venerdì 17 gennaio 2014

Gabriele D'Annunzio, Venere d'acqua dolce.





 
I.
Ancora io t'odo su la riva, o Nara,
tra le selve de' giunchi e de' canneti
chiamar con le canzoni agile a gara
le cicale de' pioppi, ne' quieti
mezzogiorni di giugno! La Pescara
gorgogliava freschissima pe' i greti:
cantando, il piede breve e la rotonda
gamba tenevi tu, Nara, ne l'onda.
O selvativo bosco di Fusilli
pieno d'erbe aromatiche e di more,
ove di quella voce alta a li squilli
si destavan le capre da 'l sopore
e guatavan co' lunghi occhi tranquilli
in atto di pigrizia e di stupore,
o bosco, ed or tu dammi ne le ottave
l'aura de la tua verde ombra soave!
In questa siccità di mezzogiorno
un disío de la dolce acqua nativa
mi prende. Ora verdeggia ampia d'in torno
Villa Borghese; ed io su l'erba estiva
mi distendo supino, ed un ritorno
naturale di versi mi ravviva
le memorie; e non mai cosí da prima
larga, sonante mi fluí la rima.
Tu, Nara, dove sei, florida bionda
da la pelle bronzina di mulatta,
che avevi grigia l'iride profonda
e una stupenda agilità di gatta?
Tu non piú ritta in piedi su la sponda
vedi a l'alba passar me su la chiatta
in mezzo a 'l fiume, tra 'l rabbrividire
de le canne tendenti a rifiorire!
Te non piú camminante, tra un fogliame
di cocomeri e zucche aspro ed enorme,
io vedo, con un'anfora di rame
su 'l capo, ne 'l terreno imprimer l'orme
de 'l nudo pié! Tra i fumi de 'l letame
piú non vedo venire le tue forme,
o te diritta emerger fra le piante
de i girasoli, come un fior gigante!
II.
Tale prima io la scorsi. Era un'oscura
conca d'acque in un braccio solitario
de 'l fiume ove traverso la frescura
filtrava il sole a tratti agile e vario;
di sotto a una spalliera di verdura
tenera qualche tronco centenario
di salcio da le radiche scontorte
pareva un gruppo di vipere morte.
Io disteso ne 'l fieno, poi che a l'esca
non un sol pesce accorse, udivo il lento
mareggiare de 'l fieno a l'aria fresca
e de li alberi il gran frascheggiamento.
Trasalii; ché tra l'erba gigantesca
parve d'un tratto mi recasse il vento
un sentore di carne: il corpo eretto
di Nara, seminudo, a mezzo il petto,
sorgea fuori de l'erba. Ella con mite
fruscío tendea, strisciando, a la riviera:
le mazze sorde intorno le fiorite
spighe ergevano a lei. Come levriera
ella fiutava il vento, alta: ferite
da la provocatrice primavera
le sue nari vibravano; su 'l dorso
i suoi capelli ribellati a 'l morso
de 'l pettine cadevano. Un antico
di menade frammento era il suo busto
eretto, in quell'inconscio atto impudico.
Giunse a 'l limite: l'acqua ne l'angusto
cerchio stagnava, e fino a l'ombelico
la bagnò frescamente. A l'acre gusto
di quel fresco increspavasi la pelle
e dure si drizzavan le mammelle.
Io spiava tra l'erba. Ella, le braccia
protesa a un ramo, tutta sopra il saldo
fianco ondeggiò, levando alto la faccia
e la gola carnosa ove oro caldo
le si accendea. Poi, come serpe in caccia,
da 'l ramo si lanciò ne lo smeraldo
de l'acqua che in tempesta ampia si mosse
rifiorendo di schiume a le percosse.
Le nudità pieghevoli guizzanti,
ne 'l mister de la conca fluviale,
tra una greggia di foglie galleggianti
metteano un solco; e dietro il solco l'ale
il desiderio mio tratto a li incanti
de la carne battea rapido, quale
a 'l bosco richiamato da l'odore
de la preda selvaggia un avoltore.
Ma quando il corpo ella adagiò deterso
a fior de l'acqua e simili a scarlatte
bacche le cime de 'l suo sen riverso
galleggiarono, e il ventre suo di latte
palpitò di stanchezza, e de l'emerso
monte tra la peluria fina attratte
scintillaron le gocce, e ne la grigia
iride scintillò la cupidigia
de 'l piacere, io che in quel riarso letto
d'erbe in silenzio mi torcea, ferito
da un intenso desío, tale da 'l petto
per non piú soffocar misi un bramito,
che con rapido moto ella in sospetto
si volse. Poi, qual cerva che a l'invito
de l'amore fiutando erge la testa
se oda il maschio passar ne la foresta,
la giovine guatò, senza paura,
in attesa di pugna... Oh come, oh come
a l'agguato de 'l sol la sua figura
tutta ne la ricchezza de le chiome
si porse e in van pugnante a la congiura
dei virgulti e di me rese le dome
braccia!... - Cantavan alto biancheggiando
consapevoli i pioppi in linea, quando
a 'l ritorno vogai. Su la Pescara
lontanava de' pioppi il colonnato,
e fra li intercolunnii, ne la chiara
serenità, moriva il sol tuffato
in caldi fiumi. Una fragranza amara
di succhi co 'l sentor de 'l fien falciato
da quell'ammasso vegetale, a 'l lento
naufragare de 'l sole, urgea ne 'l vento.
III.
E cosí tante volte io sovra il letto
de l'erbe amai quella superba e rude
Venere fluvïale, ne 'l conspetto
de' pioppi. Ed entro il cerchio de le ignude
braccia, a 'l profumo de l'ignudo petto
il mio vigore lentamente in crude
lascivie illanguidiva. Era una morte
oblïosa, un incanto ove la forte
adolescenza si perdeva; in quella
primavera de 'l fiume, in quel felice
risveglio de la patria. Una novella
onda di umore su da la radice
prendea le cime, qual da una mammella
di femmina gigante, irrigatrice
di vite, il latte; ed una sonnolenza
quasi di parto ad ora ad or l'ardenza
addolciva de l'aria; e da 'l lavoro
augusto de le vite rinnovate,
ne 'l silenzio de l'aria, come un coro
naturale saliva; e de l'estate
l'alito già saliva; e a messidoro
i canti, ne le vigne soleggiate,
tra i solchi de 'l fromento, pe' i lontani
culmini già salíano, i canti umani!
Noi portammo una viva ecloga in fiore
a traverso i tumulti. In ogni nervo
io sentiva fuggirsene il vigore;
ma tenuto a quel corpo io, come un servo
a 'l suo ferro, non grido altro d'amore
avea per Nara che il bramir de 'l cervo
in disío. Quando muta ella tra i fusti
appariva de' pioppi, su i robusti
fianchi ondeggiante, ne 'l novilunare
auspicio, e le sue chiome ardue di rame
si tingeano e la voglia entro le chiare
iridi ardeva in folgori di lame,
io mi sentiva i muscoli tremare
di febbre. Ella venía, bella ed infame,
a sazïarsi. Ed io non la tenea
per conquista: ella a me, come una dea
a la gente mortale, il godimento
de le membra concesse. Alta, su 'l fieno,
senza pietà, me ne l'abbattimento
lasciava; con quel grande occhio sereno
riguardandomi, lungi a passo lento
perdevasi ne l'ombre. Ma il veleno
de le lussurie sue ne le mie carni
s'insinuava a rodermi li scarni
fianchi; ma de la sua pelle i tenaci
effluvi una prurigine lasciva
dàvanmi a 'l sangue; ma de' lunghi baci
mi restava il sapor ne la saliva,
quando a provar carezze meglio audaci
con la sua lingua su la mia gengiva
ella scorreva e tra la molle bava
le labbra con i denti mi segnava.
IV.
Era Venere nova, dea presente:
ne 'l suo nudo di marmo il sol di maggio
avea diffuso un alito di ardente
oro. Parea che tutta a 'l suo passaggio
la gran riva sentisse inconscïente
la presenza di un nume, in un selvaggio
anelito, e da l'erbe alte i cachinni
de' fauni uscissero e di Pane gl'inni.
V.
Poi disparve; qual dea. Sotto i discreti
pioppi io l'attesi, vigilando in vano
se tra i fochi de 'l vespro pe' i canneti,
come un giorno, scendesse di lontano.
Ebbero altri amatori, altri poeti
il profumo d'amor di quell'umano
fiore? O il fior de le membra ne le spume
misteriose de 'l nativo fiume
si disciolse? - Io non so. Ma la verdura
dove io primo l'amai, dove sommessa
ella si diede a me tutta, la pura
forma de i lombi e de le reni impressa
ritenne, come se per avventura
una statua di bronzo tra la spessa
erba abbattuta già da tempo antico
fosse rimasta. Ed in quell'impudico
segno d'amore e di piacere io steso,
quale un corpo di morto in una bara,
sentii crescere ancor sotto il mio peso
i fili d'erba, udii ne la Pescara
correre l'acqua; e da 'l mio sangue acceso
rifiorivano i baci acri di Nara,
come oggi, in molli versi che per l'aria
si perdevan ne l'ora solitaria.
FINE

domenica 5 gennaio 2014

Fiaba





In una remota contrada della Persia era una città popolosa governata da un potente sovrano.
Questo principe dimorava in un palazzo di marmo e d'oro, le cui altissime torri al cielo innalzavano cupole di smeraldo, e un immenso parco di palme, di magnolie e di ippocastani, e d'ogni sorta di piante d'alto fusto e di arbusti e di fiori lo circondava.
Questo parco era custodito da immensi elefanti che, addestrati appositamente, avevano lo stesso compito svolto nelle case dei sudditi dai cani o dalle oche.
E nell'immenso parco correva il sacro fiume Alph, che poi svaniva in smisurate caverne giù verso il mare oscuro, e dissetava foreste inebrianti di fiori e di aromi, antiche quanto le pietre delle colline. E cascate tumultuose precipitavano in vasti laghi dove affioravano mostruose teste di coccodrilli giganteschi, quasi terrificanti draghi, e ippopotami spalancavano le fauci scuotendo il corpo enorme.
E una voragine velata da un folto bosco di cedri ospitava amorosi incontri, echeggiando di lamenti durante le notti di luna piena e di magiche invocazioni.
Era un luogo incantevole come la valle felice ove un tempo sorgeva la dimora di Rasselas, saggio principe d'Abissinia, anzi era ancora più affascinante della vallata africana. Era una valle segregata dal resto del mondo e la reggia che ivi sorgeva era davvero pari al maestoso duomo di piaceri del leggendario Kubla Khan.
Altissime ed agili colonne d'oro e d'argento reggevano una volta verde come i laghi quieti delle montagne, e intagli ed arabeschi cingevano d'ombre serpentine la luce come rovi nelle foreste. E vapori da bracieri di resine profumate vagavano per l'aria opaca, mentre un canto si librava per le arcate leggiadre al suono dell'arpa ispiratrice di sogni.
Una mobilia di forme bizzarre costellata di tasselli eburnei incorniciava le sale i cui pavimenti erano cosparsi di tappeti variopinti. Da tavolini rotondi esalavano aromi di bevande recluse in esili brocche di bronzo dorato e vasi adorni di mirabili dipinti erano disposti colmi di fiori sui marmi del pavimento. E rose, gigli, giacinti, anemoni e narcisi olezzavano e blandivano come una musica lene.
Ed ampi divani coverti da drappi rubri e di broccato invitavano agli indugi dei sensi avvivati dallo splendore delle pietre lucide e maliose e inestimabili dei cofani di cedro dischiusi.
Ma in questa dimora era il principe oppresso dal tedio e dalla torbida angoscia, non rallegrato dai canti né dallo splendore dell'oro né dal profumo del talamo né dall'obbedienza dei servi e dagl'inchini della corte, e indifferente assisteva al morire dei sudditi e al sorriso delle ancelle.
Egli era posseduto dalla malinconia, poi che era innamorato dell'imperatrice di Babilonia, irraggiungibile in un paese remoto, inavvicinabile nell'alta torre di Barsipa.
Egli era silente come un essere arboreo recinto di ombre, nel quale fluisce la linfa lentamente.
Talvolta immoto restava dinanzi al lago dei cigni. L'acqua verde rifletteva i raggi che calavano come velati lumi dall'alto della volta di fronde e lievi coronavano le ninfee.
Egli non gioiva degli eleganti volteggiamenti degli insetti dalle ali scintillanti di raggi d'oro e di aneliti d'acque, ma un cruccio invincibile rodeva il suo cuore. Ed era quasi una statua d'un dio vetusto e dimenticato, privo di luce e di sorriso. Lo specchio d'acque era per lui profondo e oscuro, come la coscienza.
Osservava l'ondeggiare delicato dell'acqua trasparente, che sempre mobile e mutevole sempre rimaneva la stessa, e ascoltava anche le parole del savio maestro, un uomo canuto e autorevole, che diceva : “ Per quale motivo, o discepolo, mi sei triste ? Ma la tua tristezza è il sorriso del cielo. “
Eppure egli non sorrideva.
Da rive lontane i messaggeri alcioni gli avevano confidato doni funesti. Aveva schiuso segreti scrigni donde esalarono profumi pregni di lusinghe mortali. Ed un filtro devastatore, contro il quale nessun rimedio valeva, avvelenava il suo sangue.
Vedeva fluire il suo respiro come onda nella notte. Gli fluttuava un umore maligno entro l'oscurità dell'essere. Egli sapeva.
Ormai da lungo tempo era prigioniero della solitudine e pensieri ostili quali immondi rospi gonfi di veleno ingombravano la sua mente debole. Una divinità crudele e avversa alla vita degli uomini si compiaceva nel torturare il suo animo, nell'umiliarlo e denigrarlo di fronte a se stesso.
Ed errabondo gli s'immergeva lo spirito nell'aureo alone di voluttuosi sogni come gorghi smeraldini, e soffocava nelle strette mortali delle sirene. Ed una mano avida di dèmone afferrava la sua nuca ed in saldi nodi fortificava gli artigli nel rabbioso dominio.
Egli odiava se stesso, poi che più non era se stesso.
La febbre maligna lo avviliva, pervadendo le vene di putrido torpore. Un liquame fetido occludeva come fanghiglia le vie della vita.
Una stanchezza terribile gli pesava sul cuore. E a lui pareva di essere un simulacro di volgare pietra.

Un giorno vide nel giardino le fanciulle. Tenui e delicate erano e vivaci. Le loro membra erano fragranti come i petali delle rose freschi di rugiada. E nei giochi la voce era quale una gioia di rondini in cielo. Ridevano di un riso di bimbo.
Ed egli si avvicinò alle fanciulle.
La loro pelle luminosa era profumata come i calici inebrianti dei fiori che sbocciano presso i ruscelli delle montagne, quando le selve si risvegliano e le fronde fremono dopo il lungo sonno.
E vide nei loro occhi l'incanto del mattino, quando la brezza marina vellicava le braccia nodose degli ulivi e alitava agli orti carichi di aromi.
Una fanciulla egli vide, splendente della luce leggiadra dell'aurora. Le sue chiome erano il respiro del mare, frescose e bionde quali onde d'oro. Gli occhi erano grandi, profondi e bruni quali acque autunnali, alle cui rive sosta il viandante pensieroso.
Ella era leggera ed agile come una creatura del bosco.
Ed egli vide se stesso. Vide il suo volto come l'acqua immota degli stagni, quando d'autunno le foglie morte si dissolvono sul fondo e in superficie e li colorano della loro morte.
Ed egli vide il dio indifferente, seduto sul trono del tempo. Gli occhi erano grandi, profondi quali acque immobili. In essi non si rifletteva, ma si perdeva la luce negli abissi.

Come un fauno dispare fra le ombre della foresta, così egli partiva per la grande caccia.
Squillarono le trombe e rullarono i tamburi, una schiera di elefanti drappeggiati con damaschi purpurei, turchini e dorati, recanti sulla groppa turrite cabine lignee colme d'arcieri, levando la proboscide rilucente di enormi anelli con rubini e smeraldi e agitando come grandi ali le orecchie, che ventavano sui flabelli delle torri e sulle corone di penne di struzzo sovra la massiccia testa, lentamente si mosse dietro il principe. E il principe, furtivamente al modo delle lepri timorose, s'era addentrato nella selva, seguendo il fedele cagnolino.
Riposava la foresta e respirava nel sonno pomeridiano, e il suo sospiro sorgeva dal palpito del profondo cuore, quale calmo alitare dal seno d'una madre.
E il cagnolino nero precedeva il padrone. Era cucciolo ancora, ma non sarebbe cresciuto. La sua razza l'aveva predestinato alle piccole prede. Era morbido al tatto il corto pelo e il corpo era tenero. Aveva occhi grandi e scuri, come l'acqua d'un lago notturno. Giocava con un'arancia caduta, immergendosi nell'erba, mordicchiandola con i bianchi canini, assaporando incredulo l'aroma e l'essenza acidula del frutto. E la faceva rotolare e impaurito dal movimento abbaiava con voce squillante, saltellando irrequieto; poi l'odore gradevole della bacca lucida lo attirava di nuovo.
E il principe camminava tra i grandi alberi e la sua pupilla era assetata dei raggi tra le volte verdi come luce fra le vetrate d'un tempio. E gli occhi bevevano quale il manto delle foglie perdute in autunno o come l'immota palude si saziano di luce.
Un mormorio morente gli annunciò la sosta del corteo regale. Ma egli aveva abbandonato il mondo rumoroso degli uomini e la compagnia dei servi.

O luminoso respiro che inondi
tra la fronda canora le ombre lievi
del sogno lontano, dove riposa
mia dimora per sempre, tra verdi
arcani, o scorribande del sole,
o sorriso ultimo d'esilio,
vieni tormento e pace. Dove
riposa il flutto e canta la stirpe
delle api, qui scorre il dolce miele
di primavera, e sertocoronati
cori alla valle effondono il silenzio.

Gli alti rami mormoravano al vento lieve, un'onda di ricordi lo attrasse a sé quasi una sinfonia di incanti. E gli parve che la luce corresse tra le piante centenarie, una fanciulla ridente. Lontano udiva echeggiare il suono del corno.
I raggi tiepidi trasparivano fra le fronde, illuminando i tronchi rivestiti di muschio, e si posavano su di lui, carezzandolo. Un dolce tepore lo invitava al riposo, e, come egli si fu coricato sopra il terreno soffice del sottobosco, il sonno lo insidiò col suo alito, quale in un pomeriggio estivo.



 
 

venerdì 3 gennaio 2014

Condanna







 
Nell’ombra smarrendosi, dissolvendosi, errava verso brume lontane, diffuse nelle vallate, sorgenti tra rocce livide, bramose di tempeste. Laggiù gracchiavano corvi, rumoreggiavano acque. Un sordo tonare saliva dal grembo della montagna. Sparsi fuochi levitavano sagome danzanti e minacciose, e strida acute aleggiavano di rapaci notturni.
Forse fughe tra rami contorti, nel folto dei boschi, forse rapite estasi ed inni di gioia selvaggia gareggiavano coi vagiti e i mugolii delle tenebre. Strane note d’ignoti strumenti scaturivano dal profondo, dalle macchie nere sotto i dirupi, dalle gole nascoste alla luna.
E il mare, selvaggio e crinito, urlava contro le rocce, laggiù nell’oscurità, a tratti inluminata dalla lampada notturna, quasi dietro le nubi frante sorgesse erta da un braccio misterioso. Urlava e sibilava, un tortuoso immane serpente verde, un drago dalla cresta irta e biancastra, fluente chioma incolta.
Nel vago lamento sorgevano, fra i vapori salsi, fuochi sulfurei, un corteo sinuoso saliva per il pendio, una nenia rotta da improvvisi silenzi avanzava, scaturita dal gorgo profondo, un mistico coro ascendeva dai meandri di una stigia palude. Nel folto dei canneti echeggiava un uluco maligno. E il grido si mesceva al roco afflato delle onde perse.
E perso egli era nell’ombra cupa del suo destino, un rigagnolo dilungantesi nel fango e tra le zolle cespose e pallide sotto la luna esangue. Forse anch’egli fatalmente volgeva a cogliere ingenuo i grani purpurei della punica mela e a inghiottirli, per sempre nell’abisso della propria condanna ?
Rispose un nero tuono, e fremette vacillando come all’aprirsi d’un baratro sotto di lui.
La nebbia ribolliva intorno alle rocce, i nembi sorgevano attorti e solidi sotto di lui, bianchi e sulfurei, quasi schiuma da frementi oceani del cupo inferno, i cui flutti s’infrangono sul lido vivido, sparso di sassi come teste tronche di dannati.

Crepuscolo
















 
Il pendolo d'un grande orologio oscillava entro l'oblò dell'alta cassa lignea, e su di un tavolo, intarsiato e protetto da una trina bianca ed elaborata, era un grammofono che, qual prodigioso fiore o calice, emetteva armonie per una tromba imponente. E la musica in volute lievi, tenaci, e fragorose s'innalzava verso la cupola, illustrata, negli affreschi ingenui, da una luce serotina che s'intrometteva per vetrate multicolori e circolari.
Il palazzo era circondato da una vegetazione fitta e disordinata di palme, di agavi, di iucche, d'eucalipti, di cactacee, di araucarie, di magnolie, e imitava il parco nell'architettura eclettica e floreale : sopra colonne corinzie gli architravi erano incastonati in una fabbrica rococò che vantava tre cupole coronate, e sovra gli architravi erano i rosoni, somiglianti ad occhi guardiani o a eliotropi perenni.
In una stanza, dove i tardi raggi s'affiochivano tra cortinaggi guarniti di falpalà e languivano sui tappeti cupi e sul coperchio della teiera d'argento e guizzavano ancora in un barlume di rame nel té restato nella tazza di porcellana cinese, era un giovane dormente in un divano.
Egli sognava d'essere sulla spiaggia, sopra una roccia alla cui base barbugliavano le onde, e di mirare l'infinita piana delle acque sulle quali si dilungava la ferita del sole morente.
Udiva un canto dolcissimo, che forse sorgeva da un promontorio non a grande distanza, e ne percepiva distintamente le parole :

“ Sirene del mare, dell'onda muse
purpuree all'eco cianeo remoto
dei manti flavi, canti e arpe confuse,
fili d'oro d'aulite chiome e al loto

libico suoni di rive d'Asia,
flutti ove mormora l'ultima coppa
stanca del miele dell'Imetto amasia;
simposii senza corone, galoppa

l'ultimo innito, spiro delle dune
dei neri frutti gravide, il vento
donde incubo vigorisce in crune

d'ago scempio di sogni, e me violento
deruba, barbaro, e voi, albo coro,
crespo crine, figlie del fiume d'oro. “

E mentre la sua vita s'inabissava in un torpore immobile, quale il simulacro d'un dio pagano, perduto alla memoria di popoli vecchi, discerse un bagliore rubescente approssimarsi rapido.
Un corsiero fulvo, dalla iuba ignea, dalle froge fremide e dalle orbite sanguigne era aggiogato alle braccia tenaci d'una femmina dalla rossa chioma, coverta d'una tunica bianca. E, poi ch'ella giunse appresso alla rupe, arrestò la bestia, e a lui fissava gli occhi nel volto.
Ella lo fissava con i suoi occhi che fosforeggiavano d'un ardore di smeraldo, le ciocche del capo s'enfiavano quasi aspidi insidiosi, impallidiva esangue. Così certo un tempo le schiere temerarie dei valorosi impietriva Medusa.
Una melodia fascinatrice, quale quella del leuto argenteo che Leonardo da Vinci aveva forgiato in forma di cranio di cavallo, lo incantò in un coma premonitore, ed egli vagava per il nero labirinto. E pari alla luce che s'alterna alla tenebra e la notte al giorno, e sono inseparabili, egli cedeva all'altra immagine a lui unita ed opposta, siccome un riflesso.






Delfi





Forse di assolata Grecia
rivedrò i templi candidi
ove ancora alita
la vita degli dei, dove
una vera vita la parola
scandisce dell'oracolo.
Magici suoni ed echi
del passato mi attraversano in un turbine,
aurore del ricordo,
crepuscoli dell'avvenire, dove
si cela la mia vita
inesplicata, meravigliosamente
inespressa. Come laudi di sirene
m'abbracciarono nel sogno antico,
ora qui e sempre si volge
il mio volto,
a te, patria obliata,
che ora ritrovo, dall'amplesso
travolto dei giorni,
o celeste patria,
figlia dell'Arciere.
O Delfi sacra
sotto il Parnaso,
ch'io ancora la voce
senta della tua Pizia
inebriata sull'ombelico del mondo,
o divina voce
dell'ignota verità !
Quale premio ai mortali
hai promesso ? Così
l'anima mia
vorrebbe chiedere.
Ma qui sto sgomento
nel silenzio della casa
coronata d'alberi d'agrume,
nella desolata quiete,
prima del tramonto.
Dove sei mia Vita ?
Nella luce del sogno lontano
trasfigurata, dispersa
nei tramonti fulgidi
per albe disperate,
ma sempre sorgenti
e fonti di perenni rimpianti.
Ora ti scorgo, o Vita,
pura come l'acqua di Castalìa,
divino attimo d'oblìo
alle pendici delle Fedriadi.
Tu, mia Vita,
dolce sorriso di fanciulla,
dolce sguardo d'amante
che si volge a contemplare il sole,
a me ti rivolgi così :
“ Eterno rimane
nella mente di Dio
l'istante più breve
d'un battito d'ala
della tua vita,
o mortale, sii certo
di questo e per questo
va' in pace,
non sarai dimenticato. “
Per alte fughe
nei giorni eterni
scorsi il mistero
della mia origine
e a te, Delfi solare,
giunsi all'improvviso
nel mezzo della vita
e alla fonte della memoria
lavai la mia anima.

















Il romanzo ellenistico. Achille Tazio.





Achille Tazio, Leucippe e Clitofonte, Paris, Les Belles Lettres, 1995


I, 1 e seg. : lunghissima descrizione di un affresco. Si noti l'accurato resoconto di ogni particolare del quadro, dal giardino alla spiaggia, alla fanciulla sopra il toro, in particolare la fanciulla, la cui veste è “ uno specchio del corpo “. Autore sensitivo e sensuale. Anche De Foe, tanto per divagare, descrive la vegetazione lussureggiante e suggestiva dell'isola di Robinson, ma con quale diverso spirito ! Tanto l'inglese è animato dall'amore per le cose reali e concrete, quanto il greco dall'immaginazione sognante e sensuale.
I, XV, 7. Descrizione del giardino ove si trova la fanciulla. Pittura complicata, termina in una unione di forme e colori, dove si confondono piumaggi variopinti di pavoni e di pappagalli ed eleganze di cigni con la leggerezza e lo splendore dei calici delle rose e dei narcisi, e l'incanto delle violette pari alla calma del mare, culminando nella metafora “ ed era una fioritura di piume “.
Libro II, 1-2 : elogio della rosa. Motivo ricorrente nella poesia ( Ariosto, Marino e altri ).
Libro II, cap. XI: descrizione dell'abito di nozze della promessa sposa ( quella imposta dal padre e non desiderata da Clitofonte ). Pittura molto accurata, seguita da un aneddoto sull'origine dell'uso della porpora ( leggenda di Tiro ) : il romanzo appare un seguito compiaciuto di digressioni e di descrizioni dirette evidentemente a un pubblico che non aveva fretta, amava i particolari e propendeva ad un atteggiamento contemplativo. Tutto l'opposto dei nostri racconti d'azione che sono un affastellamento di colpi di scena, di azioni frenetiche, amati da un pubblico drogato dalla televisione.
Cap. XIII. Appare Callistene, giovane ricco e dissoluto, che si innamora della promessa sposa e, solo per averne sentito parlare, desidera sposarla. Ecco un tipo simile al duca di Vallombrosa del Capitan Fracassa ! Al diniego del genitore vuol fare rapire la fanciulla ( Don Rodrigo ! ).
Oltre le digressioni, l'autore introduce anche divertenti favole esopiche. La trama viene diluita ulteriormente. ( Libro II, XXI e XXII ) favole della zanzara e del leone.
Cap. XXIII, 4 : giochi di parole ( gusto barocco ! ) : oùto kai to elpìzon efobeito mou kai échaire to lupoùmenon ( così lo sperare mi incuteva timore e dava gioia l'essere inquieto ).
Libro II, XXIX : capitolo interamente dedicato a considerazioni di carattere morale sugli effetti della parola.
Cap. XXXII. C'è un interesse “ naturalistico “ in questo romanzo : descrizione della nave che si allontana dal porto di Berito. Non è tanto la trama che interessa l'autore quanto l'incanto della parola evocativa.
Cap. XXXVI. Massima di sapore romantico : “ E' sempre desiderabile ciò che non sazia mai. “ ( Potheinòn gar aei to akòreston. )
Libro III, cap. III e IV : il naufragio. Descrizione minuziosa e realistica della battaglia tra passeggeri e marinai per salvarsi la pelle. Analogie con il Robinson Crusoe. VII : descrizione di un quadro rappresentante Andromeda. Per la suggestività delle immagini e dei colori ( “ Le braccia della fanciulla di un bianco puro mutavano in livido, e sembravano morire le dita “ ) ricorda Gustave Moreau. L'ékfrasis è lunga e particolareggiata ( descrizione minuziosa della testa di Medusa e del pugnale biforme di Perseo, metà daga e metà falce ) ed è seguita da quella concernente il quadro di Prometeo. Evidentemente l'autore presuppone che il lettore non abbia alcuna fretta di conoscere il seguito delle avventure dei due innamorati, ma si diletti nella contemplazione di belle immagini. Un gusto che è agli antipodi di quello del lettore moderno, impaziente e attirato quasi soltanto dai colpi di scena.
Cap. XV, 4, scena di sacrificio e di antropofagia. La presunta Leucippe viene sacrificata da briganti egiziani e le sue interiora vengono divorate. La scena è veramente ad effetto e sorge inaspettata. L'autore è un maestro del colpo di scena oltre che degli “ effetti speciali “ ( le descrizioni minuziose e sensuali di sopra ).
Libro III, XVII, 7. Gusto per l'orrido e per il colpo di scena. Leucippe esce dalla tomba e così come si trova, sventurata, abbraccia Clitofonte atterrito. Si tratta di una morte simulata, ma Clitofonte ancora non lo sa.
Libro III, XXV : descrizione della fenice. Il figlio della fenice morta ne porta il corpo, scortato dagli altri uccelli, fino al Nilo e, posatosi nei pressi sovra un'alta rupe, attende che il sacerdote di Elios venga, accompagnato dai suoi servi, per la sepoltura. Graziosa è la pittura del soggetto sia per la vistosità dei colori del piumaggio, cianeo, simile alle rose, risaltante di raggi dorati, sia per la posa ( esso attende pari a un re sopra un'altura ).
Libro IV : entra in scena il nostro “ Don Rodrigo “, Carmide, capitano dei soldati, che ha collaborato alla liberazione di Leucippe, ma inevitabilmente si è innamorato di lei e vuole averla a tutti i costi ( cap. VI ).
Libro IV, cap. VIII, 2 : elogio del bacio ( “ il bacio è infinito e insaziabile e sempre nuovo “ ). E' l'unico pegno d'amore ricevuto da Leucippe, dice Clitofonte. E naturalmente non vuole cederla a Carmide neppure per un attimo.
Libro IV, IX, 2 : Leucippe ha improvvisamente una crisi epilettica. A parte l'avversità della sorte che si accanisce contro i due amanti, è evidente che il personaggio di Leucippe ha i tratti tipici della donna fatale : attrae chiunque con la sua bellezza, la passione d'amore che suscita è perpetuamente accompagnata dalla sventura, inoltre ella stessa è colpita dalla “ malattia sacra “, più fatale di così !
Libro IV, XIV, pag. 123. Morte del capitano egizio in battaglia contro i pastori delle paludi, così viene eliminato il terzo incomodo. Suggestiva descrizione del Nilo e della pianura d'Egitto. La narrazione dello scontro sembra propria di uno storico.
Pag. 124. Gusto dell'antitesi e del paradosso, si potrebbe dire “ barocco “, ad es. : “ Entrambe cose straordinarie e incredibili, nell'acqua un combattimento terrestre, e sulla terra un naufragio. “
Libro V, I : descrizione suggestiva di Alessandria. Cap. III : di nuovo la descrizione di un quadro rappresentante il banchetto di Procne, Filomela e Tereo, mentre le donne rivelano all'uomo di aver mangiato le carni del figlio. Solito gusto per l'ékfrasis.
Libro V, 3-4 : di nuovo il gusto per l'orrido. I briganti rapiscono Leucippe in Alessandria e fuggendo su un'imbarcazione dinanzi agli occhi dell'amato, ma da lontano, le tagliano la testa.
Libro V, 10, 4 : NB tutta l'ingarbugliata vicenda non sarebbe accaduta se una lettera inviata da Sostrato, padre di Leucippe, fosse arrivata in tempo prima della fuga di Leucippe e Clitofonte, nella missiva la fanciulla veniva promessa in sposa al “ fortunato “ Clitofonte.
Libro V, XIII, 4. Considerazione sugli effetti dell'amore : “ Il piacere della visione scorrendo per gli occhi si posa nel petto : e sempre traendo l'idolo dell'amato, se lo imprime nello specchio dell'anima e ne riplasma la forma; il flusso della bellezza con raggi invisibili tratto nell'erotico cuore ne imprime in profondo il riflesso. “
Libro V, XVIII. Clitofonte diviene oggetto dell'amore ardente di Melite. Ed ecco che in piena luna di miele, proprio nella proprietà di Melite, riappare in veste di schiava Leucippe, che fa pervenire una lettera al suo amato rivelando la sua triste condizione.
Libro V, XXIII. Colpo di scena. Entra furente, mentre Melite e Clitofonte sono a banchetto, il marito della donna, creduto morto in naufragio, e percuote selvaggiamente lo sventurato giovane. Ma si capisce che questa è la premessa alla futura unione di Clitofonte e Leucippe.
Libro VI, VI, 3. Le cose si complicano, Tersandro, marito di Melite, fa rapire Leucippe e viene colpito dalla sua bellezza. “ màlista gar en tois ofthalmòis kàthetai to kàllos “ ( infatti è soprattutto negli occhi che risiede la beltà ), l'espressione sembra sottintendere l'influsso della filosofia neoplatonica.
Libro VI, XVII, 4. Sostene fa il ruffiano e Tersandro il terzo incomodo. Questo l'argomento di Sostene : “ Un nuovo amore fa appassire il vecchio; una donna ama soprattutto il presente, e di chi è assente si ricorda finché non ha trovato uno nuovo : ottenuto un altro, cancella il primo dalla sua anima. “
Libro VI, XVIII,3. Fine notazione psicologica : “ Tali infatti sono gli innamorati, quando cercano di parlare alle amate : non infatti riponendo il ragionamento nelle frasi, ma con l'anima volta all'oggetto amato, soltanto con la lingua parlano senza la ragione per guida. “ Così a proposito di Tersandro, perdutamente invaghito di Leucippe.
Cap. XIX. Tutto il capitolo è un interessante seguito di osservazioni sulla psicologia dell'amore. Amore ed ira sono nemici in apparenza, ma in realtà alleati; e quando l'amore è dispregiato l'ira viene in suo soccorso e ne ottiene il dominio, e, a seconda che l'amato ricambi o no l'amore, questo ritorna oppure affonda inevitabilmente nelle spire dell'ira.
Libro VI, XXII. Leucippe esorta Tersandro perché la ponga alla tortura se vuole piegare la sua volontà. Potrà farla a pezzi o bruciarla, ma non le toglierà mai la libertà di mantenersi vergine. Un discorso da vera stoica.
Libro VII, IV, 5. Clitofonte è imprigionato per opera di Tersandro. In seguito al racconto della falsa morte di Leucippe, fatto da un servo di costui che si finge delinquente e compagno di prigionia secondo il comando del padrone, subito rimane impietrito e dopo poco piange e “ si aperse agli occhi la porta delle lacrime “. Si noti la somiglianza di questa espressione con quella celebre della poesia stilnovistica, vedi ad es. Petrarca ( “ ed aperta la via per gli occhi al core, - che di lagrime son fatti uscio e varco “ ) sonetto III del Canzoniere, che riprende da Guido Cavalcanti, sonetto “ Voi che per li occhi mi passaste al core “.
Cap. V, 2. Clitofonte lamenta, giustamente, i continui annunci della morte di Leucippe. In effetti ormai è quasi diventato un luogo comune.
Cap. X-XI. Clitofonte dinanzi al giudice accusa se stesso dell'omicidio di Leucippe, stravolto dal dolore. Melite, conoscendo la sua innocenza, cerca di salvarlo, ma interviene Tersandro con un'abile orazione e sembra avere ormai convinto tutti della reale colpevolezza di Clitofonte, quando …
Cap. XVI. Leucippe, in seguito alla fuga del malvagio Sostene, servo di Tersandro, testimone scomodo e che perciò ha abbandonato la sua custodia e si è dileguato, si rifugia nel tempio di Artemide. Un servo del tempio giunge al processo e afferma che Leucippe si trova nel santuario della dea. A questo punto tutto si risolve. Nel frattempo era giunto in città e si era recato al tribunale il padre di Leucippe, Sostrato, il quale dapprima fuori di sé per la falsa notizia della morte della figlia e furioso contro Clitofonte, ora quasi sviene per la gioia ed insieme a lui corre al tempio. Quivi tutti e tre si abbracciano e la storia ormai volge al lieto fine.
Libro VIII, cap. VIII. Dopo che genitore, figlia e innamorato si sono recati al tempio di Artemide e hanno udito dal sacerdote la bella storia di Pan e Siringa, interviene nuovamente Tersandro, citandoli in tribunale per il giorno dopo. Dinanzi al giudice costui recita un veemente discorso cercando di dipingere come impostori non solo i due innamorati, ma pure Melite, sua moglie, il padre di Leucippe, e addirittura lo stesso sacerdote di Artemide, contro il quale si scaglia con particolare virulenza. In effetti, almeno all'apparenza, Tersandro non ha ancora perso la causa. Seguono digressioni su Siringa e sull'acqua dello Stige.
Cap. XIV. Tersandro, dopo aver ottenuto che Leucippe sia sottoposta alla prova della Siringa e Melite a quella dell'acqua dello Stige, viene palesemente sconfessato, poiché ambedue superano l'esame divino, e perciò prende la fuga, mentre Sostene, catturato, viene gettato in prigione.
Cap. XVI. L'autore mostra di aver ben progettato il suo romanzo, poiché ora fornisce tramite Leucippe delucidazioni circa il mistero della sua decapitazione che tanto aveva colpito Clitofonte. Nell'opera ogni apparente enigma viene svelato e spiegato razionalmente come negli attuali romanzi gialli.
Cap. XIX. Clitofonte riceve dallo zio Sostrato notizie della sorella Calligone, che deve andare sposa a Callistene, il quale all'inizio l'aveva addirittura fatta rapire, ma poi pentito l'aveva trattata con ogni riguardo, mostrandosi devotissimo a Sostrato. Avendo preso la fuga Tersandro, vengono vanificati anche gli ultimi ricorsi processuali, tutto si risolve al meglio. Sostrato, Clitofonte e Leucippe si recano allora a Bisanzio, dove gli innamorati si sposano, e di qui a Tiro, dove assistono ai sacrifici per le nozze di Calligone e Callistene, dopodiché tornano a Bisanzio.
E qui termina la vicenda.