mercoledì 15 luglio 2026

J. W. Goethe, Viaggio in Italia

 






J. W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano, Meridiani Mondadori, 2002


E’ un diario di viaggio che oltre alla descrizione dei luoghi visitati riporta riflessioni, aneddoti, avventure vissute con presenza di spirito e fiducia nell’uomo (vedi episodio di Malcesine, p. 31-34), dove trapela una grande ammirazione per l’Italia e un atteggiamento di curiosità e bonomia a volte divertita nei confronti degli italiani o meglio degli abitanti della penisola.

Molto interessanti le osservazioni psicologiche sugli abitanti di Verona, Vicenza e Padova, che danno già a Goethe l’idea dell’italiano medio, intelligente, mediocremente colto, superficiale. In particolare lo attraggono le vicentine, quelle brune e ricciute, il tipo lombardo-veneto della donna bruna che ha molto più della francese che non della donna del sud, la quale ricorda a mio parere più le spagnole.

P. 63, quando parla dell’orto botanico di Padova, esplicita di passaggio la sua teoria sull’origine delle piante da un’unica pianta originaria, che è appunto il nucleo della sua “filosofia botanica”. Il breve accenno è molto importante anche perché ci presenta Goethe come appassionato di scienze naturali, ma non in quanto scienziato, bensì in quanto filosofo. E da qui si può anche capire perché Nietzsche fosse così invaghito di Goethe e lo ritenesse un modello di intellettuale e di uomo. Egli non è l’ossificato uomo scientifico, come lo descrive Nietzsche in Schopenhauer come educatore (III delle Considerazioni inattuali) ma è il pensatore originale, il creatore della visione della realtà, non il freddo compilatore di dati e il registratore di esperienze. In effetti nella considerazione del concetto di superuomo o oltreuomo bisogna guardare a Goethe.

P. 87. Interessanti le annotazioni sul carattere dei veneziani che avevano lo stesso gusto degli antichi greci per i bei discorsi e le rappresentazioni teatrali. Un’osservazione tecnica è interessante : “Il verso italiano, costantemente endecasillabo, è assai malagevole per la declamazione …”, il che è vero, basta pensare alle tragedie dell’Alfieri, dove l’endecasillabo è causa di quella continua frantumazione di versi che rende affannoso e stentato ogni dialogo dei personaggi, nonché ogni monologo.

P. 122, stupisce il fatto che molto spesso Goethe incontri viaggiatori di nazionalità inglese che a scopo di diletto visitano l’Italia. Erano evidentemente i primi veri e propri turisti.

P. 127, presso Perugia conosce un capitano dell’esercito pontificio e dopo una conversazione sulla fede cattolica e protestante, in cui il papalino ovviamente difendeva la tradizione condannando la cosiddetta eresia, il poeta tedesco così si esprime : “… dovetti ammirare la furbizia di questo clero, sempre preoccupato di respingere e di svisare tutto ciò che potrebbe far breccia e recare scompiglio nell’oscura cerchia della sua dottrina tradizionale.” E certo in fatto di oscurità ci sarebbe molto da dire, ma dopotutto basta leggere le parti dottrinali delle Confessioni di Sant’Agostino.

P. 128, ad Assisi visita subito il tempio di Minerva e non la basilica del Santo e questo evidenzia l’autonomia di giudizio e l’apprezzamento per la naturalezza dell’architettura antica e “pagana”. Libertà di pensiero e amore per la natura, ecco due aspetti che ci svelano il protestante e il discepolo di Spinoza. Ma anche il vero uomo, amato da Nietzsche, il vero filosofo assetato di verità.

P. 130, la basilica di San Francesco è definita “tetra” e questo giudizio estetico vale anche come giudizio morale. Tra le righe trapela la grande ammirazione per il razionale ed equilibrato paganesimo rispetto all’estatico ma anche fanatico e ottuso Medioevo cristiano.

P. 163, a Roma Goethe scopre il suo io più profondo, l’intima unione con lo spirito dell’Arte antica e con lo spirito del Rinascimento : “… perché in questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto d’esser nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede in Roma.”

P. 170, frecciata (valida per tutti i tempi) contro la pseudocultura provinciale italiana (a Roma) : “Bisogna abbracciare un partito, aiutarlo a imporre le proprie passioni e le proprie cabale, lodare artisti e dilettanti, denigrare i concorrenti, piegarsi a tutti i capricci dei grandi e dei ricchi. Perché dovrei unirmi anche qui, e senza alcuno scopo, al coro d’una simile litania che fa solo desiderare di fuggirsene dal mondo?”

P. 174, pagina interessante sulla prosodia tedesca, a proposito della sua Ifigenia. Lamenta l’incertezza, la mancanza di regole metriche chiare nell’alternanza di sillabe brevi e lunghe. Di conseguenza Goethe preferirebbe la prosa anche per i drammi. Noi italiani che avevamo regole certe siamo passati al verso libero che apparentemente non ne ha. La digressione di Goethe al fine di rintracciare queste regole che pure esistono può essere molto utile. In sostanza nella recitazione dei versi può risultare vantaggiosa l’enfasi con la quale alcune sillabe risaltano rispetto ad altre. E questa è una raffinatezza che non penso ignorassero gli antichi.

P. 194, a proposito del carnevale romano osserva che tutti ostentano allegria senza in realtà dare l’impressione d’essere davvero allegri. E’ proprio il carattere degli italiani, che all’apparenza sfoggiano contentezza da tutti i pori e poi in privato o in solitudine rivelano il loro fondo naturale di nera mestizia.

P. 222-226, l’episodio dell’incontro con la principessina e del pranzo nel palazzo Filangieri è veramente spassoso. Goethe dimostra una grande ammirazione per la nobiltà italiana in genere e curiosità per il popolo di cui indovina esattamente il carattere. Dei napoletani apprezza l’epicureismo, la gioia di vivere e una certa trasandatezza che contrasta col temperamento tedesco.

La descrizione del viaggio per nave da Napoli a Palermo è veramente interessante e suggestiva. La corvetta a vela navigava solo col favore del vento, che differenza rispetto ai traghetti di oggi che pure, nonostante i motori, non riescono a evitare le turbolenze delle tempeste. Il viaggio di Goethe in Sicilia mi ricorda il mio di parecchi anni fa. Io però partii da Genova e impiegai una notte e il giorno dopo sino al pomeriggio inoltrato. Goethe invece impiegò circa quattro giorni.

P. 264-266, suggestiva e pittoresca descrizione della grotta e santuario di Santa Rosalia a Palermo. Lo scrittore è colpito favorevolmente dal rituale e dall’esteriorità del culto cattolico, anche se lo intende in senso prettamente folcloristico. In genere ammira molto la Sicilia, è innamorato della sua atmosfera esotica ed orientaleggiante. Il suo clima e ambiente suscita la sua più sincera ammirazione, come nella descrizione dei giardini di Palermo e della nebulosità fantastica dovuta all’evaporazione, che avvolge ogni cosa come in un quadro surreale.

P. 269-274, la villa Palagonia è presentata nella sua bizzarra disposizione architettonica e con le sue statue di foggia mostruosa. Goethe non apprezza l’eccentricità, ma si attiene al gusto neoclassico.

P. 280, “L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima : qui è la chiave di tutto.” Com’è vera questa espressione, Goethe aveva già capito! In effetti i veri italiani sono i siciliani, ancora più dei toscani, che sono solo toscani.

P. 281, curioso l’incontro con i familiari di Cagliostro. Goethe ne fa l’albero genealogico e descrive l’episodio delineando con accuratezza le fisionomie e il carattere dei parenti e soprattutto della sorella e della madre. Notare che aveva imparato l’italiano, ma non intendeva bene il dialetto siciliano.

Nelle pagine seguenti non manca di rilevare la sporcizia nelle strade di Palermo, a causa del mancato intervento dell’amministrazione con un opportuno servizio di nettezza urbana. Ma allora l’amministrazione provvedeva unicamente a se stessa! E non è che adesso le cose siano molto cambiate.

P. 304-307, bellissima e fedele descrizione della valle dei templi di Agrigento (Girgenti). Non manca di rilevare la friabilità del tufo con cui sono fatti e si meraviglia abbiano potuto resistere tanto a lungo. Ammira la loro grandezza e maestosità, soprattutto di quel che rimane del tempio di Giove (un pezzo di colonna e un triglifo).

P. 308, non manca di constatare il pessimismo dei siciliani, a proposito dei discorsi della sua guida.

Dopo la bellissima descrizione di Taormina e i progetti circa una tragedia su Nausicaa, Goethe giunge a Messina, ancora nelle condizioni di città terremotata, e qui assistiamo al divertente episodio del vecchio governatore (p. 339).

Questo diario di viaggio non riporta soltanto notizie sulle bellezze naturali o artistiche, ma soprattutto sull’umanità incontrata che sembra affascinare l’autore più di tutto il resto.

P. 363-365, queste pagine d’elogio su Filippo Neri sono prova di grande apertura mentale e tolleranza in un protestante. Egli ammira l’eccezione e la grandezza dovunque essa appare, anche nell’umiltà assoluta di un religioso.

P. 374, è assai benevolo nel giudizio sul carattere dei napoletani, manifesta una forte simpatia per i cosiddetti “lazzaroni” e apprezza incondizionatamente la Campania per la sua bellezza e la dovizia delle sue terre. Indovina perfettamente il carattere gaudente degli abitanti di Napoli e dintorni.

P. 403, secondo soggiorno a Roma. Nella descrizione degli arazzi di Raffaello e nell’elogio dell’artista si scorgono in nuce i motivi dell’arte futura dei preraffaelliti nonché un culto per l’arte come “lotta nello sforzo del divenire“ che anticipa Wagner e Nietzsche.

P. 410, NB : nella Roma papalina del 1787 nel Mausoleo di Augusto si organizzavano lotte tra animali (bovini) come nell’antica Roma imperiale!

P. 441, a proposito delle opere d’arte antiche viste a Roma Goethe scrive : “Codeste somme creazioni artistiche furono prodotte dagli uomini, così come le somme creazioni della natura, secondo leggi reali e naturali. Tutto ciò ch’è frutto d’arbitrio, di presunzione, cade da sé e resta la necessità, resta Dio.” E qui si nota il discepolo di Spinoza.

P. 462, frase da seguire come regola fondamentale : “Bisogna scrivere come si vive, in primo luogo per noi stessi, e allora si esiste anche per chi ci è affine.”

P. 474-476, narra dell’innamoramento per una bella milanese, che però deve dimenticare perché la donna è già promessa sposa. Tuttavia le insegna i rudimenti della lingua inglese secondo un metodo originale e tutto suo, cioè partendo dal testo di un giornale, da cui ricava tutti gli elementi necessari. Purtroppo, come Werther, non è fortunato in amore.

Oltre a riportare il testo di articoli scritti da amici o conoscenti trascrive per intero la lettera in francese di un ammiratore un po’ ingenuo (p. 496). Non omette nulla di ciò che ha dato senso al suo viaggio.

P. 517-531, stupisce questa agiografia in lode di Filippo Neri, che viene presentato come un eroe cristiano, anzi cattolico, nonostante le molte bizzarrie del personaggio, che però per la loro apparente irragionevolezza suscitavano l’ammirazione d’un animo ormai volto alla sensibilità romantica.

P. 536-541, il “Ricevimento nell’Accademia dell’Arcadia”, circostanza in cui Goethe venne fatto “arcade”, con il suo rituale massonico rivela appieno la concezione che gli italiani ebbero ed hanno ancora della cultura e della poesia, cioè quella di un circolo ristretto di amici mafiosi. Il diploma conferito allo scrittore dall’Accademia e presentato nella lingua originale con evidente intenzione satirica è infarcito di errori di ortografia, di lessico e di sintassi e denota il livello veramente penoso della cultura italica del tempo.

P. 542-576. Si tratta di un vero e proprio “reportage” giornalistico sul carnevale romano, nel quale Goethe descrive con esattezza lo svolgimento a Roma dei giorni di carnevale nel cosiddetto “Corso” da piazza del Popolo a palazzo Venezia. La festa era rigorosamente ordinata secondo regole precise dalla autorità papalina e vedeva la partecipazione entusiasta sia del popolo che dell’aristocrazia. Il tutto dà l’idea di un modo di vivere all’insegna del puro edonismo dietro la minaccia della morte e di un’esistenza ultraterrena di pene in foschi presentimenti. Allora generalmente, a mio parere, si scatena la voglia di vivere e di godere e questo sembra essere il risultato della dittatura pretesca. Tuttavia lo scrittore non indugia nel moralismo e si limita a riportare quanto ha visto in un quadro grazioso e arguto.

P. 598 e sg., le pagine che ci presentano un estratto di uno scritto di Moritz, amico di Goethe, sono in parte all’insegna dell’estetica spinoziana.

P. 601, “… il bello non può essere conosciuto : dev’essere prodotto – oppure sentito”, estetica irrazionalistica, anticipa il simbolismo.

P. 620-622, incontra nuovamente la bella milanese e questa volta per confessione reciproca ha la conferma d’averla amata e di essere ricambiato. Ma deve partire per la Germania e gli resta solo di portarne con sé il ricordo.


martedì 7 luglio 2026

Vanity

 

Non è una tavoletta dei Sumeri questa

dove ti perdi immersa in magiche chimere,

ma un trionfo di vaniloquio e di vane

effigi di sciocche donne e semplici babbei,

tutta una vita scorsa in miniatura

e in fregole di miserabili bagasce.


Ma tu ormai per me sei proprio un nulla

perduta come sei nel metamondo.

Forse è meglio girare un mappamondo

e sognare le donne come Ariosto

che avere testa torta e fuori posto.


martedì 2 giugno 2026

Vita

 

La vita che si agita, la vita che scorre,

la vita che non ha requie, quale

sarà la mia vita domani?

Un flusso continuo e febbrile di brame

un giorno forse terminerà in un’alba,

così purificato nella luce.

Forse sarò liberato in un atto

di puro amore.

Ma ora la foresta oscura cresce intorno

in un groviglio di lacci,

e il sonno incatena ai sogni

della notte.


venerdì 1 maggio 2026

Sine nomine

 

Il volto pallido si specchia sul lago della memoria

e la malinconia impera sui suoi occhi,

nella lotta atroce delle volontà, più non vuole

e immoto scorge il suo indolente fantasma.

Nella verde penombra le sue pupille s’aprono,

mentre l’iride è irrorata d’una luce interiore.

Il tempo è fuggito con le nere ali di corvo

e il suo gracchio echeggia ancora sulla marea

dei sogni impossibili, come una nebbia lucida

si stende sulla fronte oltre i vetri dal giardino.

Una lacrima vorrebbe gridare, ma tace

e silente muore.


Ma anche nell’uomo dimora un dio

e percorre la via della vita certo

del prossimo tramonto, all’aurora risorge il sole

nell’ignoto sentiero. A quale fonte

placherà la sua sete?


E tu non leggi ancora nei miei occhi

la dolente preghiera, lo spasimo del cuore

che noi strugge di tormento e nostalgia?

Perché dubiti, perché non credi all’implorare

infinito dello sguardo?


giovedì 2 aprile 2026

Sant’Agostino, Le confessioni

 

Sant’Agostino, Le confessioni, Milano, BUR, 1998


Libro IV, cap. XII (p. 186) : “… ubi sapit veritas? Intimus cordi est, …”. La divinità è dentro il nostro cuore, così la verità che è Dio stesso. Infatti quell’aggettivo “intimus” non concorda con “veritas” ma con “Deus”. La verità cioè è nella nostra coscienza e solo essa può rendercene partecipi. Il merito di Agostino sta proprio nel ruolo fondamentale da lui attribuito alla coscienza. Per la prima volta nella letteratura un autore si mette a nudo senza atteggiarsi, senza voler sembrare più di quello che è. Si può giustamente considerare Agostino un precursore di Rousseau, le cui Confessioni, sicuramente molto più esplicite e senza reticenze, come anche decisamente “laiche”, sono legate anche nel titolo al nuovo genere letterario creato dal vescovo di Ippona. E vi è una pagina nello scritto di Agostino che davvero può dirsi sorella carnale dell’opera di Rousseau, quel cap. XXX del libro X dove confessa di non essere stato abbandonato del tutto dagli stimoli del sesso, che neppure la ragione e i doveri di ecclesiastico riescono a soffocare completamente.

Si tratta di uno scrittore dalla psicologia complessa e tormentata, che un temperamento ardente rende fanatico nella fede ed eccessivo nel rigore morale, ma non gli si può negare una profonda comprensione dell’umanità e una sincera dichiarazione delle proprie debolezze.

Il suo temperamento fanatico e nervoso lo porta agli eccessi del rigore morale come quando nel cap. XXXIV del libro X giunge a condannare il piacere derivato dalla vista, mentre avrebbe forse fatto meglio a moderare le sue ire contro gli eretici, cioè contro chi pensava diversamente da lui. Edward Gibbon nella sua Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano non gli lesina critiche e giustamente lo considera assai affine al protestante Calvino.

Finalmente nel libro undicesimo compare il filosofo che subentra al teologo fanatico e Agostino ha tutta la nostra stima. La sua dissertazione sul tempo è chiaramente di matrice platonica e prelude alla dissertazione analoga di Schopenhauer nel Mondo come volontà e rappresentazione, libro IV, 54. All’inizio del cap. XXIII del libro XI si fanno osservazioni sulle misurazioni del tempo ad opera degli astronomi. Questo mi offre l’occasione di riflettere sul nostro concetto di tempo che in effetti è convenzionale perché basato sul moto rotatorio della terra ed ellittico intorno al sole. Ma come nota Agostino “cur enim non potius omnium corporum motus sint tempora?”. Il tempo in effetti è soggettivo e come tale illusorio. Il tempo convenzionale è appunto una convenzione non una realtà assoluta. Perciò giustamente, come suggerisce Agostino, è illusorio. Nei capitoli seguenti si sottolinea proprio questa illusione del tempo, il quale in definitiva è più che altro dentro di noi, è frutto della nostra mente, dell’anima. E in effetti se noi fossimo fuori della vita materiale esso non esisterebbe per noi.

Nel cap. XXX si dice chiaramente che la razionalità umana rispecchia quella divina (“in forma mea, veritate tua”) e questo è molto importante per rendersi conto che la filosofia per Agostino è strumento per la ricerca della Verità che è Dio.

Le considerazioni sulle parole della Genesi circa la creazione del mondo sono assai profonde, anche se opinabili, ma poi ecco che vien fuori il suo temperamento ardente e fanatico nell’espressione (cap. XIV del libro XII) : “odi hostes eius vehementer : o si occidas eos de gladio bis acuto, et non sint hostes eius!”, riferendosi ai nemici della parola di Dio o di Dio stesso. Purtroppo nessuno è perfetto e qui abbiamo l’esempio di un’intelligenza superiore che però ha avuto in retaggio un temperamento sensuale e violento.

Quanto alle riflessioni circa la creazione del mondo prima del tempo e dello spazio si potrebbero accompagnare per contrasto a quelle di Schopenhauer nei suoi appunti di filosofia a margine delle letture indiane (A. Schopenhauer, Il mio Oriente, Milano, Adelphi, 2007, traduzione italiana degli scritti sparsi del filosofo). Giustamente il filosofo tedesco sostiene l’eternità della natura e delle anime, perché porre una creazione ex nihilo conduce direttamente a una concezione della morte come dissolvimento nel nulla. E in questo caso al povero individuo che ne viene (non voglio essere blasfemo!) dell’esistenza di Dio? Il Dio ebraico premia infatti o punisce il suo popolo sulla terra, non in un aldilà che non esiste, dal momento che la religione ebraica originaria non prevede l’immortalità dell’anima.

Certo l’aspirazione di Schopenhauer al Nulla gli fa concludere che la vita non vale neppure la pena d’essere vissuta e se questo vanifica quasi evangelicamente ogni vanità terrena, pone dinanzi ai nostri occhi un altro problema ossia quale deve dunque essere la nostra vita?

Se Schopenhauer risulta perciò profondamente problematico, per contrasto Agostino risulta uno speculatore raffinato quanto inconsistente. Quelle sue congetture sulle parole della creazione nel libro della Genesi sono suggestive quanto prive di senso e sembrano più un’ostentazione da abile rètore che un discorso che miri a cogliere la verità. Che cosa significa per noi il cielo e la terra invisibili o il fatto che lo Spirito si librasse sopra le acque? Egli gioca con l’interpretazione figurale della Scrittura e per giunta la prende alla lettera. Mi dispiace per lui, ma per me, povero lettore, la noia prende il sopravvento e un senso di radicale delusione vi si accompagna. La concezione neoplatonica della luce che sovrasta e vince le tenebre della materia si sovrappone alla tradizione ebraica nel tentativo di utilizzare l’Antico Testamento ai fini della concezione cristiana, ma ne risulta una forzatura per quanto lo scopo sia encomiabile. E ne risulta anche che il discorso di Agostino sia meramente eloquenza, retorica, per quanto apprezzabile, né filologia e tantomeno filosofia.

E tuttavia pur nella congerie delle implorazioni, delle citazioni bibliche e nei bagni di olio santo, qui si trova anche del buono, intendo un’autentica aspirazione alla Verità. Agostino intuisce che la realtà della nostra vita terrena adombra una realtà che ci sfugge e che è superiore, cui anela nel superamento delle umane miserie e degli egoismi delle brame, in questo egli è davvero filosofo nel senso proprio del termine e come tale si presenta ai nostri occhi al di là della fede religiosa cristiana, come di qualunque altra fede. Allora ci riconosciamo in lui e sentiamo che ci appare finalmente un Maestro.


sabato 7 marzo 2026

L’arpa

 

Abbandonata sulle montagne del cuore

o voce mia giaci e a lei aneli

unirti in un canto effusa a sfiorare

forse il viso. Una luce prima dell’alba,

visione velata, ma messaggero il vento

all’acqua chiara plana, remoto richiamo

e specchio sommesso di sereni cieli.


domenica 15 febbraio 2026

L’ultima dea

 

Come dolce canto il vento sulle acque

si placa e un armonioso coro

dai colli echeggia sommesso e lieve,

e la tua mano si leva alla mia nuca

nella danza dei sogni alati.

Forse il canto ultimo del cigno

ora si libra in un volo d’oro

sul tramonto purpureo inebriante

come forte vino? Offrimi ancora

nel calice delle tue pure mani

il dono del sorriso tuo silente

e di una voce che parla solo al cuore,

muta luce su opalini prati.

Così occhieggia il raggio dell’alto sole

come i tuoi occhi si colmano di gioia

e le ombre seducenti degli ulivi

assorbono le tue pupille in un respiro

fresco, notturno, alla inviolata luna.

E sei il mare, tu la costa fulgida,

alta rupe grembo dei gabbiani

o sinuoso lido vinto dalle maree

mormoranti messaggere d’antichi voti,

la tua immagine si affida alle onde,

il tuo viso sorride. Poi che, pervasa

dall’amore, il tuo tormento diviene

beatitudine, l’attesa è grata

e sospiri cancellano ogni dubbio.

Tu ami e non sai d’amare

e ti perdi inebriata nei meandri

di gioie immaginate e d’insperati allori.

Ma fuori il vento sovrasta e croscianti

flutti si schiantano sulle falesie

e folli gabbiani s’avvolgono nei vortici

del cielo, senza più requie corrono

gli anni ed agitando le speranze le ali

nel frastuono si smarriscono dei turbini.


sabato 31 gennaio 2026

La chioma

 

Onda marina scintillante si disegna

come un arabesco, in spirali serpentine

un fiabesco dardeggiante basilisco

si muove all’inganno su volute di spuma

leggere quasi criniere candide

di corsieri in fuga nel vento.

Tu così lievemente coricata flessuosa sul fianco

ti avvolgi nelle lunghe volute dorate

in apparente fiamma, seducente verbo

culminante fuori sul mare in tempesta,

ed echeggia la voce tua quasi volo d’arpa

cinto di sistri al lume dei tuoi occhi,

ove palpita l’oceano.

Cosa ti distingue da me? Io stesso

vibro nel tuo sangue e sono fibra

dei tuoi capelli. La pioggia cade

ora lenta, ora greve, o leggera o forte

e tu sei la mia morte ed io la vita intera.


lunedì 5 gennaio 2026

Mario Praz, La casa della vita

 







Mario Praz, La casa della vita, Milano, Adelphi, 2012



Si legge come un romanzo, d’altra parte come si potrebbe definire, forse saggio autobiografico ? Noto il periodare ampio, musicale, alla Walter Pater, che si alterna armoniosamente a frasi più brevi. Il lessico è ricercato, a tratti un po’ paludato, di gusto vagamente dannunziano. Lo stile ricorre spesso alla digressione e nel complesso è piacevole e cinto di seduzioni tratte da sensazioni, reminiscenze, passione da collezionista raffinato.

Quando parla dei due busti di metallo a p. 30, che gli risvegliano il ricordo d’un compagno d’università, è originalissimo il passaggio dalla descrizione d’un oggetto d’antiquariato alle sensazioni che ha provocato e alla vita interiore che nel ricordo gli è collegata, in un discorso fluido che passa dal presente al passato in un continuum che ricorda la prosa di Proust, cui peraltro accenna, vedi episodio della rimembranza di Swann a proposito di Odette.

Descrive gli oggetti d’arte di casa sua, passando nelle associazioni d’idee da un ricordo all’altro, da un aneddoto a un ritratto fisico e poi morale, preso dal puro gusto della digressione, che diventa il vero motore di questa prosa d’arte mirabile.

P. 46-50, quando riferisce le memorie della zia arteriosclerotica il suo stile si fa breve e lapidario, con pochissime subordinate, quasi un discorso infantile. Egli ricorda proprio tutto dei dialoghi avuti con i parenti e questi si snodano innanzi all’immaginazione del lettore come un racconto sempre nuovo.

P. 53, osservazione interessante sul mondo contemporaneo, dove ogni cosa cambia per favorire la rapidità dei consumi. Nella società dei consumi infatti la storia della casa non ha più senso perché ne viene cancellata ogni traccia di possibile memoria.

P. 54, 55, Praz, pur essendo un anglista, è imbevuto di cultura classica e cita Properzio durante la descrizione d’una gita a Veio come un raffinato umanista.

P. 72, osservazioni sul costume e la moralità dei tempi nostri perfettamente attuali, nonostante la velocità nei mutamenti delle abitudini (sessuali). Il nostro tempo è decisamente il tempo dello squallore.

P. 98, veramente divertente l’episodio della visita al castello di Chatsworth alla ricerca di un busto di Laura di mano del Canova, del quale Praz possedeva una copia scartata dall’autore perché difettosa. Prima di recarsi al castello aveva bevuto troppa birra e di conseguenza l’impellente bisogno lo tormentava con continue interruzioni alla visita ufficiale per altri tipi di visite. Inoltre dimentica di vedere proprio quell’opera del Canova per la quale si era recato in Inghilterra.

P. 104, anche nella descrizione della camera da letto del suo appartamento a Palazzo Ricci (in Roma) lo stile di Praz nel suo fine umorismo ricorda un po’ Laurence Sterne.

P. 111, 112, un amore rievocato dalla gioventù, l’amore per la giovane Doris, costituisce il primo episodio “sentimentale” che s’inserisce perfettamente in quest’opera dedita al bello, così lontana ormai dai gusti contemporanei, decisamente involgariti. Praz si mostra così grande psicologo oltre che grande narratore, e soprattutto grande innovatore, perché il suo libro si legge come un romanzo anche se del romanzo non ha affatto l’aspetto.

P. 121-124, “Due paia d’occhi azzurri” è un capitolo dedicato alla figlia e alla madre, in cui si manifestano le doti proprie a Praz cioè quelle del grande prosatore, che in questa lunga descrizione e rievocazione di occhi fanciulleschi e materni raggiunge l’intensità della poesia.

Seguono pagine di ricordi in Inghilterra presso la famiglia della moglie e in Italia durante l’ultima guerra, degne della penna di Walter Pater, che peraltro viene richiamato nella citazione del suo Mario l’epicureo.

Le memorie si estendono all’ambiente romano frequentato da Praz e cioè quello universitario e intellettuale. Fa così una sorta di satira di Giorgio Pasquali e di Benedetto Croce, quest’ultima abbastanza pungente (p. 136, 137).

P. 150, definisce il suo appartamento un “paradiso artificiale” e in effetti esso è concepito e perseguito come la realizzazione di un’opera d’arte della quale Praz vuole essere l’inquilino.

P. 164-168, “L’altare”. In questo brano composto anni prima Praz rivela doti di grande prosatore. Lo stile e in parte il contenuto riecheggiano l’ambiente circostante, a tratti grandioso e magniloquente, talvolta pervaso da una sensibilità squisita e quasi chiaroveggente, il cui modello è, ancora una volta, Walter Pater, l’autore, fra l’altro, del Fanciullo nella casa, a cui in parte sembra ispirarsi, nell’ingenua ma raffinata rievocazione dei pensieri e della sensibilità dell’infanzia e dell’adolescenza. Anche la mania collezionistica di Praz sembra esser fatta risalire a un’epoca nella quale i simboli della religione erano assurti al rango di opere d’arte ma anche di feticci.

Il pregio di quest’opera è che si tratta di una divagazione continua sicché si arriva pure a parlare di suicidi “politici” e di MacCarthismo (p. 170, 171). L’interpretazione del suicidio dell’intellettuale Matthiessen come di quello di Pavese è assai plausibile e comunque denota una grande capacità di introspezione psicologica. Praz non è un settario e non è un uomo venduto alla critica militante, la sua indipendenza di giudizio è assoluta, libera da vincoli ideologici, per questo si legge con interesse.

P. 171, l’allusione a Denys l’Auxerrois di Walter Pater a proposito d’una statuetta di cera dal fascino “decadente” mostra quanto nell’opera dello studioso e del traduttore sia unito strettamente alla sensibilità e alla sua vita, i suoi saggi sono il frutto in gran parte di una vera condivisione e affinità esistenziale.

P. 177, la brevissima citazione ironica sull’Estetica di Benedetto Croce inserita nella dotta dissertazione sulle cere denota l’atteggiamento intellettuale di Praz come critico e studioso avverso a idee preconcette e a ideologie. Il suo giudizio è veramente libero e quindi personale, non impersonale, ideologico e quindi non libero, anche se sappiamo che l’oggettività nel giudizio, quando pretende di presentarsi come tale alla ragione, è praticamente impossibile.

Le digressioni danno seguito a ricordi di vita vissuta che si svolgono come novelle. Così è per la rievocazione d’un innamoramento, d’una compagna di università che si presenta all’improvviso dopo anni a casa sua. L’episodio è circondato da un alone di romanticismo, ma purtroppo la donna si rivela completamente pazza (p. 178-183). Nella lettura ci si sente bene, si assapora con lentezza la vita umana, l’umanità di un intellettuale che sembra ormai un nostro parente o uno zio che ci racconta episodi del suo passato.

P. 185, 186, presenta un mobile già alla Capponcina e quindi un tempo posseduto da D’Annunzio, che portava in cima una decorazione di clessidre che furono sostituite dal poeta da altrettante lampadine della stessa forma, per illuminare più efficacemente al posto delle candele e delle lampade a olio, anche se per queste ultime egli aveva una netta preferenza. Nella citazione dalla Vita di Cola di Rienzo si può notare lo stesso gusto, la stessa mania per l’arredamento che fa di Praz un autentico discepolo del poeta abruzzese, perché i due si assomigliano soprattutto per la capacità ricettiva e sensitiva, per quel dominio dei sensi che ambedue riconobbero, l’uno attivamente e l’altro in modo riflesso.

P. 209, 210, nelle rievocazioni di episodi dell’adolescenza rivela un precoce temperamento d’artista, nella sensibilità estrema e nel gusto per le forme e i colori, che si accompagna a una egualmente precoce mania di collezionista (la passione per i francobolli). E ci rivela altresì un mondo ora completamente scomparso, una società che anche ai più alti livelli restava composta e sobria e sapeva convivere altrettanto sobriamente e signorilmente con i ceti più bassi.

Bisogna confessare che il libro non è di facile lettura, soprattutto laddove descrive oggetti d’antiquariato in maniera forse troppo minuziosa, però ha il pregio di intervallare alle descrizioni informazioni storiche, biografiche e aneddoti in maniera tale da rendere il tutto piacevole. Questo si riscontra particolarmente nella parte intitolata “Camera di Lucia”.

P. 251-254, interessantissimo il ricordo dell’amicizia con Eugenio Montale, allora scopritore e cultore di Italo Svevo. Veniamo così a sapere che Praz disegnava e aveva fatto caricature sul personaggio di Emilio Brentani di Senilità, che furono inviate all’autore triestino e che questi apprezzò. Per il resto Praz fu all’estero un vero intermediario culturale e promosse in Inghilterra la poesia di Montale che di riflesso fu valorizzato anche in patria. Così la figura di Praz si mostra centrale nella cultura italiana della prima metà del Novecento, come poi ne fu un punto di riferimento e un pilastro portante nella seconda metà.

P. 260, 261, il suo incontro con Croce, che dette origine a una sorta di apparente amicizia, pone in evidenza l’insopportabile moralismo crociano (assai evidente nella Storia d’Europa). Il personaggio di Croce risalta in tutta la sua prosopopea, e l’osservazione del Praz che di lui non sarà in futuro apprezzata la filosofia quanto l’ ”arguta e vasta erudizione di storico e aneddotista” è sicuramente profetica.

P. 269-271, Praz in Inghilterra ebbe il privilegio di conoscere personalmente una modella di Dante Gabriel Rossetti e la figlia di Morris. Questo in parte può spiegare il suo interesse per i Preraffaelliti e il Decadentismo.

P. 263-283, il ricordo di Violet Page (Vernon Lee) è commovente e pieno di riconoscenza. Fu infatti proprio la scrittrice inglese, che allora dimorava nei dintorni di Firenze, a instradare Praz per la via dell’Inghilterra e a farne quindi un accademico di università anglosassoni. Una bella fortuna, che Praz non manca di riconoscere. Queste sono pagine quanto mai suggestive circa gli incontri che egli ebbe con personaggi inglesi e in un ambiente, soprattutto allora, quanto mai interessante e nuovo per noi italiani. Forse oggi col progetto Erasmus si sarebbe annoiato.

Il carteggio con Violet Page denota un rapporto quasi di nipote verso una devota nonna, o verso un’anziana signora troppo anziana per essergli amante, ma sicuramente vi trapela un affetto sincero e reciproco. Egli riporta queste lettere perché è consapevole dell’importanza che questa conoscenza ebbe nella sua vita.

P. 304-310, è inserita una digressione su un busto ritraente la cantante dell’età napoleonica Giuseppina Grassini, donna fatale dell’epoca ed amante di Napoleone. Praz eccelle come sempre nella ricerca dei particolari più minuti che ritrova qua e là sparsi nelle botteghe degli antiquari come negli archivi e nelle biblioteche, è una sorta di raffinatissimo detective. La descrizione della bellezza della Grassini che paragonarono a quella della Gioconda leonardesca, rivela naturalmente lo squisito gusto d’esteta. Venne infatti paragonata da alcuni alla Gioconda, ma Praz ci riferisce aspetti del carattere che ne facevano una “femme fatale” non sempre dolce, ma ardente e imperiosa. Tra le sue braccia Napoleone addirittura sveniva, evidentemente travolto dal fascino di lei.

P. 312, accanto alle informazioni su oggetti d’arte e d’antiquariato l’autore introduce osservazioni sulla sua vita familiare, in particolare lo sfortunato rapporto con la moglie inglese, che lo lasciò in seguito a dissapori e incomprensioni dovuti alla stessa personalità di Praz, evidentemente troppo intellettuale e artista per piacere alla donna, che spesso vuole nel maschio un protettore un po’ bovino.

P. 313, 314, confessa di aver avuto da ragazzo una viva passione per la pittura e di avere dipinto da dilettante, così aveva fatto anche suo padre, impiegato di banca vissuto in Svizzera. Il cognome Praz rivela l’origine franco elvetica. Suo padre morì ancora giovane e la madre si risposò con un medico di condizione agiata. Insomma Praz figlio apparteneva al ceto medio borghese.

Nella lunga sezione dedicata alla descrizione del salone, zeppo di oggetti d’antiquariato dell’epoca napoleonica per lo più, appaiono tutti i pregi e i difetti della prosa di Praz. Il pregio consiste nella sapiente alternanza di descrizioni ed aneddoti, spesso spiritosi, della sua vita e del suo ambiente tra Italia e Inghilterra, il difetto in una prosa complessa con frequenti rimandi alle note a piè di pagina (e questo è il difetto principale) che alla lunga stanca il lettore e lo costringe a ritornare di continuo sui suoi passi. Questa critica vale naturalmente per il lettore medio che non è abituato a letture troppo impegnative. In sé la prosa di Praz è infatti un gioiello di sapienza compositiva, ma appunto non è scorrevole e questo per il lettore medio è un guaio. E si sa che i lettori eccelsi scarseggiano.

P. 378-383, l’episodio della mancata gita a Sperlonga ci presenta il personaggio di Diamante, giovane americana della quale lo scrittore si innamora, nonostante la forte differenza d’età. Si tratta di una ragazza capricciosa e volubile, e forse anche un po’ psichicamente instabile, che però diventa qui l’emblema delle nuove generazioni (e devo dire soprattutto di quelle con le quali io ho a che fare). Come scrive Praz, la gita a Sperlonga divenne come la gita al faro di Virginia Woolf, una gita sempre rinviata e mai realizzata. Però Diamante, e in questo l’episodio mi ricorda un racconto di Italo Svevo, mi sembra La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1929), diventa, come per tutti gli uomini di mezza età, il sogno di una giovinezza mai raggiunta, di un’adolescenza inappagata, che si offre come un frutto delizioso a chi ormai sa che gli è definitivamente proibito.

E anche l’aneddoto riportato alle pp. 384-388, “Fiori sotto campana”, prelude ai nostri tempi di tragedie familiari e di donne snaturate. Evidentemente si tratta d’una sorta di contagio, di malattia americana (la donna protagonista è infatti nordamericana) un po’ come fu la sifilide dopo i viaggi nelle Americhe.

P. 390, mi colpisce l’immaginazione il breve episodio, che fa riferimento al dono d’un piccolo ritratto femminile, in casa di una signora francese, conosciuta in gioventù. La descrizione del salone dove la dama suonava al pianoforte Debussy, dei quadri, dei tappeti e ceramiche, della meravigliosa prospettiva sulla sinagoga di Firenze, simile a una moschea orientale, è una finestra su un mondo di sogno, purtroppo anche su un mondo che oggi è completamente scomparso, ma che ai tempi del giovane Praz esisteva ancora.

P. 400, analizza se stesso e il proprio carattere, nel ricordo del fallimento del proprio matrimonio. Si paragona a uno specchio che ama riflettere la realtà o a un quadro che la fissa in un attimo reso eterno. Non ama la vita comune, quotidiana, dissipata e dissolta nel momento fuggevole, sottoposta ai capricci della sorte.

Nell’ultimo capitolo le informazioni su Palazzo Primoli, dove si trasferì definitivamente, sono accompagnate da riflessioni spiritose sulle critiche ricevute da uno scrittore inglese e da un giornalista americano a proposito di questo suo libro.

Praz a tratti potrà anche risultare noioso, ma è la materia che necessita di precisione, in ogni caso non si può certo dire che manchi di senso dell’umorismo, e le sue battute sono veramente felici.

Sono stato sempre un ammiratore di Praz, per il suo fenomenale intuito filologico e comparatistico e per lo stile magistrale, ma questo è sicuramente uno dei libri più originali che abbia mai letto.






giovedì 1 gennaio 2026

L’arte del sogno

 



L’aria ebbra è di pioggia ed amara,

quasi pregna della fracida morte,

ed un sentiero di fango prepara

del ritorno immutata la sorte.


Lunga attesa nei lunghi tramonti,

malinconico un sogno smarrito,

fugge al vento il suono tradito

che di pianto disvela orizzonti.


Vasto Acheronte, varco oscuro,

che nel buio si specchia dei tuoi occhi,

aperti al dubbio che danza sicuro


nelle frasi che fuggono e non tocchi.

La tua bocca rimane schiusa e bella,

della vita compagna, e sorella.