martedì 3 gennaio 2023

Cleopatra

 

Lontano, dormiva, sotto la luce d’un sole divorante, Tebe dalle cento porte.

Le mura e le case biancheggiavano senza un filo d’ombra.

Quasi incandescenti si libravano nell’alto le punte degli obelischi, le torri dei palazzi e dei templi fiammeggiavano come in una fornace.

Il fiume Nilo, quale un pigro serpente, allungava le spire fra le rive ombrose, donde si piegavano sulle acque i palmizi carichi di frutti.

Sullo sfondo s’innalzavano i gioghi delle montagne, mentre dalla parte opposta, verso il deserto, onde di sabbia bronzea si succedevano, le une dietro le altre. Nubi di porpora, un’immane criniera, si allungavano sotto la volta azzurra. Vaporava una polvere d’oro vibrante nell’alito del cielo.

Un labirinto di vie, di portici, di arcate, si smarriva fra tetti piatti, mentre colonne altissime in stile egizio reggevano architravi millenari, e colossi dall’effigie di Ermes Trismegisto e di Anubi dal capo di cane s’ergevano al centro delle piazze.

In grandi serragli elefanti dalle zanne splendenti dondolavano la testa massiccia, e dromedari catturati dai beduini ruminavano flemmaticamente, cavalli bigi e maculati e gazzelle vivaci correvano qua e là nervosamente lungo lo steccato, ed altissime giraffe brucavano le cime dei caprifichi.

Presso la capitale un bosco straordinario, fitto di alti e vasti alberi, ove scorreva una fonte di acqua limpidissima, era stato piantato e curato artificialmente, e presso la fonte era edificata la reggia, non per mano degli uomini, ma certamente dall’arte divina.

Sino dal primo passo al varcar della soglia si poteva arguire che di un qualche nume era quella residenza così fastosa ed amena : soffitti a cassettoni intagliati nel cedro e nell’avorio sostenevano dorate le colonne e le pareti riflettevano in lamine d’argento il volto dei visitatori. Certo una divinità doveva aver profuso tanta ricchezza per dilettare di graziosa scintillazione i propri ozi inenarrabili. Interminabili corridoi conducevano alle stanze segrete, tutti popolati di perle incastonate, come in anelli, nel pavimento e sui lati e nell’acuta volta in cui piroettavano canarini variopinti e canori. Ampi lavacri, nel cui fondo brillavano, smossi talora e sollevati da rossi pesci, mucchi di rubini e lapislazzuli e crisoberilli, erano inseriti al centro di camere lussuose e circolari, il perimetro delle quali era tracciato da letti arcuati dove su tappeti tessuti a mille colori mirabili si adagiavano le più belle schiave dell’Oriente.

Questo palazzo, dovizioso e lussurioso, che avrebbe mandato in estasi il gran re dei Parti, era, sontuoso diletto alla pigrizia, il ricovero di Cleopatra.

Cleopatra d’Egitto discendeva da Tolomeo macedone, figlio di Lagio. Suo padre ebbe nome Dionisio, ma alcuni antichi affermarono che si chiamasse Mineo. Regnò ella grazie alla sua nefanda natura, né fu adorna di virtù alcuna, tranne il pregio della straordinaria bellezza.

Sposata secondo la legge egiziana, in quanto principessa di sangue reale, a suo fratello il faraone Tolomeo, ben presto si volse a tramare contro il proprio marito sino ad una guerra aperta.

Era così l’Egitto in preda alle lotte civili e alle private e pubbliche vendette, quando approdò Giulio Cesare nel porto d’Alessandria. Il duce romano volle dirimere la contesa e ad ambedue ingiunse di presentarsi perché venissero a patti di pace.

Non impressionò Cesare l’aspetto del giovine faraone, ma lo sedusse subito irresistibilmente la regina Cleopatra, coronata delle insegne regali, ammantata delle sue incantevoli forme e delle vesti sfavillanti di gioie, capace cogli occhi di abbattere anche le resistenze del più austero degli asceti. Lo attrasse nella sua lascivia, il dominatore del mondo, con poca fatica, e lo incatenò per molte notti al proprio letto, quando più imperversava il disordine civile. E nell’assiduità degli amplessi concepì un figlio, che dal nome del padre chiamò Cesarione.

E quando il suo secondo amante, Marco Antonio, la incontrò sul fiume Cidno, ella usò ancora più maliose arti per celare la perduta adolescenza e rilevare le lusinghe della donna matura.

L’imbarcazione, che trasportava la sua corte, riluceva come l’aurora o i tramonti sereni sul mare placato, poi che la poppa era d’oro e purpuree le vele e profumate di cinnamomo e di sandalo, e i remi d’argento s’immergevano al ritmo dei flauti e si confondevano quasi con la spuma scintillante e vivace.

Ella era distesa su morbidi cuscini ricamati a fiori e a ghirlande, arabescati di forbite rime di poeti, sotto un baldacchino di drappo dorato, e ai lati ventavano con ampi flabelli due delicati fanciulli ignudi.

Coricata sul ventre, poggiando sui gomiti, sostenendo il volto tra le mani sottili, ella pungeva con lunghi aghi d’oro un cuscino di lino verde.

Stanca per aver troppo dormito, se ne stava sopra il letto disfatto, coperta soltanto dai capelli.

La sua chioma era lucente e profonda, morbida come una pelliccia, fine, interminabile, vivida e profumata. Le copriva la schiena, qua e là lasciando trapelare la pelle rosea, e ondeggiava sino alle ginocchia, in boccoli spessi e vellutati.

Erano strani i suoi capelli, d’un colore caldo, autunnale, come il vello delle volpi o delle foglie morte del sottobosco. Non erano neri e lisci come quelli delle figlie d’Egitto o di Siria o di Palestina.

Erano quasi un prolungamento della capigliatura gli arabeschi delle pareti e del soffitto del talamo regale, verdi, cilestri, cinerei, vermigli e intrecciati talvolta in fiori d’oro di fantastica forma. Un tappeto di pelli di ghepardo copriva interamente il pavimento, donde esalava una musica carezzevole d’artisti premurosi, estasiati al minimo tocco del lieve piede della sovrana.

Ai lati del letto due grandi vasi, opera di ceramisti corinzi, erano colmi di fiori di loto, azzurri gli uni, gli altri d’un roseo incarnato, come le soavi dita della gran dea Iside.

E s’adornò degli anelli e dei bracciali e dei suoi serpenti d’argento, poi al contatto della chioma serica sulla pelle la prese il desiderio di mirarsi. E domandò lo specchio. Temeva di non essere abbastanza bella ?

Esaminando ciascuna delle sue bellezze, avvicinava lo specchio alle parti del corpo, imprimendo la fragranza sull’argento.

Il respiro della pelle aulorosa s’effondeva caldo sul metallo frigido. Considerava il biancore della carne e ne palpava il madore e la morbidezza con i polpastrelli sottili delle dita leggiadre come di musicante. La sua mano scivolò sovra la pienezza dei seni, colmandosi quasi a cogliere. E scivolò verso il ventre plastico, muscoloso.

Uno psittaco innanzi a lei stava su di un tripode. L’indico uccello un poco più piccolo delle colombe, non aveva il loro colore. Infatti non era latteo né livido né screziato, ma verde dalle piume del tronco sino alla punta delle ali, se non che il collo si distingueva. La cervice era ricinta da un circolo minio come un’aurea collana. E ripeteva le parole d’un canto appena appreso, tanto umanamente da apparire, solo ad udirne la voce, veracemente umano. Poi, allo scorgere il lucido casco castano inondantele il bianco collo, il petulante sfoderò alla signora la sua loquela erudita :

“ Per i popoli antichi era assai pregiata la chioma bionda e la rossa. Biondi sono molti dei personaggi delle favole greche : Arianna, Atalanta, Cariclea, Europa, Rodogine, Narciso, Cupido, Fetonte, Antiloco, Giasone, Achille, Menelao, Radamanto, Meleagro. E non solo gli Elleni apprezzarono i biondi, ma gli Ebrei scrissero che era biondo il re Davide e di bell’aspetto e grazioso, e biondo e bello fu il macedone Alessandro, conquistatore del mondo, e bionde furono anche donne famose quali Lucrezia e Aspasia. Omero fa pure biondi i cavalli ed Euripide dice d’Amore :

Ama gli specchi e della chioma i biondeggiamenti,

e altrove scrive :

I biondi ricci della chioma ti componevi allo specchio.

E Teocrito cantando la beltà d’un pastore…”

La regina allora gli versò del vino affinché s’ubriacasse, e mentre il rostro scompariva entro il liquido purpureo, ella levò lo specchio al di sopra del viso ed ammirò gli occhi chiari di malizia, simili a un velluto brunito che rendono fulvo i raggi del mattino inserendosi tra i veli del talamo. I capelli, siccome la fronda d’una selva autunnale, scioglievano i nodi sulle ricche stoffe che giacevano sparse intorno ai suoi fianchi pallidi.

Giunse pertanto l’ora del bagno. Il maestro delle cerimonie si presentò al suo cospetto, prosternandosi. Era un giovane scriba alto, snello, dai lunghi capelli neri, dal volto ovale e olivastro e dagli zigomi prominenti, dalle labbra spesse e scarlatte, dagli occhi a mandorla. Era vestito d’una tunica verde e dalle larghe maniche, quali ampie ali di pipistrello, che s’allungavano sino alle caviglie. I sandali di papiro dorato e ingemmato lasciavano intravedere unghie color cremisi e tra le dita erano, intrecciato lo stelo, fiori di ninfea.

Uscì dunque dalla nave la regina egiziana e, scesa la scaletta d’ebano, si trovò sul molo a mosaico delle sue terme, non distanti dal fiume.

I bagni di Cleopatra erano cinti da vasti giardini colmi di mimose, di limoni odorosi e di piante d’aloe, di pomari di Persia, la cui sensuale freschezza contrastava con l’aridità del circostante deserto; terrazze immense sostenevano giungle inestricabili e innalzavano al cielo piramidi di fiori su giganteschi ripiani di granito rosa. Vasi di marmo pentelico sbocciavano come grandi gigli ai bordi di ciascun ripiano e le piante che contenevano non sembravano altro che i loro pistilli. Alcune chimere vellicate dal cesello dei più abili scultori greci erano mollemente adagiate sul prato variopinto, quali svelte levriere candide su di un tappeto da salotto.

Quattro scalinate di porfido adducevano ad un ampio bacino. Attraverso la trasparenza dell’acqua diamantina si vedevano i gradini discendere sino al fondo ricoverto di sabbia d’oro. Scaturivano come esili ruscelli dalle mammelle di eburnee statue femminili getti d’acqua profumata, che nel bacino ricadeva in rugiada d’argento, le cui gocce picchiettavano lo specchio luminoso. Le rive erano folte d’ombre di salici e di amaranti ed in capaci tripodi traboccavano i datteri e i dolci fichi d’India, e qua e là canneti e papiri dal fusto flessuoso celavano musicanti, come organi misteriosi, diffondendo una musica soave.

Passeggiava ella tra rigogliosi cespi di rose ardenti d’un rosso vivo e sanguigno, quali calici di cristallo traboccanti d’un vino purpureo e generoso, e l’aroma s’effondeva per l’aria limpida inebriando del sapore della giovinezza.

In una aiuola campeggiava il narciso cantato dai poeti. Il fiore dai bianchi petali era coronato al centro d’una corona d’oro. Narra la leggenda che il bel pastore Narciso suscitò i sospiri di tutte le ninfe innamorate. Ma vanamente lo amarono, poi che i suoi occhi miravano oltre gli spazi terrestri.

E un meriggio d’estate, dopo una corsa nella caccia, quando la vampa del solleone bruciava l’arena e riluceva sui tamerischi ed ebriava del profumo del rosmarino, il bel Narciso giunse alla riva d’una fonte tranquilla.

Pari a uno specchio incorniciato di muschi e di giunchiglie il fonte scintillava nel silenzio del giorno generoso. Intorno ligustri e giacinti crescevano, pervasi di freschezza.

Come egli vide il volto riflesso, lucido di sudore dorato, coronato dal fulgore dell’astro all’apice della forza, e mirò gli occhi estatici d’una vita inesausta, quale l’ombra d’inviolate foreste in cui si smarrisce la luce nel labirinto degli alberi, dove cantano e volano di ramo in ramo alati dal piumaggio vario dei colori più seducenti che possono far sognare una mente d’artista, come vide i suoi occhi profondi quali gemme nere, il volto suo impietrì. E l’eterno rimpianto lo colse.

Appena si volse il volto di Cleopatra allo stelo solitario, e poi ch’ella ebbe saziato gli occhi della dovizia delle piante e dei fiori che pullulavano per le aiuole opulente, si diresse verso l’alta reggia sorgente in mezzo al parco, donde partivano i mille rivoli che irrigavano quel giardino di delizie.

L’ora del tramonto più che nelle precedenti metamorfosi del dio lasciava spazio agli estremi disegni della fantasia che già non fossero calati in archi e colonne e architravi e volte e torri a suscitare lo stupore dei più arditi sognatori, quale era appunto la meraviglia di quel palazzo superbo. Così le ombre e le luci circondavano d’un alone di mistero quegli edifici, sottraendo alla vista la capacità di coglierne la fine. Come da una coppa aurea si spargeva purpurea la piena radiosa inondando gli ultimi lembi del mondo. La fiumana sanguinea si confondeva con le ombre dilaganti in un violaceo manto misterioso che avvolgeva le colonne scanalate di marmo candido, le colonne a spirale di porfido, di granito, di malachite reggenti architravi scolpiti a ghirlande, a maschere tragiche e comiche, con figure d’animali favolosi seminascosti da una vegetazione fittizia. Immense cupole viola costellate di stelle argentee annunciavano la sera imminente, mentre già nereggiavano gli obelischi di granito.

Verso occidente agonizzava in un coro sommesso di luci il dardeggiante Apollo, fiottando ardenti gli estremi scintillii sovra le immagini levigate delle ninfe delle fontane, quali vivaci liocorni che ancora invitino al gioco fuggendo nel cupo dei boschi.

La regina si specchiava nell’acqua delle fontane, ove si compiaceva l’ora vespertina di intrecciare capricciosamente i suoi colori d’oro e di rame in ornamenti fugaci. Il viso, aureolato dal tramonto che si perdeva dietro di lei, le appariva nelle acque un’ombra lontana.

Innalzando l’onice delle sue unghie pure, coglievano le dita sottili l’oro morente del vespero, un’urna quasi, che comprendesse le ceneri d’una splendida e favolosa Fenice.


La luna con giochi d’ombra e di luce trasformava le mura, le arcate e le colonne gigantesche del palazzo, che risaltavano nella notte di un blu caldo e chiaro. Le onde del fiume ridevano, argentate dall’astro. Una brezza leggera commuoveva appena il canneto e carezzava i calici del loto. Le imbarcazioni ondeggiavano lentamente presso i pontili e gemevano sommessi i flutti del Nilo.

La regina, seduta su un ampio scanno, fra morbidi cuscini, solo coverta da un diadema e da un cinto tempestato di gioielli, che le fermava un velo leggero sulle anche, volgeva la vista al fiume, sospirando di insoddisfazione e di desiderio.

Oltre le acque confuse da un vapore azzurro si levavano i cumuli sabbiosi del deserto, ondeggiante sotto la luna come un mare bianco.

Nelle oasi giacevano i leoni, e sulle alture della valle dei re i corvi gracchiavano, recando brani di preda al nido. I loro voli neri calavano nelle tenebre, messaggeri di misteriosi riti.

Il suo sogno era prossimo. Aveva bevuto alla presenza di Antonio una coppa d’aceto in cui aveva dissolto la perla che le adornava l’orecchio. Il fasto del banchetto aveva superato gli sperperi e la dissolutezza di Baldassarre, ed ella aveva danzato nell’esaltazione dei profumi arabici, nell’odore salino e dolce della sua pelle fresca di sudore e palpitante e infuocata come un vino della Colchide.

La penombra della sala era stata illuminata dal fulgore della sua danza irresistibile. Sovra i satrapi e gli scribi e i proconsoli aveva imperato la nudità splendida del suo corpo, cui anelava la concupiscenza gravida di tutte le brame e le ossessioni e le dilanianti angosce delle quali si serve la lussuria ad asservire la miseria dei mortali. Percorsa da un manto di seta nera che le volteggiava attorno come ali di nebbie innanzi alla luna, ella aveva trionfato sulle mitre, sulle corone d’alloro, sui turbanti, sulla superbia dei sacerdoti, sull’astuzia dei mercanti, sull’intelligenza dei filosofi, sulla virtù dei guerrieri.

Ed ora all’aria aperta, in un chiarore virginale, torme di passeri saltellavano e svolazzavano a lei intorno, sovra il balcone le cui colonne quali cedri bruni si diramavano in una fronda fantastica di sculture di divinità silvane.

Una fusione delicata, diafana, d’ombra viola ed azzurra il vespero le pingeva sull’epidermide delle palpebre, negli occhi s’illuminava l’iride lionata degli angeli notturni.

Al chiarore lunare, nella landa solitaria estesa come un oceano, si disegnava la sagoma nera degli alberi in un alone giallastro, evanescente. Si protendevano i rami cinerei nell’ansito greve, nel silenzio che li mordeva gelido.

Dalle fattorie remote, disperse nei campi lungo il corso del fiume, alcuni cani, rotte le catene, in preda al furore, rasparono in corsa i seminati, divelti dalla foga degli artigli.

Si adunavano ululando verso le montagne, gigantesche ombre, elevando il muso, gonfiando il collo terribile, effondendo dalle nari rosse l’umido fiato.

Ed ella immaginò di trascorrere nella notte tra loro, quasi dispersa viatrice, una candida figura in un coro di demoni.

Una candida figura in un coro di demoni era ella, indifesa e smarrita nel labirinto, ove di latrati si dilania la solitudine.

Ah, i polmoni bruciano, le tempie battono, la notte precipita negli occhi come un sole.

La luna purpurea ritagliava ombre entro la sua lucentezza per i canneti agitati, cadendo nell’acqua del Nilo come un serpente dalle scaglie vitree.

Ella vide la sua immagine riflessa dallo specchio mormorante.

Il suo corpo, quasi una statua d’ambra, si disegnava pallido a fior d’acqua. I boccioli dei seni contrastavano con il loro smalto rubeo, lievi ombre si prolungavano per il costato. I fianchi liberati del velo si arcuavano e si armonizzavano alla coppa muscolosa del ventre, lucido sotto la fiammella nera dell’ombelico. Una lieve peluria adombrava la vagina fra le forti gambe tornite e sottili verso la caviglia.

I capelli parevano due flutti, due vortici di luce lunare, e si confondevano entro il mistero notturno. Le nari si dilatavano talvolta sovra le labbra mobili e spesse, dove si soffermavano i desideri, e la gola morbida e bianca era un’offerta alle giovani bocche ardenti.

Gli occhi erano profondi e impenetrabili e nel contempo scintillanti e vivaci, cangianti a seconda dello sguardo e dei raggi quale cristallo, ora del colore della savana selvaggia, ora della palude insondabile, ora del verde delle foreste sature di piogge, ora glauchi come l’onda del mare invernale, e incantavano della malia furtiva delle sirene.

Dietro di lei s’innalzavano i gioghi delle montagne, donde provenivano a intervalli bagliori di fiamma. Quasi l’esaltazione resinosa delle foreste di cedri e del lontano confine degli Etiopi le affluiva nel respiro sovra le tarde acque del fiume.

Era forse anch’ella chiamata al banchetto degli dei nella terra degli uomini felici e longevi, per essere onorata quale sacerdotessa di sconosciuti riti ?

Volse il volto verso la siepe che si propagava tra le onde per avvincere i giunchi flessibili, la siepe di rose rosse fragranti di rugiada, i cui petali olezzavano del sentore dei talami sognati, sparsi di essenze arabiche fra tendaggi intessuti di enigmi.

Nubi si addensavano intorno alla luna ignea, portali immensi e fragili sovra contrade che non temono il tempo, e parevano schiudere orizzonti ove i mondi fluttuano in un mare arroventato e crespo donde sgorga incandescente il disco del sole.

Cogliendo la luce da quel celeste spiraglio, il suo viso era appena illuminato, la grande penombra empiva la volta dello spazio come una camera chiusa e buia.

Sull’orlo di baratri nella terra arida dove incombevano le palme, ai confini delle lande sterili, un cavallo eburneo scoteva l’ampia criniera luminosa.

Nitriva innanzi all’abisso, dal quale salivano due luci fulve, maligne.

Un lento ansito roco s’inerpicava su per le rocce, una lunga ombra flessuosa rampava per il dirupato pendio. Un gigantesco leone dalla giuba rovente aperse in un ruggito il rosso morso.

Veniva su dal baratro, cinto della tenebra, i suoi occhi erano incubi in oscuri antri ignoti. I suoi occhi erano quali i cerchi delle febbri che imprigionano in malefiche ossessioni.

Esso balzò sopra il cavallo bianco. Il suo artiglio gli lacerò il dorso candido, e un fiotto di sangue ramificandosi brillò acre e denso per il vello madido di sudore e lucente come marmo.

Si riscosse la bestia possente in un impeto di terrore, i globi degli occhi parvero gemere d’un dolore infinito.

S’innalzò il grido sovra il cielo, quale imprecazione d’un demente senza speranza, che nutra del suo odio tutto l’universo, e l’animale s’inarcò fulmineo, svincolandosi dalla branca uncinata.

Furente per la ferita, aspirò per le froge la vampa amara del deserto e si sentiva invaso entro il cuore da una sofferenza bruciante. La vita si sperdeva quasi tempesta sul mare sterile.

Percosse il suo zoccolo il suolo sollevando nugoli di sabbie, il furore colmò lo spazio echeggiante d’un travolgente galoppo. Pulsarono le ombre del ritmo della corsa come delle pulsazioni d’un cuore teso sino allo spasimo.


Cleopatra giaceva nella sala fra manti d’oro che l’avvolgevano tutta circondandole il capo, come un’aureola. Solo i lunghi capelli ora erano quali flutti su sabbie aurate, sfumati di linee violacee. I suoi occhi posavano immobili su punti remoti e indistinguibili dello spazio celeste, essi riflettevano quasi il respiro di astri sconosciuti.

Ella usciva fra le colonne avvolta nelle onde della veste costellata di scintillazioni, quale il mare nella notte serena, quando risplende dei fuochi delle feste e brulica d’una vita interiore non mai prima svelata, così ella si affidava alla profondità del cielo e lo osservava, come una sirena che guardi su dall’insondata altezza dell’oceano.

Dall’interno della stanza s’udiva la voce del cantore arabo, accompagnata dalla cetra :

“ Il tempo della mia durata è come una visita che io faccio agli uomini,

e chi spera di possedermi a lungo è in errore.

Dovunque sboccia il mio fiore

le mie radici sono bagnate dalla fonte dell’amarezza,

e una corona di spine avvolge il mio stelo.

I loro aghi mi trafiggono

e sprizzano sangue

sui miei petali e li imporporano.

Il mio profumo inebria chi lo respira,

ma

chi mi coglie

soffre la mia condanna,

poi che nessuno

può sottrarsi al tormento

e al dolore.”





giovedì 29 dicembre 2022

Un giorno

 

Un giorno tu sarai un raggio sul mare,

nel corteo che si perde luminoso

oltre il confine. Violaceo un abbaglio

e verde confonde l'occhio incantato.

Tu la luce che s'effonde giocosa

rimarrai per sempre a contemplare.


sabato 29 ottobre 2022

Frances A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica.

 



Frances A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Bari, Laterza, 2010



Scheda di lettura



P. 7, la filosofia ermetica come gnosi, conoscenza intuitiva del divino. Somiglianza con la filosofia indiana (vedi G. Tucci).

P. 11, inizio del Pimander: la Parola luminosa, il Figlio di Dio (https://cdn.website-editor.net/dcdbb6508cb14435a94e1fd2ec52ce25/files/uploaded/Ermete-Trismegisto-Corpus-Hermeticum-Libri-I-XVIII.pdf).

P. 13, Apuleio di Madaura e l'Asino d'oro.

P. 14, per Giordano Bruno l'Ermetismo è l'unica vera religione.

P. 18, la più antica teologia inizia con Zoroastro.

P. 33, vedi Coomaraswamy, Induismo e Buddismo, Milano, Rusconi,1994, p. 95, Ermete viene citato insieme a Platone. Vi sono molti punti in comune con la tradizione induista.

P. 38, cfr. Marco Aurelio, Pensieri, Milano, Mondadori, 2002, p. 225, libro X,7. Qui nel testo ermetico è evidente l'influsso della filosofia stoica.

P. 55, influenza delle idee gnostiche ed ermetiche sul mondo arabo.

P. 56, le corrispondenze. C'è qualcosa che ricorda Baudelaire. E infatti Baudelaire era interessato alla magia. Cfr. Huysmans, Là-bas (romanzo sulla magia nera).

P. 63, I misteri egiziani di Giamblico per l'apprendimento della magia egizia.

P. 66, Giuliano imperatore, Ad Elios re (vedi Giuliano imperatore, Alla madre degli dei e altri discorsi, Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1987) per la concezione astrologica. Tendenza egiziana della religione pagana tardo-antica.

P. 70, i malinconici, Saturno, considerazioni adatte alla figura di Faust.

P. 71, Plotino, Enneade IV, le immagini divine.

P. 75, le ombre delle idee.

P. 85, psicologia astrale ? Ibidem : la “Primavera” del Botticelli considerata un talismano o figura del mondo.

P. 95, tradizione ermetico-cabalistica cui si unisce anche la tradizione pitagorica. L'orazione sulla dignità dell'uomo di Pico della Mirandola, sorta di Magna Charta della magia rinascimentale.

P. 100, NB : “le mutue relazioni che innervano tutta la natura”, vedi concezione della poesia in Baudelaire (interessato alle scienze occulte) e Goethe, oltre al Faust vedi Urpflanze, la pianta originaria.

P. 102, l'alfabeto ebraico, il linguaggio creativo di Dio, Cabala.

P. 119, la Clavis Salomonis, opera assai rozza di magia medievale.

P. 120, gnosticismo ebraico-pagano dei primi secoli dopo Cristo.

P. 128, simboli pagani nell'affresco dell'appartamento dei Borgia in Vaticano.

P. 132, Dante e le sfere celesti.

P. 155, Dio e le divinità secondarie, connubio tra cristianesimo e paganesimo.

P. 159, Alessandro VI e la paganizzazione della Chiesa.

P. 162, importanza per i cabalisti della filosofia antica di Pitagora.

P. 169, NB : cita Macrobio, Somnium Scipionis.

P. 173, la magia rinascimentale come molla per l'applicazione delle conoscenze. I Greci vi si rifiutarono, perché consideravano vili le attività pratiche (ma forse fecero bene !).

P. 180, differenza fondamentale tra gli Umanisti e gli studiosi di filosofia greca del Rinascimento.

P. 187, Giordano Bruno, mago ermetico.

P. 194, popolarità dell'Asino d'oro di Apuleio durante il Rinascimento italiano.

P. 200, la religione ermetica intesa in senso cristiano, durante la Controriforma.

P. 213, il De umbris idearum, magia mnemotecnica.

P. 217, richiami a Plotino.

P. 236, Bruno restaura l'antica religione dell'Egitto e della Grecia.

P. 244, NB, gli dei come archetipi junghiani.

P. 248, lo Zodiacus vitae di Palingenio.

P. 258, profezia dell'Asclepius, sul ritorno della religione egiziana.

P. 266-68, interpretazione ermetica delle teorie copernicane da parte di G. Bruno.

P. 276, la dottrina del corpo astrale, cui si interessò Ficino.

P. 279, il latino di Bruno è un latino sgrammaticato e assolutamente personale.

P. 288, G. Bruno e Apuleio di Madaura.

P. 301, sostanziale paganesimo di Bruno.

P. 303, il messaggio di G. Bruno è forse all'origine della Massoneria del XVII sec.

P. 308, “l'anno grande del mondo”, cfr. De Santillana-Dechend, Il mulino di Amleto. Qui però non si precisa di che si tratti, né tantomeno si parla di precessione degli equinozi.

P. 310, riforma celeste dello Spaccio, forse precessione degli equinozi ?

P. 317, gli dei o potenze della personalità, vedi possibile trait d'union con Jung, Simboli della trasformazione.

P. 321, influsso di Bruno sulla letteratura inglese dell'epoca di Elisabetta (quindi anche su Shakespeare ?).

P. 335, influsso sulla poesia elisabettiana del Degli Eroici Furori.

P. 344, la filosofia ermetica di Bruno è una filosofia dell'interiorità.

P. 354, sostanziale pitagorismo di Bruno, travestito da ermetismo egizio.

P. 360, “poteri o forze di una personalità”, più che di magia io parlerei di psicologia bruniana, in questo senso la sua magia è molto interessante e fa “pendant” con quella di G. Jung.

P. 369, la “Primavera” del Botticelli riflette il culto astrale di Marsilio Ficino.

P. 372, la posizione di Bruno è vicina a quella degli yogin dell'India, cfr. Tucci.

P. 380, F. Pucci, il movimento navarrista derivato dall'ermetismo religioso.

P. 383, carattere collerico e irascibile del Bruno.

P. 392-93, NB : Bruno e Shakespeare, il personaggio di Biron (forse Bruno ?) in Pene d'amor perdute.

P. 395, il Dialogo dei massimi sistemi di Galileo influenzato da La cena de le ceneri di Bruno ?

P. 401, i Domenicani calabresi e napoletani come culle del movimento di Bruno e Campanella.

P. 405, Stato totalitario comunista di Campanella.

P. 418, “manifestationem et occultationem” vedi René Guénon, Il Demiurgo, Milano, Adelphi, 2007, p. 84.

P. 432, lo Spaccio della bestia trionfante ispirò le Pene d'amor perdute di Shakespeare.

P. 440, Casaubon demolisce la credenza nell'antichità degli scritti di Ermete Trismegisto.

P. 444, Fludd e Raleigh.

P. 449, I ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini e i Rosacroce.

P. 457, Bruno e la Massoneria, Il flauto magico di Mozart (Zarastro = Zarathustra e Trismegisto).

P. 472, argomento plausibile sulla validità dei libri ermetici come testimonianza della tradizione sacerdotale egiziana, anche se la loro redazione appartiene alla tarda antichità.

P. 489, Keplero e la matematica come misurazione quantitativa, vedi critica a questo atteggiamento della scienza moderna da parte di R. Guénon, Il Demiurgo e altri saggi.

P. 495, Leonardo da Vinci mago ? Suggestioni dell'ermetismo nelle sue concezioni secondo Eugenio Garin.

P. 496, La Nuova Atlantide di Francesco Bacone, sua origine ermetica.

P. 501, il meccanicismo cartesiano ha impoverito la visione della realtà riducendola a rapporti di tipo quantitativo e a un meccanicismo senza interiorità della coscienza (stessa concezione in R. Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi).







domenica 2 ottobre 2022

Azovstal

 


Tu, sacro eroe dell'Azovstal,

martire della gloria,

impassibile difensore della Patria libera,

combatti contro i tormenti del nemico

che oltraggia l'essenza dell'uomo,

tu, vero figlio dell'Uomo.


Nei tuoi occhi si riflettono

gli assalti delle fiere,

dei selvaggi lupi della steppa,

assetati di sangue.


Resisti nel grande sacrificio

per la difesa delle porte.

Lontano popoli pacifici ti ignorano,

obliosi nella loro Gomorra,

ma tu sei l'araldo della Fede,

il soldato, che non diserta,

della Libertà.


E tu, nemico, rispetta

questa schiera d'eroi,

perché non ti travolga il disgusto

dei tempi a venire

e la maledizione degli uomini.


Figlio della luce della Libertà,

combatti con speranza contro il nero

odio, aspira alla luce

e troverai la via alla liberazione.

Figlio della luce della Libertà,

costretto ad abbracciare le armi

e non il sorriso della pace,

tra sete e fame e dolore

chi più di te è degno

della Libertà ?


Un padre che piange la morte

del figlio ho visto sul ciglio

della strada.

Ho visto le lacrime

scendere sulle guance

come sangue dalla ferita.

O sole, guarda questa terra !

Come essa è massacrata,

un deserto è la pianura,

le foreste scheletri neri.

Un cane randagio s'aggira tra le case,

quale anima che vuole abbandonare gli uomini.

Ma il nemico non ha onore,

non rispetta i morti.

Allora sorgi dal tuo covo d'acciaio

e combatti sino alla fine,

per la vittoria !

Il tuo braccio è armato di luce,

il tuo volto risplende

per l'amore dei tuoi figli.

Solleva il capo dal dolore,

guarda il sole che sorge

sopra le montagne,

alta si levi la tua speranza

e il cuore si colmi della pace.


sabato 13 agosto 2022

Psiche

 


Psiche, ti sei cullata allora

nella luce di un pomeriggio caldo,

tra il lene dondolio dei rami

degli aranci odorosi,

non sentivi ancora

l'incenso, non scorgevi dondolii

di turiboli,

ma ingenua e lieta sognavi

le promesse dei giorni.

E al respiro del mare

tu anche respiravi,

nel moto alterno era

un'onda il diaframma,

il diaframma un'onda,

e tu eri nel tutto

e ogni cosa era in te.

Beata nel grembo del vivente

eri parte del tutto, ma

il tutto era una parte

ed oltre non vedevi.

Da dove vieni dunque ? Chi sei ?

Sei una dea o una mortale ?

Quali ombre di pesci sovra

la posidonia nell'acqua vibrante di luce,

tremola l'incanto di un sogno lontano,

lontano, prima del cosciente risveglio

nel chiarore di un'alba.


Melodia

 


Un tempo sovrastavano bianche nubi

dal sole irradiate

un mondo di dei.


Le rupi scintillavano

e lontano nel vento echeggiava

il gracchio dei corvi.

Le ombre delle nubi

ci avvolgevano.

Ma fulgidi di luce

alitavamo la nostra giovinezza.


Guarda come limpida l'acqua

abbraccia le rocce sul mare,

i pesci ci seguono nel nuoto

incuriositi come da strani pesci.

Non siamo forse io e te

un mito ? E tu sei certo

una sirena.


Come un eterno ragazzo

sento che la vita è semplice

e meravigliosa.

Non era così quando ero un ragazzo

e guardavo ammirato il mare,

ed ero un dio ?

Non è così ora che contemplo

il tuo viso nel ricordo,

il bellissimo viso

di principessina severa,

immobile come una dama egizia ?

Questi sono momenti in cui la vita

si rivela in tutta la sua potenza.


Guarda attraverso il riverbero delle acque

come trema il sogno del tuo amore,

avvolta dai baci della luce.

Quasi un'onda il tuo corpo

si posava sulle dune

come nel fondo del mare

e la mia ombra palpitava

nella luce di smeraldo.

Mormorava il mare sul lido

con un ansito rauco

e il tramonto si annunciava

insanguinando le piane equoree e i colli.

Tu eri, mio sogno silente,

viva e presente

ed annunciavi con gli occhi

la visione,

prima che svanisse nella notte.

Il tuo canto allora sarebbe sorto

sovra le onde agitate dalla luna,

una profezia avrebbe illuminato

le stelle.

I giunchi alla foce del torrente

fremono testimoni

di quell'attesa.

Quali parole risonarono nella sera,

una dolce musica ?











mercoledì 29 giugno 2022

György Lukács, Teoria del romanzo

 


György Lukács, Teoria del romanzo (1920), Milano, SE, 1999


Scheda di lettura


P. 16, la Teoria del romanzo in quanto reazione al presente si pone nella scia del Decadentismo. Constatazione di Benn : “ la realtà non esisteva più, rimaneva la sua smorfia”.

P. 23, NB : filosofia (concezione del mondo) alla base della poesia, frutto della contrapposizione o no tra l'io e il mondo, tra interiorità ed esteriorità.

P. 27, questa contrapposizione tra io e mondo non c'era nel mondo greco, dove le concezioni metafisiche non erano passibili di estensione all'infinito ma trovavano un loro limite ed una loro oggettivazione.

P. 35, significato della tragedia greca :


La tragedia greca si situava oltre l'opposizione tra la prossimità della vita e l'astrazione, poiché la pienezza non implicava per essa il problema della vicinanza alla vita, né la trasparenza del dialogo comportava la revoca della sua immediatezza. Qualunque caso o necessità di tipo storico abbiano portato alla formazione del coro, il significato artistico della tragedia è questo : recare, di là da ogni vita, vitalità e pienezza all'essenza.


P. 38, nel dramma moderno la solitudine è l'autentica essenza del tragico, non in quello antico perché allora la vita era concepita come collegata all'essenza, mentre nel dramma moderno si attinge all'essenza al di là della vita o nonostante la vita.

P. 39, definizione di epica e di dramma. Il testo di Lukács esige un'esegesi come si trattasse di un testo poetico ed essenzialmente metaforico, anzi criptico. Il fascino di quest'opera risiede nello stile poetico-criptico.

P. 41, contenuto del dramma è il dovere, il superamento della vita. Ibidem : il dovere uccide la vita, quindi è antiepico, perché l'epos è la rappresentazione della vita.

Ibidem, giudizio negativo sull'epos di Virgilio e la narrativa di Zola, opere concepite in vista di un dover essere.

P. 42, nell'epica soggetto e oggetto non coincidono. Considerazioni suggestive circa la grande e la “piccola” epica (p. 43).

P. 46, osservazioni acute sull'umorismo. Il discorso procede però sempre per categorie, per astrazioni concettuali, perfettamente calzanti ma estremamente opinabili. Una perfetta prosa da idealista che ha elaborato uno stile impeccabile.

Ibidem, definizione della soggettività della grande epica : “puro organo atto ad accogliere il mondo”. Il contrario della soggettività lirica.

P. 47, Dante nel Paradiso si mostra agli antipodi dell'epica, quale “depositario della sintesi trascendentale”.

P. 47-48, non capisco perché questo giudizio negativo sulle Affinità elettive di Goethe (anche Papini esprime un giudizio negativo, vedi in Dante vivo) che, secondo me, sono un assoluto capolavoro. Segno evidente che l'impostazione idealistica porta a forzature e a travisamenti che spesso contraddicono l'evidenza.

P. 50, definizione di trivialità. Queste considerazioni a mio parere hanno anche una valenza psicologica, oltre che trascendentale.

P. 51, l'opera di Cervantes in prosa è grande epica, quella dell'Ariosto in versi è opera lirica.

P. 52, l'epopea di Dante : “i versi di Dante … non sono lirici : essi condensano l'epopea unificandola al tono della ballata”.

P. 53, psicologia dell'eroe romanzesco, individuo votato essenzialmente alla ricerca.

P. 53-54, l'argomentazione procede come al solito per astrazioni ed è alquanto nebulosa.

P. 54, “ogni forma è la soluzione di una dissonanza che giace al fondo della vita”, anche questa è una definizione di tipo psicologico.

P. 55-56, interiorità dell'anima nella lirica, pagina da accostare ad Apollineo e dionisiaco di G. Colli.

P. 56, la natura nella lirica è proiezione dell'interiorità.

P. 58. influsso di Schelling ? (Sistema dell'idealismo trascendentale).

P. 59, l'eroe dell'epopea non è mai un individuo.

P. 61, l'opera di Dante segna il passaggio dalla pura epopea al romanzo.

P. 63, “ogni forma d'arte è definita dalla dissonanza metafisica della vita”. Ibidem : “Il romanzo è la forma della matura virilità”.

P. 64, “l'arte – in rapporto alla vita – è sempre un nonostante”.

P. 65, la letteratura d'intrattenimento, “completamente insensata”.

Ibidem : intrinseca natura di processo del romanzo. Il romanzo in quanto forma rappresenta un equilibrio tra l'essere e il divenire.

P. 67, soggettività come interiorità, impegnata nello sforzo di imprimere al mondo estraneo il contenuto della propria nostalgia.

P. 72, l'individuo problematico del romanzo.

P. 78, l'ironia, la malinconia, il demonico, considerazioni di carattere metafisico-psicologico.

P. 80, il romanzo è l'epopea del mondo abbandonato dagli dei.

P. 81, l'eroe del dramma e il destino, differenze profonde tra il dramma e il romanzo. Inadeguatezza del dramma moderno che si avvicina troppo all'essenza del romanzo. Ibidem, il romanzo è la forma dell'avventura, la storia di un'anima che si mette in cammino per conoscersi.

P. 82, l'ironia del poeta è la mistica negativa dei tempi senza dei.

P. 84, fondamento trascendente del romanzo.

P. 93, questo seguire rigoroso la dialettica hegeliana rende il saggio astratto ed aprioristico, talvolta sconfinante in affermazioni fuori luogo o assurde.

P. 95, sull'Ariosto : “il mondo intero … rifuso in un gioco di pura bellezza”.

P. 96, il Don Chisciotte, “prima grande lotta dell'interiorità contro l'infamia prosaica della vita esteriore”.

P. 97, prosaicizzazione del mondo che contrasta con la ricerca dell'interiorità (affermazioni analoghe in R. Guénon e G. Colli).

P. 98, il dramma “sublime” di Kleist.

P. 99, il principio del male : la pura e semplice assenza dell'idea.

P. 100 e sg., epicità di Balzac, realizzata solo nei personaggi non nell'insieme.

P. 105, la scoperta dei romanzieri del XIX sec. (l'anima è più vasta del destino a cui è condannata in vita).

P. 108, vacuità dei romanzi di Walter Scott, mancanza di idee, utopia nostalgica che non approda a nulla.

P. 109, dissonanza profonda nella Salammbô di Flaubert tra esterno e interiorità dell'anima non risolta artisticamente.

P. 109-110, il romanticismo della disillusione, l'eroe negativo (vedi Flaubert, Tolstoj). NB : la parte seconda dell'opera è senza dubbio più apprezzabile della prima, soprattutto nella conclusione sono interessanti le pagine su Tolstoj.

P. 111, il romanticismo e la vita come opera d'arte.

P: 112, l'autodissoluzione della forma in un desolante pessimismo.

P. 113, fallimento circa l'unità compositiva dell'Oblomov di Gončarov.

P. 114-115, considerazioni sul tempo e lo spazio nell'epopea e nel dramma.

P. 118, importanza dell'Éducation sentimentale di Flaubert.

P. 118-119, pagine mirabili sull'interpretazione dell'Éducation sentimentale.

P. 120, coglie l'essenza dell'opera di Proust, ma in teoria e senza citarlo mai.

P. 128, il romanzo pedagogico.

P. 139, NB : il mondo epico di Tolstoj, natura e civiltà.

P. 141, l'amore come strumento di nascita secondo Tolstoj.

P. 142, la noia esistenziale in Tolstoj.

P. 144, dissidio profondo tra realtà umana inessenziale e realtà interiore (la vera). Problematicità dell'opera di Tolstoj, dal profondo contenuto filosofico.

Ibidem : “i romanzi di Tolstoj sono una dilatazione del romanzo della disillusione, una ripresa della forma flaubertiana in chiave barocca”.

P. 146, Dostoevskij iniziatore della nuova epopea.




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