sabato 16 settembre 2017

Leggenda di Osiride






Nell'epoca più antica della storia egizia Osiride era considerato un eroe civilizzatore, che regnò sull'Egitto ed assicurò la pace e la ricchezza. Il suo malvagio fratello, Set o Tifone, ne procurò la morte per gelosia e dilaniò il suo corpo in quattordici pezzi. La sorella e sua sposa Iside ricercò dovunque i frammenti del suo corpo, li trovò ed eresse su ciascuno di essi una tomba magnifica. Horo, figlio di Osiride ed Iside, una volta divenuto adulto, vendicò il padre e grazie a formule magiche lo richiamò in vita. Osiride divenne così il sovrano del mondo ultraterreno e il giudice dei morti, in quanto morto tornato in vita. Infatti le anime degli Egizi, secondo la loro religione, qualora fossero ritenute buone e meritevoli della “beatitudine eterna“ diventavano degli Osiride, cioè si identificavano con il dio della vita ultraterrena.
Osiride, come Dioniso, Orfeo e Gesù, è un eroe sofferente, la cui morte è pianta da tutti, ma che infine viene resuscitato. Il suo mito implica un antico rituale, in cui probabilmente veniva sacrificato un toro, tagliato poi in quattordici parti e mangiato in comunione dai fedeli. Il toro ucciso veniva immediatamente rimpiazzato da un altro toro consacrato, e questo fatto aveva lo scopo di indicare ai fedeli che il dio era resuscitato, in quanto appunto il toro simboleggiava il dio stesso. I Greci erano stupiti della somiglianza di questo mito egizio con quello di Dioniso, il giovane toro divorato dai Titani della leggenda orfica, che Zeus fa rinascere a una vita gloriosa.
Nel mitraismo, religione dell'antica Persia, sono presenti evidenti analogie con questo mito egizio ( sacrificio del toro ). L'importanza data al sacrificio simbolico dell'uomo-dio e all'idea di resurrezione è ovviamente riscontrabile nel culto cristiano. La religione di Osiride ed Iside, così come quella di Mitra, si sviluppò in effetti nel mondo greco-romano contemporaneamente alla predicazione cristiana, e non è fuori luogo ipotizzare un reciproco influsso tra queste diverse fedi e culture, come farebbe anche supporre la concezione del Verbo creatore, cioè la Parola datrice di vita, espressa non solo nel Vangelo di San Giovanni ma pure e con un maggior supporto teorico negli scritti attribuiti ad Ermete Trismegisto, cioè al dio egizio Thot di Ermopoli.

Orfeo

L'idea della metempsicosi o reincarnazione esisteva in Grecia come in India allo stato di credenza popolare. Essa trovò la sua espressione religiosa nell'orfismo e la sua forma filosofica nel pitagorismo, ossia nella dottrina del filosofo Pitagora.
Orfeo, personaggio mitico, era probabilmente una divinità della Tracia ( a nord-est della Grecia ), la cui morte e resurrezione erano alla base d'un culto mistico. La fede orfica ebbe un'espansione straordinaria in tutto il mondo greco e quindi anche nell'Italia meridionale, e, inoltre, ispirò pensatori profondi come Pitagora e Platone che dettero una forma più o meno scientifica all'orfismo. La dottrina di Orfeo affermava che in seguito al peccato originale l'anima era stata imprigionata nel corpo. Il peccato originale era dovuto all'uccisione di Dioniso Zagreo operata dai Titani, antenati degli uomini. La conseguenza di tale concezione era un rito di iniziazione che aveva come scopo quello di risparmiare alle anime il “ciclo della rinascita“.
Pare che anche gli Esseni e i Terapeuti, monaci asceti del mondo ebraico, avessero subito l'influsso della dottrina orfica.

domenica 10 settembre 2017

Oriente e Occidente







I termini di Oriente ed Occidente si usano, per convenzione, allo scopo di designare due diverse mentalità e culture. Essi sono il frutto della riflessione storica europea, erede della civiltà greco-romana. Per i Greci l'Oriente era rappresentato dai popoli che abitavano le terre dell'Asia minore e le lontane rive della Libia e dell'Egitto, cioè per i Greci l'Oriente era situato più o meno al di là dell'Ellesponto.
Bisogna tener presente inoltre che “ solo presso i Greci la cartografia si sviluppò come scienza e soprattutto essa mirò a rappresentare non singoli lembi territoriali, ma l'intero mondo conosciuto “ ( Introduzione allo studio della cultura classica, ed. Marzorati, vol. III, p. 106 ). Questo significa che furono i Greci a formulare e a stabilire la terminologia geografica a cui ancora oggi noi facciamo ricorso. Infatti nella rappresentazione delle terre conosciute, “ il Mediterraneo occupava la posizione centrale, in modo da dividere l'Europa ( a nord ) dall'Asia ( a sud ); grosso modo l'orizzonte geografico andava dalle Colonne d'Ercole al Caucaso ( o poco oltre ) ed al Mare Ircano ( cioè al Caspio, ritenuto un golfo dell'Oceano ) “ ( ibidem ). Il geografo Dicearco nel tentativo di dare esattezza alla cartografia “ come linea centrale di riferimento aveva tracciato nel planisfero un diaframma orizzontale ( dalle Colonne d'Ercole ad ovest ai monti dell'Asia centrale ad est ), passante per Rodi, allora ritenuta il centro della Terra. In senso verticale fu inserita … una perpendicolare sempre passante per quell'isola “ ( ibidem ).

La nostra mentalità occidentale è l'erede della mentalità greca. Quando noi infatti pensiamo alla Grecia dal punto di vista geografico, pensiamo a una regione dell'Europa vicina all'Asia, cioè all'Oriente. Infatti, secondo il nostro modo di pensare, l'Oriente è l'Asia. Nell'area dell'Oriente noi facciamo rientrare sovente anche l'Africa settentrionale, in quanto abitata da popolazioni la cui civiltà è di origine asiatica, precisamente araba.
Il termine di Oriente, come quello di Occidente, traggono dunque origine dal punto di vista, o meglio, dalla “posizione” dell'uomo greco. Ritenendosi infatti pressoché al centro del mondo conosciuto, i Greci ed in seguito i Romani stabilirono quale dovesse essere la denominazione delle terre donde sorgeva il sole ( Oriente ) e dove tramontava ( Occidente ).

domenica 3 settembre 2017

Il mito di Cleopatra

Théophile Gautier, Une nuit de Cléopâtre
( 1845 )


Cléopâtre ne s’endormit que le matin, à l’heure où rentrent les songes envolés
par la porte d’ivoire. L’illusion du sommeil lui fit voir toute sorte d’amants se jetant
à la nage, escaladant les murs pour arriver jusqu’à elle, et, souvenir de la veille, ses
rêves étaient criblés de flèches chargées de déclarations amoureuses. Ses petits
talons agités de tressaillements nerveux frappaient la poitrine de Charmion, couchée
en travers du lit pour lui servir de coussin.
Lorsqu’elle s’éveilla, un gai rayon jouait dans le rideau de la fenêtre dont il
trouait la trame de mille points lumineux, et venait familièrement jusque sur le
lit voltiger comme un papillon d’or autour de ses belles épaules qu’il effleurait en
passant d’un baiser lumineux. Heureux rayon que les dieux eussent envié !
Cléopâtre demanda à se lever d’une voix mourante comme un enfant malade ;
deux de ses femmes l’enlevèrent dans leurs bras et la posèrent précieusement à
terre, sur une grande peau de tigre dont les ongles étaient d’or et les yeux d’escarboucles.
Charmion l’enveloppa d’une calasiris de lin plus blanche que le lait,
lui entoura les cheveux d’une résille de fils d’argent, et lui plaça les pieds dans
des tatbebs de liège sur la semelle desquels, en signe demépris, l’on avait dessiné
deux figures grotesques représentant deux hommes des races Nahasi et Nahmou,
les mains et les pieds liés, en sorte que Cléopâtre méritait littéralement l’épithète
de conculcatrice des peuples, que lui donnent les cartouches royaux.
C’était l’heure du bain. Cléopâtre s’y rendit avec ses femmes.
Les bains de Cléopâtre étaient bâtis dans de vastes jardins remplis de mimosas,
de caroubiers, d’aloès, de citronniers, de pommiers persiques, dont la fraîcheur
luxuriante faisait un délicieux contraste avec l’aridité des environs ; d’immenses
terrasses soutenaient des massifs de verdure et faisaient monter les fleurs
jusqu’au ciel par de gigantesques escaliers de granit rosé ; des vases de marbre
pentélique s’épanouissaient comme de grands lis au bord de chaque rampe, et
les plantes qu’ils contenaient ne semblaient que leurs pistils ; des chimères caressées
par le ciseau des plus habiles sculpteurs grecs, et d’une physionomie moins
rébarbative que les sphinx égyptiens avec leur mine renfrognée et leur attitude
morose, étaient couchées mollement sur le gazon tout piqué de fleurs, comme
de sveltes levrettes blanches sur un tapis de salon : c’étaient de charmantes figures
de femme, le nez droit, le front uni, la bouche petite, les bras délicatement
potelés, la gorge ronde et pure, avec des boucles d’oreilles, des colliers et des
ajustements d’un caprice adorable, se bifurquant en queue de poisson comme la
femme dont parle Horace, se déployant en aile d’oiseau, s’arrondissant en croupe
de lionne, se contournant en volute de feuillage, selon la fantaisie de l’artiste ou
les convenances de la position architecturale ? une double rangée de ces délicieux
monstres bordait l’allée qui conduisait du palais à la salle.
Au bout de cette allée, on trouvait un large bassin avec quatre escaliers de porphyre
; à travers la transparence de l’eau diamantée on voyait les marches descendre
jusqu’au fond sablé de poudre d’or ; des femmes terminées en gaine comme
des cariatides faisaient jaillir de leurs mamelles un filet d’eau parfumée qui retombait
dans le bassin en rosée d’argent, et en picotait le clair miroir de ses gouttelettes
grésillantes. Outre cet emploi, ces cariatides avaient encore celui de porter
sur leur tête un entablement orné de néréides et de tritons en bas-relief et muni
d’anneaux de bronze pour attacher les cordes de soie du vélarium. Au delà du
portique l’on apercevait des verdures humides et bleuâtres, des fraîcheurs ombreuses,
un morceau de la vallée de Tempe transporté en Egypte. Les fameux jardins
de Sémiramis n’étaient rien auprès de cela.
Nous ne parlerons pus de sept ou huit autres salles de différentes températures,
avec leur vapeur chaude ou froide, leurs boîtes de parfums, leurs cosmétiques,
leurs huiles, leurs pierres ponces, leurs gantelets de crin, et tous les raffinements
de l’art balnéatoire antique poussé à un si haut degré de volupté et de raffinement.
Cléopâtre arriva, la main sur l’épaule de Charmion ; elle avait fait au moins
trente pas toute seule ! grand effort ! fatigue énorme! Un léger nuage rosé, se répandant sous la peau transparente de ses joues, en rafraîchissait la pâleur passionnée ; ses tempes blondes comme l’ambre laissaient voir un réseau de veines bleues ; son front uni, peu élevé comme les fronts antiques, mais d’une rondeur et d’une forme parfaites, s’unissait par une ligne irréprochable à un nez sévère et
droit, en façon de camée, coupé de narines rosés et palpitantes à la moindre émotion,
comme les naseaux d’une tigresse amoureuse ; la bouche petite, ronde, très
rapprochée du nez, avait la lèvre dédaigneusement arquée ; mais une volupté effrénée, une ardeur de vie incroyable rayonnait dans le rouge éclat et dans le lustre humide de la lèvre inférieure. Ses yeux avaient des paupières étroites, des sourcils minces et presque sans inflexion. Nous n’essayerons pas d’en donner une idée ; c’était un feu, une langueur, une limpidité étincelante à faire tourner la tête de chien d’Anubis lui-même; chaque regard de ses yeux était un poème supérieur à ceux d’Homère ou de Mimnerme; un menton impérial, plein de force et de domination, terminait dignement ce charmant profil.
Elle se tenait debout sur la première marche du bassin, dans une attitude pleine
de grâce et de fierté ; légèrement cambrée en arrière, le pied suspendu comme une
déesse qui va quitter son piédestal et dont le regard est encore au ciel ; deux plis
superbes partaient des pointes de sa gorge et filaient d’un seul jet jusqu’à terre.
Cléomène, s’il eût été son contemporain et s’il eût pu la voir, aurait brisé sa Vénus
de dépit.


Lucano, Pharsalia, X, 111 e sg ( il lusso degli appartamenti della regina ) :

pax ubi parta ducis donisque ingentibus empta est,
excepere epulae tantarum gaudia rerum,
explicuitque suos magno Cleopatra tumultu
nondum translatos Romana in saecula luxus.                  110
ipse locus templi, quod uix corruptior aetas
extruat, instar erat, laqueataque tecta ferebant
diuitias crassumque trabes absconderat aurum.
nec summis crustata domus sectisque nitebat
marmoribus, stabatque sibi non segnis achates                  115
purpureusque lapis, totaque effusus in aula
calcabatur onyx; hebenus Mareotica uastos
non operit postes sed stat pro robore uili,
auxilium non forma domus. ebur atria uestit,
et suffecta manu foribus testudinis Indae                  120
terga sedent, crebro maculas distincta zmaragdo.
fulget gemma toris, et iaspide fulua supellex
<stat mensas onerans, uariaque triclinia ueste>                  122a
strata micant, Tyrio cuius pars maxima fuco
cocta diu uirus non uno duxit aeno,
pars auro plumata nitet, pars ignea cocco,                  125
ut mos est Phariis miscendi licia telis.
tum famulae numerus turbae populusque minister.
discolor hos sanguis, alios distinxerat aetas;
haec Libycos, pars tam flauos gerit altera crines
ut nullis Caesar Rheni se dicat in aruis                  130
tam rutilas uidisse comas; pars sanguinis usti
torta caput refugosque gerens a fronte capillos;
nec non infelix ferro mollita iuuentus
atque exsecta uirum: stat contra fortior aetas
uix ulla fuscante tamen lanugine malas.                  135
     discubuere illic reges maiorque potestas
Caesar; et inmodice formam fucata nocentem,
nec sceptris contenta suis nec fratre marito,
plena maris rubri spoliis, colloque comisque
diuitias Cleopatra gerit cultuque laborat.                  140
candida Sidonio perlucent pectora filo,
quod Nilotis acus conpressum pectine Serum
soluit et extenso laxauit stamina uelo.
dentibus hic niueis sectos Atlantide silua
inposuere orbes, quales ad Caesaris ora                  145
nec capto uenere Iuba. pro caecus et amens
ambitione furor, ciuilia bella gerenti
diuitias aperire suas, incendere mentem
hospitis armati. non sit licet ille nefando
Marte paratus opes mundi quaesisse ruina;                  150
pone duces priscos et nomina pauperis aeui
Fabricios Curiosque graues, hic ille recumbat
sordidus Etruscis abductus consul aratris:
optabit patriae talem duxisse triumphum.
     infudere epulas auro, quod terra, quod aer,                  155
quod pelagus Nilusque dedit, quod luxus inani
ambitione furens toto quaesiuit in orbe
non mandante fame; multas uolucresque ferasque
Aegypti posuere deos, manibusque ministrat
Niliacas crystallos aquas, gemmaeque capaces                  160
excepere merum, sed non Mareotidos uuae,
nobile sed paucis senium cui contulit annis
indomitum Meroe cogens spumare Falernum.
accipiunt sertas nardo florente coronas
et numquam fugiente rosa, multumque madenti                  165
infudere comae quod nondum euanuit aura
cinnamon externa nec perdidit aera terrae,
aduectumque recens uicinae messis amomon.
discit opes Caesar spoliati perdere mundi
et gessisse pudet genero cum paupere bellum                  170
…


Shakespeare, Antonio e Cleopatra

Atto II, scena II


ENOBARBO: Vi dirò. La barca in cui sedeva simile a un trono brunito splendeva sull'acqua: la poppa era d'oro battuto: le vele di porpora e così profumate che i venti languivano d'amore per esse; i remi erano d'argento e si abbassavano ritmicamente al suono dei flauti obbligando l'acqua che essi colpivano a seguirli più rapida quasi fosse innamorata delle loro percosse. In quanto alla sua persona rendeva meschina ogni descrizione: ella giaceva sotto la sua tenda di drappo d'oro tessuto offuscando quella Venere in cui vediamo l'immaginazione superare la natura: da entrambi i lati le stavano dei graziosi bambini paffuti come sorridenti amorini con flabelli versicolori la cui brezza pareva infiammare le delicate guance che essi rinfrescavano facendo ciò che essi disfacevano.
AGRIPPA: Oh mirabile spettacolo per Antonio!
ENOBARBO: Le sue donzelle simili a Nereidi o sirene le si affaccendavano d'attorno e nell'atto d'inchinarla l'adornavano; al timone governava una dall'aspetto di sirena; il serico sartiame si tendeva sotto il tocco di quelle mani delicate come fiori che celermente accudivano al loro ufficio. Dalla barca uno strano e sottile profumo si spandeva a colpire i sensi delle vicine sponde. La città riversava il suo popolo verso di lei e Antonio troneggiante sulla piazza del mercato rimase seduto solo solo zufolando all'aria; la quale se il vuoto fosse stato cosa possibile sarebbe andata anch'essa a contemplare Cleopatra lasciando una lacuna nella natura.
AGRIPPA: Mirabile Egiziana!






Domitius Enobarus. I will tell you.
The barge she sat in, like a burnish'd throne,
Burn'd on the water: the poop was beaten gold;
Purple the sails, and so perfumed that
The winds were love-sick with them; the oars were silver,
Which to the tune of flutes kept stroke, and made
The water which they beat to follow faster,
As amorous of their strokes. For her own person,
It beggar'd all description: she did lie
In her pavilion—cloth-of-gold of tissue—
O'er-picturing that Venus where we see
The fancy outwork nature: on each side her
Stood pretty dimpled boys, like smiling Cupids,
With divers-colour'd fans, whose wind did seem
To glow the delicate cheeks which they did cool,
And what they undid did.

Agrippa. O, rare for Antony!
Domitius Enobarus. Her gentlewomen, like the Nereides,
So many mermaids, tended her i' the eyes,
And made their bends adornings: at the helm
A seeming mermaid steers: the silken tackle
Swell with the touches of those flower-soft hands,
That yarely frame the office. From the barge
A strange invisible perfume hits the sense
Of the adjacent wharfs. The city cast
Her people out upon her; and Antony,
Enthroned i' the market-place, did sit alone,
Whistling to the air; which, but for vacancy,
Had gone to gaze on Cleopatra too,
And made a gap in nature.

Agrippa. Rare Egyptian!




Vedi, come fonte di Shakespeare, Plutarco, “ Vita di Antonio “, cap. 26.


martedì 22 agosto 2017

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Tre autori dell'Ottocento

Giuseppe Tomasi di Lampedusa Opere
Milano, Meridiani Mondadori, 2011



Tre autori dell'Ottocento

Stendhal

L'autore si rivela un conoscitore profondissimo della letteratura francese ( e inglese ) e di Stendhal ci rivela l'aspetto meno noto di artista : ( p. 1859 ) “ Nel suo Julien Sorel Stendhal ha espresso se stesso, quale realmente era, con i suoi ambiziosi desideri. In Fabrizio del Dongo ha conferito vita reale, invece, all'uomo che avrebbe voluto essere, all'uomo nobile, ricco, amato, che egli non fu. Gli diede la vita e poi lo rinchiuse in prigione, commovente espressione della chiarezza della sua intuizione. “
P. 1863. Considerazioni sullo stile di Stendhal assai perspicaci e basate sulla constatazione che lo scrittore francese tende costantemente a sfrondare la frase di ogni aggettivazione o altra ridondanza inutile e a fornire al lettore l'essenziale, come l'essenza di un profumo, perché è proprio nella sensazione profonda, nel forte sentire quello che l'immaginazione e il ricordo gli suggeriscono, che consiste la motivazione allo scrivere.
P. 1870 e sg., le considerazioni sulla Histoire de la peinture en Italie sottolineano l'importanza dello scritto in quanto rivela appieno la personalità originalissima di Stendhal, che vivifica e rende attuale una materia oggetto da sempre delle elucubrazioni accademiche dei pedanti, i cosiddetti “specialisti”, in verità la peggior genìa di ammorbanti noiosi che ci sia sulla faccia della terra.
P. 1884. Retroscena e origini di Armance. La storia dell'impotente Octave era stata già narrata nell'Olivier di Mme De Duras e nell'omonimo romanzo di M. de Latouche. La malizia di Stendhal sta nel fatto di aver trasformato nel classico misterioso eroe romantico un impotente. Come a dire che i tenebrosi segreti dei bei tenebrosi sono dovuti a inconfessabili “défaillances”.
P. 1891-92. Geniale è l'individuazione del punto di vista del narratore. Non si tratta nel caso di Le rouge et le noir di una narrazione in prima persona, ma di un intervento indiretto dell'autore che a seconda delle circostanze canalizza anche in personaggi secondari il flusso dell'azione e il punto di vista da cui la si osserva. Sicché a volte riferisce i pensieri anche più reconditi di Julien a volte quelli di Mathilde e così via. Interessanti le seguenti affermazioni : “ Risultato di questa tecnica di quasi incredibile sottigliezza … è la completa fusione dell'autore, del personaggio e del lettore. Questi non è più un estraneo che contempla l'azione ma quasi sempre uno degli attori della azione stessa. “
P. 1895-96. Riguardo agli ambienti nota giustamente Tomasi che essi non vengono mai descritti direttamente né minuziosamente ( come Manzoni ! ) ma piuttosto suggeriti in pochi tratti, qualche aggettivo che accompagna un nome significativo. Insomma l'ambiente è affidato soprattutto all'immaginazione del lettore ed è il frutto dell'azione stessa dei personaggi che ne è necessariamente condizionata. Basta pensare ( l'esempio è riportato da Tomasi ) alla biblioteca di palazzo De La Mole dove si svolgono scene madri per il romanzo. Ricordo anche, e questa è una differenza fondamentale tra Stendhal e Manzoni, che il lago di Como è appena tratteggiato ne La Chartreuse de Parme, mentre ne I promessi sposi costituisce quella tremenda tortura cinese per gli studenti dei primi anni del Liceo.
P. 1900-01. Importante, qui a proposito dei Mémoires d'un touriste, ma in genere circa lo stile di Stendhal, è la seguente affermazione : “ … ed alcune sono davvero delle idee e non delle sensazioni che costituiscono l'autentica riserva di caccia stendhaliana. ” Insomma, anche se Stendhal non descrive le sensazioni, come ad es. D'Annunzio, però le fa “sentire” nell'ambiente, nell'espressione dei suoi personaggi e quindi, nonostante tutte le evidenti differenze, mostra una sensibilità affine a quella dei parnassiani ( Gautier ) e dei decadenti ( Huysmans, D'Annunzio, Wilde ).
P. 1907-08. Caratteristica fondamentale de La chartreuse de Parme è che “ i fatti non intendono esser narrati come sono ma come appaiono al temperamento frivolo, ma nello stesso tempo coraggioso e “strafottente” di Fabrizio, temperamento di “uomo di società” che riduce al proprio livello il mondo esteriore. “ Insomma tutti gli avvenimenti del romanzo sono visti attraverso gli occhi di Fabrizio del Dongo “ mente smagata, simpatica, accomodante, signorile e non troppo intelligente. “

P. 1917 e sg. A proposito di Prosper Mérimée sottolinea la sua parentela e discendenza stilistica da Stendhal. Forse più di Stendhal Mérimée ha dato vita a uno stile asciutto, privo di qualsiasi elemento non essenziale, rifiutando l'emotività romantica pur occupandosi sempre di vicende passionali. E' chiaro che Tomasi predilige questa razza di scrittori, del resto la sua Sicilia è stata la patria del Verismo.

P. 1934. A proposito di Gobineau, a parte le considerazioni su uno scrittore, indubbiamente valido, ma che oggi è praticamente impossibile leggere, è interessante il riferimento all'amicizia tra questo autore francese, cui viene attribuita la paternità dell'idea razzista della supremazia della stirpe ariana, e Nietzsche e Wagner. Non solo, ma se effettivamente si potessero leggere le opere di Gobineau ( che al pubblico medio sono viete ) si capirebbero molte cose sull'atmosfera culturale del suo tempo e anche forse su questo benedetto ( o maledetto ? ) mito ariano che ha dato la stura all'autoesaltazione germanica ( ma gli ariani erano i persiani ! ).

martedì 15 agosto 2017

Gustave Flaubert, L'éducation sentimentale

Gustave Flaubert L'éducation sentimentale ( 1870 )
Paris, Gallimard, 1965




P. 23, innamoramento di Frédéric Moreau. Mme Arnoux ha qualcosa della Bovary, ma come si vedrà è un angelo di virtù : “ Jamais il n'avait vu cette splendeur de sa peau brune, la séduction de sa taille, ni cette finesse des doigts que la lumière traversait. “ Il carattere di Emma Bovary appartiene però non a Mme Arnoux ma proprio a Federico. A p. 27 ecco il suo sogno romantico : “ Elle ressemblait aux femmes des livres romantiques. … Elle était le point lumineux où l'ensemble des choses convergeait; … le regard dans les nuages, il s'abandonnait à une joie rêveuse et infinie. “ In tutto il romanzo infatti sarà Federico a rincorrere un suo inafferrabile sogno d'amore e non Mme Arnoux, sempre ferma e salda nel suo ruolo di madre di famiglia, nonostante qualche cedimento.
P. 33, velleità artistiche di Federico ( un po' come Emma Bovary ), sogna addirittura sinfonie !
P. 34, la razza dei diseredati. L'amore secondo Frédéric, romantico e impossibile.
P. 54, Pellerin è la caricatura dell'artista che teorizza e non segue il proprio istinto. La filosofia uccide l'arte.
P. 56. NB lo stile nervoso, spesso con salti logici, scorre come un ruscello volteggiante qua e là fermandosi nelle descrizioni minuziose. Ricorda un po' quello di Stendhal. Lo trovo meno coerente di quello di Madame Bovary o di Salammbô.
A p. 469 si trova l'interessante articolo di Marcel Proust “ Ce que signifie le style de Flaubert “, nel quale con molta acutezza Proust individua nell'uso anomalo dei tempi verbali, delle preposizioni e della congiunzione copulativa le caratteristiche di uno stile che vuole trasformare le azioni in impressioni e attribuire vita propria alle cose : ( p. 470 ) “ ce qui jusqu'à Flaubert était action devient impression. Les choses ont autant de vie que les hommes, car c'est le raisonnement qui après assigne à tout phénomène visuel des causes extérieures, mais dans l'impression première que nous recevons cette cause n'est pas impliquée. “
Il tempo verbale che Flaubert predilige è l'imperfetto che viene utilizzato non soltanto nelle descrizioni ma anche nell'esporre i pensieri o i discorsi dei personaggi, dal momento, come scrive Proust, che Flaubert “ ha deciso di usare il meno possibile le virgolette “. Talvolta il passato remoto interrompe l'imperfetto, ma non per designare un'azione compiuta, bensì per indicare qualcosa di indefinito che si prolunga nel tempo o nell'immaginazione. Ed anche il presente ha un suo scopo particolare, quello di gettare un raggio di luce, di aprire al pieno giorno una realtà che si sottrae al moto inarrestabile degli eventi.
La congiunzione “e” non ha poi assolutamente la funzione assegnatale dalla grammatica, ma piuttosto quella di marcare una pausa ed iniziare un nuovo quadro. Insomma, dice Proust, “e” comincia sempre una frase secondaria e non termina quasi mai una enumerazione. Come tutti i grandi scrittori Flaubert personalizza le regole grammaticali, le trasforma e le rende docili al suo linguaggio poetico.
P. 56, Regimbart, altra caricatura. Lo sfaccendato che si nutre di politicume e assume un'aria da intellettualoide tra un bicchiere e l'altro.
P. 57, Jacques Arnoux, il borghese che prostituisce l'arte e l'abbassa ai gusti della massa. Il marito di Mme Arnoux, della quale è innamorato F. Moreau.
P. 96, disperazione del sognatore romantico. Come è diverso questo romanzo da Anna Karenina di Tolstoj, la cui vicenda è scontata sin dall'inizio, ma in cui tutto procede “positivamente”.
P. 102, Mme Arnoux mantiene sempre le caratteristiche della donna fatale ( come Salammbô ), qui risalta su sfondo color porpora ( cfr. “ Cleopatra “ quadro di G. Moreau ) : “ Mme Arnoux se tenait assise sur une grosse pierre, ayant cette lueur d'incendie derrière elle. “
P. 112. Temperamento da sognatore ( vedi l'inetto Corrado Silla in Malombra di Fogazzaro ) : “ En de certains jours, pourtant, une indignation le prenait contre lui-même. … Il vagabondait jusqu'au soir … il voulait se faire trappeur en Amérique, servir un pacha en Orient, s'embarquer comme matelot … “
P. 125. Il romanzo non manca di episodi umoristici. Come a questo punto, quando F. Moreau aspetta invano in un bar l'arrivo del suo amico ubriacone, inghiottendo un bicchiere dopo l'altro.
P. 130. Ci si riconosce nell'atteggiamento ormai disincantato di Frédéric. In genere ci si riconosce nelle sensazioni e nei sentimenti di questi personaggi di Flaubert, mentre nel caso di Tolstoj ( Anna Karenina ) direi che, anche se la narrazione è magistrale, si tratta di personaggi lontani da noi e quasi stereotipati. Forse perché si narra di vicende dell'aristocrazia russa, quanto mai lontana dalla nostra realtà.
P. 134. Il linguaggio usato spesso è quello proprio del parlato, sicuramente meno letterario di Salammbô.
P. 140 ( Seconda Parte, cap. I ). Suggestiva rassegna di tipi femminili ( il ballo in casa di Rosanette ) :
Elles tournaient si près de lui, que Frédéric distinguait les gouttelettes de leur front ; -- et ce mouvement giratoire, de plus en plus vif et régulier, vertigineux, communiquant à sa pensée une sorte d'ivresse, y faisait surgir d'autres images, tandis que toutes passaient dans le même éblouissement, et chacune avec une excitation particulière selon le genre de sa beauté. La Polonaise, qui s'abandonnait d'une façon langoureuse, lui inspirait l'envie de la tenir contre son coeur, en filant tous les deux dans un traîneau sur une plaine couverte de neige. Des horizons de volupté tranquille, au bord d'un lac, dans un chalet, se déroulaient sous les pas de la Suissesse, qui valsait le torse droit et les paupières baissées. Puis, tout à coup, la Bacchante, penchant en arrière sa tête brune, le faisait rêver à des caresses dévoratrices, dans des bois de lauriers-roses, par un temps d'orage, au bruit confus des tambourins. La Poissarde, que la mesure trop rapide essoufflait, poussait des rires ; et il aurait voulu, buvant avec elle aux Porcherons, chiffonner à pleines mains son fichu, comme au bon vieux temps. Mais la Débardeuse, dont les orteils légers effleuraient à peine le parquet, semblait receler dans la souplesse de ses membres et le sérieux de son visage tous les raffinements de l'amour moderne, qui a la justesse d'une science et la mobilité d'un oiseau. Rosanette tournait, le poing sur la hanche ; sa perruque à marteau, sautillant sur son collet, envoyait de la poudre d'iris autour d'elle ; et, à chaque tour, du bout de ses éperons d'or, elle manquait d'attraper Frédéric.
P. 144. Tutto l'episodio del primo capitolo della seconda parte ricorda la cena di Trimalcione nel Satyricon di Petronio.
P. 158. Nel personaggio di Sénécal abbiamo la satira del comunismo.
P. 165. Rosanette e Mme Arnoux, la donna perversa e la donna angelo sono un motivo che troviamo ne Il piacere di D'Annunzio nella persona di Elena Muti ( la perversa ) e Maria Ferres ( la donna angelo ).
P. 169. La codardia è caratteristica negativa di questi eroi decadenti, vedi Emilio Brentani in Senilità di Italo Svevo ( romanzo di molto posteriore, ma che ha qualche affinità con questo ).
P. 192. Cfr. Salammbô, Mme Arnoux è posta al di là della condizione umana, come la principessa cartaginese.
P. 199. Considerazioni politiche di Deslauriers che sono più che mai attuali ( vedi U. E. Che differenza c'è tra la S. Alleanza e l'Unione europea ? ).
P. 222. Mme Arnoux è l'esatto contrario di Mme Bovary.
P. 224 e seg. : un seguito di colpi di scena, dopo la corsa dei cavalli all'ippodromo. La velocità degli eventi trascina il protagonista nel turbine delle passioni. La sua difesa delle donne ( Rosanette e Mme Arnoux ) lo fa litigare gravemente col giovane visconte Cisy, durante un pranzo offerto dallo stesso giovane visconte ( pag. 245 ).
P. 296-297. Forse il suo amore sta per raggiungere il proprio compimento. Ma la cosa non è chiara. Mme Arnoux mantiene un atteggiamento assolutamente inespugnabile, pur con qualche cedimento. Federico le prova tutte e affitta un appartamento per una tenera “insidia”.
P. 303. L'attesa disperata di Mme Arnoux, il vagabondaggio per le strade alla sua ricerca, lo scambiare altre donne per lei, ricordano le stesse azioni di Emilio Brentani, in Senilità di I. Svevo, alla ricerca notturna di Angiolina. Che l'opera di Flaubert sia una fonte per il romanzo di Svevo ?
P. 308. Come ne Il piacere di D'Annunzio, qui troviamo già lo scambio di maîtresses sul letto d'amore, che in questo caso è una donna poco rispettabile, mentre nel romanzo di D'Annunzio l'incontro è tra Andrea Sperelli e Maria Ferres ( che sostituisce appunto la donna veramente desiderata : Elena Muti ).
P. 311. Nella Parte Terza inizia la descrizione di una rivolta popolare a Parigi. Si tratta infatti di un romanzo realista che ha anche valore di documento storico ( si tratta della rivoluzione del 1848 ).
P. 325. Frédéric dopo tutto è un inetto, esattamente come i personaggi di Italo Svevo. Quando riceve la proposta di presentarsi come candidato alla camera dei deputati “ uomo di tutte le debolezze, fu conquistato dalla demenza generale “. Le pagine che seguono rendono ragione alla definizione, o meglio agli attributi che si potrebbero dare a questo romanzo “ ironico, straziante e nello stesso tempo comico “. In effetti i momenti umoristici vi abbondano.
P. 330. L'utopia dell'Unione europea era già presente allora, solo che si pensava ad una lingua unica piuttosto che a una moneta soltanto. NB : la lingua unica avrebbe dovuto essere il latino.
P. 331, ecco che si evidenziano anche le utopie cristiano-socialiste ( quanto tutte queste sciocchezze stanno alla base del mondo moderno ! ).
P. 352, splendida descrizione della foresta ( III Parte, cap. I ).
III Parte, cap. II. Federico è ormai preso dal vortice dell'ambizione e degli amorazzi, Mme Dambreuse forse e certo Rosanette amante prezzolata, e addolora profondamente Louise, la fanciulla ingenua e bruttina, innamorata follemente di lui.
III Parte, cap. III, p. 386-387. L'incontro con Mme Arnoux culmina nella reciproca confessione d'amore, ma è nello stesso tempo una delusione per lei, dal momento che vengono sorpresi proprio da Rosanette, con cui Moreau convive, e che poi rivelerà di essere incinta.
P. 392. L'ammirazione e il tentativo di seduzione nei confronti di Mme Dambreuse anticipa il futuro e “cerebrale” Andrea Sperelli di D'Annunzio. In effetti F. Moreau ormai è un vero e proprio avventuriero.
III Parte, cap. III, verso la fine. La carriera del libertino si compie, raggiunge l'apice e F. Moreau diviene amante di Mme Dambreuse, che favorisce la sua ascesa sociale e politica, ma naturalmente non cessa di essere contemporaneamente l'amante di Rosanette. E' il trionfo di don Giovanni.
P. 405. Alla morte quasi improvvisa di M. Dambreuse, riceve la proposta di matrimonio da parte di Mme Dambreuse, erede di una colossale fortuna. Ma il sogno non si realizza, perché Madame non riceve l'eredità sperata. Così F. Moreau mantiene la relazione con Rosanette dalla quale ha un figlio e con Mme Dambreuse, che si rivela una donna noiosa e gelosa.
P. 429. Morte del bimbo avuto da Rosanette. La donna vuole fargli un ritratto per conservarne il ricordo e perciò viene chiamato il pittore Pellerin. Da costui apprende la rovina finanziaria di Arnoux, che rischia la prigione e che è partito per Le Havre insieme alla famiglia. Incurante del dolore di Rosanette Frédéric si precipita fuori casa.
P. 435. Ottenuta da Mme Dambreuse una somma di denaro per aiutare M. Arnoux, F. Moreau torna a casa dove trova Rosanette accanto alla culla del bimbo morto. Ma rimane indifferente e pensa sempre a Mme Arnoux. Impossibilitato a raggiungerla, riporta la somma a Mme Dambreuse, la quale però ha saputo tutto, dal momento che aveva concesso il denaro dietro la scusa di aiutare un amico in difficoltà, cioè Dussardier.
P. 439-40. Mme Dambreuse decide di vendicarsi con la rovina finanziaria degli Arnoux, ai quali viene imposta la vendita del mobilio di casa dietro l'esigibilità di crediti in sua mano.
P. 445. In seguito all'atteggiamento poco rispettoso di Mme Dambreuse nei confronti del ricordo di Mme Arnoux, Frédéric rifiuta di sposarla e torna al paesello natale, dove sogna il vecchio e non colto amore di Louise. L'episodio ricorda la Sylvie di Gérard de Nerval, dove il protagonista rimpiange l'occasione perduta di un amore campagnolo. Ma anche qui subentra la delusione e Federico scopre che Louise si è appena sposata ( con il suo migliore amico, Deslauriers ! ). Ritorna dunque a Parigi dove ha altre sorprese. Decide infine di mettersi a viaggiare. Dopo lungo tempo, mentre si trova a Parigi, riceve la visita di Mme Arnoux. E' l'ultimo incontro con la donna amata per tutta la vita e ne riceve in compenso una ciocca di capelli. Si tratta naturalmente di un incontro assolutamente casto tra due anime, o meglio quasi tra un figlio e una madre, dal momento che Mme Arnoux è molto invecchiata.
L'ultimo capitolo termina con la comica visita a un bordello di provincia e nel ricordare anche quest'ultima disavventura sia F. Moreau che Deslauriers ( abbandonato da Louise ! ), i quali si sono di nuovo messi insieme come ai vecchi tempi, suggellano la fine del romanzo dicendo che quella era la loro più bella storia.
Lo definirei romanzo delle coscienze, e non ancora della coscienza ( aspettando Proust ! ) e senza dubbio romanzo dell'illusione.


domenica 6 agosto 2017

Carpe diem

Nell'afa dell'estate
giace la stanza e il vento
risuona intorno, fuori il verde
s'indora degli aranci e s'agitano
le foglie quasi onde del mare.
M'assale la marea dei ricordi
al canto delle cicale,
quando volgevo il capo al futuro,
all'infinita distesa azzurra
e sedevo nella campagna assolata
ignaro e pieno di speranze.
Avaro il tempo le infranse
e qui rimango rivolto al mare.
Ma il sole indora le foglie degli aranci
che s'agitano come le onde del mare,
cullate dalla brezza. Il cielo azzurro
è quasi bianco, una nuvola tenue traspare.
Trasalisce il cuore. E' un attimo.