domenica 20 maggio 2018

Luci e ombre

Come tra verdi foglie esala l'ultimo sogno,
nella musica estatica del mattino
ricordo la luce delle acque
marine avvolgermi,
là verso la riva, mentre l'ombra
mia si muoveva sul fondo.
Era tempo d'amore,
era l'armonia del mondo
nella luce e fra le ombre delle alte piante
ondeggianti nel vento caldo.
L'ombra e la luce come nell'anima.
E tu sei stata solo un'ombra.

Musica e danza della vita
sono luci e ombre nell'anima
e il pianto un rivolo che irrora
dei sogni i fiori rigogliosi.
Il merlo canta a primavera
quando giunge alito dal mare
e appare tra le foglie, trema
la luce nelle verdi fiamme.

Tu, verde fiamma che la luce irrora,
ora t'aggiri nei meandri opachi del tempo,
ma con l'alta luna torna
la marea e un'onda scintillando
ancora vive alla notturna brezza,
profumato fiore, un petalo si placa
sulla pelle ròrida, ambrata in cui si specchia
la luce dei sogni.
Come goccia s'effonde in acqua in ampi cerchi,
la luce così nei tuoi occhi s'irradia
raggio del tempo, oracolo di vita.
Come allo specchio irradia la marea
il fluire del tempo, tu certo non perdoni,
ma puoi vivere forse ? Se non vivi tu sola
in me ?
Incanto dei giorni perduti, tenero fiore,
non sei tu forse viva in me
ed io non vivo forse in te ?
O dolce speranza, solo nella morte
ci diremo addio.


sabato 28 aprile 2018

Curzio Malaparte, Sangue

Curzio Malaparte              Sangue (1937)               Firenze, Vallecchi, 1995


P. 51-52 : estremamente intenso, vivo e splendente del sole meridiano, sensuale e sanguigno.
P. 61-62 : la descrizione della ragazza addormentata risente dell'influsso dannunziano, ma c'è qualcosa di diverso, un voluto antiestetismo, un approfondimento psicologico, un senso di mistero nel sondare le profondità e le ombre dell'animo umano.
P. 67, “ Giochi davanti all'inferno “, ecco qui la leggenda di Dante tra il popolo di Toscana.
P. 89, “ Angoscia di ragazzo “, verso la fine, l'incontro con un compagno di scuola è forse un episodio di omosessualità ? In ogni caso Malaparte mostra una straordinaria capacità rappresentativa e di introspezione psicologica.
P. 117, bellissimo il racconto “ Fedra “, in cui l'amore di una capra verso un capretto, del quale è diventata matrigna, traspone nel mondo animale l'antico mito di Fedra e Ippolito e la tragica fine di questi. Lo stile è di una evidenza, di un realismo suggestivo e ricco di colore, che ricorda D'Annunzio, soprattutto il D'Annunzio di Terra vergine.
P. 125, “ Scirocco nell'isola “, prezioso affresco di vita selvaggia e solitaria, degno della sensibilità coloristica e musicale di un Gide ( La sinfonia pastorale, 1919 ), di un Mann, ma anche di un musicista come Ravel ( “ Dafni et Cloé “ ).
P. 133, “ Madre che cerca il suo bambino “ è di una delicatezza estrema. Il dolore di una madre che ha perduto il bambino, morto prematuramente, si accompagna alla rappresentazione di una natura desolata e selvaggia, nella quale anche gli animali sono partecipi del suo lutto, ma, come la vita che continua intorno a lei ed è esuberante e misteriosa, la accompagnano con la loro vitalità ferina verso l'oblio di nuovi tramonti.
P. 149, la novella “ Un giorno felice “ è di gusto pirandelliano, ma il finale, grottesco e cruento, ha qualcosa di inquietante. Il ritorno alla natura, a una condizione di reintegrazione nell'originaria natura umana, necessita del sacrificio di una parte di noi, o di una parte vicina a noi, in questo caso del gatto di famiglia.

lunedì 23 aprile 2018

Eugenio Montale, Farfalla di Dinard

Eugenio Montale                   Prose e racconti                  Milano, Mondadori, 2001



Farfalla di Dinard ( 1956 )

Le rose gialle“ ( p. 15 ) : “ Le donne sono particolarmente inadatte alla ricerca del tempo perduto. “
La donna barbuta“ ( p. 45 ) : “ Il piacere di vivere nasce dalla ripetizione di certi gesti e di certe abitudini, dal fatto di potersi dire : “rifarò quello che ho fatto e sarà press'a poco lo stesso, ma non proprio esattamente lo stesso”. Nasce dal diverso nell'identico, ed è eguale tanto per l'analfabeta che per il letterato. “

Umorismo surreale come in “La Tempestosa“, a tratti addirittura esilarante. Sembra di vedere un film con Alberto Sordi. C'è qualcosa dell'umorismo di Mark Twain ( ad es. Il furto dell'elefante bianco e altri racconti, ed. BUR ), si potrebbe anche tentare un accostamento agli scritti di Achille Campanile ( ad es. Se la luna mi porta fortuna, 1928 ) anche se l'arte di quest'ultimo è decisamente più surreale.
Caratteristico di questi racconti è l'impressionismo, perché si tratta di stralci di vita quotidiana, sempre piuttosto originali, che appaiono e scompaiono alla nostra immaginazione così come sono venuti.
In certi racconti, come “Il pipistrello”, il cui titolo appartiene anche a una novella di Pirandello, le circostanze e il finale, in cui la bestiola alata si presenta quasi come un messaggero dell'al di là, sono d'effetto tra l'umoristico e l'assurdo.
P. 139, “L'Angiolino”. Si tratta di una sveglia che da una coppia di viaggiatori abituali viene considerata alla stregua di un figlio. Il racconto potrebbe essere adattato alla scena e fornire un esempio di “teatro dell'assurdo”.
P. 167, “Il colpevole” allude all'esperienza dell'autore come direttore bibliotecario del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux a Firenze e il suo allontanamento in quanto non iscritto al partito fascista. Le caratteristiche di sempre dello Stato italiano vengono fuori : l'ipocrisia, l'inefficienza, la corruzione, l'incapacità o meglio la noncuranza nella considerazione del merito.
P. 173, anche nel racconto “Seconda maniera di Marmeladov” il quadro, in cui il cane dipinto disturba col suo latrato il sonno del suo proprietario, è un esempio di narrazione surreale, alla quale è intonata più o meno tutta questa prosa montaliana.
P. 185, “L'uomo in pigiama”, nella situazione alquanto grottesca di un nevrotico in pigiama che passeggia a notte inoltrata nel corridoio di un albergo e dell'avventura, che si prospetta ma non si realizza, viene fuori una scenetta umoristica di gusto direi “anglosassone”, in effetti Montale ha qualcosa di decisamente “British”.
P. 187, “Sul limite”, s'immagina l'entrata in un al di là onirico. Caratteristica di Montale è la dimensione della memoria. La maggior parte dei racconti sono vissuto che viene riportato alla luce dal ricordo.
P. 193, “Sulla spiaggia”, sempre il motivo della memoria reso celebre dalla poesia “Cigola la carrucola del pozzo”. Il ricordo affiora impreveduto e potente come una presenza misteriosa o un viso luminoso di cui non si rammentano bene i tratti, ma è la vita che affiora e che ci dimostra che di essa non abbiamo capito nulla. Ovvio il riferimento allusivo a Proust nell'espressione “andando dilettantisticamente alla ricerca del tempo perduto.”
P. 202, “I quadri in cantina”. Il racconto anche qui è sempre ricordo di un passato lontano, e si sofferma sulla brevità e caducità della vita umana : un incontro, due quadri acquistati in una mostra di un artista scomparso a vent'anni. Tutto quello che resta dell'esistenza di un essere umano è ben poco, e Montale è ora il custode della memoria di quel ragazzo affidata a due tele mediocri, di cui appunto non può più disfarsi.
P. 211. “Signore inglese” conferma l'atteggiamento British di Montale, rivelato dal suo umorismo di stampo anglosassone, un po' connaturato al carattere ligure e soprattutto genovese. E poi esso è tipico del narratore in quanto distaccato osservatore del mondo, che, se chiamato a essere personaggio, pure mantiene sempre un certo riserbo e occhio critico.
P. 217, l'imprevedibilità delle situazioni è un espediente usato da Montale per attrarre il lettore, come in “Cena di San Silvestro”. Non credo che ci sia nulla di più, se non presentare una scenetta dal finale imprevisto o addirittura assurdo ( in tal caso si rientra nel “Teatro dell'assurdo”, come capita in altri racconti ). Un signore in un ristorante di lusso chiede informazioni sul menu per il cenone natalizio, ma non soddisfatto elenca una serie di piatti prelibatissimi e di vini costosissimi che vuole però pagare in anticipo prima della consumazione. Allo stupore del maître, ma dopo aver pagato, lo invita a mangiarsi lui tutto insieme ai suoi collaboratori, perché il medico gli ha proibito eccezioni a una dieta da malato e perciò si fa portare una camomilla e delle noccioline. Ma lo scopo di una tale spesa ? Quello di poter assistere al banchetto degli altri, di vederli mangiare liberamente e dedicarsi al comune piacere della vita, quello condiviso da tutti.
L'ultimo racconto, con la sua malinconica grazia, reca ragione del titolo della raccolta.

sabato 24 febbraio 2018

Da P. B. Shelley

Time long past


Come il fantasma di un caro amico morto
è il tempo passato.
Un ritmo ora per sempre svanito,
una speranza che non è più,
un amore così dolce che non può più essere,
questo è il tempo passato.
C'erano sogni dolci nella notte
del tempo passato :
e, fosse tristezza o gioia,
il giorno un'ombra ammantava
che covava ancora desiderio,
in quel tempo passato.
V'è rimpianto, forse rimorso,
per il passato tempo.
Come il corpo amato d'un bambino
che veglia il padre, fino a che allora
beltà diviene un ricordo rimasto
dal tempo passato.





Time Long Past
by Percy Bysshe Shelley

Like the ghost of a dear friend dead 
Is Time long past. 
A tone which is now forever fled, 
A hope which is now forever past, 
A love so sweet it could not last, 
Was Time long past. 

There were sweet dreams in the night 
Of Time long past: 
And, was it sadness or delight, 
Each day a shadow onward cast 
Which made us wish it yet might last— 
That Time long past. 

There is regret, almost remorse, 
For Time long past. 
'Tis like a child's belovèd corse 
A father watches, till at last 
Beauty is like remembrance, cast 
From Time long past. 



sabato 17 febbraio 2018

Sogno lontano

Sognai un sogno remoto suono nel vorticoso murmure del mare,
antico rombo del canuto oceano,
giaciglio antico del fuoco,
sulle bianche membra ella protese la rossa chioma
alle onde bronzee sussurranti di spume,
poi si levò gigantesca e fremente
come a calcare l'abisso.
Gemevano attorno i gabbiani in ampi giri
come un tempo sulle distese le candide vele d'Ulisse.
Quanti dei giorni perduti ritorneranno allora ?
Tu rivivrai i miei giorni rivolto al mare echeggiante,
rinnovato eroe sulla barca del tempo,
nella sete di lei solo in un attimo
placherai i tuoi occhi.

domenica 21 gennaio 2018

E' nato prima l'uovo o la gallina ?

Macrobio Teodosio I Saturnali ( Saturnaliorum convivia ) Torino, UTET, 1987


VII, 16, 1-14

Durante una discussione tra dotti viene fuori l'eterno problema se sia nato prima l'uovo o la gallina. Dico “eterno” perché l'altro giorno in classe un alunno per facezia mi ha rivolto la domanda : “ Prof, è nato prima l'uovo o la gallina ? “ Al che ho risposto citando Macrobio, il quale appunto scrive : “ Se ammettiamo che tutto ciò che esiste ha avuto un giorno origine, avremo ragione di ritenere che la natura creò prima l'uovo. Infatti sempre all'inizio ogni cosa è ancora imperfetta e informe, e raggiunge la sua forma perfetta attraverso successivi sviluppi apportati dall'arte e dal tempo. Pertanto la natura nella creazione del volatile cominciò da un primitivo elemento informe, e produsse l'uovo in cui non si ravvisa ancora l'aspetto esterno dell'animale. Da esso derivò l'aspetto definitivo e la forma perfetta del volatile per successivo graduale sviluppo. Inoltre, tutto ciò che fu abbellito dalla natura con vari ornamenti, senza dubbio ebbe origine da semplicità iniziale, e quindi si modificò con il complemento di una struttura complessa. Perciò fu creato l'uovo, di aspetto semplice e uguale in ogni direzione, e poi da esso fu condotta a perfezione la varietà degli ornamenti che costituiscono l'aspetto esteriore del volatile. “ L'argomentazione pro ovo continua ancora per un bel pezzo, ma quanto ho riportato mi sembra sufficiente. Vediamo ora quella che è a favore della gallina : “ L'uovo non è né inizio né fine di ciò che è ad esso pertinente : inizio è il seme, fine è il volatile nella sua forma definitiva; ma l'uovo è la elaborazione del seme. Perciò, dato che il seme procede dall'animale e l'uovo dal seme, non è possibile che sia esistito l'uovo prima dell'animale, allo stesso modo che non può avvenire la elaborazione ovvero digestione del cibo prima che vi sia chi lo mangia. Dire che l'uovo è stato creato prima della gallina è come dire che l'utero è stato creato prima della donna. E chi domanda come poté esistere la gallina senza l'uovo si mette nella stessa situazione di chi domanda in qual modo fu mai possibile creare gli uomini prima degli organi genitali che servono alla procreazione dell'uomo. Perciò, come sarà giusto dire non che l'uomo procede dal seme, ma il seme dall'uomo, così per analogia non è la gallina che procede dall'uovo, ma l'uovo dalla gallina. “ Anche a questo punto l'argomentazione non si ferma ma si dilunga per un bel po'. Però la pazienza umana ha un limite e infatti :
Prof, parliamo di cose più concrete ! “
Bene, allora è nato prima l'uovo sodo. “

venerdì 5 gennaio 2018

Gérard de Nerval, Storia del califfo Hakem






Gérard de Nerval         Storia del califfo Hakem         Roma, Via della Seta Editrice, 2016

Racconto tratto dall'opera di Nerval Voyage en Orient ( 1851 ).

La storia richiama la vicenda narrata da William Beckford nel suo Vathek ( 1786 ), cioè quella di un califfo un po' originale che qui si crede Dio e nel Vathek sfida il destino e finisce all'inferno.
Ambedue i protagonisti hanno tratti simili, un aspetto maestoso, uno sguardo perturbatore, una passione amorosa proibita.

Interessante è il saggio, del 1946, di Alberto Moravia sul Vathek di William Beckford, di cui riporto un breve stralcio : “ Il valore del Vathek, a parte le insolite qualità di fantasia e di invenzione, sta nella consapevolezza, sincerità e lucidità con cui Beckford a poco più di vent'anni giudica se stesso e i propri sogni. Apparentemente Vathek, scritto in francese, chiaramente derivato dalla lettura delle Mille e una notte e dei romanzi filosofici e orientali settecenteschi, può sembrare il perfetto frutto di una infatuazione e di una sensibilità diffuse in tutta Europa. Ma in realtà esso si distacca dalla letteratura di quegli anni per il suo romantico carattere di autobiografia moralistica e immaginosa, di confessione favoleggiata e apologetica. C'è un senso cristiano della vanità di tutte le cose in questa favola pagana e orientale di un orgoglio criminale che finisce in una catastrofe. E se la pittura di Eblis, lo spirito del male, ricorda assai quella del Satana di Milton … così da far pensare che Beckford il libertino nascondesse nell'anima più di un riflesso dell'antico rigore puritano; d'altra parte la storia di Vathek con la sua smisurata avidità di esperienza e di ricchezze che lo porta a vendersi a Eblis, anticipa il mito faustiano predominante nel secolo successivo. In questo senso Beckford prende figura di precursore; e il suo libro piuttosto che tra gli aridi e ragionevoli romanzi filosofici ed orientali del tardo Settecento, trova il suo posto tra quei libri a fondo deluso e demoniaco che da Byron su su fino a Dostoevskij commentano e illustrano gli innumerevoli sviluppi della lunga malattia romantica. Con questa differenza tra Beckford e tanti altri : che l'autore del Vathek … scriveva di cose realmente vissute e sperimentate. “ ( W. Beckford, Vathek, Torino, Einaudi, 1973, p. X-XI )
Più avanti Moravia ci suggerisce la somiglianza tra Beckford e Oscar Wilde, ma io direi piuttosto tra Beckford e Dorian Gray, del quale aveva le caratteristiche psicologiche e forse anche fisiche. Le misteriose abitudini di Dorian sembrano accompagnare il peregrinare di Beckford in Europa e in Italia, dove elesse Venezia a patria del suo sogno estetico orientaleggiante ( la Venezia del futuro Stelio Effrena del Fuoco di D'Annunzio e di Aschembach della Morte a Venezia di Thomas Mann ).

Hakem come Vathek è dedito all'astrologia, inoltre vuole sposare la sorella Setalmulc per consegnare alla posterità una progenie divina, come un tempo solevano fare i faraoni dell'Egitto. Ma farà una brutta fine, ucciso in un agguato dal suo migliore amico, ignaro peraltro dell'identità della sua vittima, inviato come sicario proprio dalla sorella, vendicativa e assetata di potere.
Ecco come appare per la prima volta il personaggio Hakem nel racconto di G. de Nerval : “ Lo straniero fissò su di lui le sue pupille di un azzurro scuro, la pelle della fronte gli si contrasse in pieghe così violente che la capigliatura ne seguiva le ondulazioni. Per un istante sembrò sul punto di gettarsi sul giovane spensierato e farlo a pezzi ... “ ( op. cit. p. 16 )
E nel Vathek ecco il ritratto del califfo : “ D'aspetto era bello e maestoso ma, quando si adirava, uno dei suoi occhi diventava talmente terribile, che nessuno osava guardarlo, e il malcapitato sul quale esso si appuntava, cadeva immediatamente per terra, e talvolta moriva. “ ( p. 26 di I grandi romanzi dell'orrore, Roma, Newton-Compton, 1996; il racconto di Beckford è seguito da altri romanzi, tra cui Il Dr. Jekill e Mr. Hyde dello Stevenson e Dracula di Stoker, la sua traduzione è però corredata di un cospicuo e interessante apparato di note ).