domenica 21 aprile 2013

Petrarca, da Familiarium rerum liber VIII, 8






Somnus est vita quam degimus, et quicquid in ea geritur somnio simillimum. Sola mors somnum et somnia discutit. O si prius expergisci datum sit ! 

sabato 13 aprile 2013

Giosuè Carducci, Primavere elleniche, II, Dorica ( la Sicilia )


LXIII.
PRIMAVERE ELLENICHE
(ii. dorica)

Sai tu l’ isola bella, a le cui rive
Manda il Ionio i fragranti ultimi baci
Nel cui sereno mar Galatea vive
4E su’ monti Aci?

De l’ombroso pelasgo Èrice in vetta
Eterna ride ivi Afrodite e impera,
E freme tutt’amor la benedetta
8Da lei costiera.

Amor fremono, amore, e colli e prati,
Quando la Ennea da’ raddolciti inferni
Torna co ’l fior de’ solchi a i lacrimati
12Occhi materni.
[p. 642]

Amore, amor, susurran l’acque; e Alfeo
Chiama ne’ verdi talami Aretusa
A i noti amplessi ed al concento acheo
16L’itala musa.

Amore, amore, de’ poeti a i canti
Ricantan le cittadi, e via pe’ fòri
Dorïesi prorompono baccanti
20Con cetre e fiori.

Ma non di Siracusa o d’Agrigento
Chied’io le torri: quivi immenso ondeggia
L’inno tebano ed ombrano ben cento
24Palme la reggia.

La valle ov’è che i bei Nèbrodi monti
Solitaria coronano di pini,
Ove Dafni pastor dicea tra i fonti
28Carmi divini?

— Oh di Pèlope re tenere il suolo
Oh non m’avvenga, o d’aurei talenti
Gran copia, e non de l’agil piede a volo
32Vincere i venti!

Io vo’ da questa rupe erma cantare,
Te fra le braccia avendo e via lontano
Calar vedendo l’agne bianche al mare
36Sicilïano. — [1]
[p. 643]

Cantava il dorio giovine felice,
E tacean gli usignoli. A quella riva,
O chiusa in un bel vel di Beatrice
40Anima argiva,

Ti rapirò nel verso; e tra i sereni
Ozi de le campagne a mezzo il giorno,
Tacendo e rifulgendo in tutti i seni
44Ciel, mare, intorno,

Io per te sveglierò da i colli aprichi
Le Driadi bionde sovra il piè leggero
E ammiranti a le tue forme gli antichi
48Numi d’Omero.

Muoiono gli altri dèi: di Grecia i numi
Non sanno occaso; ei dormon ne’ materni
Tronchi e ne’ fiori, sopra i monti i fiumi
52I mari eterni.

A Cristo in faccia irrigidí ne i marmi
Il puro fior di lor bellezze ignude:
Ne i carmi, o Lina, spira sol ne i carmi
56Lor gioventude;

E, se gli evòca d’una bella il viso
Innamorato o d’un poeta il core,
Da la santa natura ei con un riso
60Lampeggian fuore.
[p. 644]

Ecco danzan  le Driadi, e — Qual etade —
Chieggon le Oreadi — ti portò sí bella?
Da quali vieni ignote a noi contrade,
64Dolce sorella?

Mesta cura a te siede in fra le stelle
De gli occhi. Forse ti ferí Ciprigna?
Crudel nume è Afrodite ed a le belle
68Forme maligna.

Sola tra voi mortali Elena argea
Di nepente a gli eroi le tazze infuse;
Ma noi sappiam quanti misteri Gea
72Nel sen racchiuse.

Noi coglierem per te balsami arcani
Cui lacrimâr le trasformate vite,
E le perle che lunge a i duri umani
76Nudre Anfitrite.

Noi coglierem per te fiori animati,
Esperti de la gioia e de l’affanno:
Ei le storie d’amor de’ tempi andati
80Ti ridiranno;

Ti ridiranno il gemer de la rosa
Che di desio su ’l tuo bel petto manca,
E gl’inni, nel tuo crin, de la fastosa
84Sorella bianca.
[p. 645]

Poi nosco ti addurrem ne le fulgenti
De l’ametista grotte e del cristallo,
Ove eterno le forme e gli elementi
88Temprano un ballo.

T’immergerem ne i fiumi ove il concento
De’ cigni i cori de le Naidi aduna:
Su l’acque i fianchi tremolan d’argento
92Come la luna.

Ti leverem su i gioghi al ciel vicini
Che Zeus, il padre, piú benigno mira,
Ove d’Apollo freme entro i divini
96Templi la lira.

Ivi, raccolta ne le aulenti sale
Nostre, al bell’ Ila ti farem consorte,
Ila che noi rapimmo a la brumale
100Ombra di morte. —

Ahi, da che tramontò la vostra etate
Vola il dolor su le terrene culle!
Questo raggio d’amor no ’l m’invidiate,
104Greche fanciulle.

La cura ignota che il bel sen le morde
Io tergerò co ’l puro mèle ascreo,
L’addormirò co’ le tebane corde.
108Se fossi Alceo,
[p. 646]

La persona gentil ne lo spirtale
Fulgor de gl’inni irradïar vorrei,
Cingerle il molle crin co’ l’immortale
112Fior de gli dèi,

E, mentre nel giacinto il braccio folce
E del mio lauro la protegge un ramo,
Chino su ’l cuore mormorarle — O dolce
116Signora, io v’amo. —



Note

  1. ↑ [p. 680]Ho tradotto dall’idillio viii di Teocrito v. 53-56: “Non mi avvenga di possedere la terra di Pèlope né talenti d’oro né correre innanzi ai venti. Ma canterò su questa pietra tenendoti fra le braccia e vedendo tutto insieme il gregge pascere lungo il mar di Sicilia„.








Ovidio, Aretusa

'"Exigit alma Ceres nata secura recepta,
quae tibi causa fugae, cur sis, Arethusa, sacer fons.
conticuere undae, quarum dea sustulit alto
fonte caput viridesque manu siccata capillos               575
fluminis Elei veteres narravit amores.
'pars ego nympharum, quae sunt in Achaide,' dixit
'una fui, nec me studiosius altera saltus
legit nec posuit studiosius altera casses.
sed quamvis formae numquam mihi fama petita est,               580
quamvis fortis eram, formosae nomen habebam,
nec mea me facies nimium laudata iuvabat,
quaque aliae gaudere solent, ego rustica dote
corporis erubui crimenque placere putavi.
lassa revertebar (memini) Stymphalide silva;               585
aestus erat, magnumque labor geminaverat aestum:
invenio sine vertice aquas, sine murmure euntes,
perspicuas ad humum, per quas numerabilis alte
calculus omnis erat, quas tu vix ire putares.
cana salicta dabant nutritaque populus unda               590
sponte sua natas ripis declivibus umbras.
accessi primumque pedis vestigia tinxi,
poplite deinde tenus; neque eo contenta, recingor
molliaque inpono salici velamina curvae
nudaque mergor aquis. quas dum ferioque trahoque               595
mille modis labens excussaque bracchia iacto,
nescio quod medio sensi sub gurgite murmur
territaque insisto propioris margine ripae.
"quo properas, Arethusa?" suis Alpheos ab undis,
"quo properas?" iterum rauco mihi dixerat ore.                600
sicut eram, fugio sine vestibus (altera vestes
ripa meas habuit): tanto magis instat et ardet,
et quia nuda fui, sum visa paratior illi.
sic ego currebam, sic me ferus ille premebat,
ut fugere accipitrem penna trepidante columbae,               605
ut solet accipiter trepidas urguere columbas.
usque sub Orchomenon Psophidaque Cyllenenque
Maenaliosque sinus gelidumque Erymanthon et Elin
currere sustinui, nec me velocior ille;
sed tolerare diu cursus ego viribus inpar               610
non poteram, longi patiens erat ille laboris.
per tamen et campos, per opertos arbore montes,
saxa quoque et rupes et, qua via nulla, cucurri.
sol erat a tergo: vidi praecedere longam
ante pedes umbram, nisi si timor illa videbat;               615
sed certe sonitusque pedum terrebat et ingens
crinales vittas adflabat anhelitus oris.
fessa labore fugae "fer opem, deprendimur," inquam
"armigerae, Diana, tuae, cui saepe dedisti
ferre tuos arcus inclusaque tela pharetra!"               620
mota dea est spissisque ferens e nubibus unam
me super iniecit: lustrat caligine tectam
amnis et ignarus circum cava nubila quaerit
bisque locum, quo me dea texerat, inscius ambit
et bis "io Arethusa" vocavit, "io Arethusa!"               625
quid mihi tunc animi miserae fuit? anne quod agnae est,
si qua lupos audit circum stabula alta frementes,
aut lepori, qui vepre latens hostilia cernit
ora canum nullosque audet dare corpore motus?
non tamen abscedit; neque enim vestigia cernit               630
longius ulla pedum: servat nubemque locumque.
occupat obsessos sudor mihi frigidus artus,
caeruleaeque cadunt toto de corpore guttae,
quaque pedem movi, manat lacus, eque capillis
ros cadit, et citius, quam nunc tibi facta renarro,               635
in latices mutor. sed enim cognoscit amatas
amnis aquas positoque viri, quod sumpserat, ore
vertitur in proprias, et se mihi misceat, undas.
Delia rupit humum, caecisque ego mersa cavernis
advehor Ortygiam, quae me cognomine divae               640
grata meae superas eduxit prima sub auras.'






domenica 7 aprile 2013

Alle lontane Ebridi, II






Ecco, appena le scorgo
l’isole, lontane,
scintillanti nel riverbero del mare,
dove la vela fugge
fra il canto dei gabbiani.
O patria, o patria,
rivedrò ancora le tue primavere ?
Dissero gli antichi
dell’isola dei Beati,
laggiù, ai confini del mare,
sei tu dunque ?
Sui raggi del vento
il mio occhio ti vide
nube rosea levarsi
sull’orizzonte senza fine.
Sull’orizzonte senza fine,
tu, un sogno forse ?
O remote primavere
del mondo ! O immortali
canti di dei ignoti !
O guardiano, finirà
presto la notte ?
La notte è trascorsa.


http://youtu.be/I608QTMnq5Y

Musica d’amore





Lontano me ne andrò
con te navigherò
lontano,
lontano, in isole d’azzurro
velate dal sussurro
d’un sole
che declina
e passa all’orizzonte
in un mondo lontano,
ove s’inarca
un ponte
che il mortale non varca,
e fragile strumento
ci porta in Paradiso
sull’alito del vento,
per un dolce sorriso
della donna che amo,
sul luminoso viso.

Eco





Un’ala si librò sull’eco biondo
fra le corolle tintinnanti
scintillii di rugiade,
e balenò improvviso,
inatteso il suono
del flauto di Pan.
O lume, o giorno
beato dei viventi
iddii, senza cruccio
radiosi figli della gioia !
Nel cielo s’ode il suo richiamo,
di Eco che ancora canta
l’ultima goccia
della splendente aurora.
O fiore dei sorrisi,
tacciono ora i venti disperati.
Tu amami dalla bocca
senza affanno, o dolce
brama della ninfa, o dolce
cuore che in estasi
s’effonde in cori d’oro.





http://youtu.be/FNnG8WYB-xs

sabato 30 marzo 2013

Nemrod






Ricordava come Achille n’era inebriato, quando, offeso nell’orgoglio, aveva trafitto con la daga la restia e fredda Pentesilea. Quella era una vergine ostile, dal corpo di giovinetto, dallo sguardo invido di mala femmina, che lo aveva sfidato e n’era morta, sopraffatta, e vittima di colui che aveva stoltamente tenuto per preda. Immaginò che l’eroe l’avesse appesa per i piedi a un albero alto e le avesse reciso l’unico seno e avesse lasciato che il sangue colasse sul terreno fino a formare la melma. Quindi, liberata una muta di veltri famelici, avesse assistito al progressivo laceramento delle membra di lei, strappate dai morsi dei cani, e avesse osservato compiaciuto che da un vicino nido un nugolo di ronzanti vespe le s’appostava sul viso, ed entrava nelle nari e nella bocca e nelle orecchie e le divorava gli occhi.
E gli veniva anche alla mente, tratta dalla memoria di antiche letture, la perfidia dell’inumana Atalia, la figlia della malvagia Iezabel. Ella, in quanto figlia di Acab, re di Israele, era andata sposa a Ioram, figlio del re di Gerusalemme. E quando Ioram salì sul trono, ella divenne regina. E una superbia terribile s’impadronì di lei e divenne così gelosa del trono che non deponeva mai le insegne regali e s’intrometteva in ogni disegno della corte e in ogni piano di battaglia, e controllava i contabili della reggia e oziava nella sala del tesoro facendo scorrere tra le dita le gemme preziose e meticolosamente disponendo piramidi di monete d’oro.
E come la forza misteriosa, oscura del destino, fosse in qualche modo influenzata dalla sua ambizione, ella non condivise più ben presto l’autorità regale col marito, poi che il re venne a morte e a lei toccò la reggenza in nome del figlio.
E le intime cupidigie, quelle che non sogliono manifestarsi ma che si nutrono dei veleni nefasti che albergano nell’animo umano, aprirono agli eventi una via inaspettata e dolorosa all’apparenza, eppure tanto maggiormente ricca di soddisfazioni e di speranze raggiunte. Infatti morì anche Ocozia, il figlio regio.
Veramente il giovane Nemrod poteva meditare sulla insaziabile malizia della femmina, la cagna ignobile che guaisce e lambisce umile i piedi del padrone e latra ai deboli e morde spietata i reietti.
Quale incerta muove i passi invasati quando, già accolto il dio, la menade impazzisce, tale correva per la reggia agitata, forsennata, rosa dal dèmone dell’avarizia, la regina, con i segni della cupa follia in volto.
Indossando le vesti regali, ella si copriva di gioielli e di collane e di corone forgiate dalle mani dei più valenti artefici. Il volto le s’infiammava, le si mozzava il respiro. La prendeva una febbre che consumava a poco a poco le membra e bruciava il sangue nelle vene.
Ora alzava la voce inaspettatamente, gridava, ora lacrime improvvise rigavano le sue gote, ora sogghignava, ora assumeva figura d’ogni sentimento opposto. Un’ira, un desiderio feroce di liberarsi dalle angosce la invase in un’ondata di furore. Non pretese d’essere soddisfatta nei diritti principeschi e non meditò un piccolo o mediocre crimine, ma si gettò a capofitto nella strage immane.
E ordinò l’uccisione di tutti i maschi della stirpe di Davide, che potessero essere stimati legittimi successori ed eredi del defunto re.
Nei sotterranei del palazzo fece raccogliere i bambini e i giovinetti dannati e ad uno ad uno, nelle camere segrete, li eliminò, escogitando ogni forma di tormento, esaltandosi in macabri riti, ormai votata alle potenze infernali.
Né si limitava a torturare il corpo della vittima, ma per l’ebbrezza satanica volle far soffrire anche l’anima.
Quando l’innocente veniva appeso per essere impiccato e stava per esalare l’ultimo respiro, la regina ordinava di trarlo giù, all’improvviso accorrendo a lui da una stanza vicina, mentre aveva prima assistito da un pertugio alla scena, e così appariva quale ancora di salvezza e nobile dispensatrice di giustizia. Quindi prendeva il fanciullo sulle ginocchia e lo rianimava, lo consolava e lo compativa accorata e premurosa, mostrava con disprezzo i carnefici e diceva che presto lo avrebbe consegnato ai poveri genitori, e lo abbracciava e baciava lacrimando. E poi, quando il giovincello, riavutosi, smarrito per la gioia, le ricambiava l’affetto e le poneva, vinto dall’amore, la testa leggiadra sul seno, ella gli immergeva rapidamente un pugnale nella nuca e beveva il sangue che spicciava dalla vena.
Così ricordava il giovane principe e paragonava il proprio odio alla misoginia di Goya, e pensava all’uomo incatenato dai fantasmi dell’orrore, al pittore d’incubi nella Casa del Sordo, al corteo di donne ghignanti.
E in disparte, come già allo spagnolo, si mostrava la donna misteriosa sulla roccia, grave e meditabonda, distaccata, lontana, un enigma.
Il coro delle Parche nerovestite assillava la sua fantasia come quella dell’artista oppresso dall’angoscia della morte, le cui rimembranze, rivolgendosi agli anni felici, trasformavano i sorrisi e le bellezze delle giovani donne amate in ghigni e in orribili smorfie di vecchie vizze.
E ricordava la gentildonna in nero, dal gran nastro roseo sui crini ispidi, il cui viso guardava siccome immota e ambigua statua di cera.
E pensava a Fuseli tratto per mano da Lady Macbeth nell’inferno della fantasia, tra donne soffocate nel sonno o fra assassini inseguiti dalle Furie.
E la memoria lo attrasse nella corrente sinfonica del musico Bruckner, che lo incantava talora più di altri maggiori. In un viaggio senza meta si sentiva trasportare, in una dolce ondata di malinconia. E alternandosi i momenti di abbandono sentimentale al vigore, alla forza maestosa che interpretava la lotta incessante, universale, egli si smarriva in un labirinto, in un mondo irreale, ma assai più autentico di quello in cui vivono le ombre sicure degli uomini, un mondo di impeti ciechi e funesti, di esaltazioni sublimi, di vera vita.
Nel nostro cuore è il paradiso e l’inferno, nella nostra fantasia i mondi perduti tra le stelle, e i sonni ci fanno vivere migliaia di esistenze. Che cos’è la realtà se non un attimo che si dissolve nella coscienza ?
E scorse verso l’orizzonte le tenebre farsi prossime, e udì un rombo sordo, lontano.
Chi sei tu che porti il giorno, chi sei tu che rechi la notte, che sollevi i venti, che disperdi le nubi, che incessantemente ti muovi, Dio ?
Lo riprese l’ossessione di Lady Macbeth e delle streghe della landa, e presentì che con le prossime tenebre si dovevano rinnovare i riti oscuri, cari ad Ade. Come nel quadro di Fussli sarebbe ancora apparso l’inviato d’oltre mare, l’inviato dell’Occidente, a condurre via nell’impeto del galoppo l’anima sacrificata.
Una fiamma bianca subito varcò l’estremo limite occiduo. Udì un nitrito al pari d’un tuono empire lo spazio e quasi schiantare le ombrose nebule della notte. Un cavallo candido correva sopra le acque prodigiosamente con l’empito degli otto zoccoli, levando nugoli di spuma. Sleipnir correva a lui sopra le acque, e la terra sembrava ritrarsi, impaurita. Doveva venire il grande Odin.
Doveva rivelarsi, prima o poi, il dio. Doveva rivelarsi al suo spirito il dio terribile, il dio dominatore, che percorre i campi di battaglia, Ares insaziabile, che favorisce la lotta, Dioniso, creatore e distruttore, cui è debitore il cosmo dell’incessante divenire, Colui Che crea senza fine, il Supremo Artefice, proteso nella corsa infinita.
Il grande cavallo bianco arcava il dorso e irrigidiva e scuoteva furente il forte collo e i crini della giuba erano bagliori di luce astrale e gli occhi due neri soli in cui si perdeva l’infinito.
E al principe venne alla mente il gran carro del sole, sul quale Apollo, guidando i cavalli infuocati, vinse il mostro degli abissi, il serpente Pitone. Apollo afferrò l’arco e diresse l’infallibile freccia nella gola di Pitone, e vinse, il lungisaettante. E intorno precipitavano dal cielo i demoni malvagi e si nascondevano negli elementi inferiori, e fuggivano atterriti il lume accecante.
Ma come volse la vista all’ombra del promontorio, ecco un altro cavallo, nero, nitrire disperatamente, e sulla groppa un uomo nudo legato da corde, sanguinante, il volto lacerato dai giorni, la bocca arsa dalla sete. E galoppava a rotta di collo giù dal promontorio tra i pini e i cespi di ginestra, e smuoveva i sassi sotto gli zoccoli, sollevando la polvere.
Il corsiero nutrito d’erbe marine si precipitava nello spazio immenso, verso l’interminabile orizzonte.
Ed ecco su fumanti destrieri seguire l’esercito dei giovani eroi, impetuosi nella corsa funesta tra le onde sterili e il vasto manto arido delle sabbie, quale muta ansimante di veltri dietro una preda che trascina nell’insidia.
E il prigioniero della bestia gigantesca si torceva nei morsi delle corde insanguinate e alzava le pupille nere velate di rosso pianto al cielo violaceo venato di effusioni d’oro e di vaste frange scarlatte.
E seguitavano i giovani guerrieri, pronti a procombere sotto i dardi dell’infallibile arciere, del fato ineluttabile.
Le sabbie svanirono, all’improvviso, in una voragine, nascosta dalle ombre della notte imminente, una larga fenditura nella roccia, spalancata quasi una bocca. La quale tutti accolse in un tumulto inaudito, e lo scalpito continuò ad echeggiare nel grembo della terra, come un tuono nel cielo.
Le onde riversarono i cadaveri sul litorale. Grossi stormi di gabbiani voraci immersero il becco nelle orbite, nel costato, nel molle ventre. Il fetore ammorbava l’aria, e i topi s’incoraggiarono e s’avvicinavano alla riva.
E, sullo spettacolo di quella miseria, ascendeva la luna, calma, radiosa, impassibile. E la luce sua avvolgeva candidamente i corpi smembrati e i divoratori intenti a strappare e a rodere le carni, i grigi topi crudeli e gli avidi gabbiani nutriti dei rifiuti del mare.
E oltre l’orizzonte il sole scompariva definitivamente. E andava a illuminare un altro mondo, correndo nella corsa infinita, e andava a illuminare nascite e morti e volti addolorati e volti pieni di speranze. E roteava nello spazio senza confini, l’immane globo di fuoco, e intorno ad esso i globi ignei degli astri precipitavano, precipitavano nella notte senza fine.
E la luna calma, radiosa, impassibile illustrava l’incedere maestoso d’una donna mitrata che nella destra reggeva il loto, nella sinistra lo scettro, ed era ignuda, fuor che le spalle coronate da un manto ceruleo segnato di rabeschi d’argento. Due negre pantere erano ai lati, mostranti le candide zanne nelle fauci ignite.
E di nuovo, sul lido, correva il grande cavallo bianco, divino. I suoi occhi lucevano nella notte stellata come nere gemme.
E le pantere si lanciarono a inseguirlo. Ombre rapide e furtive di sicarii, esse balzavano nella notte senza rumore, ma s’intravedeva il digrignare d’avorio e gli occhi parevano guizzanti fiammelle. Con un ruggito si gettarono sulla preda raggiunta, ed iniziarono l’aspra contesa.
Il corsiero s’inarcò sopra le zampe possenti, menando con gli zoccoli anteriori colpi mortali che fendevano l’aria quali cozzi di maglio.
Ansimando per le froge umide mordeva lo spiro marino, che scoteva i crini e la coda fluente. Le pantere saltando sul dorso gli laceravano con gli artigli l’ampia schiena muscolosa, e rivoli di sangue escivano, ed erano assorbiti dalla sabbia come un caldo ruscello. Ma il cavallo gigantesco ergendosi nella sua forza le ributtava, scaraventandole con furia nella polvere. Esse tornavano ad attaccare più maligne e crudeli, ruggendo d’ira e di scorno.
Oppresso dai ripetuti assalti il destriero fu travolto e cadde in una nube di sabbia. Le pantere si slanciarono per sgozzarlo, ma esso le involse nel turbine sollevato dal vasto corpo.
Confusi nella mischia i tre animali sembravano un unico organismo che ruotasse su se stesso, spargendo un polverio fitto, come una cortina di nebbie.
Si rizzò infine il corsiero spaventosamente grande e luminoso, un nume uscito dalla terra, le orbite erano globi di fuoco e dalla bocca scaturiva il vapore intriso di minutissime gocce di sangue pompato da un cuore impazzito.
Liberatosi, in una corsa cieca e disfrenata maciullò con gli zoccoli le sabbie del lido e, allontanandosi, sparve nella notte come un fantasma o una forma vaga e fluorescente.