martedì 13 ottobre 2015

Il gesto







    - Quello è diventato pazzo,
    in quest'aula a fare un c... !
    - E perdirindirindina,
    ma che mano birichina !
    - Or si stracciano le vesti
    quando fanno tali gesti !
    - Sono proprio farisei
    ad odiar gli zebedei,
    essi che, e non è un lazzo,
    stanno lì per fare un c... !
    - La gentile deputata
    giustamente s'è indignata,
    tutti sanno anche chi sogna
    che ti porta la cicogna.
    - Ma quell'uomo, che volgare,
    non ha altro da pensare !
    - Certo a stare sull'assito
    poi ti viene del prurito.
    - Ma che dici è innominabile,
    tale cosa è imperdonabile,
    mi tortura proprio il cuore,
    quasi svengo per l'orrore !
    - Ma che turpe decadenza
    da attribuire all'ascendenza,
    pure i nostri amati avi,
    in materia molto savi,
    per non dire proprio quello
    designarono l'augello.
    - E che schiatta ora villana,
    pensa all'aquila romana !
    - A una stirpe superiore
    l'attributo era maggiore.
    Da che siamo tanto sotto
    a noi basta un passerotto,
    non abbiamo altro da fare
    che grattarci e cincischiare,
    poi ch'è gloria ormai appassita
    armeggiare con le dita.
    - E dov'è la dignità
    della carica che ha ?
    - E ti sembra ora il momento
    d'inveire contro il vento ?
    Il potere amico caro
    a sé reca un lustro raro,
    ma se dentro ancora cerco
    mi ritrovo nello sterco.
    - Sono queste menti rare
    al volere popolare ?
    Di noi tutti disgraziati
    sono questi gli avvocati ?
    Sono addetti a 'sti lavori
    questa sfilza di dottori ?
    - Il palato hanno più fino
    per le cene di Marino,
    e son pronti per orgoglio
    a cacare in Campidoglio.
    - Della patria son la crema,
    ma è un'Italia un poco scema,
    che si pone sul groppone
    chi le succia la pensione.
    - Tra le mani siamo stretti
    d'una banda di furetti.
    E per stare ancora a galla
    fanno come Caracalla,
    per aver tasse abbastanza
    tutti han cittadinanza.
    - Tutti siete buoni e belli
    ed un fiore di fratelli,
    ed in alto stiano i cuori
    a raccoglier pomidori !
    - Siete uguali tutti quanti,
    mano dietro e una davanti,
    io non sono certo omòfobo,
    ma mi sento un poco idròfobo
    quando vedo allo sconquasso
    un trionfo da smargiasso.
    Passo, passo dopo passo
    e le tasse ora v'abbasso,
    a promesse i parolai
    sono come i marinai.
    - E che fare allora a questo ?
    - A me basta solo un gesto,
    tanto sono un italiano,
    presta lingua e lesta mano,
    bravi a scrivere orazioni
    come il prete i suoi sermoni,
    mentre il coro sta in concordia
    a cantar misericordia !
    - State freschi o cittadini,
    buggerati e poverini,
    vede il mondo or a soqquadro
    e vi ruba a casa il ladro.
    Poveretto pure quello,
    il bisogno è cattivello,
    se qualcuno poi lo piglia
    non succeda un parapiglia !
    Non ti passi per la testa
    gli si possa far la festa,
    che se il ventre gli sbudelli
    ti ritrovi fra i cancelli.
    Perché pur ti meravigli ?
    Non sai a chi lo rassomigli ?
    Ma se alla televisione
    stanno sempre, pecorone !
    Sono i grandi, i magna magna,
    i devoti d'Alemagna,
    non risparmiano i mezzucci
    purché vinca Vanni Fucci !

domenica 11 ottobre 2015

Honoré de Balzac, Le père Goriot

Honoré de Balzac                    Le père Goriot                   Paris, Flammarion, s. d.


Il vero protagonista è Rastignac, che, dopo l'incontro rivelatore con Mme de Beauséant sul conto di papà Goriot, sogna la scalata sociale :

Son imagination, transportée dans les hautes régions de la société parisienne, lui inspira mille pensées mauvaises au coeur, en lui élargissant la tête et la conscience. Il vit le monde comme il est : les lois et la morale impuissantes chez les riches, et vit dans la fortune l’ultima ratio mundi. « Vautrin a raison, la fortune est la vertu ! » se dit-il.
( pag. 91 )

Vautrin è il machiavellico consigliere di Rastignac, l'avvocato del diavolo, il lato oscuro della sua anima. Tuttavia, anche se le sue deduzioni conducono al crimine, non manca di sincerità, è un cinico, un disilluso, un moralista che ha ripudiato la morale, mentre Rastignac è un dandy ancora vittima dell'illusione.
Pag. 248, la morale del borghese : “ L'argent c'est la vie. Monnaie fait tout. “ ( chi parla è “ le père Goriot “ ).

Luigi Pirandello, “ Quando si comprende “

Luigi Pirandello                Novelle per un anno                   1922


Cos'è la vita, cos'è la morte ?
Solo un genitore può veramente capirlo o comunque una persona che percepisca con chiarezza e senza illusioni la brevità dell'esistenza.



Quando si comprende


I passeggeri arrivati da Roma col treno notturno alla stazione di Fabriano dovettero aspettar l’alba per proseguire in un lento trenino sgangherato il loro viaggio su per le Marche.
All’alba, in una lercia vettura di seconda classe, nella quale avevano già preso posto cinque viaggiatori, fu portata quasi di peso una signora così abbandonata nel cordoglio che non si reggeva più in piedi.
Lo squallor crudo della prima luce, nell’angustia opprimente di quella sudicia vettura intanfata di fumo, fece apparire come un incubo ai cinque viaggiatori che avevano passato insonne la notte, tutto quel viluppo di panni, goffo e pietoso, issato con sbuffi e gemiti su dalla banchina e poi su dal montatojo.
Gli sbuffi e i gemiti che accompagnavano e quasi sostenevano, da dietro, lo stento, erano del marito, che alla fine spuntò, gracile e sparuto, pallido come un morto, ma con gli occhietti vivi vivi, aguzzi nel pallore.
L’afflizione di veder la moglie in quello stato non gl’impediva tuttavia di mostrarsi, pur nel grave imbarazzo, cerimonioso; ma lo sforzo fatto lo aveva anche, evidentemente, un po’ stizzito, forse per timore di non aver dato prova davanti a quei cinque viaggiatori di bastante forza a sorreggere e introdurre nella vettura il pesante fardello di quella moglie.
Preso posto, però, dopo aver porto scusa e ringraziamenti ai compagni di viaggio che si erano scostati per far subito posto alla signora sofferente, poté mostrarsi cerimonioso e premuroso anche con lei e le rassettò le vesti addosso e il bavero della mantiglia che le era salito sul naso.
– Stai bene, cara?
La moglie, non solo non gli rispose, ma con ira si tirò su di nuovo la mantiglia – più su, fino a nascondersi tutta la faccia. Egli allora sorrise afflitto; poi sospirò:
– Eh... mondo!
E volle spiegare ai compagni di viaggio che la moglie era da compatire perché si trovava in quello stato per l’improvvisa e imminente partenza dell’unico figliuolo per la guerra. Disse che da vent’anni non vivevano più che per quell’unico figliuolo. Per non lasciarlo solo, l’anno avanti, dovendo egli intraprendere gli studii universitari, s’erano trasferiti da Sulmona a Roma. Scoppiata la guerra, il figliuolo, chiamato sotto le armi, s’era iscritto al corso accelerato degli allievi ufficiali; dopo tre mesi, nominato sottotenente di fanteria e assegnato al 12° reggimento, brigata Casale, era andato a raggiungere il deposito a Macerata, assicurando loro che sarebbe rimasto colà almeno un mese e mezzo per l’istruzione delle reclute; ma ecco che, invece, dopo tre soli giorni lo mandavano al fronte. Avevano ricevuto a Roma il giorno avanti un telegramma che annunziava questa partenza a tradimento. E si recavano a salutarlo, a vederlo partire.
La moglie sotto la mantiglia s’agitò, si restrinse, si contorse, rugliò anche più volte come una belva, esasperata da quella lunga spiegazione del marito, il quale, non comprendendo che nessun compatimento speciale poteva venir loro per un caso che capitava a tanti, forse a tutti, avrebbe anzi suscitato irritazione e sdegno in quei cinque viaggiatori che non si mostravano abbattuti e vinti come lei nel cordoglio, pur avendo anch’essi probabilmente uno o più figliuoli alla guerra. Ma forse il marito parlava apposta e dava quei ragguagli del figlio unico e della partenza improvvisa dopo tre soli giorni, ecc., perché gli altri ripetessero a lei con dura freddezza tutte quelle parole ch’egli andava dicendo da alcuni mesi, cioè da quando il figliuolo era sotto le armi; e non tanto per confortarla e confortarsi, quanto per persuaderla dispettosamente a una rassegnazione per lei impossibile.
Difatti quelli accolsero freddamente la spiegazione. Uno disse:
– Ma ringrazii Dio, caro signore, che parta soltanto adesso il suo figliuolo! Il mio è già su dal primo giorno della guerra. Ed è stato ferito, sa? già due volte. Per fortuna, una volta al braccio, una volta alla gamba, leggermente. Un mese di licenza, e via di nuovo al fronte.
Un altro disse:
– Ce n’ho due, io. E tre nipoti.
– Eh, ma un figlio unico... – si provò a far considerare il marito.
– Non è vero, non lo dica! – lo interruppe quello sgarbatamente. – S’avvizia un figlio unico; non si ama mica di più! Un pezzo di pane, quando s’hanno più figliuoli, tanto a ciascuno, va bene; ma non l’amore paterno; a ciascun figliuolo un padre dà tutto quello di cui è capace. E s’io peno adesso, non peno metà per l’uno, metà per l’altro; peno per due.
– È vero, sì, quest’è vero, – ammise con un sorriso timido, pietoso e impacciato, il marito. – Ma guardi... (siamo a discorso, adesso, e facciamo tutti gli scongiuri) ma ponga il caso... non il suo, per carità, egregio signore... il caso d’un padre ch’abbia più figliuoli alla guerra: ne perde (non sia mai!) uno, gli resta l’altro almeno!
– Già, sì; e l’obbligo di vivere per quest’altro, – affermò subito, accigliato, quello. – Il che vuol dire che se a lei... non diciamo a lei, a un padre che abbia un solo figliuolo, capita il caso che questo gli muoja, se della vita lui non sa più che farsene, morto il figliuolo, se la può togliere, e addio; mentr’io, capisce? bisogna che me la tenga io, la vita, per l’altro che mi resta; e il caso peggiore dunque è sempre il mio!
– Ma che discorsi! – scattò a questo punto un altro viaggiatore, grasso e sanguigno, guardando in giro coi grossi occhi chiari acquosi e venati di sangue.
Ansimava, e pareva gli dovessero schizzar fuori, quegli occhi, dalla interna violenza affannosa d’una vitalità esuberante, che il corpaccio disfatto non riusciva più a contenere. Si pose una manona sformata davanti la bocca, come assalito improvvisamente dal pensiero dei due denti che gli mancavano; ma poi, tanto non ci pensò più e seguitò a dire, sdegnato:
– O che i figliuoli li facciamo per noi?
Gli altri si sporsero a guardarlo, costernati. Il primo, quello che aveva il figlio al fronte fin dal primo giorno della guerra, sospirò:
– Eh, per la patria, già...
– Eh, – rifece il viaggiatore grasso, – caro signore, se lei dice così, per la patria, può parere una smorfia!
Figlio mio, t’ho partorito
per la patria e non per me...
Storie! Quando? Ci pensa lei alla patria, quando le nasce un figliuolo? Roba da ridere! I figliuoli vengono, non perché lei li voglia, ma perché debbono venire; e si pigliano la vita; non solo la loro, ma anche la nostra si pigliano. Questa è la verità. E siamo noi per loro; mica loro per noi. E quand’hanno vent’anni... ma pensi un po’, sono tali e quali eravamo io e lei quand’avevamo vent’anni. C’era nostra madre; c’era nostro padre; ma c’erano anche tant’altre cose, i vizii, la ragazza, le cravatte nuove, le illusioni, le sigarette, e anche la patria, già, a vent’anni, quando non avevamo figliuoli; la patria che, se ci avesse chiamati, dica un po’, non sarebbe stata per noi sopra a nostro padre, sopra a nostra madre? Ne abbiamo cinquanta, sessanta, ora, caro lei: e c’è pure la patria, sì; ma dentro di noi, per forza, c’è anche più forte l’affetto per i nostri figliuoli. Chi di noi, potendo, non andrebbe, non vorrebbe andare a combattere invece del proprio figliuolo? Ma tutti! E non vogliamo considerare adesso il sentimento dei nostri figliuoli a vent’anni? dei nostri figliuoli che per forza, venuto il momento, debbono sentire per la patria un affetto più grande che per noi? Parlo, s’intende, dei buoni figliuoli, e dico per forza, perché davanti alla patria, per essi, diventiamo figliuoli anche noi, figliuoli vecchi che non possono più muoversi e debbono restarsene a casa. Se la patria c’è, se è una necessità naturale la patria, come il pane che ciascuno per forza deve mangiare se non vuol morir di fame, bisogna che qualcuno vada a difenderla, venuto il momento. E vanno essi, a vent’anni, vanno perché debbono andare e non vogliono lagrime. Non ne vogliono perché, anche se muojono, muojono infiammati e contenti. (Parlo sempre, s’intende, dei buoni figliuoli!) Ora, quando si muore contenti, senz’aver veduto tutte le brutture, le noje, le miserie di questa vitaccia che avanza, le amarezze delle disillusioni, o che vogliamo di più? Bisogna non piangere, ridere... o come piango io, sissignori, contento, perché mio figlio m’ha mandato a dire che la sua vita – la sua, capite? quella che noi dobbiamo vedere in loro, e non la nostra – la sua vita lui se l’era spesa come meglio non avrebbe potuto, e che è morto contento, e che io non stessi a vestirmi di nero, come difatti lor signori vedono che non mi sono vestito.
Scosse, così dicendo, la giacca chiara, per mostrarla; le labbra livide sui denti mancanti gli tremavano; gli occhi, quasi liquefatti, gli sgocciolavano; e terminò con due scatti di riso che potevano anche esser singhiozzi.
– Ecco... ecco.
Da tre mesi quella madre, lì nascosta sotto la mantiglia, cercava in tutto ciò che il marito e gli altri le dicevano per confortarla e indurla a rassegnarsi, una parola, una parola sola che, nella sordità del suo cupo dolore, le destasse un’eco, le facesse intendere come possibile per una madre la rassegnazione a mandare il figlio, non già alla morte, ma solo a un probabile rischio di vita. Non ne aveva trovata una, mai, tra le tante e tante che le erano state dette. Aveva ritenuto perciò che gli altri parlavano, potevano parlare a lei così, di rassegnazione e di conforto, solo perché non sentivano ciò che sentiva lei.
Le parole di questo viaggiatore, adesso, la stordirono, la sbalordirono. Tutt’a un tratto comprese che non già gli altri non sentivano ciò che ella sentiva; ma lei, al contrario, non riusciva a sentire qualcosa che tutti gli altri sentivano e per cui potevano rassegnarsi, non solo alla partenza, ma ecco, anche alla morte del proprio figliuolo.
Levò il capo, si tirò su dall’angolo della vettura ad ascoltare le risposte che quel viaggiatore dava alle interrogazioni dei compagni sul quando, sul come gli fosse morto quel figliuolo, e trasecolò, le parve d’esser piombata in un mondo ch’ella non conosceva, in cui s’affacciava ora per la prima volta, sentendo che tutti gli altri non solo capivano, ma ammiravano anzi quel vecchio e si congratulavano con lui che poteva parlare così della morte del figliuolo.
Se non che, all’improvviso, vide dipingersi sul volto di quei cinque viaggiatori lo stesso sbalordimento che doveva esser sul suo, allorquando, proprio senza che ella lo volesse, come se veramente non avesse ancora inteso né compreso nulla, saltò su a domandare a quel vecchio:
– Ma dunque... dunque il suo figliuolo è morto?
Il vecchio si voltò a guardarla con quegli occhi atroci, smisuratamente sbarrati. La guardò, la guardò e tutt’a un tratto, a sua volta, come se soltanto adesso, a quella domanda incongruente, a quella meraviglia fuor di posto, comprendesse che alla fine, in quel punto, il suo figliuolo era veramente morto per lui, s’arruffò, si contraffece, trasse a precipizio il fazzoletto dalla tasca e, tra lo stupore e la commozione di tutti, scoppiò in acuti, strazianti, irrefrenabili singhiozzi.


sabato 26 settembre 2015

Johann W. Goethe, Le affinità elettive

Johann W. Goethe            Le affinità elettive           Milano, Mondadori, 1993



Risente l'opera motivi spinoziani oltre ad una apertura totale nei confronti del possibile e dunque anche del nichilismo e del mondo moderno, soprattutto per quanto attiene ai rapporti sociali. Capisco perché Nietzsche apprezzasse tanto Goethe.
Il finale del romanzo, i due amanti Edoardo e Ottilia sepolti nella stessa tomba monumentale, ricorda quello di Cime tempestose della Bronte, così come la fine per esaurimento fisico da inedia volontaria, che è la stessa di Heathcliff. Essendo il romanzo della Bronte del 1847 e questo del 1809 è chiaro pensare a un possibile influsso, se mai ci fu, dell'opera di Goethe sull'ispirazione dell'autrice inglese.

sabato 19 settembre 2015

Alla Musa







Tu sei colei che un tempo traspariva
fra l'ombre verdi sulla verde riva
dall'ansia selva presso un vasto fiume,
che s'inebriava d'ondeggiante lume.

Tu m'apparivi come apparve antica
forma divina ai cantori amica
sull'ardue cime di montagne brune,
a notte fonda sotto grandi lune.

E sorridevi il noto tuo sorriso
pallido ignaro sull'arcano viso,
e sussurravi suoni di parole

che solo intende chi ascoltare vuole.
Solo chi ode, solo chi ode è amato
e amando inspira il tuo immortale fiato.







venerdì 11 settembre 2015

Enrico Thovez, Una primavera in Grecia







Enrico Thovez, Il viandante e la sua orma, Napoli, Ricciardi, 1923


“ Una primavera in Grecia “ ( 1907 )


Anche qui all'inizio si parla di Corfù e dell'isola dei morti di Boecklin ( pagg. 141-142 ) :
“ Dallo spiazzo alto sul mare la visione mi appare subitamente, come un'evocazione fantastica. Ai miei piedi, in un ampio specchio di mare lucente come un lago, nell'arco dei monti violacei e azzurrini, un'isola sorge, un'isola unica al mondo, un bruno dorso roccioso coronato da una selva di lance nere di cipressi, tra i cui fusti foschi si annida un umile monastero roseo, solitaria, silenziosa, morta, come chiusa in un'atmosfera di leggenda e di sogno.
L'isola d'Ulisse, la nave dei Feaci, ritornante dal ricondurre l'eroe, impietrata da Posidone, l' “isola dei morti” di Boecklin. Omero, Boecklin, il barbaro antico e il barbaro moderno, due fronti della poesia leggendaria. Il pensiero erra dal mito dell'uno alla creazione fantastica dell'altro. In quel bosco di pinastri che protendono laggiù le loro ombrelle sul mare, Ulisse avrebbe incontrato Nausica, la reginetta dei Feaci : e quella chiara casetta che traspare appena tra le ombre dei cipressi evoca le edicole funeree del quadro indimenticabile.
Da anni ed anni questo braccio di mare azzurro, quel bosco verde, quei lontani monti violati e quell'isola hanno arriso ai miei occhi ogni alba allo svegliarmi da un'acquerello appeso alla parete della mia stanza. Mi ero avvezzo a considerarli come il sogno di un poeta, e il vederli in realtà mi dà quasi uno stupore. Dimentico che Boecklin non la conobbe, e che, secondo gli archeologi, Ulisse non poté sbarcare in questo punto : i poeti hanno intuizioni divine, e la scienza filologica è cosa incerta. Nulla può togliere il senso augusto e sacro che circonda quel profilo funereo. Nuvolette di un biancore d'argento le passano sul capo nel cielo chiaro come a cingerle un'aureola; nel bosco grigio di ulivi e cipressi che mi sta a fianco, il vento scroscia a tratti con fragore; ai miei piedi nel clivo precipitoso, irto di aloe e di mirti, ondulano all'aria le margheritine. Un'altra isoletta è presso la sponda, connessa al lido da una diga di pietre, tutta candida di casette deserte dai tetti chiari : Nekierka. Dal bianco campanile veneziano a traforo una campana suona. Il rombo vibra lungamente nell'aria calma, nel silenzio immenso delle pause del vento e del mare.
No, non è l'isola di Ulisse, di Omero, ma non è l'isola dei morti di Boecklin : troppo sereno è questo mare, troppo dolce : è forse meglio “l'isola delle tombe“ di Zarathustra, l'isola silenziosa che accoglie i sepolcri dove dormono le speranze e le illusioni della giovinezza, uccise dagli strali avvelenati degli uomini. E io pure debbo attraversare questo mare. Qualche cosa m'attira laggiù, a cercarvi su quelle rupi e sotto quei cipressi, l'orma di una persona cara che vi visse la sua più silenziosa ora di poesia. “
Pag. 154, il Partenone :
“ E' come immobile, grave, immerso in un sogno. Il sole lo ferisce in fronte : il marmo di un giallo roseo con sgretolature e sfaldature candide sembra imbeversene. In alto, nel frontone ruinato il gruppo di Esculapio e di Igea, unico resto dei dispersi marmi di Fidia, miserabili resti corrosi : sotto, le metòpe, irriconoscibili : tra le colonne l'azzurro smagliante. Dinanzi al tempio il suolo di macigno grigio, sgretolato e levigato, è invaso dall'erba; fiorellini gialli ondulano al vento, tra rocchi di colonne, basi infrante, triglifi spezzati, iscrizioni greche e bizantine, frammenti di volute e di fioroni, tra i mille frantumi di cui il suolo è cosparso.
Mi avvicino. La pietra è sfaldata e spezzata più dagli uomini che dal tempo. In alto dietro la trabeazione formidabile si svolge attorno al muro della cella il fregio superstite delle Panatenee. Discerno gli efebi sui cavalli che si impennano, i duelli delle metòpe. Le scolture sono sformate, ingiallite, annerite.
Il vento fruscia, scroscia, affatica le erbe, aggela le mani. Due operai estirpano l'erba dalle commessure dello zoccolo : lo stridìo dei loro coltelli che raschiano la pietra tufacea ferisce il silenzio. I gradini sono incavati dai passi. Quanti piedi toccarono con fervore quella soglia, mentre gli occhi si affiggevano alla statua della Dea imperante nella cella ? Ma la cella è vuota, sventrata, scoperchiata : traccie di pitture bizantine, rigide figure di santi guardano dalle pareti : è come una piazzetta lastricata invasa dall'erba. La fronte ad oriente ridotta ad un semplice intercolunnio si intaglia nell'azzurro.
L'ombra occupa già il luogo : sale fino a mezza altezza delle colonne che nell'alto ancora sono immerse nel sole che le bacia con tenerezza indicibile. Vi è in quelle colonne e in quell'architrave profilati nel vuoto un tale senso di energia esatta e contenuta, una armonia sgorgante da basi geometriche, una rispondenza così perfetta con le linee della struttura fisica del paese, un così supremo equilibrio, che la mente ne è esaltata. Le colonne sembrano fulgere e fiammeggiare come steli d'oro chiaro : tra di esse si disegnano le linee dolci delle colline di viola sotto il cielo cilestrino chiarissimo. Penso che gli antichi che videro il tempio intatto, ammirarono forme di bellezza suprema, ma non quella che a noi soli appare, dalle rovine disposate, inserte nel paesaggio, ridotte ad elemento fondamentale, a simbolo di un'arte e di una civiltà intera. “
Pagg. 161-162 , l'Ilisso : “ Scendevo dalla spianata dello Zappeion guardando lo Stadio, immensa mole marmorea biancheggiante nel cavo della collina cespugliosa, quando mi avvenne di attraversare sopra un modesto ponte di pietra l'alveo di un fiumicello. In nessun altro paese del mondo l'avrei degnato di uno sguardo, ma nell'Attica un corso d'acqua è cosa insueta; e un sospetto mi balenò nello spirito : non è dunque l'Ilisso ?
A quel nome famoso, che destava nella mia anima mille echi di poesia e di leggenda, mi arrestai sulla spalletta del ponte, e mi balzarono in mente quei soavi versi dell'Hoelderlin che il Carducci tradusse con cantante sonorità di accenti e di rime, forse con lo struggimento malinconico del poeta proteso in ispirito verso la patria ideale che cantò e non vide, quei versi che, quasi a suggellare simbolicamente il suo viaggio mortale, furono gli ultimi che egli corresse nelle bozze con mano tremante, a matita :
Oh ti avessi a le fresche ombre dei platani
ove scorre l'Ilisso in mezzo ai fior,
ove in sogni di gloria ardeano i giovani,
ove dolce attrae a Socrate i cuor,
ove Aspasia incedea bianca fra i mirti …
Mi guardai da torno. Non v'erano più né platani, né fiori, né mirti. Né filosofi passeggiavano fra i discepoli lungo le fresche linfe correnti, godendo della frescura degli alberi, del canto delle cicale e del vento dolce del mare; né Aspasie incedevano candide lungo le rive. Vedevo due massicciate oblique a scarpa, dalle quali sporgevano magri alberelli incassati, e in mezzo, tra un fondo ghiaioso sul quale sorgevano cespugli di oleandri, un filo d'acqua, un ruscello dalle acque torbide, ingombre di scatole di latta sventrate e di rifiuti, insudiciate dagli scoli delle tintorie e dal sapone delle lavandaie. L'immagine dell'Ilisso, quale stava sul frontone del Partenone, quel simulacro del dio fluviale, sublime immagine di forza, che, così mozzo e corroso, pone Fidia come sopra un culmine non più raggiungibile da alcuno, mi sorse agli occhi, e per un istante stetti per sorridere dell'antitesi fra quel povero rivolo di acque sucide e la poetica rinomanza, antitesi che su molte labbra straniere diviene quasi simbolo di tutta una realtà greca troppo minore della fama, ma subito pensai : non è forse questa la qualità cardinale del genio greco ? Di aver saputo esaltare gli elementi fisici ed etnici di un piccolo paese arido e povero, abitato da un popolo scarso e frugale, estraendone tipi eterni di bellezza ? Quell'umile ruscello scorrente fra rive fiorite, all'ombra dei platani, ispirò a Fidia e a Platone ciò che le cascate del Niagara non hanno ancora suggerito ad alcun moderno. “
Pag. 200, “ Sulle tombe degli Atridi “, descrizione dell'Acropoli di Micene corrispondente a quella di Emilio Cecchi :
“ Mi avanzo : ho innanzi a me il campo delle meravigliose scoperte dello Schliemann.
Un vasto spiazzo si apre in forma di terrazza fra il muro ciclopico che sorregge la parte superiore dell'Acropoli e il fianco precipitoso del colle. Una doppia cinta di lastroni infissi verticalmente nel suolo disegna un cerchio di una ventina di metri di diametro. Alcune delle lastre orizzontali rimangono ancora a posto. E' quanto resta del sedile circolare che cingeva l'agorà omerica, il luogo dove il re riuniva a parlamento i capi del popolo.
Nel centro della cinta rotonda è un gran vuoto : laggiù in fondo vaneggiano cinque pozzi rettangolari : sono le tombe ricordate da Pausania, in cui lo Schliemann scavò i diciassette cadaveri e quella favolosa ricchezza d'oro che sta nel Museo di Atene. “
Pagg. 213-214, “ Nel paese di Apollo “, descrizione di Delfi :
“ E in quella pace del mattino lucente, in quel languore del sole d'aprile così dolce su la mia carne febbricitante, su le mie mani che biancheggiavano con un lampo marmoreo, una musica confusa che mi ronzava pel capo mi venne sulle labbra : una nenia vaga, ondulante, infinita, come lo spirito musicale di quella serenità antica. Che cos'era ? Wagner ? Tristano ? La nenia del pastore ? Ah, no : era l'inno d'Apollo, l'inno delfico scoperto in quel luogo stesso, inciso su quelle lastre cui si appoggiava il mio dorso : “ Muse dell'Elicona dai boschi profondi, figlie di Zeus tonante, vergini delle belle braccia, venite a blandire Febo dalla chioma d'oro, che sui fianchi del Parnaso dalla doppia cima, fra le belle Delfiesi, sale alla pura acqua della fonte Castalia. “
Mi scossi e camminando fra l'erba fiorita mossi verso la fonte. Il sole era così candido che i frammenti di marmo avevano tra il verde un lampo violetto e accecavano. Giunsi al burrone che si apre fra i due Fedriadi, uno spacco gigantesco di macigni grigi e rossastri stellati di magri cespugli. Un ruscelletto limpido ne sgorgava gorgogliando. Sul fianco la rupe era tagliata e incavata a grotta : una gradinata scavata nel macigno scendeva al serbatoio : nel sasso apparivano ancora le bocche antiche : nudo scheletro, spoglio della decorazione che un tempo copriva la fonte.
Due grandi platani ombreggiavano lo spiazzo. In basso tra le rovine della cosidetta Marmaria, giovani americani di qualche scuola di architettura misuravano le basi della tholos, l'elegante edificio rotondo; tutte le rovine erano fiorite di fioretti viola e gialli che ondulavano all'aria; un usignuolo cantava negli olivi. Contro le gigantesche rupi dei Fedriadi a piombo sul capo i corvi roteavano gracchiando, e nella pace immensa giungeva il ronzio delle api sui fiori e il ritmico tonfo dei panni sbattuti sullo scanno dalle lavandaie che sciacquavano in basso nell'acqua del ruscello. La fonte del canto scaduta all'ufficio di lavacro per i panni sudici. Mi parve il simbolo dello scadimento di un mondo. E ripresi a capo chino la via della valle. “ 
















 

domenica 23 agosto 2015

Il vento etèsio





Le più belle pagine di Edoardo Scarfoglio scelte da Alberto Consiglio, Milano, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932


“ Il vento etèsio ( in morte di Guido Boggiani ) “



L'articolo è all'insegna della “ Vita inimitabile “ dannunziana, ma in realtà già preconizzata dall'esteta Adolfo De Bosis : “ … pensammo … di dare al nostro spirito una grande festa, di celebrare l'ultima orgia dionisiaca di nostra vita. E partimmo con Gabriele d'Annunzio, sulla mia “Fantasia”, dalle immense vele, per la Grecia.
Compimmo tutto il sacro pellegrinaggio. Ci tuffammo nelle acque dell'Alfeo, ci prostrammo davanti all' “Ermete” di Prassitele nella fiammeggiante pianura di Olimpia, scendemmo dagli alti santuari di Delfo con le mani piene di fiorellini d'agnocasto, c'inchinammo sulle tombe degli Atridi a Micene, esplorammo tutti i templi e tutti i musei ateniesi. Il vento etèsio, che Giove concesse in ricompensa del culto devoto a un Re dell'isola Zea, sospinse la nostra navicella sullo specchio azzurro del golfo di Corinto, nella baia d'Itea, e lungo la costa sinuosa del Peloponneso, e quante stelle ardono nel cielo già popolato di numi illuminarono le lunghe notti che noi passammo sul ponte inclinato sotto lo sforzo delle vele, mentre davanti a noi fuggivano le ombre del mondo che, prima, la nostra gente amò. “




Album d'Annunzio, Milano, Mondadori, 1990


Pag. 168 : “ Nell'estate 1895 d'Annunzio salpa alla volta dell'Ellade “sculta” sul panfilo Fantasia di Scarfoglio, con Hérelle, Marciantonio e il pittore Guido Boggiani.
Il viaggio in Grecia è peraltro di prammatica in questi anni. Niente è à la page come Micene dopo che Schliemann crede di aver riesumato dalle polveri della secca Argolide le maschere auree di Agamennone e Clitennestra. … Il 29 luglio il Fantasia salpa da Gallipoli. Della crociera conosciamo ogni particolare, non tanto perché d'Annunzio ne ha fatto materia di un journal e del primo libro delle Laudi ( Maia o Laus vitae ), quanto perché tutti i partecipanti tennero un loro diario. Al di là della trasfigurazione poetica, possiamo così controllare la veridicità dannunziana. E' dunque vero : si tuffa nudo e nudo si aggira sul ponte, proprio come racconta : “ Al piacere vivo che provo nel rimanere ignudo, alla mia disinvoltura nel muovermi, nella mancanza assoluta di pudore fisico, sento che veramente io sono penetrato d'ellenismo fino alle midolle e che avrei dovuto nascere ad Atene, esercitare nei ginnasi la giovinezza. “ E' però anche vero che d'Annunzio qualcosa tace o travisa con la fantasia eccitata dal viaggio avventuroso. Tutt'altro che una vergine Ifigenia ( così la ribattezza ) carica a bordo. E' invece una prostituta d'infimo rango di cui pare proprio non possa fare a meno, come non può fare a meno di una stiratrice per la sua fine lingerie. La Grecia poi gli appare squallida, lurida, degradata. Le mosche annuvolano l'aria, i cibi sono stantii e fa troppo caldo. A Olimpia s'inginocchia adorante dinanzi al mirabile Ermete di marmo pario, ma la religiosa contemplazione viene interrotta dall'afa soffocante. Perciò si denuda e si getta nel gelido Alfeo : “ ho in me splendida l'imagine di Aretusa inseguita dal furioso amante fin nel mar siciliano. “

Cfr. Maia, XIV, “ Il Sunio “

Sunio, un mercatore fenicio
fui guardandoti, un montanaro
d'Ircania portato alla guerra
su nave di Medi, un Bitinio
della Propòntide in commercio
d'acònito, un frumentiere
del Chersoneso, un vinaio
di Chio fui guardandoti, ed ebbi
tant'occhi per istupirmi
di te con sempre nuove
pupille; e per venerarti
piloto di Fàlero fui
reduce da Panticapèo,
rivarcato alfin l'Ellesponto
e alfine il Geresto d'Eubea
dopo traffico lungo;
ed anche l'oplìte devoto
fui della Republica, a guardia
dell'argentifero lido,
del metallo sacro all'impresso
conio dell'epònima dea.
Promontorio fra tutti
venerando, altèra cervice
della Paràlia rupestra,
il tuo tempio par che si sciolga
come lentissima neve
alle primavere del mare.
Il sale mordace cancella
dalla colonna il solco
dorico, nel masso fenduto
dell'architrave consuma
le groppe ai Centauri e le corna
al maratonio Toro
domato dall'attica forza.
Maratona, Maratona,
aquila precipitosa
dall'ali irsute di lance,
ben ti venne Tèseo sul fronte
degli opliti a fianco d'Echètlo,
dell'eroe rurale che uccise
gran turbe di Medi col suo
mànico d'aratro e poi sparve.
Io sul tuo tumulo grande
colsi una rama d'alloro
che dure avea foglie di bronzo
ma bacche tra nere e azzurrigne
rilucenti come la testa
della rondinella cecròpia.
Poi, su la spiaggia arenosa
quasi palestra solenne,
raccolsi una selce che avea
forma di man chiusa. Ed allora
vidi Cinegìro figliuolo
d'Euforione aggrapparsi
alla protome della prua
barbarica, sotto la scure
del Medo; il combattimento
maraviglioso dell'Uomo
e della Nave, nel sangue
nell'incendio e nell'oro
di Serse, vidi anelando;
e chinarsi Eschilo armato
sopra il rosso tronco fraterno.