sabato 8 luglio 2017

La nascita della tragedia

Friedrich Wilhelm Nietzsche La nascita della tragedia ovvero Grecità e pessimismo ( 1872 )
Roma, Newton-Compton, 1993



P. 112. Nel ritenere Socrate il primo esponente della scientificità N. lo accusa di falsità o di astuzia nel voler nascondere dietro il paravento della filosofia la verità inaccettabile, mentre per Kierkegaard Socrate è l'assertore della verità, cioè del Nulla. E' chiaro però che in ogni caso Socrate si presenta come nemico della originaria religiosità greca.
P. 141. E' importante questa affermazione : “ dobbiamo immaginare che il Greco dal profondo sentire avesse nei suoi misteri un sostrato incrollabilmente saldo del pensiero metafisico, e che tutti i suoi impulsi scettici si potessero sfogare sugli dei olimpici. “
P. 142 : interessante contrapposizione tra il mito “asiano” di Prometeo e il mito semitico del peccato originale ( opera di Eva ! ). Il Nietzsche come molti al suo tempo ( seguendo Gobineau ) è convinto della superiorità culturale dei popoli arii. Inoltre non è esente da una certa misoginia ( ma aveva perfettamente ragione ! ).
P. 144. Dopo la splendida rifioritura del mito dionisiaco grazie ad Eschilo e Sofocle, con Euripide abbiamo l'uccisione del mito, data la sua mentalità raziocinante e la cultura sofistica. Anche la musica dei cori di Euripide, per quanto elaborata, non è più dionisiaca, ma semplice imitazione di quella autenticamente dionisiaca.
P. 145-146. NB : Euripide è colui che ha portato sulla scena lo spettatore e con esso la rappresentazione della realtà quotidiana, inficiando in maniera irrimediabile il mondo eroico dei predecessori, cioè di Eschilo e Sofocle.
NB : come già Kierkegaard ( cfr. Sul concetto di ironia ) anche Nietzsche ritiene che il miglior giudice degli intellettuali della sua epoca sia Aristofane ( qui con le Rane, viene chiamato a testimoniare sul merito di Euripide ).
P. 150, N. afferma che “ la sua ( di Euripide ) tendenza antidionisiaca si smarrì in una tendenza naturalistica e non artistica “ accusa cioè Euripide di avere tolto al dramma il suo alone di rappresentazione sacra e di averlo abbassato al rango di dramma sentimental-borghese, a causa della sua mania sofistica e raziocinante e della simpatia per l'insegnamento socratico.
P. 151. E' significativo l'accostamento di Euripide a Descartes. La divinità che nei prologhi delle tragedie euripidee garantisce della veridicità del mito è paragonata alla divinità che Cartesio chiama a garante della veridicità della realtà ( Discorso sul metodo ). La polemica contro Euripide sottintende la polemica contro il razionalismo in genere, ben presente in Verità e menzogna in senso extramorale.
P. 152. Socrate nelle Nuvole di Aristofane, presentato come massimo tra i sofisti, Socrate maestro di una nuova cultura basata sul dubbio sistematico, Socrate che afferma di non saper niente, in queste pagine Nietzsche si avvicina alla concezione di Socrate presentata da Kierkegaard in Sul concetto di ironia ( vedi mio post pubblicato l'anno scorso ). In definitiva il filosofo ateniese è il grande distruttore del mondo ellenico, la cui radice è costituita dal dionisismo, Socrate è infatti l'acerrimo nemico di Dioniso, è la razionalità corrosiva contro il magico e primitivo mondo dell'inconscio e dell'istinto.
P. 155. Rispetto al Socrate nichilista di Kierkegaard, il Socrate della Nascita della tragedia non è inteso “ soltanto come una potenza dissolvente e negativa “. Nietzsche attribuisce al filosofo il dubbio se veramente l'essenza della realtà sia soltanto logica e non anche musicale cioè irrazionale. Il sogno ammonitore apparso più volte a Socrate verso la fine della vita e che lo esortava a praticare la musica è un segno di un vacillare della certezza logica, della razionalità di fronte alla complessità del reale, da parte del maestro di Platone. In ciò Nietzsche si discosta, anche se lievemente, dalla concezione di Kierkegaard.
NB : ne Il Taoismo di Aldo Tagliaferri ( ed. Newton ) si avvicinano le concezioni taoiste basate sulla spontaneità dell'istinto naturale a quelle di Nietzsche. Anche l'idea dell'eterno ritorno sembra essere un elemento comune ( vedi pag. 25 ).
P. 162. Seguendo la filosofia di Schopenhauer, N. arriva a una sorta di consolazione metafisica nella considerazione che la nostra vera essenza è l'Essere Originario, e che noi siamo in quanto principium individuationis una mera apparenza ( cap. 17 ).
P. 164. “ La musica veramente dionisiaca ci si presenta come un tale specchio universale della volontà del mondo : quell'evento intuitivo che si riflette in questo specchio si amplia subito per il nostro sentimento a immagine di una verità eterna. “ La musica dionisiaca a cui si riferisce è evidentemente quella di Wagner.
P. 167-168. Eccezionale analisi della miseria dell'uomo moderno, uomo “teoretico” e negatore dell'evidente illogicità dell'esistenza, manca di una cosa fondamentale, del coraggio di vivere e di morire.
P. 172. Nel cap. 19 Nietzsche si fa araldo del nazionalismo germanico, nella esaltazione unilaterale della musica tedesca degli indubbiamente sommi Bach, Beethoven, Wagner. Egli collega poi lo “spirito” della musica tedesca romantica a quello della filosofia tedesca di Kant e Schopenhauer per poi considerare i tedeschi quali fervidi discepoli e forse eredi del mondo ellenico, unico e insuperabile modello. Si tratta di un semplice e semplicistico schematismo, ma non è dubbio che l'età romantica tedesca sia stata un'epoca di altissima civiltà e cultura, e di essa certo Nietzsche è un degno rappresentante. In confronto a questa epoca la nostra è quella di una banda di straccioni.
P.176-177. La musica va ben oltre il mito e la rappresentazione di esso. Così nel Tristan und Isolde di Wagner, la vicenda in sé si pone come limite, come oggettivazione della trascinante e tempestosa fiumana musicale che lo trascende, piena di infiniti significati.
P. 183. Le considerazioni sull'importanza del mito per la vita di un popolo e dello stesso individuo sono di grandissimo rilievo : l'internazionalizzazione, il cosmopolitismo, il pandemonio delle credenze, l'esterofilia, la propensione alle religioni straniere, tutto questo è tipico della nostra epoca, che è l'epoca del tecnicismo scientifico e dell'annichilimento dell'essere umano. Solo il mito offre una ragion d'essere, una giustificazione alogica, irrazionale, all'esistenza umana, la cui vita “razionale” sfocia inevitabilmente nel nihilismo.
P. 185. L'essenza del dionisiaco è l'aspirazione all'infinito, come la rivelazione dell'eterno “gioco” del mondo e del dio che lo forma e lo distrugge. Così nell'indebolimento del mito ( pag. 186 ) cioè in questa mancanza di aspirazione all'eterno gioco del dio, “ si esprime in generale un'attenuazione della facoltà dionisiaca “ e si dà luogo a un'esistenza “ priva di miti, in un'arte decaduta a divertimento, come anche in una vita guidata da concetti “.
La ragione ha snaturato l'uomo e lo ha privato della gioia di vivere. Vedi il “ Dialogo di Plotino e di Porfirio “ delle Operette morali di Giacomo Leopardi, a un certo punto Porfirio afferma : ( pag. 203, Meridiani, Mondadori ) “ La verità è questa, Plotino. Quella natura primitiva degli uomini antichi, e delle genti selvagge e incolte, non è più la natura nostra : ma l'assuefazione e la ragione hanno fatto in noi un'altra natura; la quale noi abbiamo, ed avremo sempre, in luogo di quella prima. “ 




 La casa di Nietzsche a Torino, in via Carlo Alberto n. 6





 Nietzsche abitava probabilmente all'ultimo piano.


 Il palazzo Carignano, di fronte ad una delle finestre laterali dell'appartamento di Nietzsche.


 La piazza Carlo Alberto di fronte al palazzo Carignano.



 La via Carlo Alberto.



L'epigrafe in onore di Nietzsche.


 

giovedì 22 giugno 2017

Amori proibiti

Dove fuggi, sguardo ?
Non hai colto ancora
il frutto della tua danza.
Hai abbracciato le ricche forme,
hai baciato i bei colori,
ti sei immerso nei profondi occhi.
Come una mano silenziosa
hai arpeggiato musiche sovra
il mistico profumo del suo
corpo d'ambra,
ti sei dilettato
della morbidezza
della sua gola.
E hai udito la sua voce
nel ritmo caldo del mare,
schiumante fuga di canti,
come nei capelli il fresco
volo del vento.
Come s'estende la notte
dei suoi capelli
sull'eburneo collo,
così le nubi
sovra le stelle.
A quale luce di luna
mi volgo ? Sullo specchio
delle acque riflessa giace
e si confonde con la mia ombra.
Oltre il fiume si allontana
che non ospita approdo.
Nel silenzio della luce
la voce dispare dei suoi occhi.

mercoledì 14 giugno 2017

Gabriele D'Annunzio, La Leda senza cigno

Gabriele D'Annunzio La Leda senza cigno ( Prose di romanzi, vol. II )

Milano, Meridiani Mondadori, 2011




In realtà non si tratta di un romanzo nel senso tradizionale del termine, ma, come di quasi tutti i romanzi di D'Annunzio, di qualcos'altro. Quest'ultimo anticipa lo stile di Gadda de La cognizione del dolore o quello di Landolfi de Il mar delle blatte. E' assolutamente originale e interessante. E' la vera eredità che il poeta lascia agli artisti del futuro. Vedi a pag. 885 la descrizione della vecchia sul carrozzino, che anticipa chiaramente lo stile di Landolfi.
P. 887-889 : l'evocazione fantastica suscitata dalla musica di Domenico Scarlatti è assolutamente originale, l'immaginazione sostituisce la realtà a tal punto che non si sa più se si tratti di una descrizione o di una rappresentazione onirica.
P. 891, NB la frase seguente : “ La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti. “ ( vedi nota pag. 1407 che sottolinea che la riflessione è replicata nella “Licenza”, a pag. 1037 ). Altra frase rivelatrice : “ Il sonno umano è un errore come il tempo e come lo spazio. “
La descrizione della misteriosa “Leda”, il breve colloquio tra lei e il narratore, il commiato sono un capolavoro di forza evocatrice e incantatrice. Come esempio riporto un frammento della scena del commiato ( p. 900 ) : “ Fuori, non pioveva. Un vento fresco, pregno di ragia come quell'acqua piovana che riempie i vaselli appesi ai pini, mi lavò la faccia. La cresta delle nuvole a ponente era come una schiuma abbagliante.
Qualcosa d'argenteo, quasi un riflesso di madreperla, guizzò negli occhi della sconosciuta. Il primo quarto della luna pendeva dal cielo verdigno come se la fata Morgana vi rispecchiasse il pallore della Landa. “
In seguito il narratore incontra un amico, che invita a cena a casa sua, dal quale viene a conoscenza di preziose informazioni circa la donna misteriosa, che egli chiama Leda. Figlia di un avventuriero, ella aveva condotto la vita della mantenuta sino all'incontro con un amante procacciatore di occasioni lucrose, il quale l'aveva fidanzata a un giovane stolto ma ricco, promettendogliela in matrimonio dietro il pegno di una polizza d'assicurazione in caso di morte dello sposo, di un milione e mezzo di lire. Lo sposo, inutile dirlo, era stato eliminato e i due, eredi di tanta fortuna, conducevano vita insieme da padrone e da vittima.
Siamo di fronte dunque al tòpos della donna fatale, della Circe seduttrice.
La donna per liberarsi dell'odioso padrone è perseguitata e allettata dall'idea del suicidio.
Segue l'incontro tra i due amici e la donna detta Leda. Costei vuole vedere i cani del protagonista narratore e in questa occasione avviene l'unione metaforica tra la Leda e i cani che il narratore trasforma in cigni nella sua immaginazione. Nel momento del commiato ( l'amico parte accompagnato dalla Leda ) la donna viene presentata nel fascino proprio della “femme fatale” irraggiungibile : “ Pareva ch'ella non conoscesse più né me né lui. Ora, tra gli orli delle palpebre induriti e netti, aveva di quegli occhi che ci lasciano perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco e senza presa. Lo stesso bagliore obliquo, che mutava in piastra rossa la scaglia dei tronchi, le infiammò su la tempia il metallo dei capelli. “ ( pag. 934 )
La lunga serata ha fine in una sorta di contemplazione meditata della morte e infatti ( pag. 939 ) il protagonista il giorno dopo si reca alla stazione ferroviaria e incontra l'amico insieme all'anziana madre dalla quale apprende che la Leda s'è uccisa. Termina nella pag. seguente la prima parte del romanzo ( se tale si può ritenere ) ed inizia la “Licenza”.
P. 953. La descrizione del tumulto parigino durante la I guerra mondiale rievoca le “Città terribili” di Maia.
P. 958. Bellissima apostrofe all'Occidente ( verso la fine ) : “ Occidente, splendore dello spirito senza tramonto, nessun barbaro poté mai spegnerti, nessuno mai ti spegnerà ne' secoli, finché l'uomo porti su' suoi sopraccigli una fronte per rispecchiarti. “
NB : la caratteristica dell'ultimo D'Annunzio è quella di un prosatore simbolista. Come Joyce ci rappresenta il flusso ininterrotto dei pensieri nella coscienza dell'uomo comune, D'Annunzio rappresenta il flusso dei pensieri nell'artista, pensieri, idee, immagini quindi sempre elette o comunque filtrate dall'occhio critico dell'artista raffinato. Però sempre di flusso continuo di pensieri ed immagini si tratta. Non è facile a leggersi, però va letto come Joyce, senza soffermarsi troppo sulla logica del discorso e neppure sulle infinite reminiscenze e citazioni letterarie. E' un vino forte che inebria e dunque lasciamoci inebriare.
P. 969, la descrizione notturna della corsa dei levrieri nel prato, sotto la tutela della bella donna eroica è veramente degna di D'Annunzio, che nella capacità di comunicare le più intime e misteriose sensazioni è un inarrivabile maestro : “ Il grido di un uccello notturno si prolungò nel sonno profondo della foresta. Di sopra il muro pallido le querce scossero lievemente il capo. Un filo d'erba, che mi sfiorava la tempia, sentì l'approssimarsi dell'alba e me lo disse. L'anima la riconobbe prima dell'occhio vigile, più esperta a distinguere luce da luce. “
P. 978 e seg. D'Annunzio lascia fluire il corso della sua oratoria basata su immagini e folgoranti sensazioni, ma non fa altro che ripetersi sino alla sazietà in un seguito di descrizioni verbose e parole pregiate. E' vero, è pur sempre D'Annunzio, ma sembra più preoccupato di riempire le pagine che di creare, come molti scrittori e letterati attuali che sfornano libri per venderli un tanto al chilo.
P. 990 e seg. : lunga descrizione dei suoi cani e delle loro gesta. Si tratta di pagine singolari, anche se abbastanza tediose.
P. 101-102. In verità D'Annunzio riesce tedioso alla nostra smania di lettori frettolosi. La sua descrizione dei giardini veneziani è tutta un susseguirsi di icone, di immagini preraffaellite, colorite e plastiche come i gigli che “ maggiori di Chiaroviso, giungono alla tempia di Nontivolio altocinta “ e “ tanto argento vince l'oro del sole e crea un incanto lunare nel giorno. “
P. 1005. Ecco che nella laguna appare magicamente il dipinto di Boecklin : “ L'estremo ardore del tramonto s'era aperto un varco nella fumèa pigra e accendeva dinanzi a noi, su l'acqua immobile, la muraglia claustrale che cinge l'Isola dei Morti. Tutta la palude e le altre isole erano fumo e ceneraccio. Soltanto l'Isola funebre e il suo cipresseto e le ali dei gabbiani spersi splendevano in quel silenzio che pareva lor sostanza e spirito. “
Sebbene la lettura sia faticosa è nondimeno affascinante. Ci troviamo qui in piena atmosfera simbolista e ogni parola, ogni frase evocano un mondo di sensazioni, di rimembranze, di musiche sussurrate, d'immagini melodiose. Non dobbiamo scoraggiarci dunque e invece proseguire nella lettura, pur fremendo d'impazienza.
P. 1014. La descrizione dell'ingresso nella casa dei Contarini, a Venezia, con l'iniziale dondolìo della gondola e lo smarrimento stupefatto innanzi al portico marmoreo, “ quasi che la salsedine vi avesse incrostato cristalli di sale e schegge di conchiglie “, è il frutto della capacità di trasferire il dato reale in una dimensione di magica immaginazione. Viene alla mente il coro a bocca chiusa della “Madama Butterfly” di Puccini. E' semplice, banale, sembra una ninna nanna, eppure crea un mondo.
P. 1017 e seg. Si passa ora ai ricordi di guerra ( prima guerra mondiale ) che, pur essendo suggestivi, svolgono chiaramente una funzione di parentesi riempitiva. D'altra parte tutta l'opera più che un romanzo può essere definito un libro della memoria che raccoglie come tale tutta l'esperienza di D'Annunzio, da quella erotica a quella guerresca.
P. 1034. L'autore dà una definizione della propria opera : “ Così, o Chiaroviso, il racconto della Leda senza cigno è ravvolto in questi molti fogli che conviene svolgere o frangere. Non dico che in fondo il sapore sia tanto squisito, ma certo è insolito. “
P. 1040-41. Una sorta di fiaba dei cigni, assai suggestiva. I cigni che non hanno ricevuto il pasto consueto inseguono affamati e arrabbiati le fanciulle custodi sino al sentiero che porta verso casa.
P. 1043. Notare questa frase : “ La vita è bella; e l'arte è sempre da trovare; e nessuna materia varrà mai ciò che lo spirito inventa. “ E' il trionfo della capacità immaginativa sull'arido vero ed è nell'immaginazione e nella forza creatrice in arte che D'Annunzio pone l'essenza della vita. Quanto questa superiorità dello spirito, che pur nasce dai sensi, supera la nostra misera pigrizia adagiata nell'uso di cellulari e di programmi televisivi !
P. 1046-48. L'atmosfera lugubre e magica della laguna notturna è resa con le immagini icastiche della leggenda della barena. I sette pescatori colti improvvisamente dalla morte accompagnano l'immagine di Roberto Prunas cadavere, col mezzo teschio ancora coperto di carne che avanza sotto il pergolato della vigna nella luce verde della notte.
P. 1060. Riflessioni e sensazioni sopra la tomba del compagno d'armi morto da tempo. Lo scrittore ci comunica le sue più intime considerazioni sul mistero della morte, presentata nella sua veste più materiale ma anche più umana, come disfacimento d'un cadavere, perdita totale d'un amico, miseria del destino dell'uomo. E i suoi pensieri sono anche i nostri.
Ecco che D'Annunzio risolve il problema tanto dibattuto di poesia e musica ( cfr. Schuré e Nietzsche ) : “ Ma ciascuna di queste cose perde la sua sostanza vera e si trasmuta in un sentimento che è musicale come le cadenze delle lamentazioni. “ La musicalità verbale, o la tanto ricercata ( e non trovata ) unione originaria di poesia e musica consiste non nell'accompagnamento musicale o ancor peggio nel canto, ma nell'evocazione, nel suggerimento cui dà inizio la parola e che procede, si evolve nell'immaginazione, nella sensazione sonora, quasi autonomamente, come i cerchi delle onde sulla superficie dell'acqua, quando si sia lanciato un sasso.
P. 1065, rivelazioni di poetica : “ La vita non è un'astrazione di aspetti e di eventi, ma è una specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. “
P. 1064-1074. L'impresa dell'eroico Vietri che scampa al naufragio del sottomarino Jalea viene dipinta con tutte le suggestioni del più vivo impressionismo. Sensazioni e suggestioni si alternano in una rievocazione affidata a una memoria solo apparentemente caotica.
P. 1077. L'epilogo svela l'influsso della filosofia di Schopenhauer : “ conobbi come l'anima sia un elemento perpetuo, non legato ai corpi, non prigioniero, ma dai corpi attinto come il vaso attinge l'acqua e la contiene e poi la riversa. “ Tuttavia l'ultima frase ci riporta l'antica credenza orfica nell'al di là : “ E il mio più alto canto, o Chiaroviso, è il canto che quella sera io non cantai ma che son certo di riudire in me quando si farà notte e rincontrerò il mio pilota a faccia a faccia. “

sabato 6 maggio 2017

I Vitelli dei Romani sono belli.

Per l'Italia un cambiamento,
mento, mento, mento, mento “
dappertutto è un'ossessione
del regime fanfarone
che le tasse non abbassa
e percuote la grancassa,
con il solito cinismo
ha abbracciato il patriottismo,
e all'Europa già devoto
ora fischia per un voto.
Lui che all'italo plebeo
già faceva marameo,
non difende da tribuno
l'interesse di nessuno
e dal popolo ammirato
vi trattiene pure il fiato,
perché creda alla promessa
un'Italia fatta fessa.
Fessa Italia sconquassata
dalla crisi dilaniata,
ora affrettati a ospitare
gente nuova al focolare,
se sei tanto fortunata
forse non ne sei scacciata.
Per un'ora se m'assento ? “
Non hai più l'appartamento
e per bene che ti vada
ti ritrovi sulla strada.
Siamo buoni e generosi
e pacifici e virtuosi,
tanto aperti e illuminati
da esser tutti buggerati.
Se ti aumenta lo stipendio
per ovviare a un tal dispendio
ecco pronte le gabelle
per vuotarti le budelle,
ché il denaro se lo cerco
è del diavolo lo sterco.
Pochi ricchi ma in Senato
e sul popolo gabbato
il bastone e la carota,
tanti bonus per chi vota.
Sù, votate cittadini
e voi giovani carini,
tutto il mondo è mutamento,
le promesse sono un vento
che precipita ed impazza
sulle mandre della piazza.
Come tanti robottini
obbedienti soldatini,
sempre pronti a smanettare
con le dita il cellulare,
con il capo riverente
ed il ragionare assente,
tutti belli e laureati,
imbecilli diplomati.
Siete ciechi a non vedere
il trionfo del banchiere
e chi schiaccia il popolino,
onorevole strozzino.
Chi ti prende per la gola
fa appetibile la scuola,
al ciarpame innalza un'ara
e se il pupo non impara,
che gli frega, più ne gode
se cincischia con la lode !
E di lodi riempi un orcio
per oliare il grande Sorcio,
che coi denti ride e ciancia
ed inghiotte nella pancia.
Guarda quanto è intelligente
questo Sorcio impertinente,
mentre altrove fa il ruffiano
qui rosicchia il parmigiano.
Per convincere la gente
nelle piazze è onnipresente,
per le bufale è il migliore
efficace imbonitore.
Certo che con quella faccia
vende ogni pentolaccia
e la gente gli dà retta,
se ha perduto la berretta.
Questo proprio non è niente
se minchiona fa la gente,
tanto ride e si trastulla
come un bimbo nella culla,
si gingilla tutto lieto,
poi fa smorfie e molla un peto.
Tanto poi sempre ha ragione,
quando è in televisione.

domenica 23 aprile 2017

Mi fossi apparsa







Mi fossi apparsa
sui verdi piani
nell'alone
d'un roseo mattino,
mi fossi apparsa
sui floridi campi di Maggio
nella luce meridiana,
che danza tra i fiori
e le onde del mare.
Nel canto degli alati
si diffonde la tua voce,
essa si posa sulla mia fronte
come sui fiori.
Tra gli alberi si perde il richiamo,
ma sorge sempre di nuovo,
la solitaria melodia
attende. Il solitario alato
perde il suo canto
nella melodia del cielo.
Essa si riposa sulle foglie
e sui fiori
e indora i frutti
tra le fronde,
la melodia solitaria
dell'essere silvano,
che placa le ali canore
nel candido manto
del giorno.
E tu dove,
luce lontana,
te ne andrai ?
Dove rapirai
il mio sogno ?
Muto istante del giorno,
anelito senza radici,
fuga degli anni,
specchio dei ricordi,
in un'eco si frange
l'ultima mia speranza.

venerdì 21 aprile 2017

Edmund Wilson, Il castello di Axel

Edmund Wilson Il castello di Axel Milano, SE, 1996



Annotazioni limitate agli interessi poetici del lettore e riflessioni personali in aggiunta a quelle di Wilson


P. 33. Considerazioni su Walter Pater : “ Quando Pater afferma che l'esperienza ci dà “ non la verità dei principi eterni, riconosciuti una volta per sempre, ma un mondo di delicate sfumature e di condizioni legate da un filo sottile, intricatamente mutevoli al nostro continuo mutare “, Pater enuncia un punto di vista esattamente simile a quello dei simbolisti. “
P. 37. Cosa deve fare il poeta moderno per rimanere poeta : “ Benché oggi più che mai si pubblichino e si leggano le opere di poesia, sembra che il temperamento autenticamente e naturalmente poetico sia divenuto una rarità. Forse è vero che la posizione di aristocratica dignità, caratteristica del poeta del passato, sta diventando sempre più incompatibile con la nostra moderna società democratica, in un'epoca in cui il predominio della scienza ha richiamato l'uomo alla consapevolezza della sua affinità con gli altri animali e della sua sottomissione alle leggi biologiche e fisiche, piuttosto che alla sua parentela con gli dei. … Ma il poeta moderno che segua questa tradizione, e che pure desideri attingere soprattutto dalla vita i suoi soggetti, deve crearsi una personalità particolare, deve conservare una condizione di spirito, che gli permetta di escludere numerosi aspetti del mondo attuale o di rimanere indifferente ad essi. “
P. 38. La saggezza parla per immagini ( il simbolismo parla per immagini ricorrendo ad espressioni musicali e unendo quindi pittura e musica ).
P. 66. La poetica di Paul Valéry : la parola poetica non vale per la sua intelligibilità, ma per lo stato d'animo che suscita, pari a quello che plasma la musica.
P. 67. Critica più che sensata alla pretesa superiorità e inaccessibilità ( accesso libero solo agli iniziati ) della poesia simbolista ed ermetica ( vedi in Italia Luzi e luziani ) : “ Se Valéry rassomiglia a Descartes, come si compiace, o così pare, di pensare, allora è impossibile distinguere fra un trattato matematico o filosofico e una poesia, per simbolista che possa essere. Valéry qui si rivela, a mio parere, un pensatore tutt'altro che “rigoroso”; e tradisce per di più, mi pare, il desiderio, difensivo senza dubbio quanto snobistico, di far credere che l'espressione poetica – che oggi non serve più alla storia, ai miti e al teatro, e conseguentemente ha perduto molta della sua popolarità – possieda una implicita superiorità sulla prosa. Non ha esitato neppure ad assicurarci in altra occasione che la “ poesia è la più difficile delle arti “ !
P. 71. La concezione dell'universo in Pascal e A. France profondamente diversa da quella del moderno Valéry ( noi italiani potremmo dire dunque che il “pessimismo cosmico” di Leopardi è ingiustificato ). Valéry ritiene infatti che l'uomo non possa più concepire se stesso come atomo disperso nell'infinito, ma da esso distinto e separato, bensì come parte indistinta di esso, l'anima dell'uomo, il suo io, essendo intimamente legata alla realtà esterna, tanto da non potersene sostanzialmente distinguere o addirittura da poter affermare che l'universo è una sorta di proiezione di se stessa.
P. 76-77. NB : le peculiarità del verso di Eliot, come in genere del verso inglese. Questo spiega il fatto della sua naturalezza, mentre in italiano, a parte pochi casi ( D'Annunzio, Ungaretti, Montale ) il verso libero sa di traduzione. Indubbiamente a parte l'influsso di Laforgue, nella poesia di Eliot confluisce tutta quella tradizione del blank verse che ha in Shakespeare il rappresentante più famoso e, da non dimenticare, l'alternarsi di verso e prosa e lo scardinamento dei versi e delle rime tipico dei drammi di Shakespeare. Vai a pag. 21, dove si legge : “ Il moderno lettore di lingua inglese troverà ardua un'esatta valutazione dell'influenza di Poe ( Edgar Allan Poe della cui originalità ha parlato poco prima ) ; così come, passando ad analizzare le opere del simbolismo francese, potrà addirittura stupirsi del fatto che esse abbiano destato tanta meraviglia ai tempi loro. La composita varietà delle immagini; la volontaria mescolanza di metafore eterogenee; la combinazione di passione e di arguzia, di modi grandiosi e prosaici; l'audace fusione di spirituale e materiale – tutto ciò potrà sembrargli normale e familiare. Si tratta di procedimenti a lui già noti attraverso la poesia inglese del Cinquecento e del Seicento – Shakespeare e gli elisabettiani ne hanno fatto uso senza teorizzarli. Non è forse questo il linguaggio naturale della poesia ? Non è la norma rispetto alla quale, nella letteratura inglese, il Settecento rappresenta un'eresia e alla quale i romantici si sforzarono di ritornare ? “
E' la tradizione neolatina, francese e italiana, quella maggiormente legata alla logica del discorso poetico e al rispetto delle tradizionali forme metriche ( soprattutto in Italia con il petrarchismo ) e si capisce dunque come nel continente e soprattutto all'inizio in Francia il simbolismo abbia rappresentato un'assoluta novità. Ma bisogna considerare che Mallarmé, grande caposcuola di esso, era professore d'inglese e indubbiamente la scuola romantica inglese e Shakespeare devono avere avuto un certo influsso su di lui. Da notare poi che il cosiddetto verso libero, o meglio in francese “vers libre”, non è che il verso francese concepito secondo la metrica inglese e perciò dovrebbe essere ritenuto piuttosto un verso “irregolare”.
Quanto al nostro verso libero, in Italia, devo dire ( e qui esprimo il mio parere ) che i miei connazionali non hanno in realtà nessuna idea di cosa esso sia, e quando ne scrivono ( e ne scrivono tanti, anzi tantissimi ) compongono dei pensierini ( non sempre belli ) in prosa stentata. Quanto ai nostri “ermetici”, sono la brutta copia immiserita dei maestri d'oltralpe.
P. 90. Opinione assai singolare di Wilson sulla poesia ( tecnica di comunicazione più primitiva e barbarica della prosa ).
P. 91. Si paragona giustamente il grande romanzo realista di Flaubert ( Madame Bovary ) ai maggiori poemi dell'epoca classica.
P. 99. Proust, primo narratore influenzato dal simbolismo. Affermazioni di fondamentale importanza circa la struttura o meglio la natura della Recherche, si tratta di una vera e propria “ sinfonia wagneriana “, ossia lo sviluppo narrativo è analogo al complicato ritorno del leitmotiv e ad una struttura onirico-mnemonica comune all'opera del musicista.
P. 145. L'Ulisse, romanzo “simbolista”.
P. 147. “ Relativismo” dello stile di Joyce. Joyce ricorre ai metodi del simbolismo nella narrazione sovrapponendo alla realtà circostante la coscienza dei personaggi e deformando il vissuto e la memoria di esso con la manipolazione inconscia dell'io. Lo scrittore irlandese raggiunge, con metodi diversi, un relativismo simile a quello di Proust, anche se l'invadenza del subcosciente è più evidente.
P. 148. Joyce “sinfonico” : “ E' sempre stata una caratteristica di Joyce trascurare l'azione, gli elementi propriamente narrativi e drammatici, ignorare, perfino, l'immediata forza d'urto di un personaggio rispetto all'altro, quale viene sfruttata dal romanzo tradizionale, per puntare essenzialmente su una sorta di ritrattistica psicologica. Vi è in Joyce una possente vitalità, ma assai poco movimento. Come Proust egli è sinfonico più che narrativo. I suoi romanzi hanno progressioni e sviluppi musicali piuttosto che drammatici.”
P. 155. Joyce grande poeta in prosa. La sua è una prosa poetica nel senso che il mezzo espressivo tradizionale della poesia, cioè il verso, nel mondo moderno non è più funzionale e il poeta preferisce ricorrere alla prosa. Ma una prosa tutta particolare, dotata di un particolare linguaggio, appunto quello del poeta.
P. 181. Walter Pater, Marius the Epicurean, altro testo fondamentale per il simbolismo ( riguardo all'estetica ).
P. 185. Axel di Villiers de l'Isle-Adam, precursore di Des Esseintes.
P. 189-90. Vi sono indubbiamente delle affinità tra Rimbaud e Nietzsche : ( cita probabilmente da “ Una stagione all'inferno “ ) “ Il poeta si fa veggente con una lunga, intensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia: cerca se stesso, in se stesso fa asciugare tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, in cui diviene il malato più grande di tutti, il maggior criminale, il più gran maledetto – e il supremo Sapiente ! - perché arriva all'ignoto. “



PS.
P. 199. Le considerazioni che Wilson fa sulla via di Axel e quella di Rimbaud, presentandole come un aut-aut sottoposto anche alla nostra libera scelta, evidenziano la tipica mentalità americana tutta volta all'autodeterminazione del proprio futuro, come se la nostra volontà potesse foggiare liberamente il nostro destino. Il fatto è che Marcel Proust non poteva che essere Marcel Proust e non Marco Tullio Cicerone, se l'artista non si inserisce nella vita politica e sociale, questo non è tanto dovuto a una sua scelta, quanto alle circostanze e alla sua natura. Si ha un bel dire, ma nessuno può mutare il proprio carattere se è tanto fortunato da poter mutare l'ambiente in cui vive.

Charlotte Bronte, Jane Eyre

Charlotte Bronte Jane Eyre ( 1847 ) Firenze, Giunti, 2011




Il tema predominante del romanzo è il motivo dell'esclusione. Si tratta con ogni probabilità di un motivo autobiografico, che unisce questo romanzo a quello della sorella Emily. Jane è la reietta che nella costanza di una autodisciplina improntata alla ragionevolezza e alla moderazione viene ricompensata alla fine di molti tormenti interiori e delusioni.
Il personaggio di Rochester ha le caratteristiche dell'eroe romantico e, naturalmente, byroniano. Nella scena della sciarada in occasione della presenza di nobili ospiti alla residenza di Rochester, quando Rochester impersona Eliezer e la signorina Ingram è nelle vesti di Rebecca, l'immagine del personaggio coperto di scialli e con un turbante in testa, dai tratti quasi arabi, richiama il famoso ritratto di Lord Byron travestito da guerriero greco-turco col turbante e i pugnali alla cintura. La stessa atleticità, l'umore a volte tetro, a volte estroso, la maschia sicurezza sono attributi dell'eroe modello, cioè sempre Byron.
Il ritratto eseguito ( cap. 21 ) a casa della zia da Jane è il ritratto dell'uomo fatale in questione, cioè Rochester, ma è chiaramente il ritratto dell'uomo fatale dell'epoca, cioè Byron, perché del volto del poeta inglese ha i tratti e l'espressione resi in modo molto evidente.
Inoltre l'atteggiamento di Jane nei confronti dell'uomo amato e che la ama, è quello tipico di una femminista ante litteram. Si direbbe quello di una zitella restia a concedersi al suo sogno, eppure incapace di staccarsene. Questo è soprattutto evidente nei cap. 24 e 25, dove Rochester le rivela il proprio amore e le propone di sposarlo. E' il coronamento del sogno di Jane, ma ella prima di abbracciarlo intesse una trama di ostacoli e di regole atti a mantenere in ogni caso la sua indipendenza e fornirle una sorta di dominio sul maschio generalmente indomito e selvaggio.
Il successivo incontro con St. John Rivers ribadisce le ragioni del cuore rispetto al senso del dovere e al controllo asfittico della ragione, l'animo romantico di Jane è lo stesso dell'autrice e si rivela completamente nella sua sudditanza al dominio del sentimento, non contano le convenienze o le opportunità o i vantaggi sociali, ciò che conta è l'amore.
Così il ritorno e l'incontro con Rochester celebrano la vittoria definitiva dell'amore, un amore assoluto, una dedizione totale all'essere amato.