martedì 2 giugno 2026

Vita

 

La vita che si agita, la vita che scorre,

la vita che non ha requie, quale

sarà la mia vita domani?

Un flusso continuo e febbrile di brame

un giorno forse terminerà in un’alba,

così purificato nella luce.

Forse sarò liberato in un atto

di puro amore.

Ma ora la foresta oscura cresce intorno

in un groviglio di lacci,

e il sonno incatena ai sogni

della notte.


venerdì 1 maggio 2026

Sine nomine

 

Il volto pallido si specchia sul lago della memoria

e la malinconia impera sui suoi occhi,

nella lotta atroce delle volontà, più non vuole

e immoto scorge il suo indolente fantasma.

Nella verde penombra le sue pupille s’aprono,

mentre l’iride è irrorata d’una luce interiore.

Il tempo è fuggito con le nere ali di corvo

e il suo gracchio echeggia ancora sulla marea

dei sogni impossibili, come una nebbia lucida

si stende sulla fronte oltre i vetri dal giardino.

Una lacrima vorrebbe gridare, ma tace

e silente muore.


Ma anche nell’uomo dimora un dio

e percorre la via della vita certo

del prossimo tramonto, all’aurora risorge il sole

nell’ignoto sentiero. A quale fonte

placherà la sua sete?


E tu non leggi ancora nei miei occhi

la dolente preghiera, lo spasimo del cuore

che noi strugge di tormento e nostalgia?

Perché dubiti, perché non credi all’implorare

infinito dello sguardo?


giovedì 2 aprile 2026

Sant’Agostino, Le confessioni

 

Sant’Agostino, Le confessioni, Milano, BUR, 1998


Libro IV, cap. XII (p. 186) : “… ubi sapit veritas? Intimus cordi est, …”. La divinità è dentro il nostro cuore, così la verità che è Dio stesso. Infatti quell’aggettivo “intimus” non concorda con “veritas” ma con “Deus”. La verità cioè è nella nostra coscienza e solo essa può rendercene partecipi. Il merito di Agostino sta proprio nel ruolo fondamentale da lui attribuito alla coscienza. Per la prima volta nella letteratura un autore si mette a nudo senza atteggiarsi, senza voler sembrare più di quello che è. Si può giustamente considerare Agostino un precursore di Rousseau, le cui Confessioni, sicuramente molto più esplicite e senza reticenze, come anche decisamente “laiche”, sono legate anche nel titolo al nuovo genere letterario creato dal vescovo di Ippona. E vi è una pagina nello scritto di Agostino che davvero può dirsi sorella carnale dell’opera di Rousseau, quel cap. XXX del libro X dove confessa di non essere stato abbandonato del tutto dagli stimoli del sesso, che neppure la ragione e i doveri di ecclesiastico riescono a soffocare completamente.

Si tratta di uno scrittore dalla psicologia complessa e tormentata, che un temperamento ardente rende fanatico nella fede ed eccessivo nel rigore morale, ma non gli si può negare una profonda comprensione dell’umanità e una sincera dichiarazione delle proprie debolezze.

Il suo temperamento fanatico e nervoso lo porta agli eccessi del rigore morale come quando nel cap. XXXIV del libro X giunge a condannare il piacere derivato dalla vista, mentre avrebbe forse fatto meglio a moderare le sue ire contro gli eretici, cioè contro chi pensava diversamente da lui. Edward Gibbon nella sua Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano non gli lesina critiche e giustamente lo considera assai affine al protestante Calvino.

Finalmente nel libro undicesimo compare il filosofo che subentra al teologo fanatico e Agostino ha tutta la nostra stima. La sua dissertazione sul tempo è chiaramente di matrice platonica e prelude alla dissertazione analoga di Schopenhauer nel Mondo come volontà e rappresentazione, libro IV, 54. All’inizio del cap. XXIII del libro XI si fanno osservazioni sulle misurazioni del tempo ad opera degli astronomi. Questo mi offre l’occasione di riflettere sul nostro concetto di tempo che in effetti è convenzionale perché basato sul moto rotatorio della terra ed ellittico intorno al sole. Ma come nota Agostino “cur enim non potius omnium corporum motus sint tempora?”. Il tempo in effetti è soggettivo e come tale illusorio. Il tempo convenzionale è appunto una convenzione non una realtà assoluta. Perciò giustamente, come suggerisce Agostino, è illusorio. Nei capitoli seguenti si sottolinea proprio questa illusione del tempo, il quale in definitiva è più che altro dentro di noi, è frutto della nostra mente, dell’anima. E in effetti se noi fossimo fuori della vita materiale esso non esisterebbe per noi.

Nel cap. XXX si dice chiaramente che la razionalità umana rispecchia quella divina (“in forma mea, veritate tua”) e questo è molto importante per rendersi conto che la filosofia per Agostino è strumento per la ricerca della Verità che è Dio.

Le considerazioni sulle parole della Genesi circa la creazione del mondo sono assai profonde, anche se opinabili, ma poi ecco che vien fuori il suo temperamento ardente e fanatico nell’espressione (cap. XIV del libro XII) : “odi hostes eius vehementer : o si occidas eos de gladio bis acuto, et non sint hostes eius!”, riferendosi ai nemici della parola di Dio o di Dio stesso. Purtroppo nessuno è perfetto e qui abbiamo l’esempio di un’intelligenza superiore che però ha avuto in retaggio un temperamento sensuale e violento.

Quanto alle riflessioni circa la creazione del mondo prima del tempo e dello spazio si potrebbero accompagnare per contrasto a quelle di Schopenhauer nei suoi appunti di filosofia a margine delle letture indiane (A. Schopenhauer, Il mio Oriente, Milano, Adelphi, 2007, traduzione italiana degli scritti sparsi del filosofo). Giustamente il filosofo tedesco sostiene l’eternità della natura e delle anime, perché porre una creazione ex nihilo conduce direttamente a una concezione della morte come dissolvimento nel nulla. E in questo caso al povero individuo che ne viene (non voglio essere blasfemo!) dell’esistenza di Dio? Il Dio ebraico premia infatti o punisce il suo popolo sulla terra, non in un aldilà che non esiste, dal momento che la religione ebraica originaria non prevede l’immortalità dell’anima.

Certo l’aspirazione di Schopenhauer al Nulla gli fa concludere che la vita non vale neppure la pena d’essere vissuta e se questo vanifica quasi evangelicamente ogni vanità terrena, pone dinanzi ai nostri occhi un altro problema ossia quale deve dunque essere la nostra vita?

Se Schopenhauer risulta perciò profondamente problematico, per contrasto Agostino risulta uno speculatore raffinato quanto inconsistente. Quelle sue congetture sulle parole della creazione nel libro della Genesi sono suggestive quanto prive di senso e sembrano più un’ostentazione da abile rètore che un discorso che miri a cogliere la verità. Che cosa significa per noi il cielo e la terra invisibili o il fatto che lo Spirito si librasse sopra le acque? Egli gioca con l’interpretazione figurale della Scrittura e per giunta la prende alla lettera. Mi dispiace per lui, ma per me, povero lettore, la noia prende il sopravvento e un senso di radicale delusione vi si accompagna. La concezione neoplatonica della luce che sovrasta e vince le tenebre della materia si sovrappone alla tradizione ebraica nel tentativo di utilizzare l’Antico Testamento ai fini della concezione cristiana, ma ne risulta una forzatura per quanto lo scopo sia encomiabile. E ne risulta anche che il discorso di Agostino sia meramente eloquenza, retorica, per quanto apprezzabile, né filologia e tantomeno filosofia.

E tuttavia pur nella congerie delle implorazioni, delle citazioni bibliche e nei bagni di olio santo, qui si trova anche del buono, intendo un’autentica aspirazione alla Verità. Agostino intuisce che la realtà della nostra vita terrena adombra una realtà che ci sfugge e che è superiore, cui anela nel superamento delle umane miserie e degli egoismi delle brame, in questo egli è davvero filosofo nel senso proprio del termine e come tale si presenta ai nostri occhi al di là della fede religiosa cristiana, come di qualunque altra fede. Allora ci riconosciamo in lui e sentiamo che ci appare finalmente un Maestro.


sabato 7 marzo 2026

L’arpa

 

Abbandonata sulle montagne del cuore

o voce mia giaci e a lei aneli

unirti in un canto effusa a sfiorare

forse il viso. Una luce prima dell’alba,

visione velata, ma messaggero il vento

all’acqua chiara plana, remoto richiamo

e specchio sommesso di sereni cieli.


domenica 15 febbraio 2026

L’ultima dea

 

Come dolce canto il vento sulle acque

si placa e un armonioso coro

dai colli echeggia sommesso e lieve,

e la tua mano si leva alla mia nuca

nella danza dei sogni alati.

Forse il canto ultimo del cigno

ora si libra in un volo d’oro

sul tramonto purpureo inebriante

come forte vino? Offrimi ancora

nel calice delle tue pure mani

il dono del sorriso tuo silente

e di una voce che parla solo al cuore,

muta luce su opalini prati.

Così occhieggia il raggio dell’alto sole

come i tuoi occhi si colmano di gioia

e le ombre seducenti degli ulivi

assorbono le tue pupille in un respiro

fresco, notturno, alla inviolata luna.

E sei il mare, tu la costa fulgida,

alta rupe grembo dei gabbiani

o sinuoso lido vinto dalle maree

mormoranti messaggere d’antichi voti,

la tua immagine si affida alle onde,

il tuo viso sorride. Poi che, pervasa

dall’amore, il tuo tormento diviene

beatitudine, l’attesa è grata

e sospiri cancellano ogni dubbio.

Tu ami e non sai d’amare

e ti perdi inebriata nei meandri

di gioie immaginate e d’insperati allori.

Ma fuori il vento sovrasta e croscianti

flutti si schiantano sulle falesie

e folli gabbiani s’avvolgono nei vortici

del cielo, senza più requie corrono

gli anni ed agitando le speranze le ali

nel frastuono si smarriscono dei turbini.


sabato 31 gennaio 2026

La chioma

 

Onda marina scintillante si disegna

come un arabesco, in spirali serpentine

un fiabesco dardeggiante basilisco

si muove all’inganno su volute di spuma

leggere quasi criniere candide

di corsieri in fuga nel vento.

Tu così lievemente coricata flessuosa sul fianco

ti avvolgi nelle lunghe volute dorate

in apparente fiamma, seducente verbo

culminante fuori sul mare in tempesta,

ed echeggia la voce tua quasi volo d’arpa

cinto di sistri al lume dei tuoi occhi,

ove palpita l’oceano.

Cosa ti distingue da me? Io stesso

vibro nel tuo sangue e sono fibra

dei tuoi capelli. La pioggia cade

ora lenta, ora greve, o leggera o forte

e tu sei la mia morte ed io la vita intera.


lunedì 5 gennaio 2026

Mario Praz, La casa della vita

 







Mario Praz, La casa della vita, Milano, Adelphi, 2012



Si legge come un romanzo, d’altra parte come si potrebbe definire, forse saggio autobiografico ? Noto il periodare ampio, musicale, alla Walter Pater, che si alterna armoniosamente a frasi più brevi. Il lessico è ricercato, a tratti un po’ paludato, di gusto vagamente dannunziano. Lo stile ricorre spesso alla digressione e nel complesso è piacevole e cinto di seduzioni tratte da sensazioni, reminiscenze, passione da collezionista raffinato.

Quando parla dei due busti di metallo a p. 30, che gli risvegliano il ricordo d’un compagno d’università, è originalissimo il passaggio dalla descrizione d’un oggetto d’antiquariato alle sensazioni che ha provocato e alla vita interiore che nel ricordo gli è collegata, in un discorso fluido che passa dal presente al passato in un continuum che ricorda la prosa di Proust, cui peraltro accenna, vedi episodio della rimembranza di Swann a proposito di Odette.

Descrive gli oggetti d’arte di casa sua, passando nelle associazioni d’idee da un ricordo all’altro, da un aneddoto a un ritratto fisico e poi morale, preso dal puro gusto della digressione, che diventa il vero motore di questa prosa d’arte mirabile.

P. 46-50, quando riferisce le memorie della zia arteriosclerotica il suo stile si fa breve e lapidario, con pochissime subordinate, quasi un discorso infantile. Egli ricorda proprio tutto dei dialoghi avuti con i parenti e questi si snodano innanzi all’immaginazione del lettore come un racconto sempre nuovo.

P. 53, osservazione interessante sul mondo contemporaneo, dove ogni cosa cambia per favorire la rapidità dei consumi. Nella società dei consumi infatti la storia della casa non ha più senso perché ne viene cancellata ogni traccia di possibile memoria.

P. 54, 55, Praz, pur essendo un anglista, è imbevuto di cultura classica e cita Properzio durante la descrizione d’una gita a Veio come un raffinato umanista.

P. 72, osservazioni sul costume e la moralità dei tempi nostri perfettamente attuali, nonostante la velocità nei mutamenti delle abitudini (sessuali). Il nostro tempo è decisamente il tempo dello squallore.

P. 98, veramente divertente l’episodio della visita al castello di Chatsworth alla ricerca di un busto di Laura di mano del Canova, del quale Praz possedeva una copia scartata dall’autore perché difettosa. Prima di recarsi al castello aveva bevuto troppa birra e di conseguenza l’impellente bisogno lo tormentava con continue interruzioni alla visita ufficiale per altri tipi di visite. Inoltre dimentica di vedere proprio quell’opera del Canova per la quale si era recato in Inghilterra.

P. 104, anche nella descrizione della camera da letto del suo appartamento a Palazzo Ricci (in Roma) lo stile di Praz nel suo fine umorismo ricorda un po’ Laurence Sterne.

P. 111, 112, un amore rievocato dalla gioventù, l’amore per la giovane Doris, costituisce il primo episodio “sentimentale” che s’inserisce perfettamente in quest’opera dedita al bello, così lontana ormai dai gusti contemporanei, decisamente involgariti. Praz si mostra così grande psicologo oltre che grande narratore, e soprattutto grande innovatore, perché il suo libro si legge come un romanzo anche se del romanzo non ha affatto l’aspetto.

P. 121-124, “Due paia d’occhi azzurri” è un capitolo dedicato alla figlia e alla madre, in cui si manifestano le doti proprie a Praz cioè quelle del grande prosatore, che in questa lunga descrizione e rievocazione di occhi fanciulleschi e materni raggiunge l’intensità della poesia.

Seguono pagine di ricordi in Inghilterra presso la famiglia della moglie e in Italia durante l’ultima guerra, degne della penna di Walter Pater, che peraltro viene richiamato nella citazione del suo Mario l’epicureo.

Le memorie si estendono all’ambiente romano frequentato da Praz e cioè quello universitario e intellettuale. Fa così una sorta di satira di Giorgio Pasquali e di Benedetto Croce, quest’ultima abbastanza pungente (p. 136, 137).

P. 150, definisce il suo appartamento un “paradiso artificiale” e in effetti esso è concepito e perseguito come la realizzazione di un’opera d’arte della quale Praz vuole essere l’inquilino.

P. 164-168, “L’altare”. In questo brano composto anni prima Praz rivela doti di grande prosatore. Lo stile e in parte il contenuto riecheggiano l’ambiente circostante, a tratti grandioso e magniloquente, talvolta pervaso da una sensibilità squisita e quasi chiaroveggente, il cui modello è, ancora una volta, Walter Pater, l’autore, fra l’altro, del Fanciullo nella casa, a cui in parte sembra ispirarsi, nell’ingenua ma raffinata rievocazione dei pensieri e della sensibilità dell’infanzia e dell’adolescenza. Anche la mania collezionistica di Praz sembra esser fatta risalire a un’epoca nella quale i simboli della religione erano assurti al rango di opere d’arte ma anche di feticci.

Il pregio di quest’opera è che si tratta di una divagazione continua sicché si arriva pure a parlare di suicidi “politici” e di MacCarthismo (p. 170, 171). L’interpretazione del suicidio dell’intellettuale Matthiessen come di quello di Pavese è assai plausibile e comunque denota una grande capacità di introspezione psicologica. Praz non è un settario e non è un uomo venduto alla critica militante, la sua indipendenza di giudizio è assoluta, libera da vincoli ideologici, per questo si legge con interesse.

P. 171, l’allusione a Denys l’Auxerrois di Walter Pater a proposito d’una statuetta di cera dal fascino “decadente” mostra quanto nell’opera dello studioso e del traduttore sia unito strettamente alla sensibilità e alla sua vita, i suoi saggi sono il frutto in gran parte di una vera condivisione e affinità esistenziale.

P. 177, la brevissima citazione ironica sull’Estetica di Benedetto Croce inserita nella dotta dissertazione sulle cere denota l’atteggiamento intellettuale di Praz come critico e studioso avverso a idee preconcette e a ideologie. Il suo giudizio è veramente libero e quindi personale, non impersonale, ideologico e quindi non libero, anche se sappiamo che l’oggettività nel giudizio, quando pretende di presentarsi come tale alla ragione, è praticamente impossibile.

Le digressioni danno seguito a ricordi di vita vissuta che si svolgono come novelle. Così è per la rievocazione d’un innamoramento, d’una compagna di università che si presenta all’improvviso dopo anni a casa sua. L’episodio è circondato da un alone di romanticismo, ma purtroppo la donna si rivela completamente pazza (p. 178-183). Nella lettura ci si sente bene, si assapora con lentezza la vita umana, l’umanità di un intellettuale che sembra ormai un nostro parente o uno zio che ci racconta episodi del suo passato.

P. 185, 186, presenta un mobile già alla Capponcina e quindi un tempo posseduto da D’Annunzio, che portava in cima una decorazione di clessidre che furono sostituite dal poeta da altrettante lampadine della stessa forma, per illuminare più efficacemente al posto delle candele e delle lampade a olio, anche se per queste ultime egli aveva una netta preferenza. Nella citazione dalla Vita di Cola di Rienzo si può notare lo stesso gusto, la stessa mania per l’arredamento che fa di Praz un autentico discepolo del poeta abruzzese, perché i due si assomigliano soprattutto per la capacità ricettiva e sensitiva, per quel dominio dei sensi che ambedue riconobbero, l’uno attivamente e l’altro in modo riflesso.

P. 209, 210, nelle rievocazioni di episodi dell’adolescenza rivela un precoce temperamento d’artista, nella sensibilità estrema e nel gusto per le forme e i colori, che si accompagna a una egualmente precoce mania di collezionista (la passione per i francobolli). E ci rivela altresì un mondo ora completamente scomparso, una società che anche ai più alti livelli restava composta e sobria e sapeva convivere altrettanto sobriamente e signorilmente con i ceti più bassi.

Bisogna confessare che il libro non è di facile lettura, soprattutto laddove descrive oggetti d’antiquariato in maniera forse troppo minuziosa, però ha il pregio di intervallare alle descrizioni informazioni storiche, biografiche e aneddoti in maniera tale da rendere il tutto piacevole. Questo si riscontra particolarmente nella parte intitolata “Camera di Lucia”.

P. 251-254, interessantissimo il ricordo dell’amicizia con Eugenio Montale, allora scopritore e cultore di Italo Svevo. Veniamo così a sapere che Praz disegnava e aveva fatto caricature sul personaggio di Emilio Brentani di Senilità, che furono inviate all’autore triestino e che questi apprezzò. Per il resto Praz fu all’estero un vero intermediario culturale e promosse in Inghilterra la poesia di Montale che di riflesso fu valorizzato anche in patria. Così la figura di Praz si mostra centrale nella cultura italiana della prima metà del Novecento, come poi ne fu un punto di riferimento e un pilastro portante nella seconda metà.

P. 260, 261, il suo incontro con Croce, che dette origine a una sorta di apparente amicizia, pone in evidenza l’insopportabile moralismo crociano (assai evidente nella Storia d’Europa). Il personaggio di Croce risalta in tutta la sua prosopopea, e l’osservazione del Praz che di lui non sarà in futuro apprezzata la filosofia quanto l’ ”arguta e vasta erudizione di storico e aneddotista” è sicuramente profetica.

P. 269-271, Praz in Inghilterra ebbe il privilegio di conoscere personalmente una modella di Dante Gabriel Rossetti e la figlia di Morris. Questo in parte può spiegare il suo interesse per i Preraffaelliti e il Decadentismo.

P. 263-283, il ricordo di Violet Page (Vernon Lee) è commovente e pieno di riconoscenza. Fu infatti proprio la scrittrice inglese, che allora dimorava nei dintorni di Firenze, a instradare Praz per la via dell’Inghilterra e a farne quindi un accademico di università anglosassoni. Una bella fortuna, che Praz non manca di riconoscere. Queste sono pagine quanto mai suggestive circa gli incontri che egli ebbe con personaggi inglesi e in un ambiente, soprattutto allora, quanto mai interessante e nuovo per noi italiani. Forse oggi col progetto Erasmus si sarebbe annoiato.

Il carteggio con Violet Page denota un rapporto quasi di nipote verso una devota nonna, o verso un’anziana signora troppo anziana per essergli amante, ma sicuramente vi trapela un affetto sincero e reciproco. Egli riporta queste lettere perché è consapevole dell’importanza che questa conoscenza ebbe nella sua vita.

P. 304-310, è inserita una digressione su un busto ritraente la cantante dell’età napoleonica Giuseppina Grassini, donna fatale dell’epoca ed amante di Napoleone. Praz eccelle come sempre nella ricerca dei particolari più minuti che ritrova qua e là sparsi nelle botteghe degli antiquari come negli archivi e nelle biblioteche, è una sorta di raffinatissimo detective. La descrizione della bellezza della Grassini che paragonarono a quella della Gioconda leonardesca, rivela naturalmente lo squisito gusto d’esteta. Venne infatti paragonata da alcuni alla Gioconda, ma Praz ci riferisce aspetti del carattere che ne facevano una “femme fatale” non sempre dolce, ma ardente e imperiosa. Tra le sue braccia Napoleone addirittura sveniva, evidentemente travolto dal fascino di lei.

P. 312, accanto alle informazioni su oggetti d’arte e d’antiquariato l’autore introduce osservazioni sulla sua vita familiare, in particolare lo sfortunato rapporto con la moglie inglese, che lo lasciò in seguito a dissapori e incomprensioni dovuti alla stessa personalità di Praz, evidentemente troppo intellettuale e artista per piacere alla donna, che spesso vuole nel maschio un protettore un po’ bovino.

P. 313, 314, confessa di aver avuto da ragazzo una viva passione per la pittura e di avere dipinto da dilettante, così aveva fatto anche suo padre, impiegato di banca vissuto in Svizzera. Il cognome Praz rivela l’origine franco elvetica. Suo padre morì ancora giovane e la madre si risposò con un medico di condizione agiata. Insomma Praz figlio apparteneva al ceto medio borghese.

Nella lunga sezione dedicata alla descrizione del salone, zeppo di oggetti d’antiquariato dell’epoca napoleonica per lo più, appaiono tutti i pregi e i difetti della prosa di Praz. Il pregio consiste nella sapiente alternanza di descrizioni ed aneddoti, spesso spiritosi, della sua vita e del suo ambiente tra Italia e Inghilterra, il difetto in una prosa complessa con frequenti rimandi alle note a piè di pagina (e questo è il difetto principale) che alla lunga stanca il lettore e lo costringe a ritornare di continuo sui suoi passi. Questa critica vale naturalmente per il lettore medio che non è abituato a letture troppo impegnative. In sé la prosa di Praz è infatti un gioiello di sapienza compositiva, ma appunto non è scorrevole e questo per il lettore medio è un guaio. E si sa che i lettori eccelsi scarseggiano.

P. 378-383, l’episodio della mancata gita a Sperlonga ci presenta il personaggio di Diamante, giovane americana della quale lo scrittore si innamora, nonostante la forte differenza d’età. Si tratta di una ragazza capricciosa e volubile, e forse anche un po’ psichicamente instabile, che però diventa qui l’emblema delle nuove generazioni (e devo dire soprattutto di quelle con le quali io ho a che fare). Come scrive Praz, la gita a Sperlonga divenne come la gita al faro di Virginia Woolf, una gita sempre rinviata e mai realizzata. Però Diamante, e in questo l’episodio mi ricorda un racconto di Italo Svevo, mi sembra La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1929), diventa, come per tutti gli uomini di mezza età, il sogno di una giovinezza mai raggiunta, di un’adolescenza inappagata, che si offre come un frutto delizioso a chi ormai sa che gli è definitivamente proibito.

E anche l’aneddoto riportato alle pp. 384-388, “Fiori sotto campana”, prelude ai nostri tempi di tragedie familiari e di donne snaturate. Evidentemente si tratta d’una sorta di contagio, di malattia americana (la donna protagonista è infatti nordamericana) un po’ come fu la sifilide dopo i viaggi nelle Americhe.

P. 390, mi colpisce l’immaginazione il breve episodio, che fa riferimento al dono d’un piccolo ritratto femminile, in casa di una signora francese, conosciuta in gioventù. La descrizione del salone dove la dama suonava al pianoforte Debussy, dei quadri, dei tappeti e ceramiche, della meravigliosa prospettiva sulla sinagoga di Firenze, simile a una moschea orientale, è una finestra su un mondo di sogno, purtroppo anche su un mondo che oggi è completamente scomparso, ma che ai tempi del giovane Praz esisteva ancora.

P. 400, analizza se stesso e il proprio carattere, nel ricordo del fallimento del proprio matrimonio. Si paragona a uno specchio che ama riflettere la realtà o a un quadro che la fissa in un attimo reso eterno. Non ama la vita comune, quotidiana, dissipata e dissolta nel momento fuggevole, sottoposta ai capricci della sorte.

Nell’ultimo capitolo le informazioni su Palazzo Primoli, dove si trasferì definitivamente, sono accompagnate da riflessioni spiritose sulle critiche ricevute da uno scrittore inglese e da un giornalista americano a proposito di questo suo libro.

Praz a tratti potrà anche risultare noioso, ma è la materia che necessita di precisione, in ogni caso non si può certo dire che manchi di senso dell’umorismo, e le sue battute sono veramente felici.

Sono stato sempre un ammiratore di Praz, per il suo fenomenale intuito filologico e comparatistico e per lo stile magistrale, ma questo è sicuramente uno dei libri più originali che abbia mai letto.






giovedì 1 gennaio 2026

L’arte del sogno

 



L’aria ebbra è di pioggia ed amara,

quasi pregna della fracida morte,

ed un sentiero di fango prepara

del ritorno immutata la sorte.


Lunga attesa nei lunghi tramonti,

malinconico un sogno smarrito,

fugge al vento il suono tradito

che di pianto disvela orizzonti.


Vasto Acheronte, varco oscuro,

che nel buio si specchia dei tuoi occhi,

aperti al dubbio che danza sicuro


nelle frasi che fuggono e non tocchi.

La tua bocca rimane schiusa e bella,

della vita compagna, e sorella.

martedì 23 dicembre 2025

Franco Galletti, La bella veste della verità

 




Franco Galletti, La bella veste della verità, Milano, Mimesis edizioni, 2020



P. 17, nella considerazione dell’antico paganesimo Galletti mostra di condividere l’opinione di Walter Otto : “i numerosi dei del pantheon rappresentavano più che altro aspetti peculiari dell’unica Divinità”, vedi nota 11.

P. 19-21, Dante viene presentato come un iniziato ai Misteri della Gnosi, come un profeta cui è stata rivelata la Verità. In questo senso la Divina Commedia rappresenta un’opera di esoterismo e non semplicemente un’opera d’arte.

P. 24, 25, nella “Presentazione dell’argomento” l’autore sottolinea la presenza nel testo dei cosiddetti “Fedeli d’Amore” (tra i quali oltre Dante anche Petrarca e Boccaccio) di un senso anagogico o iniziatico di difficile individuazione e spesso di origine islamica (fonti : René Guénon e Ananda K. Coomaraswamy).

P. 27, secondo l’interpretazione esoterica di Gabriele Rossetti Beatrice è l’immagine della divina Sapienza e non della teologia, in ciò conformandosi alla rivelazione degli antichi illuminati come Empedocle (vedi Giorgio Colli), cioè superando l’ambito troppo ristretto del cristianesimo.

P. 31, importanza dell’Ordine dei Templari.

P. 35, NB la distinzione a proposito della teologia e della dottrina iniziatica tra ragione e intelletto. Distinzione che separa da un lato il razionalismo e dall’altro la dottrina dell’interiorità a partire da Schopenhauer (Critica della filosofia kantiana).

P. 52, l’appartenenza di Dante all’organizzazione esoterica dei Fedeli d’Amore comportava l’aspirazione a un ordine politico-sociale corrispondente all’ordine celeste.

P. 59, basandosi su un’espressione di Boccaccio (“i nostri”) l’autore deduce un collegamento se non addirittura un’identità con i Templari da parte dei Fedeli d’Amore.

P. 64, dopo lo scioglimento dell’Ordine dei Templari per volontà del re di Francia Filippo IV detto il Bello, essi confluirono nell’Ordine dei cavalieri di San Giovanni ossia l’Ordine di Malta e in altri Ordini tra i quali l’Ordine Teutonico, depositario della loro tradizione iniziatica.

P. 71, la Vita nuova sarebbe la testimonianza dell’ammissione di Dante tra i Fedeli d’Amore. Il suo linguaggio e le immagini sarebbero dunque volutamente criptiche ed esoteriche.

P. 74, Dante sarebbe succeduto a Guido Cavalcanti come capo della confraternita dei Fedeli d’Amore di Firenze, in seguito al passaggio del Cavalcanti in un’altra confraternita presso Tolosa.

P. 75, simbolismo numerico, il numero 9 collegato a Beatrice si riferisce a un simbolo (Beatrice = la Sapienza divina) essendo esso stesso simbolico.

P. 81, incontro presso Pisa, in occasione del soggiorno in Italia di Arrigo VII, tra Dante e Petrarca ancora bambino accompagnato dal padre Petracco. Dante e Petracco vengono considerati sostenitori della parte ghibellina e filoimperiale contro la parte dei Guelfi (Neri) facente capo a Filippo IV di Francia, il nemico numero uno dei Templari. Questi ultimi poi sarebbero stati in relazione con i filoimperiali e anche con i Guelfi Bianchi, tra cui Dante stesso.

P. 99-102, i Trovatori, Guglielmo IX di Aquitania. Influsso su questo movimento culturale della poesia arabo-islamica e per il contenuto anche delle tradizioni celtiche (il Graal). Diffusione della poesia trobadorica in tutta l’Europa occidentale e in Ungheria.

P. 103, nonostante le numerose tesi a favore dell’influsso dei catari sulla poesia trobadorica, quest’ultima in realtà non trae né origine né ispirazione dal catarismo, sebbene l’area di sviluppo fosse la stessa.

P. 107, influsso sulla poesia medievale della filosofia pitagorica. Unione di poesia e musica. Costruzione delle chiese secondo esigenze di armonia musicale, quindi secondo rapporti matematici e la sezione aurea.

P. 109, influsso sulla poesia siciliana (al tempo di Federico II di Svevia) della poesia araba e persiana.

P. 114, Dante a Bologna frequentò probabilmente corsi di diritto (Corpus iuris di Giustiniano), data la sua amicizia con il giurista e poeta Cino da Pistoia. Frequentò anche corsi di medicina.

P. 115, la scuola toscana di Guittone d’Arezzo si contrappone al “Dolce stil novo” dei Fedeli d’Amore soprattutto per il contenuto, che non raggiunge l’elevatezza spirituale.

P. 122, all’origine della poesia trobadorica e della Divina Commedia probabilmente vi è la letteratura arabo-persiana, vi è infatti un racconto persiano che descrive il viaggio nell’aldilà, il racconto di Viraf.

P. 124-127, influsso della letteratura esoterica araba sulla Divina Commedia, in particolare del Libro della Scala, come ha anche dimostrato Maria Corti. Dante probabilmente ne ebbe conoscenza, come di altri autori esoterici arabi, nelle biblioteche dei conventi domenicani e francescani, che soleva frequentare a Firenze. L’impianto assai scenografico dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso sarebbe stato derivato dal Kitab al-Mi’raj e dai poeti islamici Abu l-’Ala’ al Ma’arri e Muhyiddin Ibn ‘Arabi. Naturalmente questi testi circolavano in traduzione volgare o latina.

P. 127, 128, dubbi su un reale influsso dell’Islam sui Fedeli d’Amore, su Dante e Petrarca, perché questi autori in genere mostrano di disprezzare la religione musulmana, Dante del resto pone Maometto all’Inferno !

P. 131, 132, Beatrice e il tema della fanciulla di nove anni. Beatrice è collegata al numero 9 multiplo di 3, numero della Trinità. E’ riferito il sogno di Maometto che ebbe così la visione della futura moglie Aysha, avvolta in un drappo rosso (come Beatrice nella Vita nuova, ed anche il titolo dantesco allude al numero nove !).

P. 133, possibile influsso indiretto sui Fedeli d’Amore e quindi sui Trovatori e gli Stilnovisti della poesia araba e persiana connessa al culto esoterico dell’aspetto femminile della divinità.

P. 134, 135, la donna angelicata come simbolo della Sapienza divina, identificata nel Cristianesimo nell’angelo custode, retaggio del daimon socratico. “L’umana bellezza acquista una valenza metafisica” e la stessa sessualità è una tappa verso la Bellezza dell’Invisibile. Così è evidente che l’amore di Dante per Beatrice è un amore mistico per la donna angelo simbolo della Sapienza e del Verbo.

P. 136, NB : si sottolinea l’identità tra orfismo e pitagorismo e si afferma che quest’ultimo rappresentò “uno dei principali substrati del percorso iniziatico dei F. d’A.”. In particolare il matrimonio era concepito come la costituzione d’una comunità a due in cui l’uomo aveva un ruolo specifico e così la donna.

P. 139, interscambiabilità del termine “uomo” e “donna”, stato edenico androgino, l’androginia come completezza originaria, nella Genesi la Divinità crea gli esseri umani “maschio e femmina”.

P. 146, 147, influssi dell’India e della Cina sulla Divina Commedia. In particolare le ali di pipistrello dei diavoli sarebbero dovute all’iconografia cinese.

P. 149, la condizione vegetale dei suicidi nell’inferno dantesco non ha giustificazioni nella dottrina cristiana ma è affine alla dottrina hindu secondo la quale post mortem le anime si reincarnano in esseri corrispondenti al loro stato, che nel caso dei suicidi è quello più basso, cioè vegetale.

P. 156-158, i Francescani come depositari di un sapere iniziatico derivato dalla loro esperienza in Oriente. Testimonianza di Dante stesso nel suo Paradiso, quando canta S. Francesco. I Francescani in Oriente vennero in contatto con i cristiani copti e con altre Chiese, tra cui quella armena. Importanza dell’influsso esoterico islamico.

P. 169, frate Ricoldo di Montecroce, domenicano, dopo la sua esperienza oltremare e a Bagdad nel 1295-1296, lasciò scritta la sua testimonianza sui “Saraceni”, inclusa la descrizione del viaggio ultraterreno del Profeta dell’Islam, nel convento domenicano di Firenze, dove studiò Dante, e viene perciò indicato come una delle fonti possibili della Divina Commedia.

P. 180, importanza del ruolo dei Francescani Spirituali, che si consideravano i veri cristiani, membri della Ecclesia spiritualis, per quanto riguarda la concezione apocalittica di Dante, che deve molto al pensiero di Ubertino da Casale. Così si spiegano le invettive di Dante contro la Chiesa simoniaca e corrotta e contro Bonifacio VIII, rappresentante della Ecclesia carnalis, opposta alla prima. Quindi il poeta fiorentino sarebbe una sorta di portavoce delle esigenze e delle teorie dei Francescani Spirituali.

P. 182, dopo aver sostenuto l’influsso delle dottrine di Gioacchino da Fiore, Galletti suggerisce un’interessante interpretazione della famosa profezia del Veltro nel I canto dell’Inferno. Secondo lui il Veltro opposto alla lupa deve essere considerato come il simbolo dell’Ordo iustorum (cioè i Francescani Spirituali) contro l’Ecclesia carnalis, corrotta e avida di potere e denaro, il cui simbolo sarebbe dunque la lupa.

P. 184. Celestino V fu posto da Dante tra gli ignavi in quanto aveva deluso le speranze dei Francescani Spirituali, favorendo l’avvento del loro nemico Bonifacio VIII. Dante pose dunque questo papa all’inizio dell’Inferno, perché il poeta condivideva le speranze degli Spirituali e la dottrina apocalittica di Gioacchino da Fiore.

P. 187 e sg. Dante e i Templari. Probabilmente c’è un legame tra l’Ordine dei Templari e i Fedeli d’Amore. Dante allude ai Templari nella descrizione del coro dell’Empireo e nel simbolo della rosa unita alla Croce sembra riferirsi alla società esoterica derivata dall’Ordine Templare e cioè ai Rosacroce. Così la sua avversione per Filippo IV di Francia detto il Bello e per Bonifacio VIII, nemici dell’Ordine Templare, tradirebbe la sua affiliazione o comunque un legame con l’Ordine.

P. 191 e sg. distinzione tra i Fedeli d’Amore e i Templari. Fra le due “organizzazioni” c’erano distinzioni nette sia per l’origine (i Fedeli d’Amore precedono cronologicamente i Templari) sia per le abitudini di vita (cortigiani i primi, rudi guerrieri i secondi). Però tutti sembrano accomunati dall’ideale venerazione della donna (Donna Sapienza) e della Madonna. Con loro si incontra la leggenda celtica di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, cantata da un poeta di corte come Chrétien de Troyes. A questa leggenda si unisce in modo indistinguibile il mito della ricerca del Santo Graal.

P. 198 e sg. digressione sulla leggenda della ricerca del Santo Graal. I tre cavalieri Galaad, Parsifal e Bohort rappresentano probabilmente tre gradi iniziatici. C’è anche un probabile influsso dell’esoterismo islamico, rappresentato dalla figura di Flegetanis, nome che alcuni studiosi hanno identificato come corruzione del titolo di un’opera esoterica araba, il Falak-thani, trattato sulla sfera celeste di Mercurio. E non manca l’esoterismo dei libri ermetici (Ermete = Mercurio).

P. 206. Il simbolismo del numero 3 e 9 sarebbe di origine templare. La leggenda dice che i primi cavalieri del Tempio furono nove. Inoltre si noti il collegamento tra S. Bernardo, l’Ordine cisterciense e i Templari. Dante fa di San Bernardo la sua guida nel Paradiso. Identità tra i Templari e i Cavalieri del Santo Graal.

P. 237 e sg. dopo l’esegesi dei simboli e dell’allegoria della processione mistica del carro nel Purgatorio Galletti fa riferimento (p. 257) alla precessione degli equinozi ricordata da Dante nel Convivio. L’osservazione è molto interessante perché connette l’apocalittica dantesca alla tradizione mitica analizzata da De Santillana e da Von Dechend nel Mulino di Amleto. Naturalmente qui agisce l’influsso di R. Guénon che tratta ampiamente dell’argomento nei suoi vari scritti e in particolare nel Regno della Quantità e i Segni dei Tempi.

P. 290, Dante accoglie la tradizione sacra pagana e la considera introduttiva a quella cristiana. Inoltre evidenzia l’analogia della tradizione pagana con quella biblica. Un esempio è offerto dalla vicenda biblica di Nembrot e della torre di Babele accostato al mito greco dell’assalto dei giganti all’Olimpo e della sovrapposizione dei monti dell’Ellade per raggiungere il cielo. Dante considera infatti che il potere temporale sia di origine divina e sia stato prima concesso ai Troiani nell’emblema dell’Aquila e del Palladio e poi sia stato trasmesso a Roma, confluendo così in seguito nel potere temporale dei papi, potere che però è stato illegittimamente sottratto al vero detentore di esso cioè l’imperatore.

P. 291, l’isola di Creta e il Purgatorio della Divina Commedia, analogie che pongono in rilievo come Dante accetti la tradizione antica greco-romana e la consideri precedente a quella cristiana, ed entrambe derivate dalla Tradizione primordiale. Creta e il Paradiso terrestre, la sede dell’età aurea di Saturno e la sede dei primi uomini, Troia erede della sacralità di Creta, il monte Ida cretese e il monte Ida troiano, entrambi luoghi dell’apparizione e manifestazione divina nel segno dell’aquila. L’aquila di Zeus infatti secondo il mito rapisce sull’Ida Ganimede così come Dante sogna di essere rapito dall’aquila sul Purgatorio.

P. 305, molto interessante il riferimento alla tradizione pitagorica, testimoniata dall’attenzione al numero sacro (il 3 e i suoi multipli). In particolare è importante la considerazione attribuita al santuario di Delfi, al suo motto “conosci te stesso” e alla tradizione orfica. E’ il poeta Ovidio nelle Metamorfosi la fonte privilegiata da Dante oltre a Virgilio. Del resto anche la teologia cristiana nell’elaborazione del concetto trinitario ha fatto riferimento al numero tre. Tutte queste considerazioni sono a sostegno della tesi fondamentale sostenuta da Galletti e cioè che il poema di Dante è soprattutto un testo esoterico.

P. 337, molto interessanti a proposito del De Monarchia sono i riferimenti alle osservazioni di Frances Yates alla tradizione ermetica in voga nel Rinascimento e al Re del Mondo di R. Guénon, secondo Galletti le diverse tradizioni confluiscono tutte nella Philosophia perennis, denominazione in voga a partire dagli scritti di A. K. Coomaraswamy per designare la Tradizione universale della Sapienza.

P. 376, osservazioni interessanti sulla lingua primordiale, che per Dante e Boccaccio doveva essere la lingua ritmata cioè sottoposta alla metrica e quindi al numero. In tal senso il poeta è portavoce di un mondo superiore ed è dotato di un’ispirazione profetica.

P. 392, non so se sia un pregio o un limite, ma è evidente che le affermazioni dell’autore sono di ispirazione massonica. Afferma infatti che non solo Dante e altri contemporanei, come Cino da Pistoia, ma anche Petrarca e Boccaccio avessero raggiunto “gradi spirituali attinenti ai Grandi Misteri”. L’opera di Galletti è molto interessante, però bisogna tener presente che egli considera l’argomento da un punto di vista sicuramente eccentrico.

P. 449, Dante pare si sia ispirato al Libro della scala musulmano che descriveva il viaggio del Profeta dell’Islam nell’aldilà e la sua ascesa ai sette cieli. In questo caso è evidente che Dante si presenta agli occhi del lettore come un profeta.

P. 464, è molto interessante il fatto che si sottolinei che la missione di Dante comportava la fusione della tradizione pagana con la rivelazione cristiana, essendo appunto Poeta (secondo il significato originario del termine greco di profeta e creatore).

P. 564, dopo le pagine dedicate a Petrarca e Boccaccio, che ricalcano l’impostazione seguita dal Galletti per Dante e cui rimando direttamente, è interessante la postfazione di Alberto Ventura, che consiste in un approfondimento dell’influsso esercitato dalla lirica araba e in genere islamica sull’Occidente medievale e quindi sui Fedeli d’Amore. In particolare sarebbe stato Abbas ibn al-Ahmaf ad elaborare un ideale femminile assai vicino alla Beatrice dantesca.

Ibidem : una poesia di Abbas pare aver offerto a Dante alcune immagini nel suo “Tanto gentile e tanto onesta pare” a proposito di Beatrice.

P. 567, l’antica tribù araba degli Udhriti pare fosse dedita alla poesia d’amore e alla “morte d’amore” che essi realizzavano morendo effettivamente.

P. 568, il massimo trattatista arabo dell’amore fu Ibn Hazm di Cordova nel suo Collare della colomba. Questo autore ebbe un influsso determinante su tutta la poesia d’amore che ebbe sviluppo nella lirica trovadorica e poi nello stilnovismo. I caratteri essenziali dell’amor cortese sono fissati definitivamente : l’innamoramento al primo sguardo, il mantenimento del segreto, l’unione amorosa, il dolore della lontananza, la morte.

P. 569, Ruzbehan di Shiraz, uno dei massimi “Fedeli d’Amore“ dell’Islam, secondo questo autore l’amore per la bellezza umana conduce all’amore per la Bellezza Divina, la donna amata è un simbolo del Divino.


domenica 7 dicembre 2025

Sogno d’arte

 


Ora ti specchi tu nel vago argento

vana effigie che brami la bellezza,

e se una rete d’oro è un portento

per ombre che dispensano ricchezza,


non disperdere ora il tuo colore,

esso è luce che a musiche risuona

e nel petto lo strumento è il cuore,

che nel fiume di luce s’abbandona.


Così concedi donna il dolce amore

quando il giardino è ancora nell’estate,

quando profuma intenso il fresco fiore


nato da rosse immagini chiomate.

Tu non sai, certo l’Amore è ignoto,

com’è riflesso d’un astro remoto.


domenica 16 novembre 2025

A Eustasia

 

Essere dimenticato da te

trascorre la memoria,

esile grigioazzurra iride

che rifletti il luminoso mare

fra nubi chiaroridenti;

sottile, flessuoso fiore

di sognati profumi

inebriante.

Ti ha rivelato l’istante

per sempre, d’un magico dono

di sorrisi la nostalgia si colma,

in un calice di luce

nella notte.


domenica 5 ottobre 2025

Thomas Hardy, Il ritorno del nativo

 

Thomas Hardy, Romanzi, Milano, Meridiani Mondadori, 2000 (a cura di Carlo Cassola)


Il ritorno del nativo, traduzione di Ada Prospero


Scrittore realista, lo si capisce dalla descrizione minuziosa della brughiera di Egdon e dal ritratto preciso del venditore di ocra che un anziano viandante incontra sullo stradone. Tuttavia il realismo non manca di aprire all’indagine psicologica e questo lo avvicina a Tolstoj.

P. 87, il ritratto fisico-psichico di Eustacia Vye è di una suggestività impareggiabile, egli ci delinea dapprima il carattere con gli atti di lei e poi nel dipingerla piano piano sembra quasi disegnarla sulla tela e poi colmarne la figura di colori.

La giovane Thomasin Yeobright deve sposare il dongiovanni Damon Wildeve che però è anche invaghito della bella e ombrosa Eustacia Vye. Thomasin dopo un tentativo di matrimonio fallito per ragioni burocratiche viene portata a casa da un giovane un po’ strano che fa il venditore d’ocra, un certo Diggory Venn, che a sua volta s’innamora di lei ma viene respinto. Ai già numerosi partecipanti al gioco d’amore si unisce l’arrivo imprevisto da Parigi del giovane rampollo di buona famiglia Clym Yeobright, della cui fama si appassiona la femme fatale Eustacia Vye.

Alla festa data dalla madre di Clym al suo ritorno da Parigi, Eustacia partecipa in incognito, accompagnatasi alle maschere della recita tradizionale durante il Natale, e i due giovani s’incontrano, innamorandosi. Intanto Clym rivela alla madre di aver abbandonato una professione lucrosa nel commercio con l’intenzione di diventare maestro di scuola. La madre ne è contrariata e lo è ancora di più quando il figlio le rivela di aver l’intenzione di sposare Eustacia Vye. A questa notizia sua madre si rifiuta di continuare a vivere con lui e Clym si allontana di casa cercando alloggio per sé e la futura sposa in un villaggio vicino. A tale notizia anche Wildeve, ormai marito di Thomasin, reagisce emotivamente, desiderando di nuovo l’antica amante Eustacia.

La partita ai dadi del cap. VII del libro III è quanto mai avvincente e suggestiva. Hardy è un descrittore incomparabile di ambienti e situazioni e la sua capacità di introspezione psicologica è magistrale. Al gioco sembra partecipare anche la natura con i cavallini della brughiera, gli insetti e le lucciole che offrono luce agli sfidanti. Wildeve mostra sempre di più la sua indole malvagia.

In una festa di paese dove si reca, Eustacia incontra per caso Wildeve e tra i due s’accende nuovamente l’antica passione. Ma vengono furtivamente scoperti da Venn e il loro rapporto si complica.

Libro IV, cap. VII, l’episodio della mancata visita della madre a Clym e il ferimento di lei in seguito al morso di una vipera dà luogo a una scena finale dove il folclore locale si manifesta nella sua piena ingenuità, rivelando la mentalità dei contadini del luogo. E’ un elemento che richiama il Verismo italiano e soprattutto il Verga dei Malavoglia.

Nel libro V Clym viene a conoscenza dell’ospitalità data a Wildeve da parte di Eustacia il giorno della visita mancata della madre. Egli presume che Eustacia abbia provocato indirettamente la morte della madre non avendole aperto la porta e quindi avendone causato l’allontanamento in preda alla delusione più cocente e allo sconforto. Così tra i due coniugi avviene la rottura ed Eustacia se ne va via nella casa di suo nonno, dove aveva vissuto prima. A questo punto rientra in scena Wildeve che mostra alla donna di amarla ancora e di avere desiderio di aiutarla. Dopo qualche esitazione Eustacia accetta il suo aiuto ma per il momento rimanda al futuro le sue decisioni.

P. 438, nelle espressioni di autocommiserazione durante la fuga dalla casa di suo nonno per raggiungere Budmouth forse insieme a Wildeve, Eustacia rivela di essere una sorta di Madame Bovary inglese, un’eroina romantica agitata da sogni impossibili e dall’aspirazione a un amore irraggiungibile. Nella scena seguente del rito magico di Susan Nunsuch contro di lei c’è l’annuncio della prossima tragedia.

Al cap. IX del libro V la tragedia si compie. Durante una spaventosa tempesta Eustacia decide il proprio destino. E’ d’accordo di ricevere l’aiuto di Wildeve per fuggire nottetempo a Budmouth, mentre l’amante è deciso a seguirla, ma improvvisamente si rende conto che la sua dignità è perduta, la sua vita un fallimento.

Approfittando perciò della piena del vicino fiume si getta nelle sue acque dove è più profondo, presso una diga. Raggiunta da Wildeve e da Clym quando ormai è troppo tardi, provoca con la sua morte la morte di Wildeve che si getta in acqua per tentare di recuperare il suo corpo nell’illusione di salvarla. Anche Clym si getta nel fiume ma non annega. Giunge infatti in aiuto Venn avvertito da Thomasin e lo pone in salvo. Così con la morte dei due amanti si può dire che abbia fine il racconto, che continua ancora per poco per informare dei fatti seguenti.

Thomasin, moglie tradita di Wildeve, nonostante la vedovanza e la presenza della figlia di Wildeve, la piccola Eustacia, va sposa all’antico pretendente Venn, ex venditore d’ocra ora ricco proprietario terriero. Clym dal canto suo, nonostante tutte le difficoltà e la debole vista diventa predicatore ambulante e realizza il suo progetto di educatore del popolo.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a proposito di Hardy, nei suoi scritti sulla letteratura inglese (e in genere europea) a p. 1234 scrive (Opere, Milano, Meridiani Mondadori, 2011) :


Il personaggio maggiore dei suoi romanzi non è una persona vivente ma un luogo, Egdon Heath, fuori dal tempo, immemorabile e noncurante delle vite umane che per un attimo si agitano su di essa, eterna. Fatalista e determinista, Hardy vedeva gli uomini vivere, amare, travagliarsi e perire su di uno sfondo di forze remote, implacabili, non coscienti e non controllate. Rinnovando in sé lo spirito dei tragedi greci egli aveva come loro la convinzione che l’uomo è nato per sopportare ciò che forze estranee hanno in serbo per lui. E questo suo plumbeo credo egli espresse in personaggi che spessissimo hanno la gravità e la dignità dei personaggi tragici.


domenica 28 settembre 2025

Antonio Marcianò, Mai arrendersi al caos

 




Antonio Marcianò, Rosario Marcianò, Alfredo Fraioli, Maurizio Pallavicini, Wyxyx, M. A. C. (Mai arrendersi al caos), Sanremo, Tanker Enemy, 2025 (Printed by Amazon)




Edmund Wilson ne Il castello di Axel a proposito del verso di Eliot ci illumina nel presentare quella tradizione del blank verse che ha in Shakespeare il rappresentante più famoso e quell’alternarsi di verso e prosa con lo scardinamento dei versi e delle rime tipico dei drammi del poeta inglese. A p. 21 dell’edizione italiana (E. Wilson, Il castello di Axel, Milano, SE, 1996) si legge :


Il moderno lettore di lingua inglese troverà ardua un’esatta valutazione dell’influenza di Poe; così come, passando ad analizzare le opere del simbolismo francese, potrà addirittura stupirsi del fatto che esse abbiano destato tanta meraviglia ai tempi loro. La composita varietà delle immagini; la volontaria mescolanza di metafore eterogenee; la combinazione di passione e di arguzia, di modi grandiosi e prosaici; l’audace fusione di spirituale e materiale – tutto ciò potrà sembrargli normale e familiare. Si tratta di procedimenti a lui già noti attraverso la poesia inglese del Cinquecento e del Seicento – Shakespeare e gli elisabettiani ne hanno fatto uso senza teorizzarli. Non è forse questo il linguaggio naturale della poesia? Non è la norma rispetto alla quale, nella letteratura inglese, il Settecento rappresenta un’eresia e alla quale i romantici si sforzarono di ritornare?


E’ la tradizione neolatina, francese e italiana, quella maggiormente legata alla logica del discorso poetico e al rispetto delle tradizionali forme metriche (soprattutto in Italia con il petrarchismo) e si capisce dunque come nel continente e soprattutto all’inizio in Francia il simbolismo abbia rappresentato un’assoluta novità. Ma bisogna considerare che Mallarmé, grande caposcuola di esso, era professore d’inglese e indubbiamente la scuola romantica inglese e Shakespeare devono avere avuto un certo influsso su di lui. Da notare poi che il cosiddetto verso libero, o meglio in francese vers libre, non è che il verso francese concepito secondo la metrica inglese e perciò dovrebbe essere ritenuto piuttosto un verso “irregolare”. Quanto al nostro verso libero, in Italia, devo dire che i miei connazionali non hanno in realtà nessuna idea di cosa esso sia, e quando ne concepiscono (e ne partoriscono tanti, anzi tantissimi, perché nel campo della “poesia” non esiste a quanto pare l’inverno demografico) compongono dei pensierini (non sempre belli) in prosa stentata. Non mi riferisco certamente ai grandi della nostra letteratura del Novecento, consapevoli del loro operato e innovatori nel loro magistero letterario, ma a quell’alluvione di presuntuosi somari che si pavoneggia e pontifica nelle miriadi di concorsi e certami poetici, e, incapace anche solo di comporre un sonetto, ci riempie le orecchie di recite abominevoli sul canale You Tube e sforna libriccini di versi formato giapponese. A questi illuminati dal sacro fuoco sarebbe bene consigliare una maggiore riflessione e ponderazione, una presa di coscienza del mistero del verso.

Innanzi tutto cos’è un verso e perché se ne parla? Esso è tradizionalmente elemento proprio della poesia, ma questa non necessariamente è legata al verso. Come già dicevano gli antichi, vi possono essere composizioni in versi che non hanno nulla di poetico e infatti Aristotele affermava che tra Omero ed Empedocle non vi è nulla in comune tranne il metro.

D’altra parte siamo soliti attribuire il termine “poetico” a un bel paesaggio, a un’opera d’arte, all’espressione d’una statua, a un brano musicale, al contenuto di un romanzo. Quindi tra poesia e verso c’è una certa distanza e l’uno non è sinonimo dell’altra. Sembra poi superfluo anche solo accennare al fatto che “poesia” deriva da un verbo del greco antico che significa “creo”, “produco” e quindi il suo significato è di per sé molto generico. Ma la nostra tradizione letteraria a partire dalla più remota antichità ha legato la poesia al verso, perché questo era unito strettamente al canto, a sua volta considerato invocazione e preghiera, formula rituale, collegata ai riti magici e apotropaici. La formula magica richiede precisione e ripetizione, il canto melodia, così si spiega la nascita del verso.

Dunque la poesia è tradizionalmente legata al verso e quindi al canto. Ma con il trascorrere dei secoli il connubio di poesia e musica è venuto meno, com’è noto. E tuttavia il verso è rimasto e con questo bisogna fare i conti. Vogliamo fare il verso libero? Bene. Libero da che cosa? Dalla rima? E’ stato fatto con la nascita dell’endecasillabo sciolto già nel XVIII secolo. Dal numero delle sillabe? Anche questo è avvenuto e se ne hanno esempi anche prima del Novecento. Dal numero delle sillabe e dal ritmo degli accenti? Allora perché comporre versi? Vogliamo il verso assolutamente libero? Un non-verso, oppure un versaccio, una pernacchia?

Il risultato dell’inconsapevolezza degli aspiranti poeti è come quello dell’apprendista stregone, un pasticcio. Una sequela di frasette ridicole che hanno la pretesa di esprimere pensieri profondi, che però sono tanto profondi da non venire più a galla.

Prendiamo invece ad esempio uno scrittore consapevole, che ha scritto versi liberi : Cesare Pavese. Come giustamente nota Tiziano Scarpa nella sua introduzione alle poesie dello scrittore, la metrica di Pavese è proprio quella del blank verse inglese, cioè tiene conto solo dell’accento ritmico e non del numero delle sillabe, così come è computato nella verseggiatura italiana. Ne segue che soprattutto nei componimenti più “maturi” si avverte comunque una certa regolarità nella lettura nonostante la lunghezza irregolare dei versi. Questo è infatti il vero verso libero.

Si è detto che la parola “poesia” deriva da un verbo del greco antico che significa “creare”. Ebbene questo attiene chiaramente al contenuto del verso, sempre che il componimento venga realizzato in versi e non in prosa. Perché molti sono stati i poeti, soprattutto in epoca moderna, che hanno scritto poesia in prosa, basti pensare a Macpherson, ma naturalmente non bisogna dimenticare Shakespeare, e poi pensiamo a Rimbaud, a Lautréamont. Qual è l’intento del poeta, dove vuole arrivare, che cosa ci vuol far vedere con le sue parole o capire? Ovviamente questo dipende dal poeta, dalla sua personalità, dalla sua mente. Ma in ogni caso egli trasferirà in parole e figure aspetti della vita che altrimenti sarebbero perduti e dimenticati. Egli coglie l’istante e gli dona un alone di eternità, nella metamorfosi dell’immagine ideale. E quanto più è alto e nobile il suo intento tanto più egli s’avvicinerà al sovrumano regno della Bellezza. Inoltre egli è capace di cogliere il segreto delle cose, della realtà comune, del mistero che si nasconde ai profani. Sua è la sensazione che vi sia qualcosa di vero oltre le parvenze, un mondo oltre il mondo umano.

Nel libro che presento, consiglio tra le altre assai pregevoli questa poesia di Antonio Marcianò, intitolata appunto “Oltre”, di cui riporto alcune strofe :


Un giorno andrò oltre le alture,

oltre le vette avvolte nel perenne

silenzio, dove colpisce la scure

del fulmine, all’ombra solenne


delle vette, su sentieri a precipizio

sul cielo. Laggiù la notte sprofonda

nell’aurora ed ogni fine è un inizio.

Laggiù l’alba dilaga e inonda


valli e pendii, scintilla sugli abeti,

verdi stalagmiti grondanti luce …

Il destino tradirà i suoi segreti.


L’antologia infatti contiene una vasta raccolta di poesie di Marcianò cui segue un minor numero di composizioni dovute alla penna di altri autori (fra questi anche lo scrivente).

Antonio Marcianò esordisce conducendo il lettore tra poemi narrativi e di contenuto storico, tra effuse liriche e istantanee folgorazioni. Egli possiede in misura ammirevole la conoscenza dell’Arte e soprattutto ha la rara capacità di cogliere nell’istante il segreto senso della vita. Come scrive Edgar Allan Poe nel suo Principio poetico, è vero poeta non colui che descrive semplicemente con belle frasi e belle parole un paesaggio o una creatura attraente, ma chi si protende nello sforzo di voler raggiungere la Bellezza al di sopra di noi, la Bellezza celeste e in ciò manifesta l’immortalità donata all’anima umana. In tale innalzamento verso un mondo superiore egli è solo e di questa solitudine porta la pena, nel dolore dell’estraniamento e della diversità. Allora lo coglie la delusione, lo scoraggiamento, la solitudine senza conforto, come nella lirica “That day” :


Ma solo nella tua stanza, la fronte


sul vetro, attendi chi non arriva.

Conosci solo l’inerte orizzonte,

fra silenzi e memorie, alla deriva …


Devo dire la verità, proseguendo nella lettura ci si imbatte in componimenti di vario livello, talvolta troppo ricchi di termini ricercati o dotti, ma le poesie di lessico più semplice e di stile lineare ci pongono di fronte a una personalità complessa, a un pensiero che si delinea in vertiginose altezze, a un’anima nobilmente sofferente alla ricerca della risposta all’eterna domanda sullo scopo dell’esistenza, come si avverte in “La vita si dissolve in un istante” :


Quando sarò nelle lande del mistero

e il passato sarà un colore muto,

non piangete : si piange chi si è perduto.


Io avrò trovato, infine, il mio sentiero.


Talvolta la disperazione prende il sopravvento, il senso angoscioso di una vita perduta, come nella bellissima lirica “L’angelo”, dove si immagina che l’angelo custode parli al suo pupillo con parole di conforto che però non riescono a consolare.

La vita fugge e lascia dietro di sé un velo di malinconia in “Fine dell’estate”, dove l’eleganza del dettato si accompagna alla profondità del sentimento :


E vai, mentre l’ombra s’allunga;

i platani chinano le fronde presaghi :

ora qualcosa per sempre si spezza.


L’eco di stagioni lontane, lunga …

sembra che in spazi eterni dilaghi

settembre e la sua dolente bellezza.


L’avvicinarsi dell’autunno, anche in senso metaforico, suscita uno stato d’animo pervaso da cupa malinconia in “Il colchico”, componimento pregevole sia per la metrica perfetta di gusto pascoliano sia per il lessico :


Solitario fiore, tu non conosci

il tiepido favonio e le vanesse

che si librano leggere fra scrosci

di luce; tesse


un velo bigio la pioggia autunnale

per te, quando le Pleiadi arcane

tramontano nella notte spettrale,

cupa, inane.


Così la consapevolezza della fuga del tempo, della brevità d’ogni gioia, dell’illusione della vita è il messaggio de “La meteora”, poesia, come tutte queste di contenuto meditativo ed esistenziale, intensa e universale, cosmica nel suo pessimismo “leopardiano”. E’ un pessimismo che coinvolge tutta la modernità, la società caotica rappresentata dal complesso disordinato e tumultuoso delle città, come appare in “Non so”, dove si contrappone la spensierata fanciullezza che corre in campi di grano ai giorni che non sono più gli stessi della vita adulta, esiliata nel tedioso e cupo tumulo urbano. L’alienazione conduce a una sorta di sdoppiamento in “Un altro me stesso”, dove s’immagina durante un viaggio in treno un colloquio con un interlocutore al quale intimamente non si presta la minima attenzione e si affidano a una sorta di meccanismo esterno le risposte.

Il filone interpretativo sin qui tracciato è a mio parere quello dotato di maggior persuasione, ma è facile smarrirsi nel numero forse eccessivo delle liriche e dei poemetti, che denota una vena copiosa, ma che avvolge il lettore in una selva che sarebbe opportuno sfrondare. Ciò nulla toglie al valore della poesia di Marcianò, che raggiunge vette inaccessibili alla quasi totalità dei contemporanei nonché agli altri scrivani inversi. Né mi riferisco ai bellissimi paesaggi e descrizioni di natura che sono frequenti, piuttosto alla necessità di disporre le poesie secondo una tematica più evidente, in modo da non disorientare il lettore.

Nella lirica “Esilio”, in versi liberi ma disposti secondo un’armonia interna, si coglie il motivo fondamentale dell’esclusione, della solitudine, del “male di vivere” montaliano :


Esule dalla vita,

ne ricomponi gli sparsi frammenti :

[…]

Nel vuoto della notte

sprofonda il silenzio.


Qui si nota anche una certa affinità con le poesie di Pavese, attraversate dal medesimo senso di stupore angoscioso innanzi all’esistenza.

Un motivo ricorrente è quello della fuga del tempo, anzi direi dell’inafferrabilità del tempo, come in “Ciclisti” :


Domenica mattina :

la strada che scende verso il mare

è silenzio e ombre fragili di eucalipti.

D’un tratto

la nuvola rosso-oro di un gruppo di ciclisti.


Un istante

ed è già scomparsa alla vista.


Non si cattura il tempo e non si comprende la verità. In “Un sogno” l’ardire d’un angelo viene punito nel gelo dell’incomprensione, non basta la conoscenza delle realtà immateriali se non si intuisce l’intima verità del mondo. La poesia di endecasillabi in quartine a rima alternata è ispirata al Vathek di William Beckford, dove il califfo temerario subisce la sorte di chi sfida i limiti posti al destino umano.

E il destino è come il volo senza scopo d’una farfalla notturna nell’elegante componimento d’intonazione pascoliana “La pavonia” per la precisione del lessico nel nominare fiori, piante, insetti. Questa attenzione ai termini scientifici della botanica e della zoologia è diffusa in tutte le poesie, e parimenti si estende alla cura dei versi, alla metrica, alle rimembranze letterarie. Anche l’invocazione finale, colma d’angoscia, tradisce una notevole affinità con il sentire del poeta di Castelvecchio.

In molte poesie si sente la nostalgia per un personaggio femminile dai lineamenti vaghi, la presenza di un amore perduto, in altre appare il desolato rimpianto della madre, come in “Nostalgia”, dove i ricordi della vita familiare si fanno vivi e sfumati nel contempo, in “Carole” e in “Arazzi” in cui tra il sonno e la veglia la voce della madre parla al figlio dalle remote terre della morte. E così bellissima è la poesia “Mirti” dove nitido appare il ricordo della madre :


Un’ombra appena sulla fronte,


un velo di mestizia negli sguardi.

Madre, anche se sei lontana

e so che è oramai tardi,

accogli il mio amore, non sia vana


la pena. Andiamo fra i mirti,

lungo sentieri verso le stelle.


Qui, tra parentesi, si può notare l’uso dell’accento ritmico soltanto. Ma, messa da parte la pedanteria metrica, si tratta di versi semplici di una efficacia straordinaria.

La presenza vaga della donna si avverte, come ho detto, qua e là, più evidente in “Fiori di campo”, in “Sogni ancora, amica mia?”, sempre quartine che racchiudono immagini di vita desiderata e svanita nel nulla.

Nel “Prugno” prevale il tema della noia :


Ma il tedio su ogni cosa stende

un velo grigio : tutto è vano,

vuoto e nulla ormai accende

una vita inerte, un ricordo lontano.


Mi avvio verso casa triste e solo.

E’ perduta per sempre la serenità.

S’infrangono le onde sul molo,

tramonta il sole sulla città.


E in “Senza amore” risalta la confessione :


Traspare la filigrana dei rami,

sulle vette indugia qualche bagliore.

Vorresti, ma non vivi più, non ami …

E la vita è cenere senza amore …


In “La voce del fiume” nella solitudine della notte ascolta la voce del fiume e immagina un paesaggio campestre sotto le stelle, le colline azzurre, le “pendici argentate”, i “boschi nereggianti”, ma la voce non esprime nulla, è muta.

In “Monte Saccarello” e “Che cosa resta?” la nostalgia, il senso di disperata solitudine si accompagnano al rimpianto per l’amore finito, per un’illusione d’amore :


Nel tiepido chiarore che scema,

mentre indugia il sole sui fastigi,

il tuo viso sfioro con mano che trema.


Vorrebbe il poeta trovare nella propria Arte una consolazione dalla delusione del vivere, ma “La poesia non salva” :


Oscilla il silenzio

impiccato al ramo del vuoto.

[…]

Ma la poesia non salva :

dalle vene

fuoriesce la vita

e gli spari,

che ancora echeggiano

nel tetro cavedio,

non erano a salve.


Mi sembra di aver dato al lettore un’idea sufficientemente chiara del messaggio e dell’Arte di Marcianò. Naturalmente non pretendo di esaurire l’argomento, ma questo richiederebbe al lettore un’attenzione troppo prolungata e al critico in questione una disamina tanto impegnativa e onerosa da partorire un libro, e per il momento se ne ritiene incapace.

In appendice al volume seguono alcune poesie di autori che il nostro poeta ha gentilmente ospitato, su questi giudicherà direttamente il lettore.

Rosario Marcianò ha ornato l’opera d’una suggestiva illustrazione in copertina e di links che rimandano alle sue melodie.