Mario Praz, La casa della vita, Milano, Adelphi, 2012
Si legge come un romanzo, d’altra parte come si potrebbe definire, forse saggio autobiografico ? Noto il periodare ampio, musicale, alla Walter Pater, che si alterna armoniosamente a frasi più brevi. Il lessico è ricercato, a tratti un po’ paludato, di gusto vagamente dannunziano. Lo stile ricorre spesso alla digressione e nel complesso è piacevole e cinto di seduzioni tratte da sensazioni, reminiscenze, passione da collezionista raffinato.
Quando parla dei due busti di metallo a p. 30, che gli risvegliano il ricordo d’un compagno d’università, è originalissimo il passaggio dalla descrizione d’un oggetto d’antiquariato alle sensazioni che ha provocato e alla vita interiore che nel ricordo gli è collegata, in un discorso fluido che passa dal presente al passato in un continuum che ricorda la prosa di Proust, cui peraltro accenna, vedi episodio della rimembranza di Swann a proposito di Odette.
Descrive gli oggetti d’arte di casa sua, passando nelle associazioni d’idee da un ricordo all’altro, da un aneddoto a un ritratto fisico e poi morale, preso dal puro gusto della digressione, che diventa il vero motore di questa prosa d’arte mirabile.
P. 46-50, quando riferisce le memorie della zia arteriosclerotica il suo stile si fa breve e lapidario, con pochissime subordinate, quasi un discorso infantile. Egli ricorda proprio tutto dei dialoghi avuti con i parenti e questi si snodano innanzi all’immaginazione del lettore come un racconto sempre nuovo.
P. 53, osservazione interessante sul mondo contemporaneo, dove ogni cosa cambia per favorire la rapidità dei consumi. Nella società dei consumi infatti la storia della casa non ha più senso perché ne viene cancellata ogni traccia di possibile memoria.
P. 54, 55, Praz, pur essendo un anglista, è imbevuto di cultura classica e cita Properzio durante la descrizione d’una gita a Veio come un raffinato umanista.
P. 72, osservazioni sul costume e la moralità dei tempi nostri perfettamente attuali, nonostante la velocità nei mutamenti delle abitudini (sessuali). Il nostro tempo è decisamente il tempo dello squallore.
P. 98, veramente divertente l’episodio della visita al castello di Chatsworth alla ricerca di un busto di Laura di mano del Canova, del quale Praz possedeva una copia scartata dall’autore perché difettosa. Prima di recarsi al castello aveva bevuto troppa birra e di conseguenza l’impellente bisogno lo tormentava con continue interruzioni alla visita ufficiale per altri tipi di visite. Inoltre dimentica di vedere proprio quell’opera del Canova per la quale si era recato in Inghilterra.
P. 104, anche nella descrizione della camera da letto del suo appartamento a Palazzo Ricci (in Roma) lo stile di Praz nel suo fine umorismo ricorda un po’ Laurence Sterne.
P. 111, 112, un amore rievocato dalla gioventù, l’amore per la giovane Doris, costituisce il primo episodio “sentimentale” che s’inserisce perfettamente in quest’opera dedita al bello, così lontana ormai dai gusti contemporanei, decisamente involgariti. Praz si mostra così grande psicologo oltre che grande narratore, e soprattutto grande innovatore, perché il suo libro si legge come un romanzo anche se del romanzo non ha affatto l’aspetto.
P. 121-124, “Due paia d’occhi azzurri” è un capitolo dedicato alla figlia e alla madre, in cui si manifestano le doti proprie a Praz cioè quelle del grande prosatore, che in questa lunga descrizione e rievocazione di occhi fanciulleschi e materni raggiunge l’intensità della poesia.
Seguono pagine di ricordi in Inghilterra presso la famiglia della moglie e in Italia durante l’ultima guerra, degne della penna di Walter Pater, che peraltro viene richiamato nella citazione del suo Mario l’epicureo.
Le memorie si estendono all’ambiente romano frequentato da Praz e cioè quello universitario e intellettuale. Fa così una sorta di satira di Giorgio Pasquali e di Benedetto Croce, quest’ultima abbastanza pungente (p. 136, 137).
P. 150, definisce il suo appartamento un “paradiso artificiale” e in effetti esso è concepito e perseguito come la realizzazione di un’opera d’arte della quale Praz vuole essere l’inquilino.
P. 164-168, “L’altare”. In questo brano composto anni prima Praz rivela doti di grande prosatore. Lo stile e in parte il contenuto riecheggiano l’ambiente circostante, a tratti grandioso e magniloquente, talvolta pervaso da una sensibilità squisita e quasi chiaroveggente, il cui modello è, ancora una volta, Walter Pater, l’autore, fra l’altro, del Fanciullo nella casa, a cui in parte sembra ispirarsi, nell’ingenua ma raffinata rievocazione dei pensieri e della sensibilità dell’infanzia e dell’adolescenza. Anche la mania collezionistica di Praz sembra esser fatta risalire a un’epoca nella quale i simboli della religione erano assurti al rango di opere d’arte ma anche di feticci.
Il pregio di quest’opera è che si tratta di una divagazione continua sicché si arriva pure a parlare di suicidi “politici” e di MacCarthismo (p. 170, 171). L’interpretazione del suicidio dell’intellettuale Matthiessen come di quello di Pavese è assai plausibile e comunque denota una grande capacità di introspezione psicologica. Praz non è un settario e non è un uomo venduto alla critica militante, la sua indipendenza di giudizio è assoluta, libera da vincoli ideologici, per questo si legge con interesse.
P. 171, l’allusione a Denys l’Auxerrois di Walter Pater a proposito d’una statuetta di cera dal fascino “decadente” mostra quanto nell’opera dello studioso e del traduttore sia unito strettamente alla sensibilità e alla sua vita, i suoi saggi sono il frutto in gran parte di una vera condivisione e affinità esistenziale.
P. 177, la brevissima citazione ironica sull’Estetica di Benedetto Croce inserita nella dotta dissertazione sulle cere denota l’atteggiamento intellettuale di Praz come critico e studioso avverso a idee preconcette e a ideologie. Il suo giudizio è veramente libero e quindi personale, non impersonale, ideologico e quindi non libero, anche se sappiamo che l’oggettività nel giudizio, quando pretende di presentarsi come tale alla ragione, è praticamente impossibile.
Le digressioni danno seguito a ricordi di vita vissuta che si svolgono come novelle. Così è per la rievocazione d’un innamoramento, d’una compagna di università che si presenta all’improvviso dopo anni a casa sua. L’episodio è circondato da un alone di romanticismo, ma purtroppo la donna si rivela completamente pazza (p. 178-183). Nella lettura ci si sente bene, si assapora con lentezza la vita umana, l’umanità di un intellettuale che sembra ormai un nostro parente o uno zio che ci racconta episodi del suo passato.
P. 185, 186, presenta un mobile già alla Capponcina e quindi un tempo posseduto da D’Annunzio, che portava in cima una decorazione di clessidre che furono sostituite dal poeta da altrettante lampadine della stessa forma, per illuminare più efficacemente al posto delle candele e delle lampade a olio, anche se per queste ultime egli aveva una netta preferenza. Nella citazione dalla Vita di Cola di Rienzo si può notare lo stesso gusto, la stessa mania per l’arredamento che fa di Praz un autentico discepolo del poeta abruzzese, perché i due si assomigliano soprattutto per la capacità ricettiva e sensitiva, per quel dominio dei sensi che ambedue riconobbero, l’uno attivamente e l’altro in modo riflesso.
P. 209, 210, nelle rievocazioni di episodi dell’adolescenza rivela un precoce temperamento d’artista, nella sensibilità estrema e nel gusto per le forme e i colori, che si accompagna a una egualmente precoce mania di collezionista (la passione per i francobolli). E ci rivela altresì un mondo ora completamente scomparso, una società che anche ai più alti livelli restava composta e sobria e sapeva convivere altrettanto sobriamente e signorilmente con i ceti più bassi.
Bisogna confessare che il libro non è di facile lettura, soprattutto laddove descrive oggetti d’antiquariato in maniera forse troppo minuziosa, però ha il pregio di intervallare alle descrizioni informazioni storiche, biografiche e aneddoti in maniera tale da rendere il tutto piacevole. Questo si riscontra particolarmente nella parte intitolata “Camera di Lucia”.
P. 251-254, interessantissimo il ricordo dell’amicizia con Eugenio Montale, allora scopritore e cultore di Italo Svevo. Veniamo così a sapere che Praz disegnava e aveva fatto caricature sul personaggio di Emilio Brentani di Senilità, che furono inviate all’autore triestino e che questi apprezzò. Per il resto Praz fu all’estero un vero intermediario culturale e promosse in Inghilterra la poesia di Montale che di riflesso fu valorizzato anche in patria. Così la figura di Praz si mostra centrale nella cultura italiana della prima metà del Novecento, come poi ne fu un punto di riferimento e un pilastro portante nella seconda metà.
P. 260, 261, il suo incontro con Croce, che dette origine a una sorta di apparente amicizia, pone in evidenza l’insopportabile moralismo crociano (assai evidente nella Storia d’Europa). Il personaggio di Croce risalta in tutta la sua prosopopea, e l’osservazione del Praz che di lui non sarà in futuro apprezzata la filosofia quanto l’ ”arguta e vasta erudizione di storico e aneddotista” è sicuramente profetica.
P. 269-271, Praz in Inghilterra ebbe il privilegio di conoscere personalmente una modella di Dante Gabriel Rossetti e la figlia di Morris. Questo in parte può spiegare il suo interesse per i Preraffaelliti e il Decadentismo.
P. 263-283, il ricordo di Violet Page (Vernon Lee) è commovente e pieno di riconoscenza. Fu infatti proprio la scrittrice inglese, che allora dimorava nei dintorni di Firenze, a instradare Praz per la via dell’Inghilterra e a farne quindi un accademico di università anglosassoni. Una bella fortuna, che Praz non manca di riconoscere. Queste sono pagine quanto mai suggestive circa gli incontri che egli ebbe con personaggi inglesi e in un ambiente, soprattutto allora, quanto mai interessante e nuovo per noi italiani. Forse oggi col progetto Erasmus si sarebbe annoiato.
Il carteggio con Violet Page denota un rapporto quasi di nipote verso una devota nonna, o verso un’anziana signora troppo anziana per essergli amante, ma sicuramente vi trapela un affetto sincero e reciproco. Egli riporta queste lettere perché è consapevole dell’importanza che questa conoscenza ebbe nella sua vita.
P. 304-310, è inserita una digressione su un busto ritraente la cantante dell’età napoleonica Giuseppina Grassini, donna fatale dell’epoca ed amante di Napoleone. Praz eccelle come sempre nella ricerca dei particolari più minuti che ritrova qua e là sparsi nelle botteghe degli antiquari come negli archivi e nelle biblioteche, è una sorta di raffinatissimo detective. La descrizione della bellezza della Grassini che paragonarono a quella della Gioconda leonardesca, rivela naturalmente lo squisito gusto d’esteta. Venne infatti paragonata da alcuni alla Gioconda, ma Praz ci riferisce aspetti del carattere che ne facevano una “femme fatale” non sempre dolce, ma ardente e imperiosa. Tra le sue braccia Napoleone addirittura sveniva, evidentemente travolto dal fascino di lei.
P. 312, accanto alle informazioni su oggetti d’arte e d’antiquariato l’autore introduce osservazioni sulla sua vita familiare, in particolare lo sfortunato rapporto con la moglie inglese, che lo lasciò in seguito a dissapori e incomprensioni dovuti alla stessa personalità di Praz, evidentemente troppo intellettuale e artista per piacere alla donna, che spesso vuole nel maschio un protettore un po’ bovino.
P. 313, 314, confessa di aver avuto da ragazzo una viva passione per la pittura e di avere dipinto da dilettante, così aveva fatto anche suo padre, impiegato di banca vissuto in Svizzera. Il cognome Praz rivela l’origine franco elvetica. Suo padre morì ancora giovane e la madre si risposò con un medico di condizione agiata. Insomma Praz figlio apparteneva al ceto medio borghese.
Nella lunga sezione dedicata alla descrizione del salone, zeppo di oggetti d’antiquariato dell’epoca napoleonica per lo più, appaiono tutti i pregi e i difetti della prosa di Praz. Il pregio consiste nella sapiente alternanza di descrizioni ed aneddoti, spesso spiritosi, della sua vita e del suo ambiente tra Italia e Inghilterra, il difetto in una prosa complessa con frequenti rimandi alle note a piè di pagina (e questo è il difetto principale) che alla lunga stanca il lettore e lo costringe a ritornare di continuo sui suoi passi. Questa critica vale naturalmente per il lettore medio che non è abituato a letture troppo impegnative. In sé la prosa di Praz è infatti un gioiello di sapienza compositiva, ma appunto non è scorrevole e questo per il lettore medio è un guaio. E si sa che i lettori eccelsi scarseggiano.
P. 378-383, l’episodio della mancata gita a Sperlonga ci presenta il personaggio di Diamante, giovane americana della quale lo scrittore si innamora, nonostante la forte differenza d’età. Si tratta di una ragazza capricciosa e volubile, e forse anche un po’ psichicamente instabile, che però diventa qui l’emblema delle nuove generazioni (e devo dire soprattutto di quelle con le quali io ho a che fare). Come scrive Praz, la gita a Sperlonga divenne come la gita al faro di Virginia Woolf, una gita sempre rinviata e mai realizzata. Però Diamante, e in questo l’episodio mi ricorda un racconto di Italo Svevo, mi sembra La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1929), diventa, come per tutti gli uomini di mezza età, il sogno di una giovinezza mai raggiunta, di un’adolescenza inappagata, che si offre come un frutto delizioso a chi ormai sa che gli è definitivamente proibito.
E anche l’aneddoto riportato alle pp. 384-388, “Fiori sotto campana”, prelude ai nostri tempi di tragedie familiari e di donne snaturate. Evidentemente si tratta d’una sorta di contagio, di malattia americana (la donna protagonista è infatti nordamericana) un po’ come fu la sifilide dopo i viaggi nelle Americhe.
P. 390, mi colpisce l’immaginazione il breve episodio, che fa riferimento al dono d’un piccolo ritratto femminile, in casa di una signora francese, conosciuta in gioventù. La descrizione del salone dove la dama suonava al pianoforte Debussy, dei quadri, dei tappeti e ceramiche, della meravigliosa prospettiva sulla sinagoga di Firenze, simile a una moschea orientale, è una finestra su un mondo di sogno, purtroppo anche su un mondo che oggi è completamente scomparso, ma che ai tempi del giovane Praz esisteva ancora.
P. 400, analizza se stesso e il proprio carattere, nel ricordo del fallimento del proprio matrimonio. Si paragona a uno specchio che ama riflettere la realtà o a un quadro che la fissa in un attimo reso eterno. Non ama la vita comune, quotidiana, dissipata e dissolta nel momento fuggevole, sottoposta ai capricci della sorte.
Nell’ultimo capitolo le informazioni su Palazzo Primoli, dove si trasferì definitivamente, sono accompagnate da riflessioni spiritose sulle critiche ricevute da uno scrittore inglese e da un giornalista americano a proposito di questo suo libro.
Praz a tratti potrà anche risultare noioso, ma è la materia che necessita di precisione, in ogni caso non si può certo dire che manchi di senso dell’umorismo, e le sue battute sono veramente felici.
Sono stato sempre un ammiratore di Praz, per il suo fenomenale intuito filologico e comparatistico e per lo stile magistrale, ma questo è sicuramente uno dei libri più originali che abbia mai letto.


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