domenica 26 novembre 2023

Dies irae

 

Come occhio di un faro

nella notte

sugli scogli geme

la solitudine,

e arde del desiderio dell'alba

tutta l'oscura attesa,

insonne.

Luce nel silenzio

il balbettìo delle stelle

ignare dei destini.

Un nero manto copre

la vergogna del giorno.


domenica 19 novembre 2023

Cicerone, Sull'anima

 

Tusculanarum disputationum I, XXIII


'Quod semper movetur, aeternum est; quod autem motum adfert alicui quodque ipsum agitatur aliunde, quando finem habet motus, vivendi finem habeat necesse est. solum igitur, quod se ipsum movet, quia numquam deseritur a se, numquam ne moveri quidem desinit; quin etiam ceteris quae moventur hic fons, hoc principium est movendi. principii autem nulla est origo; nam e principio oriuntur omnia, ipsum autem nulla ex re alia nasci potest; nec enim esset id principium, quod gigneretur aliunde. quod si numquam oritur, ne occidit quidem umquam; nam principium extinctum nec ipsum ab alio renascetur, nec ex se aliud creabit, siquidem necesse est a principio oriri omnia. ita fit, ut motus principium ex eo sit, quod ipsum a se movetur; id autem nec nasci potest nec mori, vel concidat omne caelum omnisque natura <et> consistat necesse est nec vim ullam nanciscatur, qua a primo inpulsa moveatur. cum pateat igitur aeternum id esse, quod se ipsum moveat, quis est qui hanc naturam animis esse tributam neget? inanimum est enim omne, quod pulsu agitatur externo; quod autem est animal, id motu cietur interiore et suo; nam haec est propria natura animi atque vis. quae si est una ex omnibus quae se ipsa [semper] moveat, neque nata certe est et aeterna est'. licet concurrant omnes plebei philosophi —sic enim ii, qui a Platone et Socrate et ab ea familia dissident, appellandi videntur —, non modo nihil umquam tam eleganter explicabunt, sed ne hoc quidem ipsum quam subtiliter conclusum sit intellegent. sentit igitur animus se moveri; quod cum sentit, illud una sentit, se vi sua, non aliena moveri, nec accidere posse ut ipse umquam a se deseratur. ex quo efficitur aeternitas, nisi quid habes ad haec. Ego vero facile sim passus ne in mentem quidem mihi aliquid contra venire; ita isti faveo sententiae.



sabato 14 ottobre 2023

Massimo Fini, Nietzsche, l'apolide dell'esistenza

 


Massimo Fini, Nietzsche, l'apolide dell'esistenza, Venezia, Marsilio, 2014


P. 35, primi filosofi moderni letti da Nietzsche : Emerson e Feuerbach.

P. 37, imbranato, miope, ma per il resto sano.

P. 45, astrattezza del suo temperamento.

P. 49, incontro con Mazzini.

P. 51, Nietzsche non disprezzava il popolino.

P. 53, Nietzsche e la scienza. Intuizioni profetiche (“fine della scienza è la distruzione del mondo”).

P. 55, stile giornalistico di Nietzsche (perché il suo stile ha come punto di riferimento Voltaire e Schopenhauer).

P. 69, NB : Nietzsche grande pedagogo, molto amato dagli studenti.

P. 77 e sg. : Wagner, l'avventuriero.

P. 85, 86, grande affetto di Wagner per Nietzsche.

P. 88. Nietzsche innamorato di Cosima Wagner e rapporto padre-figlio tra Wagner e Nietzsche.

P. 89, origine forse ebraica di Wagner.

P. 94, disinteresse per la filologia, Nietzsche si sente vocato alla filosofia.

P. 96, influsso diretto di Wagner sulla Nascita della tragedia. L'impianto originario era diverso. La tesi della rinascita del dramma musicale grazie a Wagner è propria di costui e non di Nietzsche !

P. 98, la musica di Nietzsche giudicata abominevole (come in effetti è).

P. 101, valore nullo della Nascita della tragedia dal punto di vista filologico.

P. 103, originalità del Nietzsche filosofo.

P. 109, Nietzsche e l'Italia. Scarso interesse per la cultura e l'arte italiana.

P. 111, NB : la prima “inattuale” fu commissionata da Wagner, che era nemico di Strauss.

P. 112, studi scientifici di Nietzsche.

P. 121, violente emicranie, assai frequenti.

P. 123, Nietzsche non era antisemita.

P. 128, alla prima del festival a Bayreuth prese parte anche Schuré (vedi la sua posizione a favore di Wagner in Storia del dramma musicale).

P. 134, mitomania del Nietzsche (cfr. Verrecchia, La catastrofe di Nietzsche a Torino).

P. 136, NB : Nietzsche amato soprattutto dagli “squilibrati”.

P. 152, studi di letteratura francese, grazie a Paul Rée.

P. 153, forse una relazione omosessuale con Rée, ma il geloso era Rée !

P. 162, metodo di lavoro di Nietzsche : passeggia per sei, otto ore e pensa, prendendo appunti su un taccuino.

P. 163, temperamento amletico.

P. 169, ostilità ma ammirazione di Wagner per Nietzsche riguardo a Umano, troppo umano.

P. 172, affermazioni false di Lou Andreas Salomé, la quale sostiene che Nietzsche abbia subito l'influsso del pensiero di Rée.

P. 173, metodo di lavoro di Nietzsche, che dà ragione dello sviluppo aforistico delle sue opere (bisogna ricordare che aveva una vista debolissima, era quasi cieco).

P. 177. E se il male di Nietzsche fosse stata una forma di epilessia ?

P. 190, affetto di Wagner per Nietzsche.

P. 192, letture scientifiche.

P. 193, l'eterno ritorno.

P. 196, legge Spinoza.

P. 198, da Genova a Messina (per sfuggire al caldo !).

P. 204, educazione di Lou von Salomé.

P. 208, la von Salomé, una frigida e dark lady !

P. 212, natura femminile di Nietzsche.

P. 214 : il famoso bacio sul Monte Sacro fra Nietzsche e la Salomé.

P. 216, la fotografia di Nietzsche e Rée aggiogati al carro di Lou von Salomé.

P. 221, abitudine a falsificare i fatti biografici della Salomé.

P. 242, premonizioni di Nietzsche sulla propria futura follia.

P. 246, odia (giustamente !) la sorella Elisabeth.

P. 250, mediocrità della Salomé.

P. 252 e nota. Sigmund Freud deve molto a Nietzsche.

P. 253, 254, Nietzsche era contrario all'antisemitismo e ammirava gli Ebrei. Era antinazionalista.

P. 256, ma queste visioni non potevano derivare dall'abuso di oppiacei ? (Appena chiudeva gli occhi, vedeva una quantità di fiori fantastici che cresceva di continuo).

P. 265, paresi episodiche di breve durata.

P. 274, la follia di Nietzsche fu provocata soprattutto dall'uso di droghe come antidolorifici.

P. 290, è inevitabile che il nome di Nietzsche sia sempre associato a quello di Wagner.

P. 293, legge Dostoevskij e i romanzieri francesi (tra cui Barbey d'Aurevilly !).

P. 294, contrario all'antisemitismo ! Fu considerato filosofo del nazismo per colpa dei raggiri della sorella (sposata ad un antisemita). Però la stessa sorella era contraria alle leggi naziste antisemite.

P. 337, si identifica con Diòniso, cioè con la manifestazione suprema, con la Volontà stessa. Perfettamente coerente con il suo pensiero.

P. 374, Nietzsche pazzo dimentica la propria filosofia.

P. 389, NB : furono gli Ebrei a sostenere finanziariamente l'archivio Nietzsche !


venerdì 13 ottobre 2023

Jean-Jacques Rousseau, Le confessioni


 

Jean-Jacques Rousseau, Le confessioni, Milano, Garzanti, 1994


P. 17, rivela nell'adolescenza un temperamento piuttosto lascivo, gli piaceva essere sculacciato dalle donne !

P. 37, carattere emotivo di Rousseau, focoso e timido.

P. 70, episodio di pedofilia ecclesiastica. Dunque essa è sempre stata presente nella Chiesa cattolica ! Si notino i particolari, descritti in tutta la loro turpe evidenza.

P. 86, il realismo di Rousseau non ci risparmia nulla, neppure i particolari più crudi della morte della signora di Vercelli.

P. 112, si “converte” alla pratica della masturbazione.

P. 167, mania deambulatoria, vedi anche Nietzsche.

P. 171, Rousseau è veramente sorprendente. Un evidente omosessuale gli propone una masturbazione di coppia, ma Rousseau fugge inorridito.

Libro VI, la sua relazione con Mme de Warens (mamma) ha veramente dell'incredibile. Sembra che Rousseau soffrisse del complesso di Edipo in maniera abnorme.

P. 302, il genio è paragonato al delirio di un febbricitante.

P. 330, la ragione è nemica della natura.

P. 331, l'episodio della cortigiana Zulieta, a Venezia, con cui Rousseau fa all'amore rivela il dissidio tra ragione e natura. Mentre è a letto con lei Jean-Jacques le scorge un seno senza capezzolo e vi almanacca tanto che alla fine la cortigiana si offende e lo manda a quel paese (“Zanetto, lascia le donne, e studia la matematica”).

P. 336, contro i Gesuiti, accusati di “spirito tirannico e intrigante”.

P. 342, Thérèse, la donna non troppo intelligente è l'ideale dell'intellettuale (ancora maschio !).

P. 353, al castello di Chenonceaux (quello sul fiume). Gli piace mangiare e ingrassa.

P. 355, manda i primi due figli all'ospizio dei trovatelli !

P. 370, affida all'ospizio tutti e cinque i suoi figli e se ne vanta come di un'opera buona e fatta da una persona sensibile e ricca di sentimento ! Un po' bislacco questo Rousseau ! Sostanzialmente un egocentrico, come tutti i futuri romantici.

P. 372, la signora di Chenonceaux (brano che viene fatto ascoltare con gli auricolari ai turisti di oggi in visita al castello).

P. 403, l'origine del male è nella civiltà ed anche nelle tecniche.

P. 407, la religione alla luce della ragione. Non lo sa, ma il suo punto di vista è lo stesso di Spinoza nel Trattato teologico-politico.

P. 418, lo scrittore deve seguire la propria ispirazione, non scrivere per denaro, altrimenti è un imbrattacarte. Come dirà poi Nietzsche, bisogna scrivere col proprio sangue.

P. 420, abitudine alla passeggiata pomeridiana. In questo, come nella mania deambulatoria, c'è una straordinaria somiglianza con Nietzsche (che forse volle imitare Rousseau ?).

P. 425, influsso dell'ambiente e delle abitudini di vita sull'animo dell'uomo. Pone le basi dell'antropologia e della psicologia. Vedi anche Nietzsche in Ecce homo.

P. 426, mania deambulatoria connessa all'efficienza del pensare, altra analogia con Nietzsche.

P. 442, 443, in queste frasi è racchiuso tutto l'animo romantico.

P. 446, secondo Voltaire la natura è la causa di tutti i mali, secondo Rousseau invece lo sono l'uomo e la civiltà, queste concezioni avranno grande importanza per Leopardi.

P. 498, progetto di una vita a tre (vedi Nietzsche con la Salomé e Paul Rée).

P. 538, critica all'ipocrisia di Montaigne, che si dipinse migliore di quello che era.

P. 589, 590, presagisce la prossima rivoluzione.

P. 611, immaginazione ansiosa di Rousseau.

P. 670, carattere “fantastico” di Rousseau : “Mi piace … cominciare cento cose e non concluderne una, … cambiar progetto ogni momento, seguire una mosca in ogni suo svariare, … e non seguire in qualsiasi cosa che il capriccio del momento”.





lunedì 28 agosto 2023

Immanuel Kant, Critica della ragion pratica



Immanuel Kant, Critica della ragion pratica, Bari, Laterza, 2001



Scheda di lettura


P. 3. La ragion pratica dimostra la realtà propria e quella dei suoi concetti mediante il fatto.

P. 5. La libertà è alla base della legge morale che è alla base dell'idea di Dio e dell'immortalità, la cui possibilità è dimostrata dalla realtà della libertà.

P. 45, il sentimento del piacere determina la volontà.

P. 51, il sentimento soggettivo di piacere e dispiacere.

P. 61, la forma legislativa, motivo determinante della volontà libera.

P. 65. Legge fondamentale della ragion pura pratica.

P. 67, “sic volo, sic iubeo”.

P. 93, NB : la natura archetypa.

P. 101, la legge morale è un fatto della ragion pura apoditticamente certo.

P. 105, l'incondizionato : il dionisiaco di Nietzsche, vedi G. Colli, Apollineo e Dionisiaco.

P. 135, la ragione nell'uomo lo determina a un fine superiore a quello della semplice animalità.

P. 155, NB : la ricerca della felicità fine a se stessa degrada l'umanità (Kant è evidentemente avverso all'Utilitarismo anglosassone).

P. 163, NB : si distingue tra Io patologicamente determinabile (sottoposto alla natura) e il restante Io (Io puro e razionale) che è il nostro vero Io. Questo accenno all'Io è fondamentale e sarà considerato da Schelling. Ma dà luogo a molte altre considerazioni, anche nelle discipline orientali (Raja Yoga).

P. 189, la dottrina morale del Vangelo come esempio della morale della ragion pratica. E' evidente l'intento di Kant di conciliare ragione e fede. Anche il seguente inneggiare al dovere suggerisce un'origine “religiosa” di esso.

P. 191, anche qui si parla di volontà divina e di sue creature, è chiaro l'influsso religioso. Altrimenti non si parlerebbe di “creature”, ma si userebbe un altro linguaggio.

P. 193, le basi di tutto questo ragionamento sono chiaramente metafisiche e religiose, metafisiche in senso aristotelico, religiose in senso cristiano. Dov'è il dubbio filosofico e socratico, così legittimo ? Hume è più coerente.

P. 201, la dottrina della felicità è la via che conduce direttamente al più assoluto egoismo e al vizio.

P. 205, chi ritiene la libertà una proprietà psicologica (vedi Freud e compagnia) sono agli antipodi della filosofia di Kant (e di conseguenza della Filosofia vera, di quella greca di Platone, proiettata alla ricerca della Verità trascendentale).

P. 217, la legge morale ci rivela la superiorità del nostro vero Io rispetto al soggetto come fenomeno.

P. 241, l'armonia di volontà e ragione.

P. 251, falsità di una legge morale che prescrive la realizzazione del sommo bene.

P. 255, critica al concetto epicureo di virtù e onestà.

P. 265, rigetta come mostruosità le pretese visioni dei mistici.

P. 275, l'esistenza di Dio.

P. 277, la fede razionale pura.

P. 289, l'ordine razionale di Dio pone una felicità proporzionata al merito.

P. 291, spiega il postulato dell'immortalità come necessario all'adempimento completo della legge morale in quanto essa esige la perfezione (che non è umana).

Ibidem, Dio = Sommo Bene, concezione di origine platonico-aristotelica (greca).

P. 297, si dimostra che Dio, l'immortalità e la libertà esistono in quanto realtà trascendente, ma non possono essere conosciuti. Tuttavia il fine puro pratico della morale (p. 311) ne dimostra l'esistenza necessaria.

P. 315, i ragionamenti di Kant conducono alla fede razionale pura pratica.

P. 323, se noi sapessimo tutto, se conoscessimo le verità ultime, non avremmo più la libertà, ma agiremmo all'insegna del timore ossia la nostra ragione ci impedirebbe qualunque tipo di arbitrio.

P. 329, a leggere queste pagine si direbbe che la maggior parte dell'umanità sia immorale (il che è vero !).

P. 344-345, queste osservazioni sull'applicazione della legge morale, basate sul culto del senso del dovere per il dovere, sono perfettamente razionali e pertanto perfettamente utopistiche o superumane. Kant dietro ai suoi ragionamenti perde il senso della realtà.

P. 357, NB : “la scienza è la porta stretta che conduce alla dottrina della saggezza.” Questa è la morale dello scienziato accademico, lontano dalla comune umanità, della quale non può essere maestro. 

domenica 20 agosto 2023

Tramonto

 

Sola, una fontana

piange

la sua delusione.

Una fanciulla

si specchia.

Trema una lacrima,

i cerchi nell'acqua

si dissolvono,

fremono l'ali

di libellula.

Il canto del vento

s'allontana,

oltre il fulgore,

nei monti

e nell'ombra.


lunedì 31 luglio 2023

Luigi Pirandello, Suo marito


 

Luigi Pirandello, Suo marito (1911), Tutti i romanzi, v. I, Milano, Mondadori, 2003


P. 604 e sg., cap. 4. Il banchetto letterario in cui sfila un campionario di caricature, dalle dame poetesse ai giornalisti esteti, richiama (o anticipa !) col suo tono satirico la prosa di Proust, particolarmente le riunioni mondane narrate in Du côté de chez Swann (1913). Da questo punto di vista i due scrittori hanno qualcosa in comune, ma differiscono poi nello stile, perché Proust si perde nell'analisi degli stati d'animo dei vari personaggi, mentre Pirandello li fa parlare direttamente e si limita alla descrizione della loro mimica e degli ambienti, rivelando il drammaturgo.

Il cap. III è di tono chiaramente comico nel dialogo tra Ippolito Roncella, zio di Silvia (la scrittrice) e il signor Crowell, venuto apposta dall'America per un contratto editoriale con la nipote.

Il romanzo all'inizio appare meno ricco di problematicità, ma poi questa si presenta inevitabilmente, come negli altri romanzi, tra i quali soprattutto Uno, nessuno e centomila.

P. 685, Silvia Roncella è dotata di una ricca vena inventiva, ma è ignorante come una scarpa. Come gli odierni autori di soap opere è una dilettante grafomane.

Cap. IV, p. 722. Sembra gareggiare con D'Annunzio nella ricerca di vocaboli rari, quando descrive la natura che cinge il villaggio piemontese dove Silvia Roncella si è recata, su invito del marito, per trascorrere la convalescenza dopo il parto. Però la descrizione suggerisce un paragone anche con I promessi sposi.

P. 731. Silvia Roncella è sommersa da un profluvio di lodi sui giornali, dove i critici trovano nella sua opera cose che “ella non si era mai neppure sognata di pensare”.

P. 764-765, viene analizzato l'animo di Silvia Roncella e si delinea la sua ostilità crescente verso il marito, che recita il ruolo di suo agente d'affari e di fama. L'autore rappresenta anticipando i tempi la psicologia della donna in carriera, che entra in conflitto con il ruolo millenario di sposa e madre.

Nell'analisi psicologica Pirandello si mostra sempre un vero maestro, come nelle pagine dove mette a fuoco la relazione d'amore-odio di Livia Frezzi e Maurizio Gueli (cap. VI). E' sicuramente il nostro miglior narratore-psicologo, in questo si può affiancare ai grandi russi come Čechov e Tolstoj, a Henry James e a Thomas Mann.

A p. 800 emerge la classica tematica pirandelliana della duplice o triplice personalità. Livia Frezzi, gelosissima, lo vede in un certo modo, il peggiore, e lo considera un uomo falso e disonesto, corrotto dalla fama letteraria, mentre nella realtà il Gueli si comporta nella maniera più riservata e onesta possibile. Assillato dai continui rimproveri della donna, dubita di se stesso e delle proprie azioni, sino a pensare di essere diverso da come si sente. E' il motivo dominante di Uno, nessuno e centomila.

P. 811, nell'incontro tra Maurizio Gueli e Silvia Roncella, nello studio e in casa di lei, Pirandello ricorre in parodia allo stile dannunziano :


… quantunque già dentro di sé abbandonati l'uno all'altra perdutamente.


Si noti infatti quel “perdutamente”, avverbio in fine di frase secondo la consuetudine stilistica di D'Annunzio. E in effetti Maurizio Gueli ricorda nel suo rapporto masochistico con Livia Frezzi il Giorgio Aurispa del Trionfo della morte (1894), mentre Silvia Roncella è la tipica donna fatale, anche se qui ancora latente e in fieri.

Nei capitoli seguenti Giustino si accorgerà, suo malgrado, di avere come Frankenstein creato, con la sua opera pubblicitaria e organizzativa, un mostro. La donna, resa cosciente della propria vera natura, abbandona le prospettive della maternità, alla quale si era consacrata, cercando in essa un rifugio. Ella scopre in se stessa una vocazione completamente diversa, che però sconvolge la sua personalità precedente e la trasforma in una donna spregiudicata, votata interamente alla creazione artistica e libera da qualunque vincolo familiare. E' la donna moderna, non più compagna dell'uomo, ma spesso rivale, soggiogatrice, dominatrice. E' il fallimento del matrimonio e della società tradizionale.

E al matrimonio pone fine negli ultimi capitoli la morte per febbre improvvisa del figlioletto di Giustino e Silvia.

Giustino è disperato per l'abbandono da parte della moglie, ma la morte del figlio gli dà il colpo di grazia. Come fuori di senno incontra Silvia, avvertita della morte, e dopo il funerale i due si lasciano definitivamente.

Bellissima la descrizione dell'animo di Silvia durante la notte seguente alla morte del bimbo. Ella è ormai consapevole di avere acquisito una nuova natura, la sua vera natura, e di dovere obbedire al suo destino. Destino che è una sorta di condanna alla celebrità, alla diversità, alla solitudine.

E la solitudine più assoluta avvolge anche Giustino, ormai senza più alcuno scopo né speranza nella vita.