venerdì 3 gennaio 2014

Condanna







 
Nell’ombra smarrendosi, dissolvendosi, errava verso brume lontane, diffuse nelle vallate, sorgenti tra rocce livide, bramose di tempeste. Laggiù gracchiavano corvi, rumoreggiavano acque. Un sordo tonare saliva dal grembo della montagna. Sparsi fuochi levitavano sagome danzanti e minacciose, e strida acute aleggiavano di rapaci notturni.
Forse fughe tra rami contorti, nel folto dei boschi, forse rapite estasi ed inni di gioia selvaggia gareggiavano coi vagiti e i mugolii delle tenebre. Strane note d’ignoti strumenti scaturivano dal profondo, dalle macchie nere sotto i dirupi, dalle gole nascoste alla luna.
E il mare, selvaggio e crinito, urlava contro le rocce, laggiù nell’oscurità, a tratti inluminata dalla lampada notturna, quasi dietro le nubi frante sorgesse erta da un braccio misterioso. Urlava e sibilava, un tortuoso immane serpente verde, un drago dalla cresta irta e biancastra, fluente chioma incolta.
Nel vago lamento sorgevano, fra i vapori salsi, fuochi sulfurei, un corteo sinuoso saliva per il pendio, una nenia rotta da improvvisi silenzi avanzava, scaturita dal gorgo profondo, un mistico coro ascendeva dai meandri di una stigia palude. Nel folto dei canneti echeggiava un uluco maligno. E il grido si mesceva al roco afflato delle onde perse.
E perso egli era nell’ombra cupa del suo destino, un rigagnolo dilungantesi nel fango e tra le zolle cespose e pallide sotto la luna esangue. Forse anch’egli fatalmente volgeva a cogliere ingenuo i grani purpurei della punica mela e a inghiottirli, per sempre nell’abisso della propria condanna ?
Rispose un nero tuono, e fremette vacillando come all’aprirsi d’un baratro sotto di lui.
La nebbia ribolliva intorno alle rocce, i nembi sorgevano attorti e solidi sotto di lui, bianchi e sulfurei, quasi schiuma da frementi oceani del cupo inferno, i cui flutti s’infrangono sul lido vivido, sparso di sassi come teste tronche di dannati.

Crepuscolo
















 
Il pendolo d'un grande orologio oscillava entro l'oblò dell'alta cassa lignea, e su di un tavolo, intarsiato e protetto da una trina bianca ed elaborata, era un grammofono che, qual prodigioso fiore o calice, emetteva armonie per una tromba imponente. E la musica in volute lievi, tenaci, e fragorose s'innalzava verso la cupola, illustrata, negli affreschi ingenui, da una luce serotina che s'intrometteva per vetrate multicolori e circolari.
Il palazzo era circondato da una vegetazione fitta e disordinata di palme, di agavi, di iucche, d'eucalipti, di cactacee, di araucarie, di magnolie, e imitava il parco nell'architettura eclettica e floreale : sopra colonne corinzie gli architravi erano incastonati in una fabbrica rococò che vantava tre cupole coronate, e sovra gli architravi erano i rosoni, somiglianti ad occhi guardiani o a eliotropi perenni.
In una stanza, dove i tardi raggi s'affiochivano tra cortinaggi guarniti di falpalà e languivano sui tappeti cupi e sul coperchio della teiera d'argento e guizzavano ancora in un barlume di rame nel té restato nella tazza di porcellana cinese, era un giovane dormente in un divano.
Egli sognava d'essere sulla spiaggia, sopra una roccia alla cui base barbugliavano le onde, e di mirare l'infinita piana delle acque sulle quali si dilungava la ferita del sole morente.
Udiva un canto dolcissimo, che forse sorgeva da un promontorio non a grande distanza, e ne percepiva distintamente le parole :

Sirene del mare, dell'onda muse
purpuree all'eco cianeo remoto
dei manti flavi, canti e arpe confuse,
fili d'oro d'aulite chiome e al loto

libico suoni di rive d'Asia,
flutti ove mormora l'ultima coppa
stanca del miele dell'Imetto amasia;
simposii senza corone, galoppa

l'ultimo innito, spiro delle dune
dei neri frutti gravide, il vento
donde incubo vigorisce in crune

d'ago scempio di sogni, e me violento
deruba, barbaro, e voi, albo coro,
crespo crine, figlie del fiume d'oro. “

E mentre la sua vita s'inabissava in un torpore immobile, quale il simulacro d'un dio pagano, perduto alla memoria di popoli vecchi, discerse un bagliore rubescente approssimarsi rapido.
Un corsiero fulvo, dalla iuba ignea, dalle froge fremide e dalle orbite sanguigne era aggiogato alle braccia tenaci d'una femmina dalla rossa chioma, coverta d'una tunica bianca. E, poi ch'ella giunse appresso alla rupe, arrestò la bestia, e a lui fissava gli occhi nel volto.
Ella lo fissava con i suoi occhi che fosforeggiavano d'un ardore di smeraldo, le ciocche del capo s'enfiavano quasi aspidi insidiosi, impallidiva esangue. Così certo un tempo le schiere temerarie dei valorosi impietriva Medusa.
Una melodia fascinatrice, quale quella del leuto argenteo che Leonardo da Vinci aveva forgiato in forma di cranio di cavallo, lo incantò in un coma premonitore, ed egli vagava per il nero labirinto. E pari alla luce che s'alterna alla tenebra e la notte al giorno, e sono inseparabili, egli cedeva all'altra immagine a lui unita ed opposta, siccome un riflesso.






Delfi





Forse di assolata Grecia
rivedrò i templi candidi
ove ancora alita
la vita degli dei, dove
una vera vita la parola
scandisce dell'oracolo.
Magici suoni ed echi
del passato mi attraversano in un turbine,
aurore del ricordo,
crepuscoli dell'avvenire, dove
si cela la mia vita
inesplicata, meravigliosamente
inespressa. Come laudi di sirene
m'abbracciarono nel sogno antico,
ora qui e sempre si volge
il mio volto,
a te, patria obliata,
che ora ritrovo, dall'amplesso
travolto dei giorni,
o celeste patria,
figlia dell'Arciere.
O Delfi sacra
sotto il Parnaso,
ch'io ancora la voce
senta della tua Pizia
inebriata sull'ombelico del mondo,
o divina voce
dell'ignota verità !
Quale premio ai mortali
hai promesso ? Così
l'anima mia
vorrebbe chiedere.
Ma qui sto sgomento
nel silenzio della casa
coronata d'alberi d'agrume,
nella desolata quiete,
prima del tramonto.
Dove sei mia Vita ?
Nella luce del sogno lontano
trasfigurata, dispersa
nei tramonti fulgidi
per albe disperate,
ma sempre sorgenti
e fonti di perenni rimpianti.
Ora ti scorgo, o Vita,
pura come l'acqua di Castalìa,
divino attimo d'oblìo
alle pendici delle Fedriadi.
Tu, mia Vita,
dolce sorriso di fanciulla,
dolce sguardo d'amante
che si volge a contemplare il sole,
a me ti rivolgi così :
Eterno rimane
nella mente di Dio
l'istante più breve
d'un battito d'ala
della tua vita,
o mortale, sii certo
di questo e per questo
va' in pace,
non sarai dimenticato. “
Per alte fughe
nei giorni eterni
scorsi il mistero
della mia origine
e a te, Delfi solare,
giunsi all'improvviso
nel mezzo della vita
e alla fonte della memoria
lavai la mia anima.

















Il romanzo ellenistico. Achille Tazio.





Achille Tazio, Leucippe e Clitofonte, Paris, Les Belles Lettres, 1995


I, 1 e seg. : lunghissima descrizione di un affresco. Si noti l'accurato resoconto di ogni particolare del quadro, dal giardino alla spiaggia, alla fanciulla sopra il toro, in particolare la fanciulla, la cui veste è “ uno specchio del corpo “. Autore sensitivo e sensuale. Anche De Foe, tanto per divagare, descrive la vegetazione lussureggiante e suggestiva dell'isola di Robinson, ma con quale diverso spirito ! Tanto l'inglese è animato dall'amore per le cose reali e concrete, quanto il greco dall'immaginazione sognante e sensuale.
I, XV, 7. Descrizione del giardino ove si trova la fanciulla. Pittura complicata, termina in una unione di forme e colori, dove si confondono piumaggi variopinti di pavoni e di pappagalli ed eleganze di cigni con la leggerezza e lo splendore dei calici delle rose e dei narcisi, e l'incanto delle violette pari alla calma del mare, culminando nella metafora “ ed era una fioritura di piume “.
Libro II, 1-2 : elogio della rosa. Motivo ricorrente nella poesia ( Ariosto, Marino e altri ).
Libro II, cap. XI: descrizione dell'abito di nozze della promessa sposa ( quella imposta dal padre e non desiderata da Clitofonte ). Pittura molto accurata, seguita da un aneddoto sull'origine dell'uso della porpora ( leggenda di Tiro ) : il romanzo appare un seguito compiaciuto di digressioni e di descrizioni dirette evidentemente a un pubblico che non aveva fretta, amava i particolari e propendeva ad un atteggiamento contemplativo. Tutto l'opposto dei nostri racconti d'azione che sono un affastellamento di colpi di scena, di azioni frenetiche, amati da un pubblico drogato dalla televisione.
Cap. XIII. Appare Callistene, giovane ricco e dissoluto, che si innamora della promessa sposa e, solo per averne sentito parlare, desidera sposarla. Ecco un tipo simile al duca di Vallombrosa del Capitan Fracassa ! Al diniego del genitore vuol fare rapire la fanciulla ( Don Rodrigo ! ).
Oltre le digressioni, l'autore introduce anche divertenti favole esopiche. La trama viene diluita ulteriormente. ( Libro II, XXI e XXII ) favole della zanzara e del leone.
Cap. XXIII, 4 : giochi di parole ( gusto barocco ! ) : oùto kai to elpìzon efobeito mou kai échaire to lupoùmenon ( così lo sperare mi incuteva timore e dava gioia l'essere inquieto ).
Libro II, XXIX : capitolo interamente dedicato a considerazioni di carattere morale sugli effetti della parola.
Cap. XXXII. C'è un interesse “ naturalistico “ in questo romanzo : descrizione della nave che si allontana dal porto di Berito. Non è tanto la trama che interessa l'autore quanto l'incanto della parola evocativa.
Cap. XXXVI. Massima di sapore romantico : “ E' sempre desiderabile ciò che non sazia mai. “ ( Potheinòn gar aei to akòreston. )
Libro III, cap. III e IV : il naufragio. Descrizione minuziosa e realistica della battaglia tra passeggeri e marinai per salvarsi la pelle. Analogie con il Robinson Crusoe. VII : descrizione di un quadro rappresentante Andromeda. Per la suggestività delle immagini e dei colori ( “ Le braccia della fanciulla di un bianco puro mutavano in livido, e sembravano morire le dita “ ) ricorda Gustave Moreau. L'ékfrasis è lunga e particolareggiata ( descrizione minuziosa della testa di Medusa e del pugnale biforme di Perseo, metà daga e metà falce ) ed è seguita da quella concernente il quadro di Prometeo. Evidentemente l'autore presuppone che il lettore non abbia alcuna fretta di conoscere il seguito delle avventure dei due innamorati, ma si diletti nella contemplazione di belle immagini. Un gusto che è agli antipodi di quello del lettore moderno, impaziente e attirato quasi soltanto dai colpi di scena.
Cap. XV, 4, scena di sacrificio e di antropofagia. La presunta Leucippe viene sacrificata da briganti egiziani e le sue interiora vengono divorate. La scena è veramente ad effetto e sorge inaspettata. L'autore è un maestro del colpo di scena oltre che degli “ effetti speciali “ ( le descrizioni minuziose e sensuali di sopra ).
Libro III, XVII, 7. Gusto per l'orrido e per il colpo di scena. Leucippe esce dalla tomba e così come si trova, sventurata, abbraccia Clitofonte atterrito. Si tratta di una morte simulata, ma Clitofonte ancora non lo sa.
Libro III, XXV : descrizione della fenice. Il figlio della fenice morta ne porta il corpo, scortato dagli altri uccelli, fino al Nilo e, posatosi nei pressi sovra un'alta rupe, attende che il sacerdote di Elios venga, accompagnato dai suoi servi, per la sepoltura. Graziosa è la pittura del soggetto sia per la vistosità dei colori del piumaggio, cianeo, simile alle rose, risaltante di raggi dorati, sia per la posa ( esso attende pari a un re sopra un'altura ).
Libro IV : entra in scena il nostro “ Don Rodrigo “, Carmide, capitano dei soldati, che ha collaborato alla liberazione di Leucippe, ma inevitabilmente si è innamorato di lei e vuole averla a tutti i costi ( cap. VI ).
Libro IV, cap. VIII, 2 : elogio del bacio ( “ il bacio è infinito e insaziabile e sempre nuovo “ ). E' l'unico pegno d'amore ricevuto da Leucippe, dice Clitofonte. E naturalmente non vuole cederla a Carmide neppure per un attimo.
Libro IV, IX, 2 : Leucippe ha improvvisamente una crisi epilettica. A parte l'avversità della sorte che si accanisce contro i due amanti, è evidente che il personaggio di Leucippe ha i tratti tipici della donna fatale : attrae chiunque con la sua bellezza, la passione d'amore che suscita è perpetuamente accompagnata dalla sventura, inoltre ella stessa è colpita dalla “ malattia sacra “, più fatale di così !
Libro IV, XIV, pag. 123. Morte del capitano egizio in battaglia contro i pastori delle paludi, così viene eliminato il terzo incomodo. Suggestiva descrizione del Nilo e della pianura d'Egitto. La narrazione dello scontro sembra propria di uno storico.
Pag. 124. Gusto dell'antitesi e del paradosso, si potrebbe dire “ barocco “, ad es. : “ Entrambe cose straordinarie e incredibili, nell'acqua un combattimento terrestre, e sulla terra un naufragio. “
Libro V, I : descrizione suggestiva di Alessandria. Cap. III : di nuovo la descrizione di un quadro rappresentante il banchetto di Procne, Filomela e Tereo, mentre le donne rivelano all'uomo di aver mangiato le carni del figlio. Solito gusto per l'ékfrasis.
Libro V, 3-4 : di nuovo il gusto per l'orrido. I briganti rapiscono Leucippe in Alessandria e fuggendo su un'imbarcazione dinanzi agli occhi dell'amato, ma da lontano, le tagliano la testa.
Libro V, 10, 4 : NB tutta l'ingarbugliata vicenda non sarebbe accaduta se una lettera inviata da Sostrato, padre di Leucippe, fosse arrivata in tempo prima della fuga di Leucippe e Clitofonte, nella missiva la fanciulla veniva promessa in sposa al “ fortunato “ Clitofonte.
Libro V, XIII, 4. Considerazione sugli effetti dell'amore : “ Il piacere della visione scorrendo per gli occhi si posa nel petto : e sempre traendo l'idolo dell'amato, se lo imprime nello specchio dell'anima e ne riplasma la forma; il flusso della bellezza con raggi invisibili tratto nell'erotico cuore ne imprime in profondo il riflesso. “
Libro V, XVIII. Clitofonte diviene oggetto dell'amore ardente di Melite. Ed ecco che in piena luna di miele, proprio nella proprietà di Melite, riappare in veste di schiava Leucippe, che fa pervenire una lettera al suo amato rivelando la sua triste condizione.
Libro V, XXIII. Colpo di scena. Entra furente, mentre Melite e Clitofonte sono a banchetto, il marito della donna, creduto morto in naufragio, e percuote selvaggiamente lo sventurato giovane. Ma si capisce che questa è la premessa alla futura unione di Clitofonte e Leucippe.
Libro VI, VI, 3. Le cose si complicano, Tersandro, marito di Melite, fa rapire Leucippe e viene colpito dalla sua bellezza. “ màlista gar en tois ofthalmòis kàthetai to kàllos “ ( infatti è soprattutto negli occhi che risiede la beltà ), l'espressione sembra sottintendere l'influsso della filosofia neoplatonica.
Libro VI, XVII, 4. Sostene fa il ruffiano e Tersandro il terzo incomodo. Questo l'argomento di Sostene : “ Un nuovo amore fa appassire il vecchio; una donna ama soprattutto il presente, e di chi è assente si ricorda finché non ha trovato uno nuovo : ottenuto un altro, cancella il primo dalla sua anima. “
Libro VI, XVIII,3. Fine notazione psicologica : “ Tali infatti sono gli innamorati, quando cercano di parlare alle amate : non infatti riponendo il ragionamento nelle frasi, ma con l'anima volta all'oggetto amato, soltanto con la lingua parlano senza la ragione per guida. “ Così a proposito di Tersandro, perdutamente invaghito di Leucippe.
Cap. XIX. Tutto il capitolo è un interessante seguito di osservazioni sulla psicologia dell'amore. Amore ed ira sono nemici in apparenza, ma in realtà alleati; e quando l'amore è dispregiato l'ira viene in suo soccorso e ne ottiene il dominio, e, a seconda che l'amato ricambi o no l'amore, questo ritorna oppure affonda inevitabilmente nelle spire dell'ira.
Libro VI, XXII. Leucippe esorta Tersandro perché la ponga alla tortura se vuole piegare la sua volontà. Potrà farla a pezzi o bruciarla, ma non le toglierà mai la libertà di mantenersi vergine. Un discorso da vera stoica.
Libro VII, IV, 5. Clitofonte è imprigionato per opera di Tersandro. In seguito al racconto della falsa morte di Leucippe, fatto da un servo di costui che si finge delinquente e compagno di prigionia secondo il comando del padrone, subito rimane impietrito e dopo poco piange e “ si aperse agli occhi la porta delle lacrime “. Si noti la somiglianza di questa espressione con quella celebre della poesia stilnovistica, vedi ad es. Petrarca ( “ ed aperta la via per gli occhi al core, - che di lagrime son fatti uscio e varco “ ) sonetto III del Canzoniere, che riprende da Guido Cavalcanti, sonetto “ Voi che per li occhi mi passaste al core “.
Cap. V, 2. Clitofonte lamenta, giustamente, i continui annunci della morte di Leucippe. In effetti ormai è quasi diventato un luogo comune.
Cap. X-XI. Clitofonte dinanzi al giudice accusa se stesso dell'omicidio di Leucippe, stravolto dal dolore. Melite, conoscendo la sua innocenza, cerca di salvarlo, ma interviene Tersandro con un'abile orazione e sembra avere ormai convinto tutti della reale colpevolezza di Clitofonte, quando …
Cap. XVI. Leucippe, in seguito alla fuga del malvagio Sostene, servo di Tersandro, testimone scomodo e che perciò ha abbandonato la sua custodia e si è dileguato, si rifugia nel tempio di Artemide. Un servo del tempio giunge al processo e afferma che Leucippe si trova nel santuario della dea. A questo punto tutto si risolve. Nel frattempo era giunto in città e si era recato al tribunale il padre di Leucippe, Sostrato, il quale dapprima fuori di sé per la falsa notizia della morte della figlia e furioso contro Clitofonte, ora quasi sviene per la gioia ed insieme a lui corre al tempio. Quivi tutti e tre si abbracciano e la storia ormai volge al lieto fine.
Libro VIII, cap. VIII. Dopo che genitore, figlia e innamorato si sono recati al tempio di Artemide e hanno udito dal sacerdote la bella storia di Pan e Siringa, interviene nuovamente Tersandro, citandoli in tribunale per il giorno dopo. Dinanzi al giudice costui recita un veemente discorso cercando di dipingere come impostori non solo i due innamorati, ma pure Melite, sua moglie, il padre di Leucippe, e addirittura lo stesso sacerdote di Artemide, contro il quale si scaglia con particolare virulenza. In effetti, almeno all'apparenza, Tersandro non ha ancora perso la causa. Seguono digressioni su Siringa e sull'acqua dello Stige.
Cap. XIV. Tersandro, dopo aver ottenuto che Leucippe sia sottoposta alla prova della Siringa e Melite a quella dell'acqua dello Stige, viene palesemente sconfessato, poiché ambedue superano l'esame divino, e perciò prende la fuga, mentre Sostene, catturato, viene gettato in prigione.
Cap. XVI. L'autore mostra di aver ben progettato il suo romanzo, poiché ora fornisce tramite Leucippe delucidazioni circa il mistero della sua decapitazione che tanto aveva colpito Clitofonte. Nell'opera ogni apparente enigma viene svelato e spiegato razionalmente come negli attuali romanzi gialli.
Cap. XIX. Clitofonte riceve dallo zio Sostrato notizie della sorella Calligone, che deve andare sposa a Callistene, il quale all'inizio l'aveva addirittura fatta rapire, ma poi pentito l'aveva trattata con ogni riguardo, mostrandosi devotissimo a Sostrato. Avendo preso la fuga Tersandro, vengono vanificati anche gli ultimi ricorsi processuali, tutto si risolve al meglio. Sostrato, Clitofonte e Leucippe si recano allora a Bisanzio, dove gli innamorati si sposano, e di qui a Tiro, dove assistono ai sacrifici per le nozze di Calligone e Callistene, dopodiché tornano a Bisanzio.
E qui termina la vicenda.


sabato 28 dicembre 2013

Giosue Carducci, dalle Odi barbare.






FUORI ALLA CERTOSA DI BOLOGNA

Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case
de i morti il sole! Giunge come il bacio d'un dio:

bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso
cantano le cicale l'inno di messidoro.

Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d'onde:
ville, città, castelli emergono com'isole.

Slanciansi lunghe tra 'l verde polveroso e i pioppi le strade:
varcano i ponti snelli con fughe d'archi il fiume.

E tutto è fiamma ed azzurro. Da l'alpe là giú di Verona
guardano solitarie due nuvolette bianche.

Delia, a voi zefiro spira da 'l colle pio de la Guardia
che incoronato scende da l'Apennino al piano,

v'agita il candido velo, e i ricci commove scorrenti
giú con le nere anella per la superba fronte.

Mentre domate i ribelli, gentil, con la mano, chinando
gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,

udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella),
udite giú sotterra ciò che dicono i morti.

dormono a piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi
a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino:

dormon gli etruschi discesi co 'l liuto con l'asta con fermi
gli occhi ne l'alto a' verdi misterïosi clivi,

e i grandi celti rossastri correnti a lavarsi la strage
ne le fredde acque alpestri ch'ei salutavan Reno,

e l'alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato lombardo
ch'ultimo accampò sovra le rimboschite cime.

Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su 'l colle:
udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.

Dicono i morti - Beati, o voi passeggeri del colle
circonfusi da' caldi raggi de l'aureo sole.

Fresche a voi mormoran l'acque pe 'l florido clivo scendenti,
cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.

A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra:
a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo. -

Dicono i morti - Cogliete i fiori che passano anch'essi,
adorate le stelle che non passano mai.

Putridi squagliansi i serti d'intorno i nostri umidi teschi:
ponete rose a torno le chiome bionde e nere.

Freddo è qua giú: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda
su la vita che passa l'eternità d'amore. -

venerdì 27 dicembre 2013

Stendhal, Le rouge et le noir.






Stendhal Le rouge et le noir Paris, Larousse, s. d.
( 1831 )


Cap. I e inizio del II, descrizione del paese di Verrières improntata al realismo, non mancano sfumature di tono romantico : la scena naturalistica delle montagne e della passeggiata costeggiata dai platani.
Cap. V : Julien è un cultore del mito di Napoleone. Legge Rousseau ( Les confessions ) e il Mémorial de Sainte Hélène. E' un romantico dall'immaginazione fervida ed esaltata, soprattutto è un ambizioso che si propone, come Bonaparte, di ascendere da una condizione oscura alla celebrità grazie al proprio ingegno. Ricorda il personaggio di Raskòlnikov del Delitto e castigo ( 1866 ) di Dostoevskij, a cui somiglia anche nell'aspetto, anche se più piccolo di statura, è infatti pallido, dagli occhi febbricitanti, ha i capelli castano scuro, il suo sguardo talvolta esprime ferocia. Inoltre anche Raskòlnikov è infatuato di Napoleone, tanto che concepisce tutto il suo piano delittuoso sulla base di una sua teoria del superuomo, di cui appunto il Bonaparte costituisce un modello. A tal proposito vedi Leopardi, Pensieri, LXXIV : “ Spesso, come nelle donne, l'amore verso questi tali è maggiore per conto ed in proporzione del disprezzo che essi mostrano, dei mali trattamenti che fanno, e dello stesso timore che ispirano agli uomini. Così Napoleone fu amatissimo dalla Francia, ed oggetto, per dir così, di culto ai soldati, che egli chiamò carne da cannone, e trattò come tali. … Anche una sorta di brutalità e di stravaganza piace non poco in questi tali, come alle donne negli amanti. … “ pag. 325 ( ed. Meridiani, Mondadori ).
Pag. 33, segni premonitori della fine cruenta di Julien : le finestre della chiesa coperte di drappi color crèmisi, l'annuncio della morte di un certo Louis Jeurel ( anagramma del suo ) e l'acqua sparsa sul pavimento dall'acquasantiera, che appare color del sangue per il riflesso provocato dalle tende rosse alle finestre. Così viene di fatto annunciata la tragedia.
Pag. 47, sadismo di Julien ( atteggiamento mentale simile in Flaubert ) : conversa con madame de Renal per la prima volta liberamente e parla “ d'opérations chirurgicales; elle palit et le pria de cesser “.
Pag. 48, condanna dell'ipocrisia clericale e della società postnapoleonica ( su Napoleone vedi Nietzsche, Genealogia della morale, pag. 602, vol II, Newton ).
Il Pensiero n. LXXV ( pag. 325 ) di Leopardi a proposito delle donne e del mondo ( “ E il mondo è, come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta. “ ) rivela una misoginia assai simile a quella di Nietzsche ( Così parlò Zarathustra, “ Di donnicciuole vecchie e giovani “ : Vai dalle donne ? Non dimenticare la frusta ! “ ).
Pag. 54 : sensazione di piena libertà di Julien a contatto della natura. Ingenuità d'animo. Sentimento del sublime : grandi precipizi, rocce tagliate a picco sovrastanti il fiume. In fondo alla pagina : “ Certaines choses que Napoléon dit des femmes … “ vedi i Pensieri di Leopardi citati in precedenza. E' costante l'ossessione per l'eroe Napoleone.
Vedi nel frontespizio del capitolo VIII la citazione ( queste citazioni ricorrono in più capitoli ) dal Don Juan di Byron.
Leopardi, Pensiero LXXXII : superiorità dell'uomo d'azione e quindi esperto del mondo sugli altri che bambineggiano. L'uomo d'azione è “ … forse non più felice, ma per dir così, più potente di prima, cioè più atto a far uso di sé e degli altri. “ Richiama alla mente la concezione nietzscheana della volontà di potenza. Ma chi è il modello di riferimento ? Non potrebbe essere l'uomo d'azione per eccellenza, cioè Napoleone ?
Pag. 64 : iconografia dell'eroe romantico : Julien in alto sulla rupe osserva i boschi sotto di lui e il volo dello sparviero nel cielo limpido, naturalmente pensa a Napoleone, di cui l'uccello, come l'aquila, è un simbolo. Tutta la scena richiama l'idea della Volontà di potenza nietzscheana ( si pensi anche al celebre quadro “ Viandante sul mare di nebbia “ di Friedrich ).
Per quanto possa apparire anacronistico o fuori luogo, il disprezzo per la ricchezza e la borghesia è manifesto nel pensiero aristocratico degli storici antichi, vedi Tito Livio, Ab urbe condita, III, 26, che riferendo il celeberrimo episodio di Cincinnato, afferma : “ Operae pretium est audire qui omnia prae divitiis humana spernunt neque honori magno locum neque virtuti putant esse, nisi ubi effuse affluant opes. “ E' incredibile come tutto il meccanismo delle lotte sociali si rispecchi in Tito Livio.
Cap. XI, pag. 67 : dopo la conquista di madame de Renal, Julien pensa alle vittorie di Napoleone e alla propria , sino quasi a identificarsi col Buonaparte. Questa megalomania è tipicamente romantica e avvicina curiosamente il tipo romantico a Nietzsche che, come dimostra Verrecchia, era megalomane in modo patologico.
Cap. XII ( “ Un voyage “ ) pag. 71 : l'attraversamento del bosco sino alla grande montagna sopra Vergy, il rifugio nella grotta, l'esaltazione di Julien innanzi al sentimento della libertà, tutto questo prelude all'esaltazione romantica di Nietzsche quale si ritrova nel suo Così parlò Zarathustra. Questo spiega perché i lettori del “ filosofo “ tedesco siano stati così ammaliati. Nietzsche, infatti, è decisamente un puro romantico ( genio e follia ) che ha sintetizzato nella propria vita la forza passionale, irrazionale e superomistica propria della tradizione letteraria precedente oltre alla morbosità contemporanea ( Baudelaire, Flaubert ). Non dimentichiamo Swinburne, e la Tentation de Saint Antoine di Flaubert.
Pag. 72, notare due parole : “ folie “ e “ Bonaparte “, si pone sempre in evidenza la megalomania o il culto dell'eroe vittorioso tipico del protagonista. Anche Raskòlnikov ha le stesse idee, vuol farsi una fortuna col denaro della vecchia usuraia per aver successo nella società o mostrare le sue eccezionali facoltà.
Julien è un ribelle in un'epoca di reazionari bigotti e di “ filistei “, si veda il pensiero CIV di Leopardi a proposito dell'educazione al suo tempo impartita ai giovani, essa è definita : “ … un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. “ La cultura del tempo è “ malefica “ e “ intende al profitto del cultore con rovina della pianta “. In questi intellettuali si agita un moto di ribellione, più che giustificata, ora contro l'età opprimente della Restaurazione, ora ( Nietzsche ) contro lo scientismo accademico e la sicumera positivistica che riduce lo studioso ad una macchina da studio. Il Nietzsche, per quanto lo si dica pazzo, ha se non altro avuto il merito di introdurre la passione ( anche morbosa ! ) nei suoi studi ( La nascita della tragedia ) che attirano il lettore ancora oggi, altrimenti sarebbe stato un arido espositore di dati o di illazioni e di lui oggi non parlerebbe più nessuno.
Cap. XVII, pag. 87 : di nuovo il mito di Napoleone, ritenuto “ l'homme envoyé de Dieu pour les jeunes Français ! “ Le considerazioni di Julien sono quelle di un piccolo borghese ambizioso.
Cap. XVIII, pag. 93. Julien a cavallo, vestito da guardia d'onore per il passaggio d'un re straniero, si comporta come un giovane eroe ( naturalmente pensa a Napoleone ) e un dandy ( “ Il voyait dans les yeux des femmes qu'il était question de lui. “ ) L'incontro con il giovane vescovo d'Agde sottolinea la morale del dandy, il vescovo prova e riprova ogni mossa davanti allo specchio e si preoccupa della sua mitra ammaccata come un indossatore prima della sfilata di moda. E' questo culto delle nuances che abbaglia Julien.
Cap. XXII, pag. 124-125. Invitato a un pranzo da Valenod, Julien dietro la maschera dell'ipocrisia nasconde i propri sentimenti di disprezzo nei confronti della viltà borghese, avida di denaro e volta allo sfruttamento del prossimo, Napoleone fece fortuna grazie al valore militare, non strozzando i poveri.
Cap. XXII ( pag. 131 ) allusioni all'avidità del clero. In questo Stendhal appare un degno seguace di Voltaire ( vedi Dizionario filosofico ).
Cap. XXV : tutto l'episodio dell'entrata a Besançon è di un realismo straordinario. L'ingresso in seminario è accompagnato da un sentore di cimitero e di avversione alla vita che caratterizza l'ambiente e i suoi abitanti, i due preti che quivi incontra hanno in effetti un aspetto odioso.
Cap. XXVI, pag. 155-157. Giudizio fortemente negativo dell'autore nei riguardi del clero e della religione. Dei preti sottolinea l'ipocrisia, l'ignoranza e l'avidità.
Vol. II, “ Les plaisirs de la campagne “ ( pag. 10 ) : solito rimpianto per Napoleone : “ … jamais la France n'a été si haut dans l'estime des peuples que pendant les treize ans qu'il a régné. Alors il y avait de la grandeur dans tout ce qu'on faisait. “ Chi parla è un compagno di viaggio di Julien verso Parigi, un certo Falcoz che conversa con l'amico Saint-Giraud.
Pag. 11, Julien è dotato d'un animo sentimentale ( un'anima come quella di J. è seguita da tali ricordi per tutta una vita ).
Vol. II, pag. 30, cap. IV, “ L'hotel de La Mole “. Al ricevimento nel palazzo del marchese de La Mole è invitato un personaggio, il conte Chalvet, citato nel Mémorial de Sainte Hélène, opera prediletta da tutti gli ammiratori di Napoleone ( anche D'Annunzio ). L'espressione seguente del conte Chalvet : “ En ce cas mon opinion serait mon tyran “, e il suo atteggiamento cinico fanno pensare a certe affermazioni di Nietzsche in Umano, troppo umano, pag. 676, aforisma 483 della “ Parte nona. L'uomo solo con se stesso “ : “ Le convinzioni sono nemiche della verità più pericolose delle menzogne “.
L'autore mostra di stimare i giansenisti, pag. 35, vol. II, cap. V. Vedi in particolare la considerazione da parte di Julien di un certo conte Altamira, liberale esule condannato a morte nel suo paese e cattolico giansenista. Pagg. 41-42, cap. VI : episodio del duello col futuro amico, il cavaliere de Beauvoisis. In seguito a questo episodio si divulga la falsa notizia che Julien sia il figlio naturale di un nobile della Franca Contea, amico di M. de La Mole. Notare che Stendhal sembra avere una “ predilezione “ per i figli naturali, perché anche riguardo a Fabrizio del Dongo sorge sin dall'inizio del romanzo il sospetto ch'egli sia figlio naturale di un generale francese ( v. La certosa di Parma ).
Pag. 46 ( cap. VII ). Julien è stato inviato per affari a Londra dal marchese de La Mole, di cui è segretario. Qui incontra dei nobili russi che lo ammirano molto per il suo atteggiamento da vero dandy : “ faites toujours le contraire de ce qu'on attend de vous. Voilà, d'honneur, la seule religion de l'époque … “
Cap. VIII ( “ Quelle est la décoration qui distingue ? ). La descrizione del ballo pone in primo piano Mathilde de La Mole. La fanciulla è attratta dall'unica cosa che non si può comprare : la condanna a morte. Profondamente annoiata dalla società dell'epoca, ella scorge nello scandalo e nella violazione delle regole l'unica via di fuga dall'ennui. In questo senso Julien le appare come un anticonformista e rimane ammirata e sedotta.
Cap. IX ( “ Le bal “ ), Mathilde cerca di riconoscere in Julien i tratti che esprimono quelle alte qualità che possono valere la condanna a morte. Inconsapevolmente ella indovina il destino di Julien, come una Cassandra.
Pag. 66 “ La reine Marguerite “. NB si narra la storia di Boniface de La Mole che ebbe la testa troncata dal boia segretamente destinata alla cura funebre della sua amante la regina Margherita di Navarra ( a tal proposito leggere di A. Dumas, La regina Margot ).
Pag. 68 : “ L'histoire de leurs aieux les élève au-dessus des sentiments vulgaires, … “ etc. Considerazioni molto appropriate sulla condizione psicologica dei meno abbienti, che giocoforza è meschina.
Pag. 72 ( “ L'empire d'une jeune fille “ ). Letture di Mathilde : Manon Lescaut, la Nouvelle Héloise, le Lettres d'une Religieuse portugaise.
Pag. 83, “ Un complot “. La frase “... chacun pour soi, dans ce désert d'égoisme qu'on appelle la vie. “ denota una concezione dell'esistenza profondamente pessimistica, nonché il motivo della solitudine dell'individuo e della incomunicabilità umana presente in tante opere di scrittori successivi.
Pag. 85. Frase che delinea la fisionomia del ribelle : “ C'était l'homme malheureux en guerre avec toute la societé. “
Cap. XVI, pag. 99. Dopo l'incontro segreto nella camera di Mathilde, Julien si reca a cavallo nelle foreste solitarie intorno a Parigi. Quivi medita sulla sua recente impresa amorosa. La meditazione solitaria alla ricerca dei propri veri sentimenti oltre che del proprio sé ricorda Rousseau.
Pag. 100, cap. XVII ( “ Une vieille épée “ ). Anche mademoiselle de La Mole ha un carattere eroico : “ Le courage était la première qualité de son caractère. Dieu ne pouvait lui donner quelque agitation et la guérir d'un fonds d'ennui sans cesse renaissant, que l'idée qu'elle jouait à croix ou pile son existence entière. “
Pag. 107, cap. XVIII, da sottolineare la frase : “ … mais un des caractères du génie est de ne pas trainer sa pensée dans l'ornière tracée par le vulgaire. “
I cap. XXII e XXIII mostrano chiaramente l'anticlericalismo dell'autore, d'altronde, penso, pienamente giustificato. La controrivoluzione in Vandea sarebbe stata dovuta all'oro di S. Pietro.
Pag. 147 ( cap. XXVI “ L'Amour moral “ ) citazione dal Don Juan di Byron.
Pag. 149. L'eroismo romantico ha un fondamento sostanzialmente ascetico : “ Si, coprire di ridicolo questo essere così odioso, che si chiama Io, mi divertirà. Se me ne credessi capace, commetterei qualche crimine per distrarmi. “
Cap. XXXV, “ Un orage “. Julien si convince di essere in realtà figlio di un nobile rifugiatosi sulle montagne di Verrières e non figlio del carpentiere Sorel. Soltanto questo potrebbe giustificare il profondo odio verso suo padre ( vedi anche cap. VI, vol. II, pagg. 41-42, dove si anticipa questa credenza che Julien sia un figlio naturale ).
Pag. 184. Prima di sparare a madame de Renal, nella chiesa nuova del villaggio appaiono nuovamente i drappi rossi ( crèmisi ), simbolo di sangue e di morte già incontrato all'inizio del romanzo ( vol. I, pag. 33 ).
Pag. 188. Pensieri di Julien in carcere. Alla notizia che madame de Renal è sopravvissuta all'attentato, Julien ritrova la fede. “ In quel momento supremo era credente. Che importa delle ipocrisie dei preti ? Possono sottrarre qualcosa alla verità e alla sublimità dell'idea di Dio ? “ Qui si nota l'influsso del deismo sull'autore ( basta pensare a Voltaire ). I pensieri di Julien in carcere sono veramente la sintesi della vita umana e dei rimpianti o rimorsi degli uomini nella solitudine.
Pag. 193. In prigione, dopo la visita dell'abate Chélan e dell'amico Fouqué, Julien prova orrore al pensiero d'una possibile visita di suo padre. Julien lo odia profondamente, ed è questo un sentimento proprio dell'autore che in Julien trasfonde un po' di se stesso.
Pag. 194, cap. 38. Mathilde in visita a Julien nel carcere vede in lui un eroe : “ Boniface de La Mole lui semblait ressuscité, mais plus héroique “, ella vive sempre nel suo sogno d'amore romantico.
Cap. XL, pag. 202: misoginia dell'eroe romantico. Quando è solo nel carcere Julien pensa : “ Dans le fait, je suis plus heureux seul que quand cette fille si belle ( Mathilde ) partage ma solitude … “
Cap. XL, pag. 203. Egotismo dell'eroe romantico ( e del superuomo ) : “ Lasciatemi la mia vita ideale. I vostri piccoli fastidi, i vostri dettagli della vita reale, più o meno urtanti per me, mi trascinerebbero giù dal cielo. Si muore come si può; quanto a me non voglio pensare alla morte che a mio modo. Che m'importa degli altri ! Le mie relazioni con gli altri saranno troncate bruscamente. Di grazia, non mi parlate più di quelle persone … “
Cap. XLII ( pag. 211 ). Considerazioni di Julien sulla religione. Tutto sommato appare un romantico, crede in un Dio del sentimento e dell'amore, il Dio di Fénelon. A proposito del Dio della Bibbia dice : “ Non l'ho mai amato non ho mai neppure voluto credere che lo si amasse sinceramente. E' senza pietà ( E si ricordò numerosi passaggi della Bibbia ). “ Più avanti la sua affermazione rammenta Dostoevskij. Il personaggio di Raskòlnikov sembra in gran parte modellato su questo Julien. Julien infatti dice a se stesso : “ Veramente l'uomo ha due esseri dentro di sé. “ Il protagonista di Delitto e castigo è assillato dalla volontà d'espiare il proprio crimine esattamente come Julien e come per Julien la motivazione del proprio delitto è l'ambizione.
Cap. XLIII ( pag. 215 ). Reminiscenza del “ Belfagor “ di Machiavelli ? O forse di un autore medievale ?
Pag. 222, cap. XLIV. Socialismo giacobino di Julien : gli uomini dei salotti non si alzano mai al mattino col pensiero fisso di come riuscire a sopravvivere senza morire di fame.
Pag. 223 ( XLIV ). Se Julien ritrovasse la fede potrebbe credere soltanto nel Dio di Voltaire ( vedi Dizionario filosofico del Voltaire, sue aspre critiche alla Bibbia ).
Pag. 229. Ultimo cap. (XLV ). Mathilde bacia sulla fronte la testa di Julien decapitato. Sua somiglianza con l'atteggiamento di Salomé nella Salomé di O. Wilde ( o nell'Erodiade del Flaubert ). Siamo in presenza della donna fatale del Romanticismo.
N. 72 dello Zibaldone di G. Leopardi : “ Anche il delitto bene spesso è un eroismo “, queste considerazioni si addicono proprio al delitto di J. Sorel nei confronti di madame de Renal. N. 262 : la teoria del superuomo è solo in apparenza di Nietzsche, qui Leopardi mostra un atteggiamento di assoluta predilezione nei confronti delle società formate da individui forti sia nel carattere che nel corpo . NB “ uomini vigorosi e atti alla guerra “ : dunque la guerra assume un valore positivo.



mercoledì 25 dicembre 2013

Leopardi, Zibaldone, 660

L’invenzione e l’uso delle armi da fuoco, ha combinato perfettamente colla tendenza presa dal mondo in ordine a qualunque cosa, e derivata naturalmente dalla preponderanza della ragione e dell’arte, colla tendenza, dico, di uguagliar tutto. Così le armi da fuoco, hanno uguagliato il forte al debole, il grande al piccolo, il valoroso al vile, l’esercitato all’inesperto, i modi di combattere delle varie nazioni: e la guerra ancor essa ha preso un equilibrio, un’uguaglianza che sembrava contraria direttamente alla sua natura. E l’artifizio, sottentrando alla virtù, [660] ed agguagliandola, e anche superandola, e rendendola inutile, ha pareggiato gl’individui, tolta la varietà, spento quindi anche nella guerra, l’entusiasmo quasi del tutto, spenta l’emulazione, e toltale la materia, spento l’eroismo, giacchè tanto vale un soldato eroe, quanto un Martano, o se anche non l’ha spento, l’ha confuso colla viltà, e reso indistinguibile, e quindi senza eccitamento e senza premio: in fine ha contribuito sommamente anche per questa parte a mortificare il mondo e la vita. Tanto è vero che il bello, il grande, il vario, non si trova se non che nella natura, e si perde subito appena si esce da lei, appena sottentrano l’arte e la ragione, in qualunque cosa.
(14 Feb. 1821.)