giovedì 2 gennaio 2020

Il ritorno di Misandra ( cap. II )


II


Mai come in quel periodo della sua vita egli era stato sorpreso e catturato dalla brama d'amore. Più volte si era immerso nei sogni dell'arte, ma ahimé sembravano non bastare.
La vita intorno a lui proseguiva il suo corso nell'indifferenza ed egli sentiva la propria solitudine e l'esclusione da un mondo cui non apparteneva.
Era dentro di lui una forza misteriosa che lo spingeva a procedere nell'oscurità, nel deserto dell'esistenza, senza una ragione, senza un qualsiasi fine, senza alcuna gioia. Sul suo volto si scorgevano i segni dell'inquietudine, come una febbre che accendeva i suoi occhi di un'acuta ansia. Il suo pensiero s'aggirava intorno alle macerie dei sogni e vorticava ossessivo, ingoiando nelle onde melmose gli estremi fiori dell'illusione.
E immagini grottesche lo assillavano talvolta, figure di disfacimento e di morte che si intrecciavano in una ridda ossessiva con delicate forme di bellezza. Il ricordo di rari incontri, di visi amati, di avventure amorose vagheggiate ma vissute tutte dentro di sé, di vite sognate, tornava continuamente alla memoria e lo tormentava. Spesso aveva la sensazione di avere smarrito la via, e di essere come una nave che ha perduto la rotta nel mezzo di una tempesta.
Lo tormentava il rimpianto di una vita irrimediabilmente trascorsa, e la fuga di giorni lontani, vissuti nell'attesa. Nell'attesa di cosa, o di chi ? Forse nell'attesa del momento in cui sarebbero stati rimpianti, quando la vecchiaia, anche se lontana, pure si avvicina a lenti passi e tutta la perduta giovinezza si circonda d'un benevolo alone di luce. Allora si rivela il destino beffardo e trasforma i desideri della giovinezza in occasioni mancate, cambiando semplicemente nella vita il punto di vista e la prospettiva, ma il resto, l'anelito e la brama, non muta.
E poiché siamo uomini, inevitabilmente soggetti alla tirannia delle speranze e delle illusioni, non rimane che arrenderci.
Tra le illusioni quella che più tormentava Mauro era senza dubbio la bellezza. La bellezza in quanto armonia e giusta proporzione, raffinatezza delle sensazioni, elevazione del gusto artistico e del sentimento. La bellezza delle linee, delle forme, dei colori e dei suoni ha il potere di riempire l'animo umano di dignità e di nobili aspirazioni, di trasformarlo in una persona sensitiva, attenta ai fenomeni che la circondano, attenta a se stessa e al proprio modo di essere, in un uomo proteso alla conoscenza e al miglioramento di sé.
E insieme a questa aspirazione cresceva in lui l'ideale dell'eroismo, della vita protesa a nobili azioni colme di gloria, in cui ogni istante della giornata fosse consacrato ad energici gesti. Lo aveva affascinato la fiera educazione di Giugurta, del giovane africano che tanto aveva amareggiato i Romani :
“ … equitare, iaculari, cursu cum aequalibus certare; et cum omnis gloria anteiret, omnibus tamen carus esse; … “
E distogliendo la pupilla dalla pagina illuminata, si era volto a sondare l'oscurità dell'animo e aveva con disappunto scorto il peso della propria ignavia e la tristezza dei tempi. In un secolo che sempre più pareva preludere ad una riviviscenza dell'antica bestia, egli s'avvedeva con mestizia della sua stessa desolazione. E, innanzi all'assoluta nullità della propria esistenza, pensava agli eroi defunti eppure immortali di un'umanità archetipica e irripetibile, che si stagliava all'orizzonte della storia quale una stirpe di giganti rispetto a un mondo di nani.
E ricordava vagamente il mito di Platone :
Una volta nata la discordia ciascun gruppo di razze divenne procacciator di guadagno, quello di ferro e di bronzo ad ammassare denaro e possesso di terra e di casa e d'oro e d'argento, mentre al contrario quello d'oro e d'argento, poi che non era povero ma ricco per natura, le anime alla virtù e all'antica costituzione traeva; … “
E così pensava agli eroi omerici la cui unica ragion d'essere è l'aspirazione alla gloria, la cui vita è tutta protesa al conseguimento di essa, per i quali sia la ricchezza che il potere non sono nulla se non si accompagnano alla gloria.
E così pensava anche alla grandezza della patria e all'assoluta fedeltà ad essa. “ O cittadini d'Atene, due qualità deve avere il buon cittadino, perseverare nella scelta per la città della dignità e del suo primato, e in ogni circostanza e azione nella lealtà. “ Così aveva scritto il grande oratore. E tutti gli uomini della Grecia avevano anche sempre fatto a gara per la grandezza della propria patria nei divini giochi di Olimpia e nelle altre feste degli eroi.
Né tralignava da quei grandi l'ultimo dei Greci, l'italiano Foscolo, il quale aveva detto ai giovani : “ O miei concittadini ! Quanto è scarsa la consolazione d'esser puro e illuminato senza preservare la nostra patria dagl'ignoranti e dai vili ! Amate palesemente e generosamente le lettere e la vostra nazione, e potrete alfine conoscervi tra di voi, ed assumerete il coraggio della concordia; né la fortuna né la calunnia potranno opprimervi mai, quando la coscienza del sapere e dell'onestà v'arma del desiderio della vera ed utile fama. “
Ma volgendo lo sguardo al proprio tempo Mauro osservava sgomento il trionfo dell'ingordigia e della stupidità e si chiedeva : “ La patria è la terra dei padri. Si, ma quali padri ? “ Poi che più non vedeva intorno a sé nulla che continuasse il passato, ma tutto mutato irrimediabilmente e senza speranza.
I discorsi degli oratori s'erano ormai trasformati in frasi fatte, semplici e brevi per non offendere lo scarso raziocinio del popolo, ormai impantanato nella mollezza e nelle comodità, preoccupato del proprio cagnolino come una vecchia zitella. Ormai aveva davanti agli occhi una massa di snervati Sibariti, schiavi dei piaceri più volgari e dei passatempi più insulsi, una vera massa di poltroni.
E la patria, la nazione, il popolo erano solo i nomi venerandi di un'età passata, parole vuote buone per riempire la bocca di qualche rètore annoiato o di ancora qualche filosofo invecchiato nelle biblioteche.
Il mondo era cambiato, era grande, unico, universale e magnifico. Era il mondo globale dei consumatori, la società ideale a cui per secoli avevano mirato le menti sublimi dei politici. Ormai era fatta, non si poteva più tornare indietro.
Risaltava su questo sfondo assai fosco la nobile semplicità e la quieta grandezza dell'arte antica e delle statue dei Greci, la cui scoperta entusiasmava ancora o perlomeno incuriosiva la folla dei selvaggi.
Questi avevano ancora in sé un barlume di umanità, né avevano del tutto dimenticato che esiste qualcos'altro oltre al brillare dell'oro, sì che ben si addiceva il detto del poeta :
Que la beauté du corps est un sublime don
Qui de toute infamie arrache le pardon. “
Era senza dubbio l'unico valore rimasto in tanta miseria morale e sebbene l'estetismo non fosse mai stato considerato prima un fondamento dell'etica, ora invece lo era, in quanto unico segno distintivo nei confronti della bestia.
Il regno della bellezza, il regno di Venere lo seduceva ormai, lo accomunava nella sorte a Tannhäuser, dividendo il suo animo fra tensioni opposte, fra inclinazioni spesso nemiche fra loro : l'eroismo e l'amore. Ma ormai l'amore era divenuto una sorta di eroismo, in tanta volgarità e mancanza di sentimento, sì che poteva ben abbandonarsi all'abbraccio delle sirene nel loro richiamo : “ Qui alle beate – Piagge approdate. “
Spesso lo confondeva proprio il sogno musicale, ed egli s'immaginava immerso nell'atmosfera dell' Hörselberg, nella vasta grotta rischiarata da una luce fantastica.
Egli osservava spesso, in fotografia, la Venere del Tiziano, detta dell'Amorino. Quell'opulenza carnale lo traeva in un vortice di desiderio profano, lo ammaliava, ma lo empiva anche d'una malinconia profonda per la consapevolezza d'un mondo perduto di verde gaiezza, per una sensualità ancora vergine di aberrazioni dell'istinto. E naturalmente pensava anche a Misandra, la cui bellezza indubbiamente più spirituale sembrava un ammonimento a non godere troppo dei piaceri della vita senza tuttavia negarne l'incantesimo, che anzi veniva aumentato dal suo fascino, come Calipso sapeva irretire i naufraghi.
Ma da molto tempo non ne aveva sentito più nulla. Ora però gli giungeva notizia della sua presenza non molto lontano, nel convento sulla montagna. Evidentemente era sfuggita all'incendio e si era salvata all'insaputa di tutti.




mercoledì 1 gennaio 2020

Il ritorno di Misandra ( cap. I )


I


Giunto a quarantasei anni, aveva ormai raggiunto l’acme. Ed era nel pieno della giovinezza e della creatività.
Sovente gli appariva l’immagine d’una montagna assolata durante una gita fatta subito dopo gli studi, molto tempo prima, e aveva la sensazione che il tempo non fosse trascorso, ma fosse sempre quello presente.
E quando osservava da casa sua il panorama tra i due promontori, rivolto verso il mare, rivedeva i sogni passati come i ricami di un ampio manto che coprisse la sua dea, la dea sorta dalle acque e dalla brezza e dalla scorza degli alberi e dal cielo azzurro, dal sole e dalla luna incantatrice.
Aveva, negli anni della prima giovinezza, conosciuto il figlio d’un pittore, un ragazzo ammirato dalle fanciulle per l’avvenenza del portamento, un misto d’introversione e d’arditezza, sì che la sua ritrosia attraeva, quasi un cavaliere misterioso le cui eclatanti imprese sono velate da improvvise fughe in foreste impenetrabili.
E aveva conosciuto un giovane artista, coetaneo di costui, ambedue erano più giovani di alcuni anni, il quale frequentava l’Accademia di Belle Arti ed era entusiasta della filosofia estetica. Egli aveva nella fisionomia, nel contempo forte ed elegante, nella sicurezza e nell’intelligenza dello sguardo, nell’energia che da lui promanava, la sembianza di Leonardo in età novella.
E la memoria lo attraeva nella corrente sinfonica di Bruckner, che lo incantava più di altri, in un viaggio senza meta, in una dolce ondata di malinconia, e alternandosi i momenti di abbandono al vigore, alla forza maestosa che interpretava la lotta incessante, universale, si smarriva in un labirinto, in un mondo irreale, ma assai più autentico di quello in cui vivono le ombre sicure degli uomini, un mondo di impeti ciechi e funesti, di esaltazioni sublimi, di vera vita. Quella vita che, pur fatta di passioni, non appartiene alla volgare folla delle brame né alle deviazioni e agli smarrimenti propri alle condizioni del corpo, ma, tramata di sogni e di desideri luminosi come luci dell’alba o raggi di sole fulgente in un chiaro giorno di giovinezza, ci seduce senza requie e ci sprona a inseguire le sue irresistibili, incantevoli visioni.
Procedevano allora, egli e i suoi amici, per un sentiero nella campagna, e discorrevano d’argomenti seri o futili, a seconda dell’estro. I due gli erano in realtà compagni in rari momenti e più per curiosità che per ammirazione sincera. Ognuno infatti percorreva la propria strada nella vita, senza badare troppo agli eventuali incontri. Ma certo la curiosità non poteva che condurli, in quei rari momenti, a cercare la sua presenza. Egli infatti pareva sancire un misterioso patto e appariva quale un antico idolo peruviano, il suo incarnato olivastro dava risalto agli occhi grandi ma spesso socchiusi, infastiditi dalla luce. La bocca era sovente serrata in un’espressione di disprezzo. La fronte era ampia e lucente e i capelli neri la coronavano; le palpebre, quando non offese dai raggi diurni, sotto i neri sopraccigli, si rilassavano e si aprivano, lasciando scorgere il colore dell’iride, che non era nerastra, ma chiara e fulva e macchiata di verde, con un alone cinereo.
Suggeriva l’idea d’un Montezuma avvezzo a sacrificare vite sugli altari delle piramidi, sacre a divinità sanguinarie. La rigidezza dello sguardo sembrava tradire un profondo rimpianto e nostalgia per un bene perduto o un amore inesplicabile. Nella statura mediocre, ma protesa in atti nervosi per la tensione interna, era talora temibile, sempre all’erta. Egli era circonfuso da un’aura di autorevolezza, che stimolava a cercarne l’assenso o a contrapporgli un’azione che in qualche modo potesse intaccarne l’orgoglio. Quel suo volto, sia nel bene sia nel male, era un punto di riferimento cui ci si volgeva con un moto spontaneo del cuore.
E così, parlando, i giovani si voltavano verso di lui, ma non ricevevano la risposta desiderata. Egli avvolgeva in digressioni o in preamboli il deciso rifiuto del pensiero altrui, lo calpestava anzi, sotto una maschera di falsa modestia, incolpandosi di scarso acume.
Perciò, alla fine della passeggiata pomeridiana, tra gli ulivi e tra i lauri e i canneti del vicino rivo a lato del percorso, lo salutarono congedandosi, ed egli si trovò solo.
E così da allora la vita scorse solitaria, per tutti gli anni della giovinezza. Ma non avvertiva la solitudine. La ricchezza della fantasia, gli orizzonti del mondo interiore non avevano confini, erano vasti quanto l’oceano.
Egli si recava spesso alla riva del mare, ove le onde irrompevano, e il vento, gelido nell’inverno, lo scuoteva sino alle ossa.
L’agone marino non aveva requie. Gli alitava contro il suo respiro sferzante, una lama di ghiaccio. La massa plumbea s’agitava, pesante, intorpidita dalla senescente stagione. Cavalloni s’avviluppavano in spire serpentine e si struggevano sulle rupi sibilando e aprendosi in un ventaglio di spume, subito risucchiate insieme ai ciottoli e alle sabbie.
Ma, nonostante anche per lui fosse prossimo il freddo e l’autunno della vita, riusciva a rinascere insieme al flusso impetuoso della primavera e ancora, chi sa però per quanto ancora, s’esaltava nell’ardore dell’estate.
Così egli pensava, nella propria solitudine, al suo corpo avido d’amore che s’immergesse nel vasto abbraccio del mare, per la carezza della madre marina, dell’amante marina, unito a lei come Peleo, a lei devoto come Achille. Sentiva che le membra del suo corpo s’aprivano come le scorze degli alberi eruttando resina nella primavera, e che era veramente un albero abbarbicato alla terra, era quell’albero che salutava sempre con lo sguardo, laggiù verso la montagna, durante le sue passeggiate abituali.
Non mai la potenza generatrice gli si era rivelata così forte, in tutta la sua terribilità, come in quell’anno. Era egli quasi in preda a un invasamento bacchico, a un’ebbrezza sensuale mai provata prima, come se lo stesso Diòniso, tornato sulla terra, avesse voluto scegliere per primo proprio lui tra i suoi misti.
E nell’ardore dell’estate, puntualmente ogni anno, si recava sulla spiaggia non lontano da casa sua e nell’ebbra freschezza del mattino s’immergeva nel mare e s’inoltrava fra le spume, che un tempo avevano cinto e carezzato le membra splendenti della dea sorta dalle acque. E poi, riposandosi sulla spiaggia, contemplava la distesa placida e luminosa delle onde che si avvicendavano quietamente, morbidamente sulla battigia, e allora ricordava la stessa scena ( quante volte vissuta ! ) di anni ormai remoti e coglieva l’eternità dell’attimo.
Gli si poneva allora innanzi un frammento di vita altrui, di quel Foscolo che amava tanto. Esso diceva : “ Io cerco il mio cuore ma non lo trovo più – Oh !  mia giovinezza ! “
Così aveva scritto un giorno il poeta dell’eterna bellezza. E lo stesso altrove aveva scritto :
O voluttà madre della natura
Bella Venere, …”
Quanto aveva invidiato il sentimento profondo di quell’uomo prodigioso ! Sentiva di non esserne all’altezza, di essere immensamente più basso e volgare, ahi, sentiva di non sentire, ma di essere tratto in ogni direzione, e perciò distratto, da ogni sensazione, da qualsivoglia lusinga dei sensi. La sua sensualità lo intimoriva, gli dispiaceva. Ne coglieva la colpa.
Eppure dentro di lui s’agitava non meno l’ardore della lotta, dell’agone, della gloria, e quando alzava lo sguardo verso la montagna, mentre camminava non lontano da casa sua, i suoi pensieri volavano subito verso solari olimpi o nebbiose cime solcate dalle folgori di Zeus e gli alberi si trasformavano in dimore di dei. E sognava allora, quando il mare era in tempesta e il vento devastava le colline e travolgeva le nuvole che s’inseguivano forsennate nel cielo, sognava il cupo canto delle fanciulle guerriere planare sui loro cavalli alati e inalzarsi come un inno sopra le onde vorticose.
Egli udiva la voce profonda della natura che lo chiamava dalle vette lontane, brillanti ancora di neve, dalla montagna sacra degli avi, donde l’inverno franavano a valle enormi massi travolgendo selve di pini. Laggiù, in un tempo remoto, colava sulle rocce il sangue dei tori, offerto al tonante dio dei monti.
Sognava allora la riva di un fiume. Intorno sotto i pioppi s’estendeva un mosaico di piante multicolori, la corrente spumeggiava tra i sassi e lanciava spruzzi e gocce d’acqua montana, le libellule svolazzavano sopra l’acqua sfiorandola e soffermandosi sulle foglie di menta. I fiori dei ranuncoli acquatici sorgendo a fior dell’elemento, laddove il fiume stazionava in ampie conche, apparivano quali minute sfere di cristallo, avvolti in bollicine d’aria, e accanto galleggiavano le lenticchie palustri. E quando il fiume s’allargava e si riposava in curve e dolci insenature sì da formare quasi un lago, la luce del sole vi si specchiava liberamente, e il riverbero delle acque, unendosi alla luminosità aerea, si versava sui fianchi arborati dei monti, più vivamente rilucendo nelle zone spoglie e rocciose, e così l’acque e le foreste parevano d’oro e gli abeti meravigliose vampe ardenti. E la terra assolata ammutoliva nel vasto silenzio di Pan.
Sulle rive crescevano cedri giganteschi che protendevano le fronde sulle acque mormoranti e adombravano larghe foglie verdecupo di piante ignote dal fiore violaceo, profumato, schiuso come una coppa pronta a ricevere la pioggia del cielo, alte canne ondeggiavano alla brezza e nascondevano nidi di alati pescatori. Gigli variopinti, bianchi, rossi ornavano il prato, mentre dove la corrente cessava e si formavano piccoli porti d'acque quiete, le ninfee mostravano i fiori bianchi e gialli accanto alle larghe foglie natanti. Ma più innanzi il fiume precipitava per cascate aperte sull'abisso, e come sprigionanti scintille dal colpo del maglio, le spume si frangevano su rocce millenarie nell'urto incessante, fragoroso e possente, quindi il corso scendeva inesorabile per canali maggiori e minori, scavati nei macigni e qual fiume di lava incandescente si gettava a capofitto di rupe in rupe fino a gorgogliare alla base della montagna e a placarsi in un diverso e solenne cammino.
E nella selva fitta, oscura e cieca si mise dentro, in segreti meandri. Un'aria greve inumidiva i tronchi e si diffondeva l'odore della vegetazione putrescente, quasi il sudore della foresta, e i vapori si mescevano alla nebbia che s'estendeva sulla valle e che, ruotando su se stessa, veniva inghiottita da un'apertura inattesa della roccia muschiosa, e che, precipitando nel gorgo, si condensava sulle pareti petrose in gocce pesanti come un balsamo. La grotta echeggiava, a intervalli, di un mugolio rabbioso, un ruggito, proveniente dall'oscurità. Seguiva un rantolo sommesso, un respiro minaccioso, e l'immane belva usciva all'aperto in una luce opaca, sotto un cielo plumbeo, foriero di tempesta. Gli occhi fulvi e lucidi risaltavano nella penombra, colpiti dai raggi che penetravano fra le cime degli alberi, simili a bagliori di fiamma, la pupilla si dilatava nell'ira, e l'iride era un vortice di voluttà crudele. Il leone si posò innanzi, immenso, con le fauci aperte in un ruggito, pronto a dilaniare. Le zampe poggiavano sul suolo potenti, gli artigli protesi come uncini.



sabato 14 dicembre 2019

Gustave Le Bon, Psicologia delle folle


Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, Milano, Monanni, 1927
( prima edizione italiana )



Vademecum dei dittatori del XX sec. ancora oggi riveste un'importanza e un'attualità eccezionali.
P. 18, i legislatori non comprendono l'anima delle folle : “ L'esperienza non ha loro ancora abbastanza insegnato che gli uomini non si guidano mai con le prescrizioni della pura ragione. “
P. 28, prevalenza dell'inconscio nelle folle, esso sfugge a ogni controllo razionale.
Ibidem : “ Nell'anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e per conseguenza la loro individualità, si cancellano. “
La folla ha soltanto qualità mediocri e scarsa intelligenza : “ Le decisioni di interesse generale prese da un'assemblea di uomini scelti, ma di diverse attitudini non sono sensibilmente superiori alle decisioni che prenderebbe una riunione di imbecilli. “ (p. 29)
P. 48 “... la storia non può eternare che dei miti.” I fatti storici sono già alterati in partenza dalle testimonianze dei molti, cioè della folla che si pasce delle proprie illusioni e deforma ogni avvenimento come le piace. La storia ha per unico fondamento la memoria e questa è fallace. Anche i documenti possono essere interpretati in mille modi diversi. Conoscere la verità del passato è impossibile. (1)
P. 49 : “ Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l'oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.“   Il protagonista delle folle è l'imbecille e in esse trionfa soltanto l'istinto e la brutalità.
P. 52 : “ Il tipo dell'eroe caro alle folle avrà sempre la struttura di un Cesare. Il suo pennacchio le seduce, la sua autorità si impone e la sua sciabola fa loro paura. “
P. 63, le folle non ragionano, ma vengono sedotte da frasi ad effetto volte a ingannare la loro immaginazione. Il loro quoziente intellettivo è di poco superiore a quello della bestia. E qualunque demagogo abile a far presa su di esse le manovra come un padrone.
P. 65, grande importanza delle scene teatrali per suggestionare la folla e colpire la sua immaginazione, che per la folla sostituisce il mondo reale. “ Il meraviglioso e il leggendario sono in realtà i veri sostegni delle civiltà. “
P. 69, il sentimento religioso delle folle è rappresentato dalla fede cieca nel capo, come fosse un dio, nell'atteggiamento fanatico e intollerante di ogni opposizione e di ogni contrarietà. La folla non sente ragioni, essa ha fede e crede in tutto quello che dice il capo-dio. Anche oggi assistiamo a esempi di questo genere altrove e in Italia, ma sono semplicemente i prodromi della futura dittatura e della fine della democrazia.
P. 72-73, l'opinione della folla assume sempre un carattere religioso e del sentimento religioso ha i peggiori aspetti, quali l'intolleranza e il fanatismo.
I re non hanno fatto la notte di S. Bartolomeo, né le guerre di religione; e né Robespierre, né Danton, né Saint-Just fecero il Terrore. Dietro a simili avvenimenti c'è sempre l'anima delle folle. “
Potremmo aggiungere che il Nazismo non l'ha fatto Hitler, ma piuttosto i Tedeschi e diremmo il giusto.
P. 84, le istituzioni sono solo una veste che copre il carattere dei popoli nel quale risiede il loro vero destino politico. E' la “razza” (2) quella che determina le scelte politiche, cioè in parole povere è il carattere intrinseco di un popolo a determinare la sua storia. Imporre istituzioni dall'alto è deleterio, perché le istituzioni durevoli provengono sempre dal basso, cioè dalla natura particolare dei popoli. Così i paesi anglosassoni saranno sempre naturalmente democratici, mentre quelli latini non lo saranno mai.
P. 88, a proposito dell'istruzione pubblica, cita più volte Il regime moderno di Hippolyte Taine, condannando in blocco il sistema scolastico statale basato sulla manualistica e sugli esami, dove l'aspetto pratico della vita non viene mai preso in considerazione. Invece, come si fa nei paesi anglosassoni, è proprio dalla pratica che bisogna partire, educando i giovani al lavoro, che intendono intraprendere, con il farli appunto lavorare e non trascorrere sui banchi ore e ore a digerire un'inutile teoria. Insomma educare i giovani alla vita futura significa innanzi tutto farli vivere.
P. 107, a proposito delle parole a effetto ma prive di significato e delle illusioni, l'autore scrive : “ Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un'altra parte, preferendo deificare l'orrore, se questo le seduce. Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima. “
P. 108, le illusioni sono necessarie alle folle come gli errori, per evitare i quali l'esperienza di una generazione non è sufficiente.
P. 109, l'oratore che non sia demagogo avrà poca presa sulle folle. Bisogna indovinare il loro sentimento e parlare secondo quello, perché qualunque ragionamento obiettivo risulta inefficace. La folla è stupida e ha bisogno di discorsi stupidi.
P. 130, la folla è dominata dal prestigio di un grande personaggio, come fu ad es. Napoleone che con il solo sguardo si faceva obbedire da chiunque, anche dal più restio. Il prestigio può essere personale, ma anche di un'idea, di una tradizione. In ogni caso l'uomo della folla perde il senso critico ( se ne ha ) e diventa schiavo del prestigio.
P. 136, le credenze e le opinioni costituiscono il fondo permanente e apparentemente mutevole delle civiltà. Le credenze permanenti sono l'ossatura della civiltà e come tali per quanto ragionevolmente assurde non vengono mai messe in discussione se non quando una rivoluzione vi pone fine. Ma alla morte di una credenza segue la nascita di un'altra e quindi una nuova civiltà e società. Le opinioni sono come le onde mutevoli sulla superficie dell'acqua, ma per quanto variabili derivano anch'esse nella loro sostanza dalle credenze permanenti e costituiscono come il volto delle civiltà.
P. 156, criminalità delle folle. Come esempio è presa la rivoluzione francese del 1789, in cui esplose in tutta la sua brutalità la violenza delle folle. Furono compiuti orribili massacri, giustificati dalla folla come azioni meritorie in favore degli ideali della rivoluzione.
P. 170, il trionfo del demagogo alle elezioni è dato dalla natura stessa delle folle, come già scrisse Guicciardini nei suoi Ricordi :
Chi disse uno popolo disse veramente uno animale pazzo, pieno di mille errori, di mille confusione, sanza gusto, sanza deletto, sanza stabilità. “
Chi lusinga l'elettore e rafforza le sue speranze illudendolo, vince le elezioni.
P. 180, le istituzioni e i governi hanno poca importanza nella vita dei popoli, quello che foggia il loro destino è l'ereditarietà del carattere, ciò che l'autore definisce “razza”. Ne segue che i vari regimi politici non costituiscono che la facciata nella vita politica, di fatto ogni popolo ha un suo destino preciso determinato appunto dalla “razza”.
P. 184, anche le assemblee parlamentari sono folla e non certo di miglior specie. Esse sono dominate dai capi-gruppo che fanno valere le loro opinioni e influiscono in maniera preponderante su ogni decisione. Ne segue che anche in democrazia di fatto sono pochi, pochissimi a esercitare il potere e a fare le leggi. E queste leggi non sono certo il frutto di una saggia ponderatezza : “ Le assemblee politiche sono il luogo della terra dove il genio si fa meno sentire. “
P. 186, un leader non è che il portavoce delle opinioni della folla e le segue sia nel bene che nel male. E' inutile incolpare un condottiero dei disastri provocati alla nazione, egli si è limitato a seguire l'opinione pubblica e ad adottarne gli errori.
P. 189, il condottiero non è una persona intelligente. “ E' spaventoso pensare al potere che una convinzione forte, unita a un'estrema angustia mentale, conferisce a un uomo circondato da un certo prestigio. “
P. 197, il miglior regime è quello democratico, ma il pericolo in questo caso è rappresentato dal proliferare delle leggi e della burocrazia, che alla fine diventa la vera padrona dello Stato. Così con l'illusione di garantire e difendere la libertà e gli interessi dei cittadini, si prepara di fatto il loro asservimento a uno Stato pletorico e asfissiante che imprigiona il cittadino in un labirinto di leggi e regolamenti.
P. 200, il superamento dell'esistenza della folla si ha quando l'agglomerato umano si identifica nella vita comune volta a un ideale. Allora si passa dalla folla al popolo e si fonda la civiltà, mentre prima era la barbarie. Tuttavia, quando un popolo perde i suoi ideali, perde anche la propria identità e ridiventa folla, una folla di barbari :
Passare dalla barbarie alla civiltà seguendo un ideale, poi declinare e morire non appena questo ideale ha perduto la sua forza, tale è il ciclo della vita di un popolo. “ (p. 201)
E noi Italiani siamo ancora un popolo o già una folla di barbari ?





(1) I miti albergano nell'animo umano perché esprimono le forze oscure e latenti sia nel bene sia nel male che lo costituiscono. Si badi a suscitare con un troppo reiterato ricordo personaggi del passato che sono ormai diventati come il Minotauro un simbolo di impulsi e sentimenti negativi. Come spiriti maligni essi si aggirano tra le folle soggiogate dal loro influsso letale e resuscitano in tutta la loro forza distruttiva a danno di chi inconsapevolmente li ha evocati.
(2) Riporto qui una parola tabù, dalla quale personalmente prendo le dovute distanze, essendo consapevole della sua assoluta inconsistenza dal punto di vista scientifico, ma è un termine di cui ha abusato anche Taine oltre Le Bon, e all'epoca non se ne conosceva ancora l'effetto.

lunedì 21 ottobre 2019

Henry James, L'americano






Henry James, I grandi romanzi, Roma, Newton-Compton, 2016


L'americano


Romanzo di tipo tradizionale, stile assai simile a quello di Flaubert. Personaggi abbastanza tipizzati senza però essere degli stereotipi. Christopher Newman è il fortunato uomo d'affari americano, caratterizzato da molto buon senso e da un'assoluta mancanza di passionalità, sostituita da una sorta di vagheggiamento sentimentale basato sul calcolo della convenienza. La sua equanimità è il frutto di un temperamento assolutamente pratico che lo rende padrone di ogni situazione dandogli la perspicuità necessaria per interpretare correttamente ogni carattere e ogni circostanza, come nei confronti di Mademoiselle Nioche, scaltra coquette, e del nevrotico e pio Babcock.
Il gusto per l'analisi psicologica potrebbe avvicinare molto questo scrittore al francese Bourget, ma l'atteggiamento di James è molto più attento alla realtà, che risulta spesso imprevedibile, e il suo stile è intessuto di fine ironia e umorismo che in genere mancano a Bourget, che è meno artista e più professionista della penna.
Il racconto procede con il corteggiamento di Madame de Cintré, giovane vedova dalla vita ritirata e quasi inavvicinabile, per la nobiltà d'antica data, da un plebeo come Newman. Ma la forza del denaro opera la metamorfosi e il non nobile americano sale rapidamente la scala sociale di Francia arrivando a poter chiedere la mano di Madame de Cintré. Il fratello minore di lei, il conte Valentin de Bellegarde, diventa suo caro amico e s'innamora di Mademoiselle Nioche, che non è riuscita a tentare il flemmatico straniero.
La scena della morte di Valentin dopo un duello, la cui causa scatenante è appunto Mademoiselle Nioche, è opera di un vero maestro così come la strana storia della rinuncia al matrimonio e la scena d'addio di Claire de Cintré, destinata irrevocabilmente a farsi monaca senza una ragione apparente, se non strani doveri di famiglia e pregiudizi nobiliari. Ma si sente trapelare qualche oscuro antefatto. Il romanzo d'amore lentamente assume i toni e il mistero d'un “giallo”. Si svela infatti per testimonianza d'un'anziana cameriera la scena d'un oscuro omicidio familiare. Tuttavia questo fatto non offre a Newman alcuna vera arma di ricatto e il povero giovane è costretto a subire l'affronto d'una lacerante ingiustizia. Ossessionato dal ricordo di Claire, viaggia in Inghilterra, dove assiste al trionfo di Mademoiselle Nioche, divenuta l'amante di un Lord, e poi torna momentaneamente negli Stati Uniti da dove decide di ripartire per Parigi.
Il flemmatico uomo d'affari ormai è un uomo malinconico e deluso dalla vita, profondamente ferito dalla consapevolezza di essere escluso per sempre dalla felicità. Un uomo molto diverso.

domenica 13 ottobre 2019

A I. C.







Tu che un tempo portavo sulle spalle
ora lamenti la perdita
e l'abbandono.
Ti ha lasciato l'amato
e si è dissolto
il primo dei sogni
e l'ultimo.
Ma reale è il dolore
e in ogni istante è più vivo,
sorgerà un altro amore
e non ne resterà privo.

sabato 12 ottobre 2019

Anaïs Nin, Fuoco


Anaïs Nin, Fuoco, diario inedito senza censura (1934-1937), Milano, Bompiani, 2014


(La traduttrice non conosce bene le regole grammaticali dell'italiano. “Io do“, do non vuole l'accento, questo si pone solo su “egli dà“, invece qui viene messo anche alla prima persona singolare dell'indicativo presente).
P. 19, cenno a Tristano e Isotta (mito celtico celebrato da Wagner e anche da D'Annunzio nel Trionfo della morte, perché a sua volta celebra l'opera di Wagner).
Prime impressioni : mi spiego il successo di questo libro per il fatto che si tratta di una sorta di confessione totale, di un vero e proprio monologo interiore smisurato e senza veli come una messa a nudo della coscienza. In questo l'opera può essere accostata a quella del nostro Svevo (La coscienza di Zeno), ma soprattutto per lo stile immediato e a tratti nominale, all'Ulisse di J. Joyce. La scrittrice era una lettrice di Proust. A parte questo pregio stilistico si tratta della confessione di una femmina in perpetuo calore (ninfomane). Ma amo la straordinaria libertà di questa donna !
P. 37, lettera a Rank. Questa lettera d'amore è una confessione di un'intensità mirabile e di una sincerità totale. Credo che pochissime donne siano mai state in grado di descriversi tanto spietatamente come di difendersi con altrettanta pervicacia. Anaïs è un miracolo di umanità.
P. 42, importanza del sogno per l'artista, “solo il sogno ispira la creazione”.
P. 68, “… la saggezza conquistata con le idee è inutile, anzi contraria alla vita”, affermazione che avvicina Anaïs Nin a Nietzsche, ed è comunque molto vicina alla verità.
P. 69, breve considerazione sul giovane Werther di Goethe.
P. 73, la meraviglia, la gioia delle piccole cose.
P. 80, profondità filosofica : “Una conoscenza della verità troppo grande, un'esplorazione eccessiva distrugge la vita, che è illusione.” Atteggiamento da intellettuale romantico, alla Nietzsche. Anaïs in fin dei conti è una romantica.
P. 82 : meglio rassegnarsi alla vita.
P. 84, sola fra la folla, condizione comune dell'intellettuale.
P. 91, la decisione di abbandonare i romanzi per dedicarsi esclusivamente alla forma diaristica denota la consapevolezza di Anaïs per l'originalità della sua arte. L'interesse per il suo diario è infatti pari alla curiosità che suscita l'opera di Proust, anche se quest'ultima risulta di difficile lettura.
P. 102, cita Gabriele D'Annunzio : “Mi ha svegliato il tumulto del mio cuore”, a proposito della sua straordinaria forza vitale e “Vesuvio” interno. Vi sono molte analogie tra Anaïs e D'Annunzio, soprattutto il sesso come fonte di ispirazione.
P. 109, “innamorata della manifestazione di Dio nell'uomo” questo corrisponde alla parte migliore e più artistica di Anaïs.
P. 116, senso dell'umorismo : “Non ho più bisogno di soffrire. Mi sono creata un'anima, grande come il mondo, che trabocca ovunque : quasi quasi chiamo l'idraulico.”
P. 121, cita Proust (per la seconda volta ?). La sua cultura è in gran parte francese.
P. 125, talvolta la sintassi è talmente sgangherata che non si capisce niente.
In “5 settembre 1935” la Nin non dà il meglio di sé, è un resoconto osceno di fatti e basta.
NB : lo sfogo dei sensi come liberazione e igiene della psiche, vedi Groddeck, Il libro dell'Es (“Nota” a p. 138).
P. 140, considerazioni sull'amore per Rank di grande profondità.
P. 153, le osservazioni sul carattere e l'operato del suo amato Henry Miller rivelano una grande lucidità e intelligenza, non è il solito buon senso della donna, è una mente superiore.
P. 178, la felicità non esiste, perché una vita senza passione e dolore non è vita. Considerazioni molto profonde che la avvicinano a Nietzsche. La vita è volontà, la volontà è dolore.
P. 182, originalissima concezione del sesso, l'attività sessuale di ogni tipo conduce all'estasi, innalza l'essere umano. Sembra quasi una della setta dei Bogomili.
P. 205, sia Anaïs che Miller hanno letto Emerson.
P. 208, “i mondi infiniti, illimitati all'interno del proprio io”, la Nin è dopotutto una romantica.
P. 223, poesia dell'orgasmo (non è l'unico esempio, ce ne sono altri anche prima). Ibidem, in fondo : “... l'amore è una cosa sola … la stessa incandescenza, la stessa disperazione.”
P. 231, interessanti considerazioni sulla politica dei suoi tempi (la guerra civile in Spagna), mostra di essere contraria all'ideologia comunista.
P. 234, la donna dà vita, l'uomo la distrugge.
P. 238, la vita è illusione, la ragione la distrugge (concezione romantica).
P. 241, sulla falsità interiore (influenzata certo da Freud, ma soprattutto da Nietzsche).
P. 248, belle queste pagine di puro cuore per Gonzalo Moré.
P. 252, profondamente aristocratica, odia le masse e il comunismo.
Ibidem : studia la Cabala, idee molto simili a quelle di Giordano Bruno (cfr. Yates).
P. 258, cita Nietzsche a proposito dell'essenza dell'artista : “l'artista è la visione che egli ha della vita”. Ibidem , la rete di inganni e sotterfugi per avventure rocambolesche ha qualcosa delle novelle del Boccaccio e della vita di Casanova.
P. 266, Anaïs romantica, eternità d'amore.
P. 268, pagina molto intensa sul ruolo della compagna dell'artista, che ne condivide non solo la sorte ma anche le idee e l'arte. Molto interessante la critica ai genitori casuali che spesso ci mettono al mondo e ci destinano all'inferno.
P. 286, scrittura assai contraddittoria, prima Anaïs dice di essere realistica e contraria al surrealismo e poi si converte a uno stile surrealista e al sogno.
P. 288, un genio della femminilità ! “Domino con la seduzione, il fascino, la devozione, ...”
P. 292, osservazioni icastiche sull'organizzazione del potere e le buone intenzioni iniziali.
P. 299, posizione politica di Anaïs (anarchica).
P.300, desiderio dionisiaco, sembra abbia letto Nietzsche.
P. 316, “la creatività germoglia solo nell'isolamento”, cfr. Nietzsche “tu, patria mia, solitudine !” in Così parlò Zarathustra.
P. 338, mostra un certo disprezzo per i poeti rivoluzionari dell'epoca (e anche quindi e giustamente per Pablo Neruda, autentica mistificazione editoriale).
P. 353, alla fine del diario si menziona una non precisata commedia di Pirandello adattata al cinema, probabilmente il romanzo Il fu Mattia Pascal. Viene definita “tortuosa, ellittica e folle”. Riconosce che Pirandello si avvicina alla vera profondità senza però “entrarci fino in fondo, restando ai margini come fa il folle o il nevrotico.”
Le espressioni finali sono una sintesi suggestiva di tutta l'opera : “Mai morte. Fuoco e vita. Le jeu.”

sabato 28 settembre 2019

Macrobio, Commento al sogno di Scipione


Macrobio, Commento al sogno di Scipione, Milano, Bompiani, 2007


P. 238 (2. 3). Attacca la setta degli Epicurei, che non accetta la tradizione platonica riguardo all'immortalità dell'anima ( mito di Er nella Repubblica ).
P. 244, cap. 17 : “… ita a prudentibus arcana sua voluit per fabulosa tractari.” ( la natura esige dai saggi che si occupino dei suoi segreti attraverso narrazioni simboliche ).
P. 256, I, 4, 4 : il luogo delle anime beate è la galassia. Cfr. Johann Jakob Bachofen, La dottrina dell'immortalità della teologia orfica e G. de Santillana, Herta von Dechend, Il mulino di Amleto ( vedi schede di lettura su questo blog ).
Cap. 6, lunga trattazione sul valore dei numeri, secondo la tradizione pitagorica ( cfr. Platone e Plotino sulla monade ).
P. 284 ( 46 e 47 ) vedi : “mundanae animae origo septem finibus continetur ...” ecc. Concezione orfica. Origine dell'Anima del Mondo. Vedi p. 84 della Teologia orfica di Bachofen. Lo schema del cielo dove sono i sette pianeti corrisponde alla struttura dell'anima.
P. 48 vedi considerazioni sulla luna e sul sole e Bachofen p. 84.
P. 293 – 294 : interessanti considerazioni sul valore del n. 7 nella vita umana.
P. 318, I, 9, 10 : dottrina orfica della sede delle anime, fuori dal corpo, prima o dopo la reincarnazione e la morte : “Animis enim necdum desiderio corporis inretitis siderea pars mundi praestat habitaculum et inde labuntur in corpora. Ideo his illo est reditio, qui merentur. “
P. 326, I, 17 : l'inferno è il corpo, la nascita è di fatto una morte per l'anima, la morte del corpo è una rinascita dell'anima nel mondo superiore del cielo fra gli dei.
P. 328, I, 11, 7 : abitanti della luna, credenza negli extraterrestri già propria degli antichi ( vedi la Storia vera di Luciano ).
P. 330, caduta dell'anima nel corpo. Corpo eterico : “In singulis enim sphaeris quae caelo subiectae sunt aetheria obvolutione vestitur.” La teoria del corpo eterico propria dei teosofi suggestionati dalla filosofia indiana riceve qui una testimonianza in più ( cfr. Arthur E. Powell, Il doppio eterico e altri fenomeni, Milano, Alaya, 1994 ).
P. 332, I, 12. Le porte del cielo ( solstizio nel Capricorno e nel Cancro, anche se attualmente i segni sono diversi per la precessione degli equinozi ). Discesa per queste porte e salita delle anime, dal cielo e al cielo, secondo la tradizione orfico-pitagorica ( vedi commento p. 607, molto interessante ).
P. 333-334, discesa dell'anima nel corpo. Oblio da parte dell'anima incarnata della propria natura divina.
P. 336 (10) la conoscenza come reminiscenza, quanto meno l'anima ha dimenticato della sua vita tra gli dei tanto più conosce.
P. 336 (12) simbologia degli Orfici ( che sono alla base del pitagorismo platonico ) : Dioniso come mente che si divide nella molteplicità della materia per poi ritornare all'unità originaria.
P. 340, concezione dell'anima umana, della sua origine e dei suoi doveri. Divieto del suicidio. Concezione tutto sommato assai simile a quella cristiana ( I, 13, 3 e seg. ).
P. 342-346, libro I, 9-17, sul suicidio. Sostiene le argomentazioni di Plotino, cioè che il suicidio è determinato dalle passioni e perciò contamina l'anima.
P. 346, I, 14, 1, l'affermazione è di matrice orfica ( vedi Bachofen ) : “hisque (hominibus) animus datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera et stellas vocatis; quae globosae et rotundae, divinis animatae mentibus, circos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili.”
P. 348 (14, 2) : parentela o meglio origine dell'umanità dalle anime astrali. 14, 3, 4 : importante la distinzione tra animus e anima. Il primo è la mente, lo spirito, la seconda il soffio vitale, che tiene in vita l'essere animato. Stessa distinzione in Bachofen.
NB cfr. Il mulino di Amleto, p. 282, 287, 357.
P. 354, I, 15-16 : l'Anima del Mondo pervade di sé tutti gli esseri che pertanto sono in comunione con Dio. I, 16, gli uomini hanno in comune con gli astri la ragione, la mente e ciò li pone al di sopra degli altri animali.
P. 358, I, 15, 1. Si ribadisce che il circolo latteo è la sede delle anime beate.
P. 374, I, 17, 8 : “Nam cum animae, quae incorporea est, essentia sit in motu ...”, si afferma che l'Anima cosmica eterna è in perenne movimento, e che questo è la caratteristica fondamentale di ciò che vive.
P. 422, I, 21, 33-36 : esposizione della dottrina orfica della separazione operata dalla luna tra mondo divino degli astri e mondo corruttibile sublunare ove vivono gli uomini.
Libro II, 1, p. 436 : armonia delle sfere. “In caelo autem constat nihil fortuitum, nihil tumultuarium provenire, sed universa illic divinis legibus et statuta ratione procedere.”
Per il testo seguente cfr. Schuré, Storia del dramma musicale, a proposito della musica greca (vedi scheda relativa su questo blog).
P. 438 ecc. Per quanto riguarda la musica di origine pitagorica ( ossia la musica antica, la teoria musicale studiata nelle scuole ) si vede chiaramente che se la musica ha da unirsi a qualcos'altro, questo certamente non è la parola ma il numero. La diversità e gli accordi dei suoni sono infatti regolati da rapporti numerici e da essi nascono. Che poi tale varietà e contrapposizione possa fare nascere diverse sensazioni uditive e diversi sentimenti questo non è dovuto all'unione con la parola ma è proprio della musica. La parola esprime però qualcosa in più : l'idea.
P. 444. Segue l'esposizione della relazione tra numero e figure in geometria. Al punto corrisponde la monade come origine dei numeri in quanto dal punto derivano tutte le figure e le relazioni di spazio.
P. 446. L'Anima del Mondo secondo la tradizione platonica è contesta dei primi numeri dalla monade all'ottonario per i numeri pari e per i numeri dispari al numero ventisette, che è il triplo di nove. Quindi dalla monade segue la successione ternaria 2, 4, 8 per i pari e 3, 9, 27 per i dispari. A questi numeri segue un'ulteriore suddivisione armonica e numerica, come è ricavato dal testo platonico del Timeo.
P. 452-453. Sostiene che le Sirene e le nove Muse non sono altro che la personificazione della musica celeste e l'anima umana stessa è l'espressione dell'Armonia musicale celeste, alla quale, morto il corpo, ritorna come alla sua propria sede.
P. 454-456. Le cause della musica sono innate nell'Anima del Mondo, la quale provvede alla vita di tutti gli esseri viventi, a buon diritto quindi tutto è sottoposto al potere della musica, perché l'Anima celeste, che tutto anima, deve la sua origine alla musica.
P. 514, sostiene che all'Egitto non nocquero mai le catastrofi naturali proprie al resto della terra e perciò “infinita annorum milia in solis Aegyptiorum monumentis librisque releguntur.” Vedi il libro della Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Bari, Laterza, 2010, a proposito della fama dell'Ermete egiziano detto Trismegisto in Occidente. Macrobio abbraccia la dottrina platonica e in genere orfica dei cicli cosmici e dell'alterna distruzione e rinascita del mondo, limitandosi però all'umanità. La distruzione e la successiva rinascita riguardano cioè soltanto il genere umano, non il resto del mondo ( “incolumi mundo” ).
P. 518. Ecco il grande anno, cioè il ritorno di tutto il cielo al punto di partenza del grande ciclo cosmico che dura quindicimila anni. La tradizione dell'annus magnus è presente in tutta l'antichità, vedi ad es. il Timeo di Platone. In epoca recente è stata trattata esaurientemente da De Santillana e Von Dechend nel Mulino di Amleto. La concezione del tempo ciclico e non lineare è tipica del mondo antico e questo spiega anche la tradizione del diluvio universale, mito che non è soltanto biblico.
P. 520. L'anima dell'uomo è immortale, anzi essa è un dio, invece il corpo è mortale. Nell'interpretazione del passo ciceroniano Macrobio ricorre alle Enneadi di Plotino. Ma è la stessa concezione che troviamo nei libri attribuiti a Ermete Trismegisto ( cfr. Giordano Bruno e la tradizione ermetica della Yates ).
P. 522-523, viene riferita l'opinione di Plotino circa l'essenza dell'uomo. Essa è l'anima “qui verus homo est” mentre il corpo è l'animale animato da essa, che muore quando l'anima, che lo regge, lo abbandona. Ma l'anima è immortale e corrisponde per similitudine a Dio che governa il mondo. Come Dio infatti l'anima governa quel mondo più piccolo che è il corpo. Si parla così di macrocosmo e microcosmo essendo l'uomo il piccolo mondo e Dio il reggitore del grande mondo, “mundum magnum hominem, et hominem brevem mundum esse.”
P. 526, viene trascritto il brano di Cicerone relativo all'anima, in cui l'argomentazione sulla sua immortalità è basata sulle affermazioni del Fedro di Platone. Tali affermazioni si incontrano anche nelle dottrine Yoga e Sankhya dell'antica India ( cfr. G. Tucci, Storia della filosofia indiana, Bari, Laterza, 2012, p. 73 ).
Libro II, 14-15, argomenta contro i sillogismi di Aristotele, dopo averli esposti, a proposito dell'anima come principio del movimento. Aristotele infatti affermava che l'anima se è principio del moto non può muoversi a sua volta, contrariamente all'affermazione di Platone dell'anima che si muove ed è principio del movimento.
P. 564 (16, 26). Necessità dell'esistenza dell'Anima del Mondo, che muove tutto il cielo e l'universo e si muove a sua volta. Critica ad Aristotele sull'impossibilità di un principio motore immobile e sul fatto che il movimento del creato e dell'uomo è determinato dall'anima che tutto muove e muove anche se stessa. Si noti che l'idea dell'Anima del Mondo è fondamentale per la filosofia ermetica del Rinascimento e per la magia, combattute in ultimo da Mersenne e dalla nascente scienza moderna cartesiana, che appunto negavano risolutamente l'Anima del Mondo in nome del meccanicismo .
P. 570, II, 15-16. Anche qui si coglie la concezione neoplatonica, orfica e animistica che sarà recepita dalla magia rinascimentale. La filosofia naturale si occupa dei corpi divini, gli astri ( “naturalis quae de divinis corporibus disputat” ) e tra questi il sole ha il primato, anche se non si afferma chiaramente la teoria eliocentrica ( “deque principatu solis” ).
L'ultima frase del commento afferma che in quest'opera di Cicerone è contenuta tutta la filosofia.