martedì 13 ottobre 2026

Virginia Woolf, Gita al faro


 

Virginia Woolf, Gita al faro (1927), Torino, Einaudi, 2025



Periodare ampio, aggettivazione ricca e singolare, capacità associativa che permette di suscitare con un’immagine sola uno stato d’animo. Si rivela subito l’autrice colta che ha assorbito la lezione raffinatissima di Walter Pater e di Marcel Proust.

Stile sostanzialmente poetico, p. 21 descrizione della baia :


Era come se l’acqua spingesse al largo e facesse veleggiare i loro pensieri divenuti stagnanti sulla terraferma, e addirittura desse ai loro corpi una sorta di sollievo fisico. Dapprima, la vitalità del colore inondava la baia di azzurro, e con esso il cuore si dilatava e il corpo nuotava, solo per essere dopo un istante trattenuto e raggelato dalla spinosa nerezza delle onde increspate. Poi, lassù dietro il grande scoglio nero, quasi ogni sera sgorgava, imprevedibile, perciò bisognava tenerla d’occhio ed era una gioia quando arrivava, una cascata d’acqua bianca; e, mentre la si aspettava, si restava a guardare, sulla pallida falce di spiaggia, il moto delle onde che una dopo l’altra stendevano quietamente un velo di madreperla.


P. 24-26, nei pensieri di Lily e del signor Bankes si avverte la tecnica del monologo interiore, anche se spesso si passa di palo in frasca come nel flusso di coscienza. Non c’è una grande differenza con Joyce, solo direi la Woolf è più aristocratica e si mantiene entro un’aura tutta fatta di signorilità femminile e di delicate suggestioni (di suggestioni, delicate e non, abbondano le Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, 1935, una prosa forse meno consapevole del flusso di coscienza, ma dove le parole s’intessono in un caleidoscopio di simboli, colori e suoni). Un altro esempio della prosa particolare della scrittrice è a p. 26 :


Quei pensieri fluttuavano come uno sciame di moscerini, ognuno per conto suo, ma tenuti meravigliosamente insieme da un’invisibile rete elastica – fluttuavano nella mente di Lily, dentro e intorno ai rami del pero, dove ancora stazionava l’effigie del consunto tavolo da cucina, simbolo del suo profondo rispetto per l’intelligenza del signor Ramsay, finché quel vortice sempre più rapido di pensieri esplose a causa della sua stessa intensità; si sentì liberata. Ci fu uno sparo a poca distanza, ed ecco sopraggiungere, fuggendo dalle schegge, uno stuolo di storni spaventati, in un tumulto di strilli.


Dove compare quel seguito di richiami analogici o di echi che si inseguono e si moltiplicano in continue variazioni tipico del suo stile ma anche di una sorta di Leitmotiv wagneriano. Il discorso segue una traccia ininterrotta di immagini che si fondono l’una nell’altra senza nessi di causalità ma come nella mente di un bambino o di un folle un fiume vorticoso trasporta nelle sue onde un mosaico di riflessioni, di osservazioni, di sensazioni e sentimenti, che accompagnano l’esperienza dell’esistenza umana.

P. 50, come un pittore, del quale comprende perfettamente l’intento, anche la Woolf è intesa a cogliere “lo spirito, l’elemento essenziale”, e per questo nell’illuminarci sul valore dell’arte figurativa ella presenta con chiarezza lo scopo della sua prosa poetica.

P. 59-61, la riflessione interiore della signora Ramsay sui figli e la vita in generale è di una profondità, verità e bellezza stupefacenti. Sono pensieri che tutti sicuramente abbiamo formulato nella nostra mente e nei quali ci riconosciamo, tanto universale e vero ne è il messaggio.

P. 63, la signora Ramsay raccolta in se stessa coglie in un attimo l’infinito del proprio Sé, quello che chiama “il cuneo di tenebra”. Questa immersione nelle profondità insondabili della psiche rende il romanzo un’opera unica e straordinaria. Forse più intensa dello stesso Ulisse di Joyce.

P. 74-79, cap. 14 della parte prima. Un elemento che accomuna lo stile della Woolf a quello di Joyce è l’uso ardito della punteggiatura. Qui il capitolo è compreso nella parentesi, tanto che alla fine ci si chiede perché appaia una parentesi tonda prima del punto. Il capitolo comprende più pagine e questo sottolinea l’uso spregiudicato della punteggiatura.

Nel cap. 17 della parte prima assistiamo alla cena imbandita dalla signora Ramsay per i suoi ospiti. E’ una rassegna di pensieri che migrano da un personaggio all’altro come un getto continuo. I pensieri volteggiano nell’aria e si insinuano nelle sagome dei personaggi come spiriti inquisitori e si riflettono negli oggetti, e soprattutto oltre i vetri della sala, nell’oscurità che avanza, perdendosi in questa come nel mare dell’inconscio.

Seconda parte, “Il tempo passa”, cap. 2 : si tratta di uno squarcio lirico che pone in evidenza la fonte ispiratrice della Woolf, cioè la confessione, l’esternazione della vita interiore e delle suggestioni che in essa sorgono dall’influsso delle cose e delle persone. Non è però il flusso di coscienza, ma la rappresentazione, la descrizione di questo flusso. E in questo flusso tutto si mescola e si confonde come nella memoria. Talvolta si perde il filo nel discorso e il soggetto di una frase resta ambiguo, come a p. 139 : “… Scricchiolava, gemeva. Sbatté la porta. Girò la chiave nella toppa e lasciò la casa chiusa, sprangata, sola.” Dove non si capisce se sia la signora McNab a sbattere la porta o sia la stessa porta spinta dal vento.

La vita fluisce e i personaggi via via muoiono. Così anche la casa va in rovina lentamente sfacendosi come un cadavere in decomposizione, e la natura celebra il proprio trionfo facendo sì che l’anarchia degli elementi naturali, degli insetti, dei roditori, delle piante selvatiche nel giardino prevarichi sulla legge dell’ordine e della pulizia.

Nelle pagine seguenti il corso del flusso di coscienza è però troppo intorbidato da pensieri che si intersecano e si amalgamano spesso nella confusione, e non è più efficace e rilevante per l’immaginazione del lettore come l’inarrivabile rappresentazione della cena della signora Ramsay.

Il cap. 4 della parte terza tuttavia è decisamente suggestivo nel dinamismo dell’azione collegata al flusso dei pensieri che procedono spediti come la barca sull’acqua in direzione del faro e ci rivelano il mondo interiore dei personaggi.

P. 173, la prosa diventa poetica, anzi in alcuni momenti è pura poesia : “Era come una goccia d’argento in cui s’intinge la tenebra del passato per illuminarla.” Direi che effettivamente la prosa evolve verso la pura musicalità interiore, verso un discorso fluido e alogico ma pieno di suggestioni e richiami, verso la poesia simbolista.

P. 208, con l’approdo della barca all’isolotto del faro termina il racconto. E la parola ultima posta a suggello dell’ultimo capitolo è “visione”. E’ la visione, non l’oggetto della visione, che viene rappresentata. Ed essa è solo interiore e meramente soggettiva.

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