sabato 26 settembre 2015

Johann W. Goethe, Le affinità elettive

Johann W. Goethe            Le affinità elettive           Milano, Mondadori, 1993



Risente l'opera motivi spinoziani oltre ad una apertura totale nei confronti del possibile e dunque anche del nichilismo e del mondo moderno, soprattutto per quanto attiene ai rapporti sociali. Capisco perché Nietzsche apprezzasse tanto Goethe.
Il finale del romanzo, i due amanti Edoardo e Ottilia sepolti nella stessa tomba monumentale, ricorda quello di Cime tempestose della Bronte, così come la fine per esaurimento fisico da inedia volontaria, che è la stessa di Heathcliff. Essendo il romanzo della Bronte del 1847 e questo del 1809 è chiaro pensare a un possibile influsso, se mai ci fu, dell'opera di Goethe sull'ispirazione dell'autrice inglese.

sabato 19 settembre 2015

Alla Musa







Tu sei colei che un tempo traspariva
fra l'ombre verdi sulla verde riva
dall'ansia selva presso un vasto fiume,
che s'inebriava d'ondeggiante lume.

Tu m'apparivi come apparve antica
forma divina ai cantori amica
sull'ardue cime di montagne brune,
a notte fonda sotto grandi lune.

E sorridevi il noto tuo sorriso
pallido ignaro sull'arcano viso,
e sussurravi suoni di parole

che solo intende chi ascoltare vuole.
Solo chi ode, solo chi ode è amato
e amando inspira il tuo immortale fiato.







venerdì 11 settembre 2015

Enrico Thovez, Una primavera in Grecia







Enrico Thovez, Il viandante e la sua orma, Napoli, Ricciardi, 1923


Una primavera in Grecia “ ( 1907 )


Anche qui all'inizio si parla di Corfù e dell'isola dei morti di Boecklin ( pagg. 141-142 ) :
Dallo spiazzo alto sul mare la visione mi appare subitamente, come un'evocazione fantastica. Ai miei piedi, in un ampio specchio di mare lucente come un lago, nell'arco dei monti violacei e azzurrini, un'isola sorge, un'isola unica al mondo, un bruno dorso roccioso coronato da una selva di lance nere di cipressi, tra i cui fusti foschi si annida un umile monastero roseo, solitaria, silenziosa, morta, come chiusa in un'atmosfera di leggenda e di sogno.
L'isola d'Ulisse, la nave dei Feaci, ritornante dal ricondurre l'eroe, impietrata da Posidone, l' “isola dei morti” di Boecklin. Omero, Boecklin, il barbaro antico e il barbaro moderno, due fronti della poesia leggendaria. Il pensiero erra dal mito dell'uno alla creazione fantastica dell'altro. In quel bosco di pinastri che protendono laggiù le loro ombrelle sul mare, Ulisse avrebbe incontrato Nausica, la reginetta dei Feaci : e quella chiara casetta che traspare appena tra le ombre dei cipressi evoca le edicole funeree del quadro indimenticabile.
Da anni ed anni questo braccio di mare azzurro, quel bosco verde, quei lontani monti violati e quell'isola hanno arriso ai miei occhi ogni alba allo svegliarmi da un'acquerello appeso alla parete della mia stanza. Mi ero avvezzo a considerarli come il sogno di un poeta, e il vederli in realtà mi dà quasi uno stupore. Dimentico che Boecklin non la conobbe, e che, secondo gli archeologi, Ulisse non poté sbarcare in questo punto : i poeti hanno intuizioni divine, e la scienza filologica è cosa incerta. Nulla può togliere il senso augusto e sacro che circonda quel profilo funereo. Nuvolette di un biancore d'argento le passano sul capo nel cielo chiaro come a cingerle un'aureola; nel bosco grigio di ulivi e cipressi che mi sta a fianco, il vento scroscia a tratti con fragore; ai miei piedi nel clivo precipitoso, irto di aloe e di mirti, ondulano all'aria le margheritine. Un'altra isoletta è presso la sponda, connessa al lido da una diga di pietre, tutta candida di casette deserte dai tetti chiari : Nekierka. Dal bianco campanile veneziano a traforo una campana suona. Il rombo vibra lungamente nell'aria calma, nel silenzio immenso delle pause del vento e del mare.
No, non è l'isola di Ulisse, di Omero, ma non è l'isola dei morti di Boecklin : troppo sereno è questo mare, troppo dolce : è forse meglio “l'isola delle tombe“ di Zarathustra, l'isola silenziosa che accoglie i sepolcri dove dormono le speranze e le illusioni della giovinezza, uccise dagli strali avvelenati degli uomini. E io pure debbo attraversare questo mare. Qualche cosa m'attira laggiù, a cercarvi su quelle rupi e sotto quei cipressi, l'orma di una persona cara che vi visse la sua più silenziosa ora di poesia. “
Pag. 154, il Partenone :
E' come immobile, grave, immerso in un sogno. Il sole lo ferisce in fronte : il marmo di un giallo roseo con sgretolature e sfaldature candide sembra imbeversene. In alto, nel frontone ruinato il gruppo di Esculapio e di Igea, unico resto dei dispersi marmi di Fidia, miserabili resti corrosi : sotto, le metòpe, irriconoscibili : tra le colonne l'azzurro smagliante. Dinanzi al tempio il suolo di macigno grigio, sgretolato e levigato, è invaso dall'erba; fiorellini gialli ondulano al vento, tra rocchi di colonne, basi infrante, triglifi spezzati, iscrizioni greche e bizantine, frammenti di volute e di fioroni, tra i mille frantumi di cui il suolo è cosparso.
Mi avvicino. La pietra è sfaldata e spezzata più dagli uomini che dal tempo. In alto dietro la trabeazione formidabile si svolge attorno al muro della cella il fregio superstite delle Panatenee. Discerno gli efebi sui cavalli che si impennano, i duelli delle metòpe. Le scolture sono sformate, ingiallite, annerite.
Il vento fruscia, scroscia, affatica le erbe, aggela le mani. Due operai estirpano l'erba dalle commessure dello zoccolo : lo stridìo dei loro coltelli che raschiano la pietra tufacea ferisce il silenzio. I gradini sono incavati dai passi. Quanti piedi toccarono con fervore quella soglia, mentre gli occhi si affiggevano alla statua della Dea imperante nella cella ? Ma la cella è vuota, sventrata, scoperchiata : traccie di pitture bizantine, rigide figure di santi guardano dalle pareti : è come una piazzetta lastricata invasa dall'erba. La fronte ad oriente ridotta ad un semplice intercolunnio si intaglia nell'azzurro.
L'ombra occupa già il luogo : sale fino a mezza altezza delle colonne che nell'alto ancora sono immerse nel sole che le bacia con tenerezza indicibile. Vi è in quelle colonne e in quell'architrave profilati nel vuoto un tale senso di energia esatta e contenuta, una armonia sgorgante da basi geometriche, una rispondenza così perfetta con le linee della struttura fisica del paese, un così supremo equilibrio, che la mente ne è esaltata. Le colonne sembrano fulgere e fiammeggiare come steli d'oro chiaro : tra di esse si disegnano le linee dolci delle colline di viola sotto il cielo cilestrino chiarissimo. Penso che gli antichi che videro il tempio intatto, ammirarono forme di bellezza suprema, ma non quella che a noi soli appare, dalle rovine disposate, inserte nel paesaggio, ridotte ad elemento fondamentale, a simbolo di un'arte e di una civiltà intera. “
Pagg. 161-162 , l'Ilisso : “ Scendevo dalla spianata dello Zappeion guardando lo Stadio, immensa mole marmorea biancheggiante nel cavo della collina cespugliosa, quando mi avvenne di attraversare sopra un modesto ponte di pietra l'alveo di un fiumicello. In nessun altro paese del mondo l'avrei degnato di uno sguardo, ma nell'Attica un corso d'acqua è cosa insueta; e un sospetto mi balenò nello spirito : non è dunque l'Ilisso ?
A quel nome famoso, che destava nella mia anima mille echi di poesia e di leggenda, mi arrestai sulla spalletta del ponte, e mi balzarono in mente quei soavi versi dell'Hoelderlin che il Carducci tradusse con cantante sonorità di accenti e di rime, forse con lo struggimento malinconico del poeta proteso in ispirito verso la patria ideale che cantò e non vide, quei versi che, quasi a suggellare simbolicamente il suo viaggio mortale, furono gli ultimi che egli corresse nelle bozze con mano tremante, a matita :
Oh ti avessi a le fresche ombre dei platani
ove scorre l'Ilisso in mezzo ai fior,
ove in sogni di gloria ardeano i giovani,
ove dolce attrae a Socrate i cuor,
ove Aspasia incedea bianca fra i mirti …
Mi guardai da torno. Non v'erano più né platani, né fiori, né mirti. Né filosofi passeggiavano fra i discepoli lungo le fresche linfe correnti, godendo della frescura degli alberi, del canto delle cicale e del vento dolce del mare; né Aspasie incedevano candide lungo le rive. Vedevo due massicciate oblique a scarpa, dalle quali sporgevano magri alberelli incassati, e in mezzo, tra un fondo ghiaioso sul quale sorgevano cespugli di oleandri, un filo d'acqua, un ruscello dalle acque torbide, ingombre di scatole di latta sventrate e di rifiuti, insudiciate dagli scoli delle tintorie e dal sapone delle lavandaie. L'immagine dell'Ilisso, quale stava sul frontone del Partenone, quel simulacro del dio fluviale, sublime immagine di forza, che, così mozzo e corroso, pone Fidia come sopra un culmine non più raggiungibile da alcuno, mi sorse agli occhi, e per un istante stetti per sorridere dell'antitesi fra quel povero rivolo di acque sucide e la poetica rinomanza, antitesi che su molte labbra straniere diviene quasi simbolo di tutta una realtà greca troppo minore della fama, ma subito pensai : non è forse questa la qualità cardinale del genio greco ? Di aver saputo esaltare gli elementi fisici ed etnici di un piccolo paese arido e povero, abitato da un popolo scarso e frugale, estraendone tipi eterni di bellezza ? Quell'umile ruscello scorrente fra rive fiorite, all'ombra dei platani, ispirò a Fidia e a Platone ciò che le cascate del Niagara non hanno ancora suggerito ad alcun moderno. “
Pag. 200, “ Sulle tombe degli Atridi “, descrizione dell'Acropoli di Micene corrispondente a quella di Emilio Cecchi :
Mi avanzo : ho innanzi a me il campo delle meravigliose scoperte dello Schliemann.
Un vasto spiazzo si apre in forma di terrazza fra il muro ciclopico che sorregge la parte superiore dell'Acropoli e il fianco precipitoso del colle. Una doppia cinta di lastroni infissi verticalmente nel suolo disegna un cerchio di una ventina di metri di diametro. Alcune delle lastre orizzontali rimangono ancora a posto. E' quanto resta del sedile circolare che cingeva l'agorà omerica, il luogo dove il re riuniva a parlamento i capi del popolo.
Nel centro della cinta rotonda è un gran vuoto : laggiù in fondo vaneggiano cinque pozzi rettangolari : sono le tombe ricordate da Pausania, in cui lo Schliemann scavò i diciassette cadaveri e quella favolosa ricchezza d'oro che sta nel Museo di Atene. “
Pagg. 213-214, “ Nel paese di Apollo “, descrizione di Delfi :
E in quella pace del mattino lucente, in quel languore del sole d'aprile così dolce su la mia carne febbricitante, su le mie mani che biancheggiavano con un lampo marmoreo, una musica confusa che mi ronzava pel capo mi venne sulle labbra : una nenia vaga, ondulante, infinita, come lo spirito musicale di quella serenità antica. Che cos'era ? Wagner ? Tristano ? La nenia del pastore ? Ah, no : era l'inno d'Apollo, l'inno delfico scoperto in quel luogo stesso, inciso su quelle lastre cui si appoggiava il mio dorso : “ Muse dell'Elicona dai boschi profondi, figlie di Zeus tonante, vergini delle belle braccia, venite a blandire Febo dalla chioma d'oro, che sui fianchi del Parnaso dalla doppia cima, fra le belle Delfiesi, sale alla pura acqua della fonte Castalia. “
Mi scossi e camminando fra l'erba fiorita mossi verso la fonte. Il sole era così candido che i frammenti di marmo avevano tra il verde un lampo violetto e accecavano. Giunsi al burrone che si apre fra i due Fedriadi, uno spacco gigantesco di macigni grigi e rossastri stellati di magri cespugli. Un ruscelletto limpido ne sgorgava gorgogliando. Sul fianco la rupe era tagliata e incavata a grotta : una gradinata scavata nel macigno scendeva al serbatoio : nel sasso apparivano ancora le bocche antiche : nudo scheletro, spoglio della decorazione che un tempo copriva la fonte.
Due grandi platani ombreggiavano lo spiazzo. In basso tra le rovine della cosidetta Marmaria, giovani americani di qualche scuola di architettura misuravano le basi della tholos, l'elegante edificio rotondo; tutte le rovine erano fiorite di fioretti viola e gialli che ondulavano all'aria; un usignuolo cantava negli olivi. Contro le gigantesche rupi dei Fedriadi a piombo sul capo i corvi roteavano gracchiando, e nella pace immensa giungeva il ronzio delle api sui fiori e il ritmico tonfo dei panni sbattuti sullo scanno dalle lavandaie che sciacquavano in basso nell'acqua del ruscello. La fonte del canto scaduta all'ufficio di lavacro per i panni sudici. Mi parve il simbolo dello scadimento di un mondo. E ripresi a capo chino la via della valle. “ 
















 

domenica 23 agosto 2015

Il vento etèsio





Le più belle pagine di Edoardo Scarfoglio scelte da Alberto Consiglio, Milano, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932


Il vento etèsio ( in morte di Guido Boggiani ) “



L'articolo è all'insegna della “ Vita inimitabile “ dannunziana, ma in realtà già preconizzata dall'esteta Adolfo De Bosis : “ … pensammo … di dare al nostro spirito una grande festa, di celebrare l'ultima orgia dionisiaca di nostra vita. E partimmo con Gabriele d'Annunzio, sulla mia “Fantasia”, dalle immense vele, per la Grecia.
Compimmo tutto il sacro pellegrinaggio. Ci tuffammo nelle acque dell'Alfeo, ci prostrammo davanti all' “Ermete” di Prassitele nella fiammeggiante pianura di Olimpia, scendemmo dagli alti santuari di Delfo con le mani piene di fiorellini d'agnocasto, c'inchinammo sulle tombe degli Atridi a Micene, esplorammo tutti i templi e tutti i musei ateniesi. Il vento etèsio, che Giove concesse in ricompensa del culto devoto a un Re dell'isola Zea, sospinse la nostra navicella sullo specchio azzurro del golfo di Corinto, nella baia d'Itea, e lungo la costa sinuosa del Peloponneso, e quante stelle ardono nel cielo già popolato di numi illuminarono le lunghe notti che noi passammo sul ponte inclinato sotto lo sforzo delle vele, mentre davanti a noi fuggivano le ombre del mondo che, prima, la nostra gente amò. “




Album d'Annunzio, Milano, Mondadori, 1990


Pag. 168 : “ Nell'estate 1895 d'Annunzio salpa alla volta dell'Ellade “sculta” sul panfilo Fantasia di Scarfoglio, con Hérelle, Marciantonio e il pittore Guido Boggiani.
Il viaggio in Grecia è peraltro di prammatica in questi anni. Niente è à la page come Micene dopo che Schliemann crede di aver riesumato dalle polveri della secca Argolide le maschere auree di Agamennone e Clitennestra. … Il 29 luglio il Fantasia salpa da Gallipoli. Della crociera conosciamo ogni particolare, non tanto perché d'Annunzio ne ha fatto materia di un journal e del primo libro delle Laudi ( Maia o Laus vitae ), quanto perché tutti i partecipanti tennero un loro diario. Al di là della trasfigurazione poetica, possiamo così controllare la veridicità dannunziana. E' dunque vero : si tuffa nudo e nudo si aggira sul ponte, proprio come racconta : “ Al piacere vivo che provo nel rimanere ignudo, alla mia disinvoltura nel muovermi, nella mancanza assoluta di pudore fisico, sento che veramente io sono penetrato d'ellenismo fino alle midolle e che avrei dovuto nascere ad Atene, esercitare nei ginnasi la giovinezza. “ E' però anche vero che d'Annunzio qualcosa tace o travisa con la fantasia eccitata dal viaggio avventuroso. Tutt'altro che una vergine Ifigenia ( così la ribattezza ) carica a bordo. E' invece una prostituta d'infimo rango di cui pare proprio non possa fare a meno, come non può fare a meno di una stiratrice per la sua fine lingerie. La Grecia poi gli appare squallida, lurida, degradata. Le mosche annuvolano l'aria, i cibi sono stantii e fa troppo caldo. A Olimpia s'inginocchia adorante dinanzi al mirabile Ermete di marmo pario, ma la religiosa contemplazione viene interrotta dall'afa soffocante. Perciò si denuda e si getta nel gelido Alfeo : “ ho in me splendida l'imagine di Aretusa inseguita dal furioso amante fin nel mar siciliano. “

Cfr. Maia, XIV, “ Il Sunio “

Sunio, un mercatore fenicio
fui guardandoti, un montanaro
d'Ircania portato alla guerra
su nave di Medi, un Bitinio
della Propòntide in commercio
d'acònito, un frumentiere
del Chersoneso, un vinaio
di Chio fui guardandoti, ed ebbi
tant'occhi per istupirmi
di te con sempre nuove
pupille; e per venerarti
piloto di Fàlero fui
reduce da Panticapèo,
rivarcato alfin l'Ellesponto
e alfine il Geresto d'Eubea
dopo traffico lungo;
ed anche l'oplìte devoto
fui della Republica, a guardia
dell'argentifero lido,
del metallo sacro all'impresso
conio dell'epònima dea.
Promontorio fra tutti
venerando, altèra cervice
della Paràlia rupestra,
il tuo tempio par che si sciolga
come lentissima neve
alle primavere del mare.
Il sale mordace cancella
dalla colonna il solco
dorico, nel masso fenduto
dell'architrave consuma
le groppe ai Centauri e le corna
al maratonio Toro
domato dall'attica forza.
Maratona, Maratona,
aquila precipitosa
dall'ali irsute di lance,
ben ti venne Tèseo sul fronte
degli opliti a fianco d'Echètlo,
dell'eroe rurale che uccise
gran turbe di Medi col suo
mànico d'aratro e poi sparve.
Io sul tuo tumulo grande
colsi una rama d'alloro
che dure avea foglie di bronzo
ma bacche tra nere e azzurrigne
rilucenti come la testa
della rondinella cecròpia.
Poi, su la spiaggia arenosa
quasi palestra solenne,
raccolsi una selce che avea
forma di man chiusa. Ed allora
vidi Cinegìro figliuolo
d'Euforione aggrapparsi
alla protome della prua
barbarica, sotto la scure
del Medo; il combattimento
maraviglioso dell'Uomo
e della Nave, nel sangue
nell'incendio e nell'oro
di Serse, vidi anelando;
e chinarsi Eschilo armato
sopra il rosso tronco fraterno.














Emilio Cecchi, Et in Arcadia ego






Emilio Cecchi, Saggi e viaggi, Milano, Mondadori, 1997


Pag. 699, “ Achilleion “, ( a Corfù ) si accenna all'Isola dei Morti di Boecklin, che ne avrebbe avuto l'ispirazione proprio sotto il giardino della villa in stile liberty dell'imperatore tedesco Guglielmo in esilio.
Pagg. 703-706, “ Mercato a Candia “, per la vivacità della rappresentazione ricorda E. de Amicis, Marocco, 1876.
Pag. 707, “ Cnosso “, interessante per la reinterpretazione archeologica del mito : il palazzo della labrys ( la bipenne del culto cretese ) corrisponde così al famoso labirinto.
Nel complesso Cecchi ci presenta una Grecia ben diversa e assai ruspante rispetto a quella eroica e fulgente di D'Annunzio in Maia, 1903.
L'anno del viaggio in Grecia è il 1934, vedi pag. 720. Nello stesso brano c'è un riferimento a Hitler e ai nazisti. Il capitolo s'intitola “ Mamme, serve e ragazzi “.
Pag. 724, bellissima la descrizione del tramonto a Delfo, accompagnata da considerazioni ironiche su se stesso e la preoccupazione antiromantica della propria generazione.
Pag. 731, “ La tartaruga “, descrizione di Delfo, del tempio e della fonte Castalia. Trova una testuggine che si muove tra l'erba. Cfr. a pag. 87 ( Roma, Newton, 1995 ) Maia di D'Annunzio, dove si riferisce alla fonte Castalia.

( Biancheggiano gli escrementi
dei falchi su pe' macigni
di quella caverna montana
ricovero ai greggi e agli uccelli
rapaci, dove sitibondi
scoprimmo la vena dell'acqua?
Sì chiara che n'ebbi certezza
sol quando v'immersi le mani,
si fredda che quando la bevvi
mi dolse la nuca pel gelo.
O Fedriadi ardenti
come due scaglie cadute
da Sirio, la vostra sublime
aridità nel meriggio
m'accecò gli occhi del vólto
ma tutti i miei spirti agitati,
come sul vaporante
spiracolo i capri dell'ansio
Coreta, balzarono in fiero
tumulto e qual sangue d'aurore
videro il vermiglio avvenire.
Fumano ancor sul Cirfi
i roghi? La sfinge di Nasso
decapitata ma alata
protende le branche sul sacro
cammino? Le tre danzatrici
dalle mammelle corrose
danzano ancóra intorno
alla colonna fogliuta
di acanti? Filano ancóra
sotto i due platani vasti
le donne focesi, dinanzi
al Fonte Castalio, vestite
d'azzurro? Non la pietra
umbilicale dell'Orbe
ma invano cercai nella polve
la tomba del figlio d'Achille!
E non volli altro letto
per la mia delfica notte
se non la terra presàga
tra i due platani vasti
chiomati di fronde e di stelle.
Vedute io le avea, nella sera
purpurea, silenziose
emergere dalla durezza
dell'antro. Miste alla roccia,
come le imagini sculte
nelle metòpi dei templi,
si tacevano in cerchio
le Castàlidi; e gli occhi
lor grandi eran fisi, il Passato
il Presente il Futuro
con un solo sguardo abbracciando.
Prigioni del sasso per sempre
eran elle? I piedi leggeri
che tessuto aveano in figure
di danza la fresca bellezza
del mondo, i bei piedi leggeri
di Terpsicòre constretti
eran nell'inerzia rupestre?
Dal nudo macigno agguagliate
mi sparvero. Ma le rividi
libere nel sogno ch'io m'ebbi.
Venivan per le vie de' vènti
com'aquile senza nido
nell'alba a volo, nell'alba
crepitante di mille
e mille fiaccole accese
che i Distruttori e i Creatori
squassavano in pugno gridando
di gioia coi lordi capelli
coperti di bianca rugiada,
con le calcagna gravi
d'umida zolla e di foglie.
Come stuol d'aquile senza
nido, venivan le nove
Castàlidi a volo nell'alba,
lacere i pepli, sconvolte
le chiome, odorate di sangue
e d'incendio, ebre di risa
e di pianti, tumultuose
di forze atroci e d'amori
ineffabili, piene
i polsi di ritmi discordi. )

Pagg. 748-752, “ Concetti etici nella Grecia antichissima “, recensione di un'opera di Giorgio Pasquali, molto interessante soprattutto per l'idea del libero arbitrio e del dio unico. Riferimento a questo proposito all'Odissea, I, 32 e all' “ Orestea “, precisamente l'Agamennone di Eschilo.
Vedi “ Sonni nell'orto “, pag. 761. Si tratta di uno straordinario bozzettista. E' surreale e quanto mai suggestiva la descrizione dei letti all'aperto sotto le frasche, usati dai contadini greci per la siesta.
Pag. 765, “ Olimpia “ e pag. 766 “ Et in Arcadia ego “, considerazioni estetiche sulle rovine di Olimpia : “ ... un luogo sulla terra dov'è realtà concreta, tangibile, quello che, da Tiziano a Pussino, parve soltanto fantasia dei più sublimi paesisti. Un luogo dove uno può credere di trovarsi fra gli alberi e i colossi evocati da Keats nell'Iperione. “ Vedi anche D'Annunzio, Maia, pag. 43 “ Gli Elleni a Olimpia “ e pag. 54 “ Eos “ ( “ la bianca strage dei marmi “ ), il poeta evoca sensazioni non dissimili da quelle di Cecchi.

( Alba apparita dal sacro
Cillene, il mio canto novello
salire a te non si ardisce;
ma tu risplendi per sempre
su le mie sorti guerriere
freschissima confortatrice!
Da te beve come da un fonte
l'arsura della battaglia.
Stendere tu suoli il tuo velo
su la mia febbre animosa.
Ti guardo allor che il periglio
è presente, ti guardo
allor che mi stringe il dolore,
ti guardo allor che m'accingo
a scuotere l'anima mia
come arbore troppo gravato
di frutti maturi,
e dico: «Il mio giorno incomincia»
con ineffabile gaudio
entro me udendo il respiro
lene del divino fanciullo.
Lui sotto il platano, ancóra
dormente, lasciai tra il suo gregge
nell'Alti. E come dal cavo
còrtice sgorga la copia
del miele e liquida cola
giù pel tronco insino alla ceppa:
la flava ricchezza adunata
dall'api sembra una gomma
pingue che gema dal cuore
dell'arbore, dono agli umani:
così la sua grazia facea
ricco il platano sterile
e quasi apparia stirpe d'oro
prodotta co' i rami e le frondi
naturalmente alla luce.
Tacito partìimi, nudato
i piedi, per mezzo la bianca
strage dei marmi, scendendo
a riva. E la veste di lino
erami grave. Mi scinsi.
Palpitai nell'aere chiaro.
Con qual grido in me riconobbi
l'antica natura dell'acqua
scagliandomi nella corrente
del mitico Alfeo!
Correva quel fiume in gran letto
ghiaioso ardente consparso
di platani di tamerici
d'oleandri selvaggi;
e le cicale col canto
e col susurro le frondi
accompagnavano il croscio
robusto del rapitore.
«Io Arethusa, io Arethusa!»
Agili guizzavan nel gelo
i muscoli all'impeto avverso
resistendo; ma d'improvviso
per tutta la carne un'azzurra
fluidità mi ricorse
e i muscoli furon su l'ossa
come i fili dell'acqua
turgidi contra le selci.
E non più lottar volle il corpo
a nuoto ma cedere tutto
alla rapina sonora,
ma essere quella rapina,
ma perdere il limite umano,
espandersi fino all'alpestre
origine, correre a valle
dal monte, ritorcersi in lunghi
meandri, polire le rupi,
l'erbe inclinare, i campi
rodere, scalzar le radici,
detergere il gregge, di schiume
fervere, tingersi di cielo,
splendere di raggi, gonfiarsi
di tributi limosi,
il limo deporre, chiarirsi
com'aere gelido, in ogni
goccia crescere impeto e brama,
contro il Mar che agguaglia afforzarsi
di rapidità, fiume eterno
persistere nell'amarezza.
«O Alfeo d'Aretusa, più vaste
correnti solcan le valli
terrestri, il Tànai estremo
dirime innumere stirpi,
termine d'imperi è il profondo
Istro, il settemplice Nilo
trasmuta le arene in immense
biade e specchia ardui sepolcri.
Ma sol tu sei regnatore
nel mito, bel re cristallino!
I più grandi beve per sempre
l'inevitabile ponto.
Morte informe in pèlaghi estingue
tanta forza irrigua. Tu solo,
rena d'amore immortale
palpitante nell'amarezza,
tu solo persisti e trascorri,
puro qual nascesti dal fonte,
al segno del tuo desiderio
lontano. O Alfeo d'Aretusa,
ch'io sia come te nel mio mare!» )

Pag. 788, i Greci secondo Cecchi ebbero “ una pittura che in qualche modo corrispondeva a quella del Correggio, o del Tiziano maturo “. Il fatto è che di tal pittura non è rimasto nulla.
Pag. 789, concezioni della morte secondo gli antichi Greci : “ Starsene seduti sullo scalino del sepolcro, aspettando una buona persona che ogni tanto veniva a ripigliare i vecchi argomenti, nel clima tenero e limpido d'un'arcadia sovrumana. Parlarsi, con piane, affettuose verità; quasi come se niente fosse accaduto. Senza strida, senza scene, senza borse agli occhi. “
Nel “ Poscritto 1957 “ sono varie considerazioni sulla crisi dei musei, sull'epigramma greco, su Plutarco ( molto interessante ), sull'ambiente e la flora.
Pag. 842, nella descrizione del sito di Olimpia si parla di Pindaro. Pagine interessanti : la poesia di Pindaro viene considerata la fonte della rappresentazione statuaria sui frontoni del tempio di Zeus. In effetti la poesia di Pindaro coglie l'attimo significativo del mito come nell'atto immortalato nel marmo. Le osservazioni sulle traduzioni moderne di Pindaro sono da intenditore. L'autore mostra una notevole vastità di letture nel citare i giudizi di Goethe, di Voltaire e di Manzoni ( che non lo apprezzava ! ) su Pindaro.
NB a pag. 853 afferma che in Grecia non si è mai dovuto accorgere d'una sopravvivenza di rancori antitaliani. In Grecia sono stato anch'io e devo dire che soprattutto il popolino manifesta un'ostinata avversione nei confronti per lo meno della lingua italiana, che generalmente intende benissimo. Sono tutti fanatici dell'inglese e la cosa, sebbene non anacronistica, mi fa un po' sorridere, ma come ! Una buona parte delle isole greche è sempre stata veneziana ( e il resto turco ) e questi parlano una lingua atlantica ! Ma parlate italiano ai vostri fratelli italiani !
Pag. 857, suggestiva descrizione del sito archeologico di Micene. L'ho rivista nella memoria tale e quale. Romantico il quadretto delle capre sull'adiacente monte Zara ( la cui forma ricorda una piramide ).

sabato 15 agosto 2015

Il qualunquista

















Risultati immagini per gabbiano disegno








Un qualunque qualunquista,
che non era un arrivista,
se ne stava preoccupato
a distendere il bucato,
quando eccoti un gabbiano
si sgravò dal deretano,
infliggendo gravi offese
alle linde vesti stese.
Il qualunque qualunquista,
che non era animalista,
s'adirò per tale impresa
e si fece parte lesa.
Consultò molti avvocati
dei migliori ed arrabbiati,
ma una volta in tribunale
ci rimase proprio male.
La difesa fu sincera :
sine testibus non c'era
un colpevole del fatto,
ogni accusa era da matto.
La sentenza fu emanata
e la causa poi archiviata :
era legge naturale,
dei diritti universale,
che quel povero uccellino
che soffriva nel pancino,
per fuggire tanti affanni
la facesse sui suoi panni.
Ergo impose al danneggiato
risarcire l'imputato
e aggiungendo male a male
di pagargli anche il legale.
Il qualunque qualunquista,
che non era animalista,
prese in odio ogni gabbiano
e quel gracchio così strano.
E, adocchiando ove a pesca
se ne andava, mise un'esca,
piena zeppa di veleno,
che cadesse a ciel sereno
fulminato, là nel cielo
sorvolando ogni bel velo.