giovedì 16 agosto 2018

La donna del mare


I


Sotto la luna nella notte calda
ella dormiva sopra il lido nuda,
marmorea e luminosa, d'onde
fremeva un poco sugli arcati lombi
alla marea sorgente e voluttuosa
secondava quel moto lentamente.
E nei sogni nuotava, un canto ignoto
risonava nell'aria. Nella spuma
turbinava notturna in vaghi amplessi
la gioiosa sirena e misteriosi
le si aprivano mondi alla sapiente
e i tesori che tu, terra, nascondi.
Era bella nel flutto, le sue poma
trasparivano colme come frutti,
e le terga lucevano nel moto
fra l'ardore del fremito marino,
quale una pinna il piede celermente
tanto fiottava che non vi si crede.
Volteggiava alla danza vorticosa
quindi usciva dall'acque tremolanti,
la sua pelle ròrida ed il petto
dai capezzoli erti, pari all'alghe
la sua chioma corvina. Risplendente
la mirava la luna. Era divina.
Ed entrava nel bosco. La foresta
respirava profonda, gli alti rami
ondeggiavano ebbri, inauditi
echeggiavano i suoni ai frulli d'ali.
Si spandeva d'intorno ammaliante
un sentore di resine e di linfe
e d'aromi fluttuava un ampio coro
di bosso e pino e dell'amaro alloro.
La mirava la luna, i dolci raggi
la cingevano tutta. Erano i baci
forse degli amanti nei sogni ? Forse
la bramava la luna in folle amore ?
Ed alla luna pallida volgeva
le sue pupille forse un po' ritrosa,
quasi pervasa di sacrati incensi.
Una brezza la colse improvvisa
fra le fronde, come una serpe i sensi
strinse, un brivido le corse la pelle
candida, immacolata, palpitarono
i capelli tra il selvatico vello
del fogliame, s'avvolsero al buio.
E dietro lei coverti di cipressi
e di pini dormivano i giganti,
un ansito saliva alle rocce
roco, un'ombra flessuosa rampava
sopra alle arene e alle rupi avida
mano dall'infinito abisso, trèmula
di cupidi occhi. Si volse. Una voce
echeggiava nel vento aromale,
un alito arso ed aspro di sale
e un velo le dita asperse lieve
del morbido piede e la tramò
la luna tutta d'argento, il corpo
si erse, si protese, non vacillò.
E d'odori un ansimo la chioma
le sparse, e sospirarono i pini,
s'incupirono i cipressi e i lauri
trasalirono e incerte bisbigliarono
le fonti e mute intesero le stelle
e respirò l'abisso e si volse
e si trasse a lei fluttuare d'ali,
e nella veste nuziale l'avvinse,
ed ella divenne sposa del mare.



II


O Emerocallide, ora furtiva
fra l'onde appari radioso dorso
ed increspi la bonaccia al calido
Agosto. Ed anch'io ti colgo, adultero,
tra l'aurea messe marina sfuggire
nel malioso sorriso dei riflessi.
Talvolta sul fondo m'illude tremido
il tuo magico viso, e fra i pesci
in un guizzo svanisce come fata
Morgana, ma tu pure mi seduci
all'alta costa virente e fra i pini
vellosi nel limpido specchio sapido.
Ed immerso nell'acque, e sospeso
sopra la bruna prateria marina,
volto al bruire dei rami alitati,
o Emerocallide, ammiro in attesa
sull'arcana soglia della dimora,
dove un'antica colonna sul fondo
giace. Ed anche il sole ti chiama,
t'invoca, ti arride come un amante,
o Emerocallide, o radiosa
fanciulla del mare. E tu del mare
secondi l'umore unita all'ittica
schiera come fra nugoli di nere
lingue salaci o foglie d'argento.
Sulle bronzee praterie marine
scindi l'onda agile più di delfini
e sulla sponda t'assidi fra i taciti
scogli. E la sera attendi che la notte
rechi il plenilunio quando divino
il mare suoni dei canti odorosi
delle fanciulle, le sorelle tue.
Allora alle stelle cadenti i sogni
sorgono dei mortali, incantesimi
di musiche occulte, lungochiomate
ombre insinuantisi fra la Posidonia.
Un alito caldo come aspro vino
inebria l'alta notte e dei canti
le note si dissolvono al sentore
amaro sudore umano. Lontano
giace il sogno. Lontano conforto
di naufraghi. E tu t'immergi allora
per me un'ultima volta forse prima
che il canuto flutto si franga e pallido
l'autunno ci allontani col suo veto
crudele. Allora alla ferrigna costa
un'ultima speranza getteremo,
quando grigio ormai il mare opaco
ci velerà gli occhi senza pianto.