sabato 23 febbraio 2019

Non dimenticare


Un amico disperso,
uno spirito lontano,
mi chiama da oscuri paesi,
mi chiama da distanze remote
e la voce mi parla al cuore,
con dolce tono fraterno.
Come raggi di sole nell'inverno
toccano il volto attonito
che guarda immoto
verso occidente e cerca
il ricordo del suo tempo.
Aliano liberi i gabbiani
sopra le ombre delle nubi
e i sussurri dei venti
e il mare incanutito appena
si placa al largo e s'indora.
Serena e pura è l'aria,
un'aurora pare la voce :
non dimenticare,
non dimenticare “.

Sotto la coltre grigia del cielo,
nella pioggia del triste tempo
rimembri il lento gocciare
degli anni che più non tornano ?
Dov'è il tuo io ? Sotto quale albero
ti attende ? Lungo il sentiero,
sconnesso il selciato, avanza a fatica
il tuo passo, a tratti scivola.
Respira. Pulsa al lido l'onda
e la luce gioca con la sua chioma.
Sogna. Un'isola lontana
folgora di luce all'orizzonte
e un canto plana sulle correnti alate.
Una voce, sussurrando, risponde :
Non dimenticare “.
Tutto torna in un attimo,
un attimo è l'eterno.
Guarda le nubi e i castelli che si formano
e le città mutevoli dei tempi futuri,
tutto è ora e si ripete.
Batte sul lido il cuore della terra
come il tuo e in alto si librano stormi.
Alata speranza, la vela s'apre nel vento
e il tuo sguardo s'immerge verso abbaglianti confini,
infinite albe e tramonti d'oro.
Solca l'interminato oceano spumoso e nero come il vino !
La vita è un sogno breve,
il sogno silente si piega su di te e t'ascolta,
mentre tu ti confidi e in lui ti perdi.
Breve la grigiorosea nube di gioventù t'avvolse,
ti colse tardi l'aspro rimorso
e il corso così lieve dei giorni
pallidi. Come fuori della nera notte
nel soffio sanguineo opaco ancora
scorge il nauta lo sconfinato mare,
così io scorgo ancora la sconfinata
distesa dei giorni. E alle porte dell'Ade
io forse canterò la mia esultanza ?
Come le onde senza fine del mare
l'animo mio correrà negli abissi del cielo
sosterà fra le nebule e i bagliori delle comete,
in altri mondi sorgendo, come un astro
che placa la sua sete negli oceani.
Sarò il raggio del sole del mattino
canterò nel fulgore dell'alba,
scorgerò i gabbiani in volo sotto di me !
Più alto e più in basso degli spazi,
al di là di ogni tempo,
restituito all'origine,
al bagliore degli astri,
alla profondità del mare,
sarò all'infinito Nulla,
all'infinito Tutto.

La sera col suo manto di porpora
verrà, tremenda e inesorabile,
a te radiosa linfa tingerà gli occhi della notte,
ti condurrà alle roche umide arene
dove stanco il flutto si getta.
Ricordati allora della voce lontana
dell'amico disperso, ascoltala
mentre il sussurro ti sale al cuore.
Non dimenticare il sogno della vita.

sabato 16 febbraio 2019

Platone, Liside








Platone, Liside, ( Tutte le opere, Roma, Newton, 1997, vol. III )


Walter Pater, Il Rinascimento, Napoli, Ricciardi, 1925, p. 166, a proposito di Platone : “ … ma l'elemento di affinità ch'egli presenta con Winckelmann è quello completamente greco, alieno dal mondo cristiano, rappresentato da quel gruppo di brillanti giovani nel Lysis, non anche tocco da alcuna malattia spirituale, ma che trova il fine d'ogni ricerca nello apparire della forma umana e nel moto continuo di una vita bella. “
207a …  οὐ τὸ καλὸς εἶναι μόνον ἄξιος ἀκοῦσαι, ἀλλ᾽ ὅτι καλός τε κἀγαθός. ( “ … degno non solo della sua fama di bel ragazzo, ma anche di eccellente. “, op. cit. p. 155 ). Viene qui sottolineata la concezione greca della bellezza, che non è semplicemente simmetria di forme, ma bellezza interiore, valore, virtù. Ciò è detto nei riguardi di Liside, il bel giovinetto di cui è innamorato Ippotale. Il dialogo sfrutta le risorse dialettiche dei sofisti e abbonda di giochi di parole girando intorno alla definizione dell'amicizia. Ma pur partendo da una situazione iniziale improntata a una vaga sensualità e a un tono apparentemente superficiale, via via si svela l'indagine e la malia dell'indagatore. L'opera brilla per la fresca naturalezza delle risposte e l'ironico e inelusibile assedio delle domande. Pertanto si giunge all'inevitabile definizione del filosofo : colui che sa di non sapere e che non essendo né assolutamente buono né assolutamente cattivo è il naturale amante del bene, perché appunto è alla sua ricerca e ne sente la mancanza.
Caratteristica del dialogo è di non arrivare a nessuna conclusione. E infatti, dopo un gran discorrere su cosa è l'amicizia e vari tentativi di definire l'amico partendo dal verso di Omero ( Odissea, XVII, 218 ) che “ il dio conduce sempre il simile verso il simile “ e ribaltando la sentenza di questo verso per poi ritornare a confermarla, come un serpente che si morde la coda, si giunge di nuovo al punto di partenza e non si capisce più nulla. Ma il messaggio si coglie : non è il raggiungimento della meta che conta, è la ricerca di essa che conta, perché il filosofo è colui che cerca la verità, non è il saggio che la possiede. Infatti chi è già sapiente non è più filosofo perché possiede la sapienza e chi è malvagio non può amarla, solo chi non possiede la sapienza, ma ne sente la mancanza perché non è malvagio, la cerca ed è filosofo. La filosofia dunque è questo amore per la sapienza e non deve dare necessariamente delle risposte, infatti essa esaurisce il suo compito essenziale nelle domande.
E nella descrizione dell'atteggiamento di Menesseno e Liside, del pudore da innamorato di Ippotale e nelle scene di vita quotidiana ( i pedagoghi che sul far della sera vengono a prendere i loro pupilli per portarli a casa ) traspare la profonda umanità di Platone, la sua “simpatia” ossia la consapevolezza della comune natura umana e la condivisione dei sentimenti e delle emozioni. Platone sa di essere un uomo che cerca la verità, ma non l'ha ancora raggiunta, tant'è vero che il protagonista del dialogo è Socrate, colui che sa di non sapere. Forse nel Timeo potrà apparire come chi ha colto ormai la verità e conosce, ma io non credo a un Platone dogmatico, perché nel Timeo dopo tutto espone più che altro le tesi pitagoriche che in qualche modo gli danno ragione dei fenomeni del mondo. E se oggi proviamo interesse per gli scritti di Platone non è certo per la scienza del Timeo.


sabato 2 febbraio 2019

F. W. Nietzsche, Sulla tragedia greca


F. W. Nietzsche, Due conferenze pubbliche sulla tragedia greca ( 1870 ), Opere 1870-1881, Roma, Newton Compton, 1993


P. 44, ( Prima conferenza : il dramma musicale greco ) la culla del dramma : esso “ non incomincia là dove qualcuno si traveste per far nascere in altri un'illusione . No, ma piuttosto là dove l'uomo è fuori di sé e si crede trasformato e oggetto d'incantesimo. “ Sopra ha affermato che il dramma musicale greco nasce dal sentimento religioso popolare e la musica era un tutt'uno con la parola. Non come hanno inteso i musici del Rinascimento che hanno elaborato un dramma musicale completamente diverso da quello greco, in cui la musica ha il sopravvento sul testo poetico e non vi è partecipazione corale del popolo. Le stesse maschere usate sulla scena avevano un'origine cultuale e popolare per non dire agreste, legate com'erano alle feste contadine della primavera.
P. 47, “ La tragedia antica, … si può dire ch'essa nei suoi primi gradi di sviluppo badasse non tanto all'azione, al dràma, quanto alla passione, al pàthos. … Che altro era originariamente la tragedia se non una lirica obiettiva, un canto sgorgato da una situazione propria di certi esseri mitologici, i quali erano rappresentati nei loro stessi costumi ? Dapprima un coro ditirambico di uomini travestiti da Satiri e da Sileni dovette svolgere l'ufficio di spiegare ciò che l'aveva portato a tale stato di eccitazione : esso indicava qualche particolare, che fosse immediatamente comprensibile agli ascoltatori, tratto dalle storie delle lotte e delle passioni di Diòniso. “
P. 50 ( Seconda conferenza : Socrate e la tragedia ) ecco Euripide, colui che ha decretato la condanna a morte della tragedia, perché l'ha snaturata portando sulla scena l'uomo comune sostituito all'eroe. Così il suo stesso linguaggio poetico è una trasposizione sulla scena del linguaggio del popolo come del suo modo di sentire. Egli è un educatore del popolo, un sofista.
P. 53, il giudizio di Nietzsche sulla poesia di Euripide non è del tutto negativo. Egli riconosce ad Euripide il tentativo di far risorgere il dramma musicale che stava morendo, ma la resurrezione operata da Euripide si basa su un presupposto falso che è la presa di coscienza dell'opera d'arte, la sua struttura conseguentemente razionale, il volere rendere chiaro ciò che non doveva essere rivelato e questo perché si era reso conto che il popolo ateniese non afferrava più il senso dell'azione drammatica. Con ciò egli annulla il pathos e la sostanza musicale e imprevedibilmente irrazionale del dramma e perciò anche la tensione dell'azione sulla scena.
P. 54, in gran parte le informazioni che rielabora Nietzsche sono quelle dell'Apologia di Socrate di Platone. L'indagine presso gli uomini eminenti e gli intellettuali d'Atene in seguito al desiderio di verificare se la sentenza di Apollo fosse vera, se cioè Socrate fosse effettivamente il più saggio degli uomini, porta Socrate a negare ogni tipo di falsa sapienza la quale appunto non sappia rendere ragione di se stessa, essere cosciente di sé. L'influsso di Socrate su Euripide fu deleterio perché portò Euripide a concepire un'opera d'arte, la tragedia nella fattispecie, che fosse cosciente di sé, ossia controllata dalla ragione in ogni aspetto e perciò priva del tutto di elementi irrazionali, puramente emotivi, inconsci.
La concezione che Nietzsche aveva della poesia era sicuramente romantica e la sua sorgente musicale, egli aveva un temperamento affine a quello di Hoelderlin e in breve la sua sensibilità artistica era simbolista. Si capisce facilmente l'avversione a ogni poeta razionale e soprattutto a quello spirito logico e privo di slancio emotivo, del tutto scettico e avo dei cinici, che era Socrate.
P. 55, purtroppo è in Nietzsche una assolutizzazione delle proprie affermazioni che gli impedisce l'obiettività. La considerazione del dialogo platonico come “ mancanza di forma e di stile ottenute attraverso la mistura di tutti i precedenti forme e stili “ salta all'occhio come un abbaglio allucinante e un errore marchiano. Ma come poteva scrivere una cosa del genere ? Addirittura che il dialogo non si prefigga l'imitazione dell'espressione naturale è un'affermazione che lascia di stucco.
Non penso che qui Nietzsche sia sincero, deforma i dati di fatto più evidenti a vantaggio della propria argomentazione e allora più che filosofo è rètore. Come Kierkegaard in Il concetto di ironia in riferimento costante a Socrate anche Nietzsche ritiene che Aristofane sia il teste più attendibile per la rievocazione della vera figura di Socrate, ma sia il danese che il filosofo tedesco trasformano tale figura in un simbolo senza sfaccettature, in una statua di granito che rappresenta tutto il contrario dell'aspirazione romantica all'ideale di una vita eroica e sublime, con ciò Socrate diventa un brutto ceffo cinico e beffardo.
P. 56-57, adesso il pensiero si chiarifica e l'argomentazione diventa più comprensibile ed efficace nell'individuazione dell'elemento corruttore della tragedia : il dialogo. Con questo viene in campo e in progresso di tempo risulta vincitrice la “cattiva” Eris, il desiderio di competizione verbale, il litigio e l'alterco da tribunale che è proprio del mondo dei sofisti. Con ciò il dramma si scinde in due componenti che si escludono a vicenda : l'elemento musicale del coro, propriamente poetico e l'elemento dialettico propriamente sofistico e prosaico, sino a che prevale quest'ultimo. E interessante è il paragone con i drammi di Shakespeare dove pur abbondando dialoghi e monologhi tuttavia su di essi aleggia sempre un'aria di bellezza musicale. E questo si capisce facilmente dal momento che anche nel ragionamento Shakespeare si mostra perfetto autore e attore di teatro, anche il ragionamento non è fine a se stesso ma serve come il vibrare d'una corda a perpetuare la melodia o come uno strumento a partecipare al comune concerto, perché appunto è l'istinto teatrale e l'ispirazione a muoverlo, mentre in Euripide a un certo punto prevale il momento dialettico e logico, lo schema del ragionamento, il puro gusto della disputa.
Nietzsche è un romantico e un simbolista, per lui la tragedia è innanzi tutto poesia cioè creazione, passione, istinto vitale, impulso musicale e irrazionalità, metafora e mistero. Questo lo troviamo in Eschilo e in Shakespeare, ma molto meno in Euripide.
P. 57, dal punto di vista estetico dunque la dialettica distrugge il dramma musicale, perché la fonte di questo è la compassione e la sua essenza è pessimistica, il suo basamento è il caso inspiegabile e ineluttabile, mentre la natura della dialettica è ottimistica e scaturisce dalla logica della causa e dell'effetto e la sua conclusione è la dimostrazione razionale che al caso non lascia nulla. La natura della dialettica dunque è contraria a quella della tragedia.
Ma ecco il punto : le considerazioni di Nietzsche sono in partenza di evidente carattere estetico e questo aspetto gli prende la mano sino a travasarsi nell'area propriamente etica. E' questa confusione a generare l'ostilità nei confronti di Socrate, altrimenti inspiegabile. E il confondere estetica ed etica, come voler fare della vita un'opera d'arte è tipicamente “decadente”. Nietzsche è un letterato “decadente” e non esce da questa prospettiva. E' uomo del suo tempo.
Se la virtù secondo Socrate è sapere, l'eroe virtuoso deve essere un dialettico e naturalmente un araldo della banalità morale e del filisteismo, dal momento che la logica imbriglia ogni carattere nei lacci del suo comune buon senso.
Soltanto Eschilo come Shakespeare “ ha prodotto il suo meglio inconsciamente “ dominato dall'istinto creativo e musicale e per questo la tragedia musicale greca raggiunge l'apice con l'opera di Eschilo per poi iniziare a declinare con Sofocle, che concede già molto alla dialettica, e quindi morire del tutto con Euripide, che fa del dialogo il centro del dramma.












martedì 1 gennaio 2019

Ida Magli, La dittatura europea


Ida Magli, La dittatura europea, Milano, BUR, 2016



P. 24-25, TAV e ponte sullo stretto di Messina :

Allo Stato italiano è stato imposto, fornendogli straordinari contributi, di realizzare un tunnel sotto le Alpi e un ponte fra la Calabria e la Sicilia. Il tunnel sotto le Alpi dovrebbe collegare, in apparenza, Torino con Lione, la famosa Tav alla quale si oppongono da anni le popolazioni del territorio interessato. Si oppongono anche soltanto in base al buon senso in quanto si tratta di un'opera ingegneristicamente mostruosa, talmente sproporzionata allo scopo dichiarato da apparire, ed essere, folle. Né Torino né Lione, infatti, raggiungibili comodamente con tutti i mezzi di trasporto, sono l'ombelico del mondo; ma evidentemente non sappiamo quali siano i veri motivi per i quali, non Torino, ma Lione sta a cuore ai dittatori dell'Ue.
Lo scopo fondamentale, tuttavia, è appunto quello che abbiamo già visto: unificare il più possibile il territorio dell'Europa così da renderne più accettabile l'immagine di un unico Stato. L'Italia è «geopoliticamente» un'appendice scomoda di questa unione con tutte le sue montagne e tutti i suoi mari; si è trovata, perciò, una brillante soluzione attribuendole la funzione di «corridoio» dell'Europa e per l'Europa, aperto al resto del mondo. A questa stessa funzione risponde il progetto di un ponte che «unifichi» il continente con la Sicilia, la quale diventerà in questo modo l'avamposto per il futuro collegamento con l'Africa. Il ponte sullo Stretto di Messina è costato già, soltanto come progetto, somme spropositate; ma la cosa più drammatica è che si tratta di un'opera ingegneristica mostruosa, carica di rischi e priva di senso in rapporto al minuscolo traffico da e per la Sicilia, per non parlare poi dell'impatto sull'immagine paesaggistica, talmente rappresentata e cantata, da Ulisse in poi durante i suoi lunghissimi secoli di civiltà, da essere diventata simbolo dell'Italia stessa.
Quale fascino potrà mai avere la Sicilia il giorno in cui non fosse più «pensabile» come «isola»? In che modo potranno essere comprese le asprezze del carattere siciliano, i silenzi dei personaggi di Verga, le riflessioni sulla realtà del proprio esistere dei drammi di Pirandello? Non conosciamo termini adeguati a definire una violenza distruttiva di questo genere, ma quale sia la volontà di cui è espressione lo sappiamo benissimo: cancellare la forza dell'Italia, eliminarla concretamente e simbolicamente.

P. 28, il modello “omogeneizzazione” :

Diventerà presto evidente per coloro che mi stanno leggendo, così come è diventato evidente per me, che il modello «omogeneizzazione» (dei popoli, dei costumi, delle leggi, delle classi, dei sessi) è stato perseguito con perseverante pazienza e con assoluta chiarezza, non lasciando nessuno spazio vuoto nella vita fisica, sociale, psicologica, sessuale, affettiva, politica, religiosa, artistica.

P. 32, la Chiesa cattolica diventa “ebraica” :

L'Europa, infatti, alla pari con l'America, aveva per prima cosa varato le leggi contro il razzismo, contro la xenofobia, contro l'antisemitismo; insomma contro qualsiasi affermazione avesse a che fare con il minimo sentore di «differenza». Sentivo, infine, famosi storici della religione, analogamente ai teologi di moda per non parlare dei vescovi, dei cardinali, dei papi negare quello che avevano affermato per duemila anni a proposito della «novità» del Cristianesimo, quella che infatti si era sempre chiamata la «buona novella». Adesso «spiazzavano» con disinvoltura i loro poveri fedeli riferendosi continuamente all'Antico Testamento, al «nostro comune padre Abramo», al grande legislatore Mosè. Gesù era un ebreo: punto e basta.
Il nostro comune padre Abramo? Ma quando mai i cattolici si erano rivolti al padre Abramo? C'era da scommetterci che non sapessero neanche chi fosse. Eppure adesso la Chiesa, la più alta gerarchia soprattutto, ne parlava come se si fosse trattato di cosa ovvia, naturale da sempre. Perché? Cosa potevano guadagnarci i cattolici, già tanto allergici ai racconti biblici così lontani dallo spirito dell'Occidente, da questa improvvisa pretesa di essere accomunati ai credenti dell'Antico Testamento? Non aveva già abbastanza problemi la Chiesa di fronte a quella che essa stessa chiamava la «scristianizzazione dell'Europa», per inserirvi un fattore di così grave allontanamento dal contenuto evangelico? Certo, molte di queste posizioni teologiche risalivano al Concilio Vaticano II, ma quando mai le questioni dibattute nei Concili erano state propinate con tanta solerzia ai poveri fedeli?

P.36, manipolazione delle menti e annientamento dell'individuo :

A questo punto dobbiamo fermarci a riflettere sul fatto che si tratta di persone pericolosissime perché adoperano sapere e potere contro di noi, contro tutta l'umanità, in funzione degli scopi che si sono prefissi. Attraverso il linguaggio, infatti, plasmano concetti e sentimenti, non di singoli individui ma di moltitudini, di popoli interi affinché si somiglino. Trasformano la percezione della realtà, capovolgendone il significato anche soltanto cambiando il termine con il quale si è soliti identificarla. È il sistema per abituarsi a quello che Orwell chiama il «bipensiero». Si raggiunge lo scopo con la «ripetizione» costante, onnipresente a tutti i livelli, di quel certo nome, di quel certo aggettivo, di quel certo giudizio; ed è proprio perché possono contare con sicurezza su questa trasformazione ambientale (i giornali, le trasmissioni televisive, le chiacchiere da bar, tanto quanto le scuole, le strutture sanitarie, i testi giuridici) che impostano il mezzo linguistico come uno dei loro principali strumenti. Orwell ne descrive con precisione il meccanismo nel suo 1984 che, come avrò modo di spiegare anche in altri momenti del nostro itinerario, è una guida sicura per capire ciò che sta succedendo in Europa.

P.38, condizionamento ambientale e manipolazione del pensiero. Il condizionamento è realizzato dalla tecnologia, che ha massificato le abitudini di vita e quindi anche il pensiero ( cfr. Pasolini, Scritti corsari, “ 9 dicembre 1973. Acculturazione e acculturazione “. Pasolini in genere parla di omologazione totalitaria del mondo ad opera del nuovo fascismo americano )
NB : la Magli parla sempre di un “progetto” di globalizzazione, ma io non credo che esista un vero progetto, se non a breve termine. La classe dirigente nostra e altrui è troppo miope e ignorante ( e per classe dirigente non intendo solo i politici, che si alternano al governo, ma i burocrati, i banchieri, gli industriali ecc. ).
P. 52, totale sottomissione alla “morale” europea da parte della Chiesa anglicana :

Elisabetta ha firmato e taciuto anche quando i vescovi anglicani hanno approvato l'ordinazione sacerdotale e vescovile delle persone di sesso femminile e di quelle dichiaratesi pubblicamente omosessuali, sebbene questa decisione abbia comportato un gravissimo trauma all'interno della Chiesa anglicana.

P. 57, perdita di tutti gli ideali, sostituiti dal culto del denaro e del PIL :

È lo spirito svedese, però, che appare «spento». Questo è uno degli aspetti più pericolosi dell'unificazione: la mancanza di tensione verso qualcosa d'altro, più difficile da raggiungere che non la ricchezza dei mercati, ha ridotto gli svedesi a occuparsi solo dell'habitat, del benessere, della sicurezza domestica e dei bambini. Bravissimi in questo campo come nessun altro; ma come vorremmo sentire la voce di uno Strindberg urlare il suo disappunto, la sua ira, in faccia a un'Europa che insegue soltanto il denaro. Dov'è la Svezia di Cristina, la Svezia che all'Europa chiedeva filosofia, teatro, musica, non le regole del Pil? Quella Svezia immensamente povera in confronto a quella di oggi, era però ricchissima di qualcosa che presto verrà meno, non soltanto in Svezia, ma in tutti i Paesi dell'Unione.

P. 59, lo strano atteggiamento della Chiesa :

Dall'insieme dei messaggi che provenivano dai mezzi d'informazione a dire il vero si coglieva soltanto una cosa: la volontà della Chiesa di piegarsi il più possibile alle richieste del mondo politico mondialista e multiculturalista. Cosa che comportava, fra tante altre conseguenze, anche quella piuttosto buffa (buffa almeno in Italia dove la battaglia dei cattolici contro i comunisti in certi periodi aveva raggiunto punte addirittura epiche) di vedere il clero schierato in tutto e per tutto con le sinistre.
...
Come al solito avevo seguito le due strade, quella di studio e quella concreta, per cercare di capire come mai l'unica istituzione che non aveva sicuramente nulla da guadagnare con l'unificazione europea, ma piuttosto molto da perdere, non reagisse in nessun modo, non cercasse di radunare le sue pecore per metterle al sicuro, com'era suo dovere evangelico, ma anzi esortasse in continuazione sia i nostri politici sia i cittadini ad accogliere il maggior numero di immigrati, e favorisse, con il grande potere di cui ancora gode in Italia, il benessere degli stranieri, il più delle volte a scapito di quello degli Italiani.

P. 68, NB : lingua e nazione coincidono. L'Italia ha continuato a vivere grazie alla vita della sua lingua.

Lingua e Nazione sono l'una in funzione dell'altra; non esiste l'una senza l'altra. Sotto questo aspetto l'Italia ne è una testimonianza esemplare.
La Nazione «Italia» ha potuto sussistere dal tempo di Roma fino a oggi, così come è sussistita l'arte, la musica, la letteratura, malgrado la cancellazione di ogni ricordo positivo dei Romani compiuta dal Cristianesimo, malgrado le dominazioni straniere, le invasioni, gli spezzettamenti territoriali, la privazione di ogni libertà, perché tutti i grandi Italiani hanno coltivato con inesausta passione, e mantenuto sempre vivo il discorso sulla lingua italiana.
Si può dire che non hanno mai smesso di discutere della lingua, della sua importanza, classica o romantica che fosse, perché era questo il modo migliore per garantire agli Italiani la sicurezza di esistere come popolo e come Nazione ai propri occhi e a quelli del mondo. Ma era simultaneamente anche il modo migliore per mantenere viva e mordente l'«italianità» nella coscienza degli Italiani quando non si poteva parlare dell'Italia in nessun altro modo a causa delle dominazioni straniere. Il discorso sulla lingua italiana è servito a mantenere viva l'«italianità» anche nella coscienza degli altri popoli, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Russi, innamorati dell'Italia e che hanno anch'essi partecipato con straordinaria sensibilità ai problemi della nostra lingua, utilizzandola nelle loro opere, nella poesia come nella musica.
Si sofferma a lungo su questo aspetto della letteratura inglese, per esempio, Mario Praz nel bellissimo saggio che le ha dedicato, ma sarebbe sufficiente anche soltanto scorrere l'indice dei nomi nelle storie delle varie letterature, da quella francese a quella tedesca a quella russa, per ritrovare onnipresente, oltre ovviamente a Dante, come minimo Petrarca e addirittura l'impronta attraverso i secoli di un vero e proprio «petrarchismo».

P. 81 : confusione intellettuale della Chiesa cattolica che fa propri gli ideali dell'Illuminismo deista o ateo.

Per quanto riguarda la Carta dei diritti umani, che avrebbe dovuto rappresentare un grave problema per i cattolici in quanto frutto della Rivoluzione francese e causa principale del dissolvimento dei legami sociali, non ho mai sentito né letto neanche la più piccola critica da parte della Chiesa, che anzi vi si appella di continuo tanto da far supporre che l'abbia scambiata con il Vangelo.

P. 87, l'Europa tedesca, il cui simbolo è papa Ratzinger.
P. 92-95, sul modernismo ( il grande “peccato” del Cristianesimo : la Chiesa ).

Con la gerarchia, però, con i papi sempre al loro posto. Era questo il punto: neanche i modernisti, con la loro sete di libertà, di rinnovamento, hanno mai pensato di dover mettere in discussione il potere, ossia la gerarchia, la struttura «Chiesa». Un potere che, per quanto riguarda l'Antico Testamento, ha la sua inamovibile radice nell'affermazione della «rivelazione». Custodire la verità della Sacra Scrittura è un potere solo perché si crede che sia stata rivelata, che provenga da Dio e che perciò sia inamovibile. Nessuna libertà è possibile da parte dei credenti laddove all'origine ci sono coloro cui Dio ha affidato la sua parola. La Chiesa, come in precedenza la Sinagoga, rappresenta la struttura del loro potere.

P. 96, l'ecumenismo realizza l'ideale della Massoneria.

La questione che ci interessa in questo momento non è la filosofia massonica, sulla quale ci soffermeremo in modo più approfondito in un altro capitolo del libro, ma il fatto che, se anche accantonassimo le notizie più o meno certe sulla presenza di personaggi massonici interni alla Chiesa in generale, e al Vaticano in particolare, e ci limitassimo a mettere al loro posto le tessere del puzzle che stiamo tentando di delineare, finiremmo inevitabilmente con l'accorgerci che combaciano. L'ecumenismo è il nome ecclesiastico della mondializzazione; l'integrazione delle religioni è già a buon punto e rappresenta addirittura una delle «virtù» dell'Ue, dichiaratamente in vista di quella che, come tutti i capi affermano ogni giorno, è la «inevitabile» globalizzazione. Infine, se si lasciano sbiadire il più possibile le differenze fra Cristianesimo, Ebraismo e Islamismo, rimane in vigore un comune Dio creatore che può benissimo portare il nome massonico di «Architetto».

P. 97, la ribellione di Gesù nei confronti dello spirito ebraico :

Non si può, dunque, trovare Gesù cercandolo all'indietro, nell'Antico Testamento, in una più accurata interpretazione dei testi, perché Gesù si è ribellato allo spirito ebraico. La sua libertà, il fascino della sua libertà che, malgrado le cortine di ferro che gli sono state fabbricate intorno, ancora travolge chiunque legga i Vangeli, conquistando anche gli intellettuali più severi nei confronti del Cristianesimo, da Renan a Nietzsche a Oscar Wilde, nasce dal suo rifiuto del sistema di potere del Sacro. Le preghiere non servono, i rituali non servono, i sacrifici non servono, i templi non servono, i sacerdoti non servono...

P. 110, volontà dei politici di distruzione dell'identità europea e delle nazioni europee :

Se non si parlava, se non si discuteva, se nessuno reagiva in nessun modo, neanche di fronte alle normative europee più autoritarie e lesive della libertà e della democrazia, questo succedeva perché così era stato deciso. I responsabili politici sapevano; sapevano che le forze, le energie vitali, creative, della civiltà europea sarebbero state annientate. Favorivano, anzi provocavano, l'invasione di immigrati perché questo era un fattore che accelerava al massimo il processo di decomposizione dell'unità culturale oltre che fisica dei popoli, tenuti accuratamente all'oscuro delle mete che si volevano raggiungere affinché non potessero opporre neanche la più piccola resistenza.

P. 116, eliminazione della Nazione, eliminazione del nucleo familiare.
P. 124, è incredibile come fior di intellettuali abbiano collaborato alla fine dell'Europa.
P. 134, il 1922, anno di Paneuropa e della Marcia su Roma.
P.135, il vero interesse dell'unificazione europea è del capitalismo internazionale.
P. 136-137, gli interessi finanziari alla base dell'unificazione europea :

Tutte queste istituzioni non avrebbero potuto vivere e agire se non fossero state alimentate dalle larghissime sovvenzioni elargite dai banchieri, i quali sono pertanto i veri motori del loro potere e della loro attività politica. È evidente che il mondialismo coincide con la massima possibilità di scambio commerciale e di conseguenza con l'accumulo di capitali. In un certo senso nasce da qui, dall'interesse primario dei grandi industriali e dei grandi banchieri all'allargamento massimo della piazza del mercato, la spinta più forte all'Unione Europea e a quella mondiale. Ma è proprio il fatto di dover o voler nascondere questa verità, ossia che l'interesse mercantile ha preso il sopravvento su tutte le altre motivazioni, che dà luogo, almeno in parte, a quell'accumulo di reticenze, di «segretezze», di finzioni, di vere e proprie truffe nei confronti dei popoli, che si sono dipanate con sempre maggiore frequenza dagli anni del secondo dopoguerra fino a oggi.

P. 142-143, le monarchie europee principali azioniste delle Banche, loro tradimento nei confronti dei popoli :

I re e le regine «tacciono», abbiamo detto, e fanno credere di non possedere nessun potere. La realtà, invece è diversa. Essi governano il loro Stato ufficialmente firmando tutti gli atti parlamentari, ma lo governano anche in modo invisibile attraverso le varie società che controllano gli avvenimenti del mondo e di cui essi sono una delle parti più importanti. Tutti membri della massoneria, addirittura attraverso le successioni dinastiche, godono di un grande potere e, in quanto membri della massoneria, partecipano anche a quasi tutte le altre potentissime associazioni che ne formano i numerosissimi rami.

P. 149, il tradimento di Prodi e Ciampi :

Il 2 maggio 1998 alcune delle famiglie europee più importanti del mondo politico e di quello degli affari tenevano pronto lo champagne da stappare per lo storico momento in cui da Bruxelles i corrispondenti televisivi di tutti gli Stati d'Europa avrebbero annunciato la nascita dell'Unione Monetaria Europea. Ma soprattutto la nascita dell'unico vero sistema di governo e di potere su tutti i cittadini d'Europa: la Banca centrale europea (Bce). In Italia si aspettava l'apparizione in televisione di un soddisfattissimo Prodi che, con il calice in mano, doveva festeggiare, insieme a Carlo Azeglio Ciampi, suo principale complice nella gigantesca svendita dei beni e del denaro degli italiani offerti in sacrificio alla nuova divinità «Europa», l'avvenuto tradimento.

P. 151,ce n'è per tutti : Ciampi, Monti, Emma Bonino ecc.

Ciampi è stato infatti premiato dal Bilderberg e dalle altre potentissime società di cui è membro, con il massimo della carriera: è diventato quell'incredibile presidente della Repubblica Italiana, grottescamente finto innamorato della patria e dedito al culto di se stesso nelle vesti di capo dello Stato, che abbiamo visto pretendere «ghedaffiane» parate militari in costumi storici. Mario Monti, invece, anch'egli membro dei due club mondialisti più potenti, il Bilderberg e la Commissione trilaterale, è stato premiato, in maniera forse meno vistosa agli occhi del pubblico ma più significativa dal punto di vista del potere, in quanto è stato immesso nel Consiglio della Banca centrale europea. Se si pensa che era stato costretto a dimettersi, insieme alla Commissione Santer, per «l'accertata responsabilità collegiale dei commissari nei casi di frode, cattiva gestione e nepotismo» messi in luce dal Collegio di periti nominato dal Parlamento europeo, si rimane ancora più convinti che i giudizi per i detentori del potere sono molto diversi da quelli riservati ai normali cittadini. (Aggiungo, per completezza d'informazione, che fu costretto a dimettersi anche l'altro commissario italiano, Emma Bonino, anch'essa naturalmente presente alle riunioni del Bilderberg, a causa del buco di settemila miliardi rilevato nell'Ufficio europeo per gli Aiuti umanitari d'emergenza di cui era a capo e che non abbiamo mai saputo dove siano andati a finire).

P. 164, la perversione sessuale come motore dell'uguaglianza :

L'omosessualità, pertanto, nel momento in cui afferma la propria «normalità-uguaglianza», afferma anche la propria superiorità, quella dell'assolutizzazione della potenza del pene.

P. 167, l'impero dei banchieri, il mondo della non-forma :

Purtroppo però i nostri politici, dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, quindi con l'edificazione dell'Unione Europea, hanno creduto, sotto la spinta del Piano Marshall e del terribile odio di Churchill per tutti noi (aveva fatto tutto il possibile per distruggerci totalmente, non accettando mai un armistizio) che, per salvarci da altri totalitarismi, dovevamo a tutti i costi, non soltanto imitare l'America, ma unirci in un unico Stato, copiando gli Stati americani.
Il seguito lo conosciamo. Per imitare l'America bisognava per prima cosa non avere una storia di secoli e secoli di civiltà alle spalle. Non avere le lingue che hanno dato al mondo la più grande letteratura, la più grande poesia, il più grande teatro, la più grande filosofia. Quando sento politici anche colti e intelligenti rifugiarsi, di fronte alla molteplicità delle lingue esistenti in Europa, nel prossimo inglese-esperanto nel quale ci esprimeremo tutti, penso che Dante avrebbe creato per costoro, se avesse avuto la disgrazia di conoscerli, un apposito, atroce girone dell'Inferno.
Insomma, per somigliare all'America, diventare ricchi come l'America, dobbiamo buttare in mare tutte le nostre ricchezze e apprestarci a vivere il modello della nonforma. Gli immigrati naturalmente servono a questo scopo egregiamente. La maggioranza è musulmana, per cui il rifiuto delle immagini dettato dall'Antico Testamento l'abbiamo pronto in casa, senza bisogno di andarlo a cercare. Per giunta i nostri politici trovano che spendere montagne di soldi dei contribuenti per pagare gli artisti della non-forma sia molto chic, per cui stanno approntando orridi grattacieli e musei che sembrano montagne di cemento laddove si alzavano le morbide forme dei Brunelleschi, dei Michelangelo...
Basta. Questo è l'Impero dei banchieri. Loro sì che hanno assimilato l'anima americana: denaro, denaro, denaro; mercato, mercato, mercato. L'Era della Bruttezza è cominciata.

P. 171, la finzione democratica :

i banchieri hanno incominciato a occupare, ai massimi livelli, il posto dei politici. Si è trattato di un passo fondamentale per giungere all'assolutizzazione del potere nelle loro mani, ovviamente non eletti da nessuno e non controllati da nessuno.
È stato aggiunto in questo modo un altro pesantissimo mattone all'edificio della «finzione» democratica con la quale vengono accecati e truffati i cittadini. Di fatto, possedendo la produzione e l'accumulo del denaro, i banchieri non hanno che da distribuire nella maniera opportuna poche decine di persone nei posti vitali per avere in mano e poter tirare i fili degli avvenimenti.

P. 174-175, i banchieri-vampiri, la creazione artificiale del debito pubblico ( invenzione delle banche ) :

La questione della proprietà delle Banche centrali assume il suo profilo esatto, però, soltanto se si premette il fatto fondamentale: la Banca centrale europea, che da quando è stata istituita la moneta unica, «emette» il denaro che adoperiamo tutti nell'area euro, è anch'essa una società per azioni privata e il termine «emette» è di un'assoluta ambiguità. Che significa? Quello che noi spontaneamente penseremmo, ossia che fabbrica il denaro materialmente, nella quantità e del valore indicatogli dal nostro Stato, ossia dall'Italia attraverso il ministro dell'Economia? No, non è così; la realtà non corrisponde per nulla a ciò che a noi sembrerebbe logico e naturale. In base a un accordo assurdo con i politici dei singoli Stati sovrani, per il quale nessun cittadino è stato consultato, la Bce, come altre Banche centrali, compresa la Fed americana, si comporta come se fosse proprietaria del denaro che produce materialmente (praticamente a costo zero), che «emette» e che dà allo Stato italiano acquistando Bot o altri titoli di Stato per pari valore. A questo punto è già creditrice della somma che ha dato allo Stato; poi vende ad altre banche i Bot che ha acquistato a costo zero e incamera il ricavato. A questo ricavato è stato dato il nome di «signoraggio» (dal termine «signore» ossia colui che nei tempi passati emetteva il denaro). Si crea in questo modo il circolo perverso dello Stato che deve pagare gli interessi sui titoli che ha emesso per avere il denaro dalla Banca centrale e che sono stati comprati dai cittadini o da altri enti; è costretto, perciò, a continuare a chiedere alla Banca centrale di emettere altro denaro, aumentando a dismisura il debito pubblico. Insomma il «debito pubblico» che tanto ci angustia, per «ridurre» il quale siamo costretti a quelle misure «lacrime e sangue» (così definite dai nostri politici) che i banchieri hanno preteso sotto la minaccia del possibile fallimento degli Stati, come stava per succedere recentemente alla Grecia, è nella massima parte un «falso» debito. È la somma che «dobbiamo» ai banchieri perché sono loro a «creare», a produrre il denaro e a mettercelo a disposizione dietro pagamento di interessi, la cui entità è anch'essa fissata dai banchieri.

P. 179, non rimane che la rivoluzione :

Se fosse davvero questa la verità, allora non potremmo fare altro che assalire la Bastiglia, scatenare una nuova rivoluzione, decapitare politici e banchieri, inventare un nuovo sistema di governo, riconoscendo il totale fallimento di quello cosiddetto democratico. I Parlamenti non sono serviti a nulla, non servono a nulla.

P. 185, lo Stato che non esiste :

«Dove va la moneta senza Stato?», titolava qualche mese fa Limes, la rivista di geopolitica del professor Caracciolo. Già, dove va? E dove vanno i popoli, senza Stato? Sudditi di uno Stato che non è più uno Stato e di un finto Sovrastato? L'Italia non è più uno Stato libero e sovrano in quanto non «batte moneta» e non ha più i propri confini. L'Europa non è né uno Stato, né un Sovrastato; tutto quello che ha fatto e che fa è illegittimo, falso, e di conseguenza condannato al fallimento. Una moneta è il segno e il simbolo della sovranità. Come hanno potuto i politici consegnare la nostra sovranità a dei Signor Nessuno, ai proprietari di una banca che anch'essa porta un nome falso, il nome di uno Stato che non esiste?

P. 186, l'usura della BCE :

Naturalmente la questione della produzione e della proprietà del denaro, così come quella del debito pubblico e del potere delle Banche centrali, avrebbe dovuto esplodere nel momento in cui si è cominciato a discutere della moneta unica europea e del connesso passaggio delle funzioni delle Banche centrali dei singoli Stati aderenti all'Ue alla Banca centrale europea. Invece nulla. Nessuno ha parlato. Né Prodi, né Ciampi, gestori del passaggio e della fissazione del rapporto di cambio lira-euro, che hanno investito gli italiani con il loro entusiasmo per un'Italia finalmente tornata a dipendere da stranieri, non hanno spiegato nulla dello strano meccanismo della produzione del denaro e dell'accumulo all'infinito del cosiddetto «debito pubblico», adesso dovuto alla Bce.

P. 197, la civiltà planetaria, abolizione delle Nazioni :

La meta da raggiungere è la realizzazione di un'unica civiltà planetaria. L'itinerario da percorrere prevede: la distruzione delle identità nazionali, da perseguire attraverso la sovversione dei valori che vi si riferiscono; il controllo centralizzato di tutti i sistemi educativi, di cui l'avvio è stato dato, per quanto riguarda l'Europa, con il Trattato di Maastricht; l'eliminazione della conoscenza della storia, in quanto possibile ostacolo all'accettazione del Nuovo ordine mondiale; il controllo delle politiche interne ed estere, come già avviene in Europa con l'esame preventivo delle leggi finanziarie; un mercato unico e una moneta unica (che potrà essere il dollaro oppure un'altra del tutto nuova), in via di realizzazione attraverso le crisi finanziarie indotte e pilotate a questo scopo; una lingua unica, che è quella già in uso: l'inglese.

P. 200, forse la “verità” di cui parla l'autrice consiste nel fatto che la tecnologia e il benessere hanno inebetito e accecato tutti, dalle masse ai banchieri, per cui ci si prospetta un meccanismo di convivenza e amministrazione basato sull'utilitarismo allo stato puro e quindi sul denaro. Basta aver piena la pancia ! A questo siamo giunti. Ma c'è un mondo dove ce l'hanno vuota !

mercoledì 26 dicembre 2018

Guy de Maupassant, Bel-Ami


Guy de Maupassant, Bel-Ami, Paris, Gallimard, 1973


Nel I cap. appare Georges Duroy, il protagonista, bel tipo di malandrino, che si capisce già sia pronto a tutto. Congedato dall'esercito, è impiegato con uno stipendio da fame alle ferrovie e durante una calda serata estiva a Parigi incontra il suo amico, un tempo magro ora ricco e panciuto, Forestier. Costui gli apre nuove prospettive oltre ai ragionamenti machiavellici.
Il cap. II celebra l'iniziazione di Duroy alle conversazioni e agli intrighi amorosi dell'alta società, dominata dai giornali che guidano l'opinione pubblica. Duroy inizia la sua carriera giornalistica facendo la corte alle mogli dei “pezzi grossi” dell'ambiente della stampa e ottiene subito un notevole successo, grazie alla sua esperienza di soldato in Algeria e alla sua indubbia avvenenza fisica. Ma non si tratta di un ingenuo alle sue prime esperienze e che si scopra per la prima volta doti insospettabili, perché in Algeria aveva sedotto la figlia di un precettore e portato alla disperazione la moglie di un avvocato ( p. 67 ).
Cap. III. Ricevuto l'incarico di scrivere un articolo sull'Algeria, subito non ci riesce e scoraggiato si reca da Forestier per aiuto. Ma l'amico deve uscire per impegni urgenti e lo spedisce quindi da sua moglie che si rivela un'esperta giornalista e imbastisce per lui il reportage.
Recatosi il giorno seguente nella redazione del giornale, viene fatto passare davanti ai vari sollecitatori e questuanti e assistendo alle azioni insulse di Forestier che si perde dietro un gioco allora di moda e alla riunione del direttore perso dietro il gioco delle carte, viene iniziato alla vita avventurosa e frivola del giornalista.
Cap. IV, p.85 e sg. Duroy ha modo di conoscere l'ambiente giornalistico, ammantato di seriosa professionalità, ma sostanzialmente cialtronesco, ed ha un interessante colloquio con il reporter Saint Potin, che gli rivela i retroscena della redazione del suo giornale, “La vie française”. Si tratta di caricature di uomini corrotti che vivono di menzogne ben combinate. Naturalmente senza l'aiuto di Mme Forestier, Duroy non riesce a combinare nulla di buono e deve limitarsi a fare il reporter girando di qua e di là, cosa che gli riesce bene, ma il guadagno è inferiore a quello di redattore.
Cap. V, p. 102 e sg. Seguendo i propri impulsi e il desiderio d'una vita migliore, Duroy si ricorda di Mme de Marelle, incontrata al pranzo dei Forestier, e si reca in visita nel suo appartamento. Viene ricevuto con favore e inizia così la sua scalata verso il successo.
La cena coi Forestier e Mme de Marelle è il momento rivelatore dell'intima corruzione dell'alta borghesia nell'atteggiamento ipocrita e fascinoso di Mme Forestier, che ricorda un po' il charme torbido della Salammbô di Flaubert : “ Ed ella sembrava spingere più lontano il suo sogno, pensare a cose ch'ella non osava affatto dire “ ( p. 112 ). Duroy riceve pieno appagamento nel sedurre Mme de Marelle ( che si ubriaca apposta ! ). E già nel giorno seguente inizia la relazione con Mme de Marelle che si reca anche nell'appartamento di Duroy e, in seguito a un lieve incidente occorso per le scale del condominio dove abita l'uomo, affitta un appartamentino più adatto ai loro appuntamenti amorosi.
Ma per soddisfare tutti i capricci della sua amante comincia a indebitarsi in maniera preoccupante. Per colmo di sventura si reca alle Folies Bergères proprio in compagnia di Mme de Marelle e vi incontra la grossa cortigiana che aveva conosciuto e frequentato dopo i primi incontri con Forestier. In conseguenza delle insinuazioni di costei viene immediatamente piantato da Mme de Marelle. Decide allora ( p. 147 ) di rifarsi con Mme Forestier, ma costei dopo averlo ricevuto lo avvisa di non montarsi la testa e gli offre semplicemente la propria amicizia. Come pegno di essa lo indirizza alla conquista della stima della moglie del proprietario del giornale, cioè Mme Walter.
Ricevuto da Mme Walter, grazie a una sua spiritosa risposta Duroy ottiene la nomina a capo redattore ed inizia l'ascesa sociale.
P. 168 e sg. Invitato a cena da Mme Walter incontra Mme de Marelle con la quale ricomincia la relazione. Al ritorno accompagna l'anziano poeta Norbert de Varenne che lungo il cammino lo intrattiene con considerazioni alquanto lugubri sulla morte e la vanità della vita, che lo avvicinano al nostro Leopardi. Sono tuttavia, a parte il luogo comune letterario, considerazioni sincere e disperate che sembrano indice della presenza minacciosa del nulla, avvertita tragicamente dallo stesso Maupassant.
P. 174, l'opera è un affresco della corruzione della società parigina dell'epoca, la sfilata degli aristocratici a cavallo, pieni di decorosa alterigia, ma debitori della loro fortuna all'imbroglio e all'intrigo, è oggetto d'un legittimo disprezzo da parte di Duroy, che peraltro è un loro emulo.
P. 188. In seguito alle calunnie d'un giornale rivale Duroy è costretto al duello con l'autore dei trafiletti che lo attaccano direttamente. Il nemico ha preso il pretesto da un misero fatto di cronaca assolutamente insignificante, una povera vecchia che contende col suo macellaio per un pacco di cotolette, per assalirlo in modo veemente e pervicace. Ma Duroy, una volta fissato l'incontro a colpi di pistola, trascorre solitario la notte nella propria stanza assillato dal pensiero della morte, sentita come una spaventosa minaccia. Il sentimento della solitudine di fronte al destino, come già nell'episodio dell'anziano Norbert de Varenne, è particolarmente presente in questo romanzo, dove, sin dall'inizio, Duroy ci appare isolato nel gran mondo che gli gira attorno e a cui egli brama tanto di appartenere.
P. 190-196, la scena del duello e soprattutto la notte prima di esso sono un saggio della maestria di Maupassant nell'analizzare le paure e le ossessioni dell'anima umana, come già nel discorso del vecchio solitario Norbert de Varenne. Tutto il mistero e tutto l'inesplicabile orrore della vita si disvela nella considerazione dell'esistenza assurda dell'uomo, animale che aspira alla felicità, ma è destinato alla morte.
Ovviamente il duello si risolve positivamente, i colpi di pistola vanno tutti a vuoto, sia da parte di Duroy che dell'avversario, e comunque il fatto circonda Duroy d'un'aureola di eroismo che lo rende di nuovo oggetto dell'amore sviscerato di Mme de Marelle.
Cap. VIII. Viene chiamato con una missiva da Mme Forestier perché il marito sta morendo e non avendo parenti Duroy è l'unico conoscente su cui può fare affidamento. Duroy si reca dunque a Cannes nella villa dell'amico malato di tisi. A p. 205 c'è una splendida descrizione del golfo al tramonto e delle isole Lérins sullo sfondo. Una panoramica magistrale dell'ambiente della Costa Azzurra. La scena dell'incontro tra l'amico sano e l'amico moribondo è all'insegna di quell'angoscia di fronte alla morte e all'estrema solitudine che è già stata annunciata dall'episodio del vecchio poeta de Varenne.
La descrizione della morte del povero tisico Forestier è seguita da una riflessione di Duroy sulla morte in genere di tutti gli esseri che ci trasmette un senso profondo di smarrimento. Non c'è speranza di fronte alla morte. Essa annienta completamente, senza alcuna prospettiva ultraterrena. E' una condanna all'annullamento.
P. 236. Dopo qualche mese Duroy sposa Mme Forestier. Naturalmente ha dovuto lasciare Mme de Marelle, alla quale ha dovuto confessare la nuova relazione. La donna, nonostante il dolore e l'offesa, ha compreso le ragioni di Duroy e lo lascia libero. Così per Duroy che ha assunto, per darsi un tono e su suggerimento di Mme Forestier, il nome più nobile di Du Roy de Cantel, col quale firma alcuni suoi articoli, comincia una nuova vita.
P. 247. Per volontà di Madeleine ( Mme Forestier ) i due si recano in Normandia a visitare i genitori di Duroy. L'episodio è di un realismo suggestivo e per Madeleine si tratta di un'esperienza spiacevole. Sono vecchi contadini induriti da una vita grossolana e piena di stenti. Così dopo solo un giorno di visita ritornano a Parigi.
P. 259-260. A Parigi Duroy entra materialmente nel ruolo del marito morto di Madeleine, ereditandone le suppellettili e gli amici, tra cui il conte de Vaudrec, che svolge un ruolo alquanto misterioso nel ménage degli sposi novelli. Grazie all'aiuto sostanziale di Madeleine, Duroy scrive articoli di pieno successo e diventa giornalista di fama.
Sempre nel II cap. della seconda parte del romanzo, Duroy viene ossessionato dal ricordo del marito di Madeleine che gli si presenta alla mente nelle circostanze più impensate, anche perché inconsciamente avverte che sua moglie gli nasconde qualche segreto. Decide in una passeggiata notturna in carrozza di vincere questa gelosia con l'unica arma possibile cioè l'indifferenza, cominciando a distaccarsi sentimentalmente sempre più da Madeleine. I passaggi psicologici di questa metamorfosi sono colti magistralmente da Maupassant, che si rivela profondo conoscitore dell'animo umano.
Nel III capitolo della seconda parte il distacco con Madeleine è pienamente maturato. E' chiaro che la loro unione ha una funzione meramente associativa, a vantaggio della carriera di entrambi. Così Duroy riallaccia il legame con Mme de Marelle e incomincia a corteggiare la non più giovane ma ancora avvenente matrona Mme Walter. La sua strategia è degna di don Giovanni, ormai ciò che lo attrae non è tanto la donna quanto la conquista.
P. 302-305, la scena dell'incontro tra Mme Walter e Duroy nella chiesa de la Trinité ci rivela tutta la sapiente arte della seduzione messa in opera da don Giovanni. La donna in un primo tempo cede, disperata, poi si confessa dopo aver incontrato un prete quasi inviato dal cielo, e fugge via. L'atteggiamento di Duroy è quello del cinico incallito che non crede in nulla e non rispetta niente e nessuno, ma, d'altra parte, è uomo del nostro tempo.
L'impresa, in ogni caso, riesce e Duroy si porta a letto Mme Walter.
Nel cap. V l'animo meschino di Duroy si rivela appieno. Il miraggio di un'ingente somma di denaro prospettatogli da Mme Walter gli fa promettere un incontro con la donna che ormai Duroy vorrebbe evitare.
Nell'incontro seguente con Mme de Marelle viene scoperta la sua tresca con Mme Walter, ma Duroy sa che la de Marelle è di memoria corta.
Subito dopo ha notizia della morte del conte di Vaudrec, che annuncia alla moglie sconvolta. Il rapporto con Madeleine si colora ancora di più di mistero per la scomparsa di questo personaggio alquanto ambiguo.
Il conte, milionario, ha lasciato nel testamento tutta la sua fortuna a Madeleine, e Duroy, preso da ipocriti scrupoli, per evitare a suo dire uno scandalo pubblico, praticamente la costringe a cedergli in donazione la metà dell'eredità. Poi, ottenutala, festeggia insieme alla moglie e agli amici, mostrando ormai palesemente la meschinità del proprio animo.
Ma anche l'ebreo Walter, proprietario del giornale dove lavora Duroy, ha fatto fortuna con l'annessione del Marocco alla Francia e le pagine seguenti sono tutte una spietata rassegna dell'avidità e delle bassezze dell'alta borghesia parigina. Durante un ricevimento nel nuovo palazzo di M. Walter, il protagonista ha modo di incontrare la bella figlia di Walter, Suzanne, e considerando l'enorme ricchezza di suo padre comincia a metterle gli occhi addosso per un'eventuale matrimonio. Infatti i rapporti con la moglie non sono più molto buoni, dati gli interessi mondani e politici di lei. Frattanto riceve grazie all'interessamento del ministro Laroche, amico forse intimo di Madeleine, la croce della Legion d'onore ( p. 367 ).
Ma ( p. 380 ) ecco che un avvenimento scabroso pone le basi per il coronamento dei sogni di Duroy. Bel-Ami riesce infatti a sorprendere in flagrante adulterio la moglie e il ministro degli esteri Laroche-Mathieu. In realtà da giorni Duroy ne aveva il sospetto e così riesce a combinare d'accordo col commissario di polizia l'agguato nell'appartamento degli appuntamenti dei due adulteri che vengono colti sul fatto, lui fra l'altro completamente nudo nel letto. Il divorzio è assicurato !
II parte, cap. IX, raggiunto il suo intento, Duroy ora è libero di sposare Suzanne, ma rimane l'ostacolo rappresentato dai genitori di lei, assolutamente contrari. Tuttavia Bel-Ami giunge a convincere la ragazza, durante una gita in campagna, a fuggire con lui, dopo aver dichiarato sia alla madre che al padre di volere sposare Georges Duroy.
L'appuntamento viene fissato per la mezzanotte del giorno stesso e dopo aver atteso sino all'una di notte Duroy riesce a rapire la gentile fanciulla, che dopo una furiosa lite con i genitori è scappata di casa.
Bellissima la scena della disperazione di Mme Walter alla notizia della fuga della figlia. Non vuole credere al tradimento di Bel-Ami e nella furia del dolore si precipita a chiedere soccorso al Cristo del grande dipinto sistemato nella serra del palazzo. Qui viene colta da asfissia a causa delle esalazioni delle piante durante la notte e recupera la ragione soltanto il giorno dopo, soccorsa e portata nel suo letto quasi moribonda.
Ricattando M. Walter circa il losco affare del Marocco, Du Roy ottiene la mano della figlia Suzanne. La descrizione del matrimonio è un capolavoro di psicologia, da un lato la disperazione senza rimedio di Mme Walter, dall'altro l'egocentrismo assoluto di Bel-Ami che celebra così la propria apoteosi e si lancia, forse, a una futura carriera politica. Infatti si tratta di un matrimonio d'interesse perché proprio durante il ricevimento degli ospiti incontrando Mme de Marelle le fa intendere, seppur velatamente, che la loro relazione non è finita. Così di adulterio in adulterio, di tresca in tresca, sfruttando il valore e il lavoro altrui ( Mme Forestier ) Bel-Ami compiaciuto di sé e col favore e la benedizione del cielo si appresta a sigillare col tradimento la propria unione con la figlia di M. Walter. E Madeleine ? Anche lei, ormai ricca, prosegue la sua via e infatti scrive articoli politici molto interessanti firmati dal suo giovane amante.

domenica 23 dicembre 2018

Walter Benjamin, Liberami dal tempo


Walter Benjamin, Liberami dal tempo e altre poesie, cura e traduzione di Claudia Ciardi, Pistoia, Via del vento, 2011



Sono sonetti dedicati a un uomo, un giovane poeta morto prematuramente nel 1914. Ebbene per lo stile e per la forma queste poesie suggeriscono un nome, che forse potrà sembrare un azzardo o forse introdurre un confronto troppo facile e anacronistico : Shakespeare. In effetti subito a una prima lettura è stata questa l'impressione : questi sonetti assomigliano a quelli di Shakespeare. E non solo perché siano sonetti rivolti a un uomo ma ovviamente per la loro foggia, il loro stile, la loro essenza, il fondo musicale, cangiantesi in metafore e analogie come riverbero marino del mare infinito. In breve, si tratta di poesia simbolista, come del resto la poesia del Nord, da Shakespeare a Hoelderlin.
E' stato Edmund Wilson a proposito del verso di Eliot a sottolineare il fatto che nella sua poesia confluisce tutta quella tradizione del blank verse che ha in Shakespeare il rappresentante più famoso. Scrive Wilson : “ Non è forse questo il linguaggio naturale della poesia ? Non è la norma rispetto alla quale, nella letteratura inglese, il Settecento rappresenta un'eresia e alla quale i romantici si sforzarono di ritornare ? “ (1)
E il dionisiaco Hoelderlin e il mistico Rilke sono evidenti manifestazioni della natura simbolista cioè della natura musicale della poesia nordica, che non si sviluppa seguendo le tracce consapevoli di un disegno, ma piuttosto scaturisce delle profondità dell'animo o dal subconscio con l'impeto di un prodigioso turbine.
E come evidenti risultano le somiglianze tra la poesia di Hoelderlin e quella dell'americano Edgar Allan Poe ( si confronti ad esempio l' “Inno alla dea dell'armonia” con “Al Aaraaf” ) (2), così evidenti sono le analogie tra questi sonetti di Benjamin e quelli di Rilke.
Prendiamo in considerazione quale esempio questa poesia della raccolta di Benjamin :

Siccome già perduta nel fondo mare dei dolori
della tua vita rotola l'onda, perdona
il sommesso canto che l'amante abbandonato
versa dalla bocca leggera dei folli

il canto che nella dimenticata oscurità come un brigante
sui passi montani tra cui sei nato
erra fino alla cima, semmai le spente orecchie
il tuo affanno nel mulinare del vento avessero raccolto

piangendo il tempo di un'ora benevola
quando tendesti alla sua rima e un dolente fulgore
dal canto le accordasti di una bocca accesa.

Tu ancora di amare strofe intrecciavi la corona
prima che tra bianche onde i suoi tralci spogli
nei capelli neri ti torcesse il dio dei morti.
( p. 9 )

Tentiamo ora un accostamento a un sonetto di Shakespeare :

Dalle belle creature un frutto amiamo,
che mai non muoia di beltà la rosa
ma come al tempo ceda, maturando,
rechi un tenero erede la memoria.
Ma ai tuoi splendenti occhi sposo sei
tu, di te nutri il fuoco tuo, la luce,
dov'è abbondanza carestia facendo,
a te, alla tua dolce essenza crudo.
Tu, l'ornamento fresco ora del mondo,
unico araldo a gaia primavera,
il tuo contento seppellisci in boccio,
tenero avaro, e ammucchiando sperperi.
Pietà del mondo ! O quanto al mondo devi
ingordo inghiotti, e nella tomba e in te. (3)

Passiamo ora a una poesia di Rilke, “Apollo primitivo” : (4)

Come talvolta in mezzo ai rami
ancora spogli un mattino sorge, e in quel momento
è primavera : così nulla affiora
dal suo capo, che il subito portento

della poesia non ci ferisca; il muro
d'ombra è lontano dal suo sguardo incauto
troppo fresca è la fronte per il lauro,
e solo tardi all'arco delle pure

sue sopracciglia sorgerà il rosaio,
da cui foglie cadute e sparse il lieve
tremito della bocca veleranno,

quella che tace adesso e accenna solo
a un sorriso da cui nitida beve
il canto come un'acqua nella gola.

Alla poesia di Benjamin si potrebbe anche accostare quella di Georg Trakl “Al ragazzo Elis” : (5)

Elis, se il merlo chiama da nere foreste,
allora è il tuo tramonto.
Bevono le tue labbra il fresco di azzurre sorgenti.

Lascia, se la tua fronte piano sanguina,
le remote leggende
e il presagio oscuro del volo.

Tu che vai con passi taciti nella notte
carica di grappoli purpurei
levi più belle nell'azzurro le braccia.

Batte un cespo di rovi
dove i tuoi occhi guardano, lunari.
Elis da quanto tempo tu sei morto.

Il tuo corpo è un giacinto
in cui fruga con ceree dita un monaco.
Il silenzio è una nera grotta; sbuca

di tanto in tanto timida una fiera,
abbassa lenta le palpebre gravi.
Nera rugiada cola alle tue tempie,

ultimo oro di stelle cadute.

Si notino elementi di somiglianza in questo sonetto di Benjamin ( p.12 ) :

Una volta delle sue orme era piena la città bianca
come una canzone moriva nelle sue finestre,
riflesso il suo sguardo, e il giorno si schermiva
fissandolo da cieli inermi

che ardenti pendevano sull'antico parco
dove al battito d'onda di grazie offerte
lo circuì un torpore il cui verde riflusso slittò via
alla nascita dei soli, quando in segreta forza

angeli lo sottrassero per paesi più distanti
d'imbiancate montagne dove l'anima dell'amica
precipitando volteggiava abiti di lino.

Il giovane un groviglio di schegge luccicanti
l'involse, sul capo stanco si curvò
dallo strale di un'eterna luna la fronte circonfusa.

Che dire di fronte a tanta bellezza ? La poesia ha i suoi misteri che si rivelano nell'intimo dei suoi fedeli. Posso soltanto notare che la lettura di esse non è agevole e meno che mai la possibilità di attribuire ad esse un senso logico. Esse come un brano musicale parlano direttamente alla coscienza, senza l'intermediario del raziocinio, agiscono come una magia su di noi e ci trasformano. E questo incanto avviene mediante quell'oscuro procedimento che è chiamato “analogia” (6) e che è una sorta di metafora estrema i cui confini si perdono al limite dell'incomprensibile. Perché non è la ragione che deve comprendere, né la poesia è fatta di ragione (7). Si può forse definire l'emozione che suscita un quadro ? O il brivido che ci pervade all'ascolto di una sinfonia ?
Ringraziamo dunque Claudia Ciardi per averci offerto questa bella e accurata traduzione, che suggerisce la profondità dell'originale e ne evoca il segreto.


  1. Edmund Wilson, Il castello di Axel, Milano, SE, 1996, p. 21.
  2. E' evidente l'influsso della poesia di Schiller, “Inno alla gioia” ( “An die Freude”, 1785 ), l'inno di Hoelderlin è del 1792, ma il suo discorso poetico si trasforma in un fiume di immagini musicali.
  3. W. Shakespeare, I sonetti, a cura di Rina Sara Virgillito, Roma, Newton Compton, 1999, p. 31, sonetto n.1.
  4. Rainer Maria Rilke, Poesie, tradotte da Giaime Pintor, con due prose dai quaderni di Malte Laurids Brigge, Torino, Einaudi, 1983, E-Book, p. 13.
  5. Ibidem, p. 69.
  6. E' Baudelaire a fornirci una delucidazione assai suggestiva del termine nei Paradis artificiels (1860), cap. IV, a proposito ovviamente dell'ebbrezza provocata dall'hashish.
  7. Bisogna ricordare a questo proposito il magistero di Stéphane Mallarmé, i cui sonetti (1893) rappresentano un modello sicuramente presente a Benjamin.