaggi ma sempre intorno al protagonista cioè Nivasio, come quella che lo vede improvvisamente infatuato del Dio greco, cioè della Chiesa greca ortodossa oppure in compagnia della signora Trigliona che si reca a denunciare un furto da un colonnello che le fa la corte. I personaggi sono generalmente caricature grottesche dai nomi più fantasiosi, come il signor Soranti detto il Demiurgo, o la opulenta signora Basilica, tenutaria di un bordello. Il comico e il grottesco raggiungono vette esilaranti con le prodezze erotiche del dentista Aristogetone.

P. 122 e sg., per molti aspetti possiamo riconoscere la nostra adolescenza in quella di Nivasio, come nell’avventura dei sigari o nei primi stimoli sessuali con la servetta Cleopatra. Il sigaro, forse per la sua forma che ricorda un po’ il fallo, costituisce un inconscio e spesso irresistibile richiamo sessuale, nonostante la nausea che ne deriva, anzi forse proprio per questo. Cleopatra manifesta nell’incontro notturno tutta la doppiezza propria del genus femminino, poiché dopo aver illuso Nivasio con l’apparenza segreta di un promettente rendez-vous lo annichilisce volutamente presentandogli il suo gigantesco fidanzato. La psicologia della donna qui è indovinata pienamente, ma non svelata, perché il motivo di questo comportamento assai antipatico sta nel fatto che la femmina ama mostrare di avere molti corteggiatori e la sua vita sessuale è più basata sulla vanità e l’ostentazione che sulle arti erotiche. In realtà alla donna interessa poco il rapporto in sé ma moltissimo riferirne con allusioni e soprattutto con la presenza degli spasimanti. E’ per questo che si circonda di amiche, per farle crepare di invidia.

Nel seguente racconto “Luis il maratoneta” trattando della rifondazione delle Olimpiadi ricorre alla mitologia in chiave ironica e continua la biografia ideale di Nivasio Dolcemare. Così viene rievocata l’atmosfera delle streghe di Tessaglia nella descrizione delle Meteore di Kalambaka insieme a reminiscenze della storia antica e a dolci avventure nel racconto “Senza donne”.

Nei “Frammenti” che concludono l’opera viene ripresa la figura della signora Perdoux, vedova di un ingegnere francese venuto in Tessaglia, che ci rivela una certa predilezione dell’autore per la donna mediterranea, tonda e morbida, quale anche appare nel personaggio della madre di Nivasio, la signora Trigliona. E’ vero che non viene descritta con precisione però l’idea che il lettore se ne fa è più o meno questa, anche se c’è un pizzico di pepe in più. Direi che è la tipica donna degli anni venti.


mercoledì 19 agosto 2026

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro

 




Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro, Milano, Mondadori, 2022.

Traduzione di Margherita Carbonaro



P. 22, si accenna, con molta delicatezza, alle tendenze omosessuali quasi inevitabili nell’ambiente monastico. Tra Narciso e Boccadoro c’è in effetti un rapporto d’amore. Questo motivo richiama un racconto cronologicamente precedente e in lingua inglese, opera di Walter Pater, “Apollo in Piccardia”, compreso in Ritratti immaginari. Il romanzo di Hesse è infatti del 1930, l’opera di Pater del 1887.

Cap. II, la sortita fuori dal monastero di Boccadoro e di alcuni compagni, l’incontro con due fanciulle del villaggio vicino, la scoperta dell’amore, il turbamento e l’amicizia intensa, altra forma d’amore, tra Narciso e Boccadoro, tutto è abbastanza scontato, ma è lo sviluppo dato alle vicende interiori, l’analisi psicologica, quello che persuade e avvince.

P. 31, 32, il rapporto d’amicizia tra Narciso e Boccadoro è di tipo socratico. D’altra parte Narciso è maestro di greco. Inoltre Boccadoro ha nell’aspetto fisico qualcosa che ricorda Alcibiade (è biondo e bello), è più giovane ed è sensuale. Ricordiamoci del Simposio di Platone.

P. 43, i due amici sono i due opposti che si completano a vicenda, dice Narciso :


… siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. Il nostro obiettivo non è fonderci l’uno nell’altro ma riconoscerci a vicenda, e imparare a vedere e onorare nell’altro ciò che siamo : un opposto e un completamento.


P. 45, 46, Narciso a colloquio con Boccadoro definisce la propria essenza che si rivela l’opposto di quella di Boccadoro, egli è l’uomo dello spirito, l’arido ragionatore, che frequenta i deserti della logica, mentre Boccadoro è l’artista, sensibile, amante di madre Natura, propenso alla creazione. Si tratta dunque di due poli opposti, ma solo in apparenza, in realtà si cercano, ambiscono ad unirsi, perché sono presenti entrambi nell’anima umana. Qui dunque i personaggi sono simboli e il romanzo si situa perfettamente nell’ambito della letteratura simbolista e psicologica del primo Novecento. Pensiamo a Freud e soprattutto a Jung per quanto attiene alla curiosità intellettuale.

Cap. IV, interessante il motivo della madre perduta e dimenticata di Boccadoro e da lui ritrovata in sogno. La madre è un archetipo, è il simbolo della madre universale e per questo vedi Jung, Simboli della trasformazione.

P. 59, Boccadoro e la madre sono in stretto rapporto come Joshua e Maria. Vedi Jung, Simboli della trasformazione, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 223, nota 25 :


… un dio palestinese, che forse aveva nome Joshua compare nella relazione alterna di amante e di figlio nei confronti di una mitica Maria …


P. 85, 86, dopo la notte d’amore con la vagabonda Lise, Boccadoro arriva quasi a comprendere il linguaggio degli animali. C’è forse una reminiscenza del Sigfrido di Wagner? E Lise, il personaggio femminile che seduce Boccadoro, non sembra una reminiscenza di Brunilde, protettrice divina dell’eroe? Non è la divinità femminile quella che inizia Boccadoro ai misteri della terra, così come Narciso aveva rappresentato la voce della coscienza e la via verso il cielo?

P. 95, 96, la bellezza sensuale di Boccadoro ne fa una sorta di prostituto da strada, egli va vagabondando e a ogni fattoria si fa la moglie o la figlia del contadino.

P. 108, nel carattere di Boccadoro ci sono delle incongruenze. Hesse scrive che parla poco e si serve degli atti e della mimica del corpo per trasmettere le proprie sensazioni e per affascinare, poi però scrive che a Lydia avrebbe parlato molto della vita al convento e di Narciso, inoltre che per la sua abilità a usare le parole potrebbe diventare un poeta. Trovo insomma che il personaggio sia abbastanza inverosimile e questo è il principale difetto del romanzo o forse ne è un pregio? Certo se consideriamo l’opera come una sorta di fiaba allora lo è. Non siamo più nella scia del realismo dell’Ottocento e per quanto Flaubert, Zola e Tolstoj abbiano fatto scuola, ormai la sensibilità e gli interessi artistici sono mutati. In questo caso i personaggi agiscono su uno sfondo mitico, sono emblematici e rappresentano forze luminose oppure oscure nelle vesti di eroi.

P. 129-132, l’incontro con il mendicante Viktor, la lite e l’uccisione del mendicante sono narrati con grande sapienza psicologica come anche la serie dei pensieri e delle allucinazioni seguenti.

P. 147, considerazioni sulla caducità della vita e sull’arte eternatrice che giustificano le avventure di Boccadoro. Nel fluttuare degli amori e nel suo vagabondare Boccadoro matura l’idea della vanità della vita se vissuta per se stessa.

P. 156, si traccia lentamente il percorso spirituale di Boccadoro verso la consapevolezza artistica. L’artista vero è sempre ispirato da qualcosa di superiore di cui l’oggetto d’arte è il riflesso. Essere artista non è un mestiere è una disposizione dell’animo, una vocazione profonda.

P. 153-157, anche la psicologia di Maestro Niklaus, l’artista che ha dato ospitalità e lavoro a Boccadoro, è resa con grande acume e conoscenza del cuore umano.

P. 160, qui è presente il motivo romantico di amore e morte, ma soprattutto bisogna pensare alle teorie psicanalitiche di Freud e di Jung. Particolarmente quest’ultimo sembra essere la fonte della figura della madre, di Eva, vedi Simboli della trasformazione. Scrive Hesse :


La madre era Eva, lei era la fonte della felicità e la fonte della morte, lei partoriva in eterno, uccideva in eterno, in lei amore e crudeltà erano una cosa sola e la sua figura, quanto più a lungo la portava in sé, divenne per lui una parabola e un simbolo sacro.


Boccadoro è un personaggio emblematico, rappresenta l’artista stesso, cioè Hesse, senza freni sociali, libero di manifestare tutti i propri impulsi e istinti che nel caso dell’artista sono essenzialmente erotici.

P. 173, concezione dell’arte desunta dalle riflessioni di Boccadoro di chiara matrice simbolista (“il mistero”).

P. 177, la visione interiore della “Madre eterna” è molto simile a quella della Natura nel “Dialogo della Natura e di un Islandese” di Giacomo Leopardi. Anche qui ci appare una donna gigantesca seduta ai margini del mondo, indifferente alla sorte degli esseri umani.

P. 192, durante un’epidemia di peste Boccadoro e un suo compagno vagabondo incontrano morti dappertutto e villaggi abbandonati. A Boccadoro compare sempre la donna gigantesca :


A volte gli riappariva l’immagine della Madre eterna, un viso pallido e gigantesco con occhi da Medusa e un sorriso grave, pieno di dolore e morte.


P. 201, nell’episodio dell’uccisione del vagabondo (non il suo compagno di viaggio), che ha tentato di violentare la sua donna del momento, Boccadoro mostra di essere una vera forza della natura, un essere totalmente dominato dall’istinto, un essere potrei quasi dire “dionisiaco”.

P. 203, di nuovo appare a Boccadoro il viso di Eva, la Madre primigenia : “… gli occhi, grandi occhi pieni di voluttà e del desiderio di uccidere.”

Ella è come la Cibele dell’Attis di Catullo :


Dea magna, dea Cybebe, dea domina Dindimei,

procul a mea tuos sit furor omnis, era, domo; … (vv. 90-93)


Anche, dopo le avventure con altre donne, l’incontro con la bionda e formosa Agnes rivela la presenza della Madre terrificante, secondo la definizione di Jung, perché infatti dopo una notte d’amore con lei, Boccadoro cadrà nel tranello teso dal conte, a cui appartiene la donna, e finirà in prigione. Agnes è bellissima, una sorta di compendio di tutte le donne che Boccadoro ha avuto, e, si noti, è anche molto somigliante a sua madre, della quale egli ha un vago ricordo infantile, come lei è bionda, bella e piena di vita.

Leggendo questo romanzo non soccombiamo alle esigenze della verisimiglianza! Qui si è immersi in un’aura simbolica ove tutto è trasfigurato e l’uomo dionisiaco è contrapposto all’uomo parmenideo, in un continuo rimando di allusioni e di opposizioni significative. In particolare l’uomo dionisiaco è alla ricerca costante della perduta madre. E questa si identifica infine nella madre di tutti gli esseri umani, l’Eva primigenia. Si veda a tal proposito l’opera di J. K. Huysmans, À rebours, 1884, cap. V, dove appare Salomé (“la Bête monstrueuse … l’Hélène antique”).

Boccadoro è inoltre dominato interamente dalla propria libido, che coincide secondo Jung con la forza vitale. Egli è l’uomo dionisiaco che s’apre interamente alla vita, a una vita totale, assoluta che non conosce limiti né vincoli. Per questo il personaggio appare così eccentrico e paradossale. Non è un uomo comune, è l’uomo dionisiaco che s’agitava nel cuore di Hesse.

Nel cap. XIX Narciso ha accolto dopo averlo strappato alla prigione Boccadoro e, dopo che costui ha creato con le sue mani una splendida statua della Madonna, comincia a capire l’essenza del genio dell’amico e a riflettere sulle differenze della loro personalità. In particolare (p. 281) avverte come l’immersione nella vita disordinata del mondo nel caso di Boccadoro non ha estinto il divino che era in lui, ma anzi è stata una prova coraggiosa ed eroica, superiore alla sua scelta monastica.

Venuta meno la libido, la forza vitale, che ha governato e giustificato le azioni e il pensiero di Boccadoro in tutta la sua vita precedente, l’uomo è consegnato alla vecchiaia e alla morte. Egli è l’uomo dionisiaco, l’uomo naturale, appartenente agli istinti, alla coscienza intuitiva e perciò superiore all’amico Narciso, devoto alla ragione. Teniamo presente che la filosofia di Bergson (L’evoluzione creatrice, 1907) aveva proprio sottolineato l’importanza dell’istinto e dell’intelligenza intuitiva. Non c’è dubbio che Boccadoro rappresenti, anche in base all’insegnamento di Nietzsche, una nuova figura di uomo in una vera e propria rivalutazione della sessualità. E questa è intesa non nel suo riferimento puramente corporeo ma nell’accezione più vasta di forza, di Eros, come nel Simposio platonico, dove è sorgente del fuoco poetico, dell’impulso creativo.

Nell’ultimo capitolo, venuta meno la forza vitale, Boccadoro muore assistito da Narciso, al quale rivela la sua fede incrollabile nella figura materna, nella Madre, nell’Eva primigenia, o anche nella Venere genitrice.

In questo mistero del culto femminile viene in mente il mito di Venere e Adone, così mirabilmente evocato da Shelley :


Oh, weep for Adonais – he is dead!

Wake, melancholy Mother, wake and weep!

(Adonais, III, vv. 19, 20)


P. S.

L’amico e collega Antonio Marcianò ha composto quasi a completamento della figura di Narciso, che nel romanzo rimane un po’ in ombra, essendo questo prevalentemente concepito intorno al protagonista Boccadoro che splende di luce propria, un poemetto degno di essere riportato in queste pagine per la sua bellezza e la sua forza.






Narciso


E ora sei solo, ora che l’amico

è lungi, errabondo tra fitte foreste

e prode immerse nel silenzio pudico.


E’ l’alba e i raggi, quali auree reste

per il vento, tremolano leggiadri.

Ora sei solo e un’ombra celeste,


traverso la grata, istoria i quadri

sul piancito. Quieta è la tua cella,

e, mentre negli angoli ancora adri,


il murmure delle lodi s’inanella,

la pace alfine pervade il cuore

e la fede in Cristo lo suggella.


La fede è alma rugiada sul fiore,

per le rondini sconfinato cielo,

nelle tenebre tepido chiarore.


Nutrita con il verbo del Vangelo,

fra triboli e prove ti guida sereno,

scioglie dell’accidia il duro gelo.


Ora, gli occhi fissi sul Nazareno,

sulle parole solenni della Torah,

si empie di dolce letizia il seno,


nel gustare il miele della Verità.


E’ mattina e incedi nel chiostro:

da lì contempli rosee corolle,

il sole alto, in un’aureola d’ostro,


risplendere sul declivio molle

di pioggia, gli abeti come picche,

poggi aprichi, scintillanti polle.


Più lontano immagini ricche

città, con mura merlate e torri

a dominare cupi boschi e bricche.


‘Tu ora, amico, forse rincorri

l’amore in quelle gaie contrade.

Boccadoro, tu che sdegni e aborri


la quiete del monastero, a masnade

e brigate ti unisci, ma già ripensi

il fratello sincero, già ti pervade


il rimpianto delle preci, degli incensi

aulenti nella penombra del coro.

Che entusiasmi, che sogni immensi!


E’ qui, tra queste mura, il tesoro

che cerchi, non nel grembo lascivo

di donne, non fra la porpora e l’oro


di calde alcove, nell’amplesso furtivo…’


Eppure quante volte, Narciso, lotti

contro la lussuria! Prendi il nerbo

e, in quelle tormentose notti,


umili il corpo. Il dolore è acerbo,

ancor più acerbo il senso di colpa.

Sai di essere dotto ma superbo,


sai che nulla è a tua discolpa,

così le staffilate raddoppi

e il colpo estremo quasi ti spolpa.


Pare che il cuore in seno ti scoppi

per l’acre contrizione - ahi vana -

poi che al disvolere il volere accoppi.


E’ questa la tua vita, pia ma strana,

un groviglio di spini coperto

da un drappo di morbida lana.


Cadi in ginocchio nel lume incerto

di fronte al crocefisso. Bianca

fuori la luna vacilla nel deserto


scuro. Ah, Narciso, che ti manca?

Se con te è Dio, perché ti abbatti?

Perché il desiderio ti sfianca?


Perché ancora e ancora combatti?


Eravate fanciulli, sì diversi,

eppure uniti da un filo sottile,

leggevate nei cuori, specchi tersi.


Ricordi il respiro primaverile,

le corse e il brio nella radura,

i prati, le vigne in lunghe file.


Allora splendeva l’età futura,

pregustavi la pace del convento,

la veneranda umiltà, la tonsura.


Ignoravi che egli, lieto e scontento,

andrebbe lungi, ignoravi l’inferno

dell’assenza, dello struggimento.


Col pensiero segui l’amico fraterno,

ti figuri gli occhi celesti, la voce,

così quasi oblii la virtù e l’eterno.


Poi ti prosterni di fronte alla croce,

pentito, forte il torace percuoti.

Così si disacerba la pena atroce


e l’animo s’acquieta fra gli immoti

silenzî e il sussurro delle preci.

Quant’è meglio il chiostro agli ignoti


rischi del mondo, alle alterne veci!


Ora contempli le rose fragranti,

i passeri che trillano fra i rami,

le colline fiorite, verdeggianti.


Nelle creature che lodi e ami,

ami e lodi il Creatore. Lassù voli

di rondoni, delicati ricami,


qui il canto soave degli usignoli

si spande tra le esili colonne

e le bifore. Qui meditare suoli,


eppure talora nella notte insonne,

ti attorniano immagini e volti:

ti circondano seducenti donne,


pelli profumate, corpi avvolti

in gamurre, bei seni prosperosi,

braccia candide, capelli sciolti…


Ma tosto allontani gli odiosi

pensieri e, afferrata la frusta,

sferzi le terga e gli omeri nodosi.


Quanta è fallace la tua augusta

degnazione, allorché, radunato

il capitolo, decreti la giusta


pena al monaco che ha tralignato!


Triste esci sotto l’argentea volta:

stille di pioggia, rilucono le stelle.

Dov’è? Che pensa? Anch’egli ascolta


la voce del fiume fra le alberelle

e percorre solitario un sentiero

e un amaro tormento gli svelle


il cuore o beve vino sincero,

tra carole gaie e opimi conviti?

Scordasti l’amico, il monastero?


Dunque sono quei tempi finiti

e la vita è morire ogni giorno,

fra gesti uguali, luoghi romiti?


Accendi una candela e intorno

si diffonde dorato un alone,

rischiara l’altare disadorno.


Devota, silente un’orazione

sgorga dai precordî e, nella luce

che scivola fra il coro e l’ambone,


s’irradia fervida la vera Luce,

l’Amore paterno che rasserena,

la Grazia divina che conduce


oltre la misera vece terrena.


Ammiri il mirabile affresco

dell’abside: Cristo nell’agonia,

il cielo cupo, temporalesco,


incombe sul Golgota. Maria,

le braccia tese, fissa il Figlio,

vittima di inumana follia.


Bianco è il suo viso, come giglio,

mesti gli occhi, ma il Salvatore,

spargendo il Suo sangue vermiglio,


redime il mondo. Oggi muore,

ma risorge nell’eterna gloria,

per sempre immortale splendore,


per sempre magnifica vittoria

sul turpe peccato e sulla morte.

Egli è il Re del Tempo e della Storia,


Egli spalanca del Regno le porte

e accoglie nell’abbraccio misericorde

le anime al tripudio risorte.


Ormai il ricordo più non morde,

ormai lo Spirito rinconcilia

Terra e Cielo, in un concento concorde.


Della Vita la morte è la vigilia.


Quale folgore che, repentina,

cade sugli elci e il fuoco presto

guizza lungo il crinale e la china,


similmente subitaneo, funesto

un pensiero t’assale: ora apprendi

la ragione che ti fa tanto mesto.


Ti pare che una fiamma incendi

il cuore disperato, che ti bruci

le viscere. Al cordoglio t’arrendi:


così ti aggiri nelle incerte luci

del crepuscolo e non trovi pace.

Vai, il volto terreo, gli occhi truci,


nei luoghi ove ogni suono tace

e non trovi requie. Tutto inane:

mentre laggiù sfrigola la brace


di occidui rai fra tenebre arcane

e il Cigno plana silenzioso

sovra le cime fosche, lontane,


comprendi la ragione che odioso

ti fa a te stesso. Non hai sollievo:

mentre percorri il sentiero sassoso,


dimentichi Dio e ripensi l’allievo.


E sai perché sei tanto infelice,

sai perché il povero cuore si spezza,

ben conosci del male la radice.


Rimembri la sorgente, la carezza

del vento sull’erba, le ore liete

a immaginare il futuro. Dolcezza


distillavano i giorni, quiete

le notti sotto l’argenteo ventaglio

della luna tremante fra le quercete.


Quali corrusche faville di un maglio

gli astri. Brulicavano i grilli

nelle notti estive, il barbaglio


dei rintocchi in diafani zampilli

dai campanili… Eravate sereni:

ignoravi i perenni, amari assilli.


Fra i libri e gli studî ameni,

solevi menare alacri gli anni.

Oggi indarno speri che baleni


la luce che fu tra gli affanni.

Oggi lacrime intridono il pane

e all’infelicità ti condanni,


poi che le orazioni sono vane.

Chiudi la Bibbia, spengi la candela

e attendi il sonno, ma inquieta


l’ombra aleggia e l’animo gela.


Un’angoscia ti consuma segreta,

non hai requie neppure un istante;

ti venne in uggia la vita da asceta.


Il tempo è una pena lancinante,

il letto è un giaciglio di spine.

Ti alzi, corri via nel buio tremante


di brezza. Così, bramando la fine,

folle ti slanci verso il precipizio,

ti arresti proprio sul confine.


Non sai che la vita è sacrifizio?

Che occorre perseguire la virtù?

Ma tu pazzo, pensi al novizio


e ti ripeti: “Mai più, mai più, mai più”.

Nella notte il verso dell’assiolo

ripete: “Mai più, mai più, mai più”.


Dov’è Dio, se ti senti così solo?

Perché nessuno terge il pianto

che erompe per l’atroce duolo?


Perché la vita è stretta nel rimpianto?

Un altro inverno: la brina trama

i rami del pesco nel verziere


e il rovaio, acuminata lama,


fende riverberi di ombre leggere.

Il sibilo s’insinua fra gli archi

e le volte, illustra le raggiere


delle costellazioni. E tu varchi

il limitare del tempo, aspetti

che nel cielo brillante s’inarchi


la luna. Erri triste fra diletti

ricordi, cerchi un senso, cerchi Dio,

ma trovi solo aridi concetti.


Osservi nel cielo lo sfrigolio

degli astri, ascolti stormire le fronde,

l’azzurro bisbigliare del rio


e tutte le cose arcane, profonde

paiono celare ombre di simulacri,

là dove la tenebra si confonde


col nulla ed evoca enimmi sacri.

Se solo il petto non fosse anelo,

se solo gli inni fossero lavacri


o ali che volano verso il Cielo!

Conosci il tuo destino, Narciso:

sei lungi dagli altri, da te stesso,


languido a guisa di fiore reciso.


Così resti silente, oppresso

da oscuri turbamenti, da fallaci

speranze, abbacinato dal riflesso


di sogni svaporanti fra le braci

delle ultime stelle. Rosea l’alba

dispiega veli di ombre fugaci.


Spare la luna nella bruma falba.

Sui declivî laggiù in ampi drappi

si svolge adagio la luce scialba.


E tu desolato sempre ti aggrappi

ai ricordi: sembra che il passato

incomba sui precordî e ti strappi


l’anima. Neppure il cielo solcato

da azzurri voli ti riconforta,

neppure il pascolo imperlato


di rugiada. Ora il vento ti porta

la polvere di memorie disperse…

Ed è già sera: nella quiete assorta


esala l’aura di corolle terse.

E’ giunto dianzi al tuo capezzale:

negli occhi glauchi brilla ancora


il giovanile ardore, ma l’ovale


del viso – oh sembianza che accora –

incornicia l’augusta canizie,

mentre una lacrima diafana sfiora


la guancia. Ora rivivi le primizie

della vita, gli anni trascorsi insieme,

i dolci dolori e le amare letizie:


vuoi parlargli, ma lo spasmo preme

il petto infermo e ti toglie la voce.

Oh, se solo germogliasse il seme


della fede in questo mondo atroce!

Trovasti il senso ultimo, amico mio?

Mi genuflessi a piè della croce,


ma m’imbattei nel silenzio di Dio.

E tu tornasti alla rimpianta Madre?

Ora oltre le cose mute un brillio,


lo sguardo amorevole del Padre…

Nel chiostro sull’aneto e l’alloro

due vanesse aleggiano leggiadre.


Lieti per sempre tu e Boccadoro.



sabato 25 luglio 2026

Il ritorno

 

Un canto lieve si librava sopra le acque

laggiù nella valle magica di Agrigento

o alla fonte Castalìa, nella gola del Parnaso

alla danza delle luminose ninfe,

e Perseo scagliava lontano il capo oscuro

di Medusa accecante. Sorgevano allora

dalle onde del fiume coppie di virenti fauni

e cingevano le bianche ninfe leggiadre

con poderose braccia. Allora Artemide stessa

avrebbe ceduto alle lusinghe suadenti

come cori di cicale da frondosi tigli

o da ulivi argentati nel quieto soffio

del sole meridiano cullantesi fra i rami

in scintillanti occhi. O divina bellezza,

dove sei ora tu? Anche il volo dei cigni

più non scorgo alla foce del fiume.


Oltre il mare, là dove sorge Aurora

dalle rosee dita, nel vento sapido s’effonde

di salino e sui flutti canori un ricordo

remoto d’un’isola erta ed arcana

ove ancora l’amore respira di Nausicaa.