Il volto pallido si specchia sul lago della memoria
e la malinconia impera sui suoi occhi,
nella lotta atroce delle volontà, più non vuole
e immoto scorge il suo indolente fantasma.
Nella verde penombra le sue pupille s’aprono,
mentre l’iride è irrorata d’una luce interiore.
Il tempo è fuggito con le nere ali di corvo
e il suo gracchio echeggia ancora sulla marea
dei sogni impossibili, come una nebbia lucida
si stende sulla fronte oltre i vetri dal giardino.
Una lacrima vorrebbe gridare, ma tace
e silente muore.
Ma anche nell’uomo dimora un dio
e percorre la via della vita certo
del prossimo tramonto, all’aurora risorge il sole
nell’ignoto sentiero. A quale fonte
placherà la sua sete?
E tu non leggi ancora nei miei occhi
la dolente preghiera, lo spasimo del cuore
che noi strugge di tormento e nostalgia?
Perché dubiti, perché non credi all’implorare
infinito dello sguardo?
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