mercoledì 15 luglio 2026

J. W. Goethe, Viaggio in Italia

 






J. W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano, Meridiani Mondadori, 2002


E’ un diario di viaggio che oltre alla descrizione dei luoghi visitati riporta riflessioni, aneddoti, avventure vissute con presenza di spirito e fiducia nell’uomo (vedi episodio di Malcesine, p. 31-34), dove trapela una grande ammirazione per l’Italia e un atteggiamento di curiosità e bonomia a volte divertita nei confronti degli italiani o meglio degli abitanti della penisola.

Molto interessanti le osservazioni psicologiche sugli abitanti di Verona, Vicenza e Padova, che danno già a Goethe l’idea dell’italiano medio, intelligente, mediocremente colto, superficiale. In particolare lo attraggono le vicentine, quelle brune e ricciute, il tipo lombardo-veneto della donna bruna che ha molto più della francese che non della donna del sud, la quale ricorda a mio parere più le spagnole.

P. 63, quando parla dell’orto botanico di Padova, esplicita di passaggio la sua teoria sull’origine delle piante da un’unica pianta originaria, che è appunto il nucleo della sua “filosofia botanica”. Il breve accenno è molto importante anche perché ci presenta Goethe come appassionato di scienze naturali, ma non in quanto scienziato, bensì in quanto filosofo. E da qui si può anche capire perché Nietzsche fosse così invaghito di Goethe e lo ritenesse un modello di intellettuale e di uomo. Egli non è l’ossificato uomo scientifico, come lo descrive Nietzsche in Schopenhauer come educatore (III delle Considerazioni inattuali) ma è il pensatore originale, il creatore della visione della realtà, non il freddo compilatore di dati e il registratore di esperienze. In effetti nella considerazione del concetto di superuomo o oltreuomo bisogna guardare a Goethe.

P. 87. Interessanti le annotazioni sul carattere dei veneziani che avevano lo stesso gusto degli antichi greci per i bei discorsi e le rappresentazioni teatrali. Un’osservazione tecnica è interessante : “Il verso italiano, costantemente endecasillabo, è assai malagevole per la declamazione …”, il che è vero, basta pensare alle tragedie dell’Alfieri, dove l’endecasillabo è causa di quella continua frantumazione di versi che rende affannoso e stentato ogni dialogo dei personaggi, nonché ogni monologo.

P. 122, stupisce il fatto che molto spesso Goethe incontri viaggiatori di nazionalità inglese che a scopo di diletto visitano l’Italia. Erano evidentemente i primi veri e propri turisti.

P. 127, presso Perugia conosce un capitano dell’esercito pontificio e dopo una conversazione sulla fede cattolica e protestante, in cui il papalino ovviamente difendeva la tradizione condannando la cosiddetta eresia, il poeta tedesco così si esprime : “… dovetti ammirare la furbizia di questo clero, sempre preoccupato di respingere e di svisare tutto ciò che potrebbe far breccia e recare scompiglio nell’oscura cerchia della sua dottrina tradizionale.” E certo in fatto di oscurità ci sarebbe molto da dire, ma dopotutto basta leggere le parti dottrinali delle Confessioni di Sant’Agostino.

P. 128, ad Assisi visita subito il tempio di Minerva e non la basilica del Santo e questo evidenzia l’autonomia di giudizio e l’apprezzamento per la naturalezza dell’architettura antica e “pagana”. Libertà di pensiero e amore per la natura, ecco due aspetti che ci svelano il protestante e il discepolo di Spinoza. Ma anche il vero uomo, amato da Nietzsche, il vero filosofo assetato di verità.

P. 130, la basilica di San Francesco è definita “tetra” e questo giudizio estetico vale anche come giudizio morale. Tra le righe trapela la grande ammirazione per il razionale ed equilibrato paganesimo rispetto all’estatico ma anche fanatico e ottuso Medioevo cristiano.

P. 163, a Roma Goethe scopre il suo io più profondo, l’intima unione con lo spirito dell’Arte antica e con lo spirito del Rinascimento : “… perché in questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto d’esser nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede in Roma.”

P. 170, frecciata (valida per tutti i tempi) contro la pseudocultura provinciale italiana (a Roma) : “Bisogna abbracciare un partito, aiutarlo a imporre le proprie passioni e le proprie cabale, lodare artisti e dilettanti, denigrare i concorrenti, piegarsi a tutti i capricci dei grandi e dei ricchi. Perché dovrei unirmi anche qui, e senza alcuno scopo, al coro d’una simile litania che fa solo desiderare di fuggirsene dal mondo?”

P. 174, pagina interessante sulla prosodia tedesca, a proposito della sua Ifigenia. Lamenta l’incertezza, la mancanza di regole metriche chiare nell’alternanza di sillabe brevi e lunghe. Di conseguenza Goethe preferirebbe la prosa anche per i drammi. Noi italiani che avevamo regole certe siamo passati al verso libero che apparentemente non ne ha. La digressione di Goethe al fine di rintracciare queste regole che pure esistono può essere molto utile. In sostanza nella recitazione dei versi può risultare vantaggiosa l’enfasi con la quale alcune sillabe risaltano rispetto ad altre. E questa è una raffinatezza che non penso ignorassero gli antichi.

P. 194, a proposito del carnevale romano osserva che tutti ostentano allegria senza in realtà dare l’impressione d’essere davvero allegri. E’ proprio il carattere degli italiani, che all’apparenza sfoggiano contentezza da tutti i pori e poi in privato o in solitudine rivelano il loro fondo naturale di nera mestizia.

P. 222-226, l’episodio dell’incontro con la principessina e del pranzo nel palazzo Filangieri è veramente spassoso. Goethe dimostra una grande ammirazione per la nobiltà italiana in genere e curiosità per il popolo di cui indovina esattamente il carattere. Dei napoletani apprezza l’epicureismo, la gioia di vivere e una certa trasandatezza che contrasta col temperamento tedesco.

La descrizione del viaggio per nave da Napoli a Palermo è veramente interessante e suggestiva. La corvetta a vela navigava solo col favore del vento, che differenza rispetto ai traghetti di oggi che pure, nonostante i motori, non riescono a evitare le turbolenze delle tempeste. Il viaggio di Goethe in Sicilia mi ricorda il mio di parecchi anni fa. Io però partii da Genova e impiegai una notte e il giorno dopo sino al pomeriggio inoltrato. Goethe invece impiegò circa quattro giorni.

P. 264-266, suggestiva e pittoresca descrizione della grotta e santuario di Santa Rosalia a Palermo. Lo scrittore è colpito favorevolmente dal rituale e dall’esteriorità del culto cattolico, anche se lo intende in senso prettamente folcloristico. In genere ammira molto la Sicilia, è innamorato della sua atmosfera esotica ed orientaleggiante. Il suo clima e ambiente suscita la sua più sincera ammirazione, come nella descrizione dei giardini di Palermo e della nebulosità fantastica dovuta all’evaporazione, che avvolge ogni cosa come in un quadro surreale.

P. 269-274, la villa Palagonia è presentata nella sua bizzarra disposizione architettonica e con le sue statue di foggia mostruosa. Goethe non apprezza l’eccentricità, ma si attiene al gusto neoclassico.

P. 280, “L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima : qui è la chiave di tutto.” Com’è vera questa espressione, Goethe aveva già capito! In effetti i veri italiani sono i siciliani, ancora più dei toscani, che sono solo toscani.

P. 281, curioso l’incontro con i familiari di Cagliostro. Goethe ne fa l’albero genealogico e descrive l’episodio delineando con accuratezza le fisionomie e il carattere dei parenti e soprattutto della sorella e della madre. Notare che aveva imparato l’italiano, ma non intendeva bene il dialetto siciliano.

Nelle pagine seguenti non manca di rilevare la sporcizia nelle strade di Palermo, a causa del mancato intervento dell’amministrazione con un opportuno servizio di nettezza urbana. Ma allora l’amministrazione provvedeva unicamente a se stessa! E non è che adesso le cose siano molto cambiate.

P. 304-307, bellissima e fedele descrizione della valle dei templi di Agrigento (Girgenti). Non manca di rilevare la friabilità del tufo con cui sono fatti e si meraviglia abbiano potuto resistere tanto a lungo. Ammira la loro grandezza e maestosità, soprattutto di quel che rimane del tempio di Giove (un pezzo di colonna e un triglifo).

P. 308, non manca di constatare il pessimismo dei siciliani, a proposito dei discorsi della sua guida.

Dopo la bellissima descrizione di Taormina e i progetti circa una tragedia su Nausicaa, Goethe giunge a Messina, ancora nelle condizioni di città terremotata, e qui assistiamo al divertente episodio del vecchio governatore (p. 339).

Questo diario di viaggio non riporta soltanto notizie sulle bellezze naturali o artistiche, ma soprattutto sull’umanità incontrata che sembra affascinare l’autore più di tutto il resto.

P. 363-365, queste pagine d’elogio su Filippo Neri sono prova di grande apertura mentale e tolleranza in un protestante. Egli ammira l’eccezione e la grandezza dovunque essa appare, anche nell’umiltà assoluta di un religioso.

P. 374, è assai benevolo nel giudizio sul carattere dei napoletani, manifesta una forte simpatia per i cosiddetti “lazzaroni” e apprezza incondizionatamente la Campania per la sua bellezza e la dovizia delle sue terre. Indovina perfettamente il carattere gaudente degli abitanti di Napoli e dintorni.

P. 403, secondo soggiorno a Roma. Nella descrizione degli arazzi di Raffaello e nell’elogio dell’artista si scorgono in nuce i motivi dell’arte futura dei preraffaelliti nonché un culto per l’arte come “lotta nello sforzo del divenire“ che anticipa Wagner e Nietzsche.

P. 410, NB : nella Roma papalina del 1787 nel Mausoleo di Augusto si organizzavano lotte tra animali (bovini) come nell’antica Roma imperiale!

P. 441, a proposito delle opere d’arte antiche viste a Roma Goethe scrive : “Codeste somme creazioni artistiche furono prodotte dagli uomini, così come le somme creazioni della natura, secondo leggi reali e naturali. Tutto ciò ch’è frutto d’arbitrio, di presunzione, cade da sé e resta la necessità, resta Dio.” E qui si nota il discepolo di Spinoza.

P. 462, frase da seguire come regola fondamentale : “Bisogna scrivere come si vive, in primo luogo per noi stessi, e allora si esiste anche per chi ci è affine.”

P. 474-476, narra dell’innamoramento per una bella milanese, che però deve dimenticare perché la donna è già promessa sposa. Tuttavia le insegna i rudimenti della lingua inglese secondo un metodo originale e tutto suo, cioè partendo dal testo di un giornale, da cui ricava tutti gli elementi necessari. Purtroppo, come Werther, non è fortunato in amore.

Oltre a riportare il testo di articoli scritti da amici o conoscenti trascrive per intero la lettera in francese di un ammiratore un po’ ingenuo (p. 496). Non omette nulla di ciò che ha dato senso al suo viaggio.

P. 517-531, stupisce questa agiografia in lode di Filippo Neri, che viene presentato come un eroe cristiano, anzi cattolico, nonostante le molte bizzarrie del personaggio, che però per la loro apparente irragionevolezza suscitavano l’ammirazione d’un animo ormai volto alla sensibilità romantica.

P. 536-541, il “Ricevimento nell’Accademia dell’Arcadia”, circostanza in cui Goethe venne fatto “arcade”, con il suo rituale massonico rivela appieno la concezione che gli italiani ebbero ed hanno ancora della cultura e della poesia, cioè quella di un circolo ristretto di amici mafiosi. Il diploma conferito allo scrittore dall’Accademia e presentato nella lingua originale con evidente intenzione satirica è infarcito di errori di ortografia, di lessico e di sintassi e denota il livello veramente penoso della cultura italica del tempo.

P. 542-576. Si tratta di un vero e proprio “reportage” giornalistico sul carnevale romano, nel quale Goethe descrive con esattezza lo svolgimento a Roma dei giorni di carnevale nel cosiddetto “Corso” da piazza del Popolo a palazzo Venezia. La festa era rigorosamente ordinata secondo regole precise dalla autorità papalina e vedeva la partecipazione entusiasta sia del popolo che dell’aristocrazia. Il tutto dà l’idea di un modo di vivere all’insegna del puro edonismo dietro la minaccia della morte e di un’esistenza ultraterrena di pene in foschi presentimenti. Allora generalmente, a mio parere, si scatena la voglia di vivere e di godere e questo sembra essere il risultato della dittatura pretesca. Tuttavia lo scrittore non indugia nel moralismo e si limita a riportare quanto ha visto in un quadro grazioso e arguto.

P. 598 e sg., le pagine che ci presentano un estratto di uno scritto di Moritz, amico di Goethe, sono in parte all’insegna dell’estetica spinoziana.

P. 601, “… il bello non può essere conosciuto : dev’essere prodotto – oppure sentito”, estetica irrazionalistica, anticipa il simbolismo.

P. 620-622, incontra nuovamente la bella milanese e questa volta per confessione reciproca ha la conferma d’averla amata e di essere ricambiato. Ma deve partire per la Germania e gli resta solo di portarne con sé il ricordo.


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