lunedì 20 luglio 2020

Fabio Barricalla, I zin (ricci di mare)




Fabio Barricalla, I zin (ricci di mare), Sanremo, Lo Studiolo, 2019



Terra incognita (prime note)


Preludi” I, p. 13. Nota metrica : il primo verso quinario unito al secondo senario risulta ovviamente un endecasillabo, il terzo è un endecasillabo e il quarto un quinario. Vediamo la lirica :


C'è poco tempo

Non ci basterà mai -

Il mare ci trascinerà con sé

Ci porterà via


Manca la punteggiatura, sostituita da un trattino al secondo verso, secondo un uso già dei Futuristi (cari all'autore).

II, p. 14, si riferisce alla crocifissione di Cristo nel Venerdi santo e al fatto che nel 2019 il poeta aveva la stessa età di Cristo, come a dire che hanno crocifisso un povero Cristo che poteva anche per puro caso essere l'autore stesso.

III, p. 15, fa riferimento alla ottusità morale introdotta dalla società dei consumi, non avere “il cesso in casa” non significa soltanto condurre una vita più spartana, ma anche lontano da quella crassa fisicità che ci assale ora anche durante il desinare, quando si ammira inebetiti alla televisione la pubblicità della carta igienica.

P. 16 :


Comunque vada

In paradiso c'è Campana


Viene da chiedersi : se l'autore si compiace che in paradiso ci sia Campana (Dino Campana, cui ha dedicato buona parte dei suoi studi filologici) è perché è certo di trovarlo in paradiso ? E se per caso andasse all'inferno, che gli importerebbe di Campana in paradiso ?

P. 19 :


Sono un poeta

Non ho emozioni da sprecare


Un vero ligure ! Ma a parte gli scherzi, l'epigramma (usiamo questo termine autorizzati dal poeta) vuole alludere al difficile lavoro dello scrittore che deve cogliere nel fondo del suo animo e del subconscio le perle rare del verbo evocatore, che non possono certo essere dilapidate. Inoltre è un chiaro ripudio dell'effusione lirica e sentimentale.

A p. 20 ecco una istantanea che cattura l'attimo in tutte le sfaccettature del suo mistero. Chi è il vecchio Poldo ? Saperlo non ha nessuna importanza.

P. 21, ecco l'ambiguità dell'epigramma :


La parola amore

Non si usura mai


Qui può significare che l'amore è eterno, ma anche che si abusa della parola, contando sul fatto che se pure inflazionata il suo potere d'acquisto non cessa mai.

P. 22, l'epigramma allude alla vita umana e alla vanità di essa, o almeno credo, perché la caratteristica dell'epigramma dell'autore è di essere come un Giano bifronte o una testa di Medusa, non se ne coglie mai un solo significato e spesso si rimane impietriti o meglio impietrati.

P. 23, “Cartiglia – Per mio nonno Renzo”, prosa poetica molto intensa, sul cui contenuto non mi soffermo, perché il lettore vedrà da sé. C'è però un elemento da considerare cioè il sogno. L'autore sogna suo nonno che si scarnifica una mano con un coltello ed è la dimensione onirica insieme alla memoria a costituire il grande contenitore cui la poesia attinge.

P. 29, il piccolo gabbiano schiacciato da un'automobile dà luogo a una riflessione sadiana sulla Natura indifferente, “mors tua, vita mea”.

P. 30, è ripreso il tema della brutalità della morte con la climax “Cadaveri carcasse – Fiori recisi”.

Ma a p. 31 debbo ricorrere all'esclamazione del Bruno ne La cena de le ceneri :


In questo bivio, in questo dubbio passo,

che debbo far, che debbo dir, ahi, lasso ?


E l'enigma è il seguente :


Il filmato del ponte

Che brilla all'orizzonte

Non lo si può guardare


L'immaginazione è corsa subito al ponte ed ecco che magicamente trovo in Rimbaud (Illuminations) :


Les ponts


Des ciels gris de cristal. Un bizarre dessin de ponts, ceux-ci droits, ceux-là bombés, d'autres descendant ou obliquant en angles sur les premiers, et ces figures se renouvelant dans les autres circuits éclairés du canal, mais tous tellement longs et légers que les rives, chargées de dômes, s'abaissent et s'amoindrissent. Quelques-uns de ces ponts sont encore chargés de masures. D'autres soutiennent des mâts, des signaux, de frêles parapets. Des accords mineurs se croisent et filent, des cordes montent des berges. On distingue une veste rouge, peut-être d'autres costumes et des instruments de musique. Sont-ce des airs populaires, des bouts de concerts seigneuriaux, des restants d'hymnes publics ? L'eau est grise et bleue, large comme un bras de mer. - Un rayon blanc, tombant du haut du ciel, anéantit cette comédie.


Soffermiamoci sulla parola “ponte”. Probabilmente (ma in Rimbaud si parla di ogni genere di ponti) si tratta del ponte di una nave, perché altrimenti non brillerebbe all'orizzonte (del mare). E perché “filmato” ? Perché, credo, l'apparizione di una nave all'orizzonte viene metaforicamente intesa come la visione d'una pellicola cinematografica. Sembra poi che l'autore rammenti il finale della poesia di Rimbaud, poiché la nave scompare in una sorta di accecamento.

P. 32, l'espressione “C'era nero di gente” rivela il rifiuto di un linguaggio meramente letterario e l'uso invece di un linguaggio colloquiale, a volte gergale e dialettale. Si tratta di una scelta perfettamente coerente con il rifiuto del lirismo della tradizione, ma non si tratta di una novità, perché è frutto dell'insegnamento di quasi tutti i poeti del Novecento dopo D'Annunzio.

P. 33, il tema della solitudine è presente in questo epigramma come negli altri a p. 48 e p. 60, ma direi un po' in tutte le poesie seguenti. La solitudine, l'angoscia, l'ansia sono stati d'animo ampiamente sperimentati e condivisi nella nostra epoca di individui


Che agiscono che sbagliano automatica -

mente -


di automi in carne e ossa, ma privi di interiorità autentica. Soltanto la poesia e l'arte in genere possono aiutarci a recuperare, a ritrovare il nostro vero io.

P. 36, ecco un componimento un po' più corposo, in quattro quartine e due versi finali, tutti “liberi”, come si dice. In particolare trovo veramente stupendi questi :


Scherzo divino pare

La finitezza

La fine delle cose e le persone -

E l'infinito amore -


L'ultimo verso mi fa pensare a Saba, ma, a parte questa impressione da dilettante, direi che la quartina è di una profondità filosofica e degna del frammento eracliteo (1):


Il tempo è un bimbo che gioca, con le tessere di una scacchiera : di un bimbo è il regno.


I tre “epigrammi” da p. 37 a p. 39 sono variazioni sul tema crepuscolare della “Desolazione del povero poeta sentimentale” di Corazzini :


Io non sono un poeta.

Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.


Intendo dire che il poeta guarda alla propria piccola esistenza di uomo comune senza sorpresa, senza infingimenti, senza travestimenti, con modestia :


C'è barricalla

Gridano in spiaggia

Gli ex allievi – è la fama


A p. 40 l'epigramma, a detta dell'autore, dovrebbe dare luogo a un'interpretazione complessa, ma apparentemente si risolve in un attacco di dipsomania estiva.

La possibilità di molteplici interpretazioni, e quindi della polisemia è offerto dal “frammento” di p. 41. Talvolta il nostro autore ama nascondersi come un Eraclito.

Come un presocratico infatti a p. 42 egli si pone a guardare un gabbiano che tenta di catturare un pesce e medita sullo stesso atteggiamento di colui che vanamente cerca di “agguantare” la vita.

A p. 43 ritorna il misterioso Poldo colto


All'erta al pianoterra


con il solito flash.

Da p. 44 a p. 48 sembra svolgersi dinanzi alla nostra fantasia una breve storia d'amore, forse suggerita dalla ragazza triste che, tornando dalla spiaggia, si volge a contemplare l'orizzonte, ma, ripeto, questa è solo un'interpretazione.

Da p. 49 a p. 51 è ripreso il tema presente a p. 35, cioè quello di una vita non meditata e perciò non degna di essere vissuta :


Ai vermi resterà

Ben poco


A p. 52 una professione di fede da poeta maledetto, del resto ho già accennato alla sua predilezione per Dino Campana.

P. 53, l'epigramma ricorda Catullo (altro poeta prediletto).

P. 54-55, le due liriche sono accomunate dal motivo della sepoltura, da una parte il passato che desta malinconia, dall'altra i brutti ricordi che si vogliono dimenticare.

A p. 58 la breve lirica fa pensare a “Meriggiare pallido e assorto” di Montale.

Da p. 59 a p. 61 ritorna il tema della solitudine, della incomunicabilità, con la constatazione :


Riflettendoci su -

Se si muore una volta

Poi non si muore più


P. 62, l'epigramma si risolve in un'assonanza e un ossimoro. Si continua la meditazione sulla morte.

Segue a p. 68 il “poema fotografico” Mangiatori di zin, che denota la preferenza “futurista” per la comunicazione non verbale oltre che eccentrica.

Pone fine alla raccolta l'epigramma malinconico sull'estinzione del fischio della locomotiva.




(1) Eraclito, I frammenti e le testimonianze, Milano, Mondadori, 1993, frammento n. 48, trad. di Carlo Diano (αἰὼν παῖς ἐστι παίζων, πεσσεύων· παιδὸς ἡ βασιληίη).






lunedì 13 luglio 2020

Il cigno nero



Le ali si librano della notte

delle acque sullo specchio opaco,

e nere come braccia s'aprono

nel buco a tuffarsi dell'abisso,

ove di stelle un vagito vagola.

Si corica la bruma sulle colline

e plumbeo di cielo sul mare,

ma nel piccolo tuo stagno, scisso

dal mondo sinuoso, scivola

il cigno nero, macula di rimorso,

che tra rive divampa oscure

e ogni scintilla brucia.


Così moriva ogni speranza

di ritrovarti, e, alla lucida notte

di occhi spalancati, chiusi

la finestra estinta

della mia casa.


giovedì 2 luglio 2020

Heinrich von Kleist, Pentesilea



Heinrich von Kleist, Pentesilea (1808), Firenze, Felice Le Monnier, 1922

Traduzione di Vincenzo Errante



P. 8, ecco Pentesilea, regina delle Amazzoni, vero e proprio caso da clinica psichiatrica. Ella è attratta dalla bellezza di Achille e per questo lo odia :


la Centaura,

d'un ebro sguardo novamente avvolta

la smagliante persona del Pelide

non lo distolse più …

Il rossor che le sue guance copria

(forse per ira ? forse per vergogna ?)

si riflesse su tutta l'armatura

della Regina, giù fino alla cintola.

Rimase ella così, come sdegnata

e insiem confusa …


P. 11, come la belle dame sans merci di Keats anche Pentesilea conduce alla morte i bei guerrieri e altri tiene prigionieri. Il motivo dell'amore-odio, dell'attrazione-repulsione tra Pentesilea e Achille prelude alla contrapposizione tra i due principi maschile e femminile, esemplarmente presentata nella Salammbô di Flaubert, cioè la vicenda di Salammbô e di Mâtho. E Pentesilea, come Salammbô, come Salomé, come l'Erodiade di Mallarmé, è un'isterica che rifiuta con orrore il sesso. (Potremmo dire questo anche di alcune cosiddette femministe, le quali, al di là di legittime rivendicazioni, sono mosse da un impulso viscerale e del tutto irrazionale contro il maschio categoricamente detestato).

Ella nelle prime scene appare come un incubo che perseguita e insegue Achille, divorata com'è da una smania incessante di preda, il suo amore-odio è l'impulso maniacale che la muove e che costituisce ormai l'unica ragione della sua esistenza.

Nella III scena (p. 24) mentre insegue Achille ella è come un dèmone che copre della sua ombra il Pelide :


Il sole che si leva

proietta immensa l'ombra dell'Amazzone.

Tutta, in essa, si spegne la quadriga !


Achille dal canto suo (scena IV, p. 34) si è accorto che la sua persecutrice è in realtà invaghita di lui e da impenitente dongiovanni giura che non rivedrà le mura di Troia, finché non abbia domato al suo piacere la Centaura. Così, dopo l'inseguimento da parte di Pentesilea e il suo quasi miracoloso scampo, nonostante sia stato ferito nella caduta in un fossato, durante la folle corsa sul cocchio verso il campo greco, Achille si accinge ad affrontarla nuovamente.

Nella scena V Pentesilea manifesta tutto il suo amore-odio per Achille, bramosa di sottometterlo in duello, per mostrare la propria superiorità di guerriera in una vera e propria guerra tra i sessi.

P. 60, ancora più evidentemente si rivela qui il connubio tra amore e morte. Pentesilea, innamorata di Achille, può trovar pace soltanto con la distruzione dell'oggetto amato, cioè con la fine di Achille.

P. 62, il Pelide al contrario, durante un duello con Pentesilea, si innamora di lei perdutamente, tanto da offrirsi, disarmato, all'offesa mortale delle Amazzoni, che però lo risparmiano, avendo ricevuto tale ordine dalla regina.

P. 64, infatti Pentesilea è innamorata a sua volta del Pelide e lo confessa, ma il suo sentimento contravviene alla legge delle Amazzoni e perciò lo deve reprimere.

P. 90, nella scena decimaterza Pentesilea viene catturata in battaglia da Achille che si dichiara follemente preso da lei.

P. 94, l'avversione di Pentesilea però è indomabile. Ella odia radicalmente Achille nel momento in cui vede in lui il maschio vincitore, dal momento che deve essere lei a vincere e a dettare le condizioni per un'eventuale pace.

P. 100, l'odio che Pentesilea rivolge al sesso maschile è in realtà il risultato di un dissidio interiore, di un complesso psichico direbbe Freud, di un tentativo fallito di repressione della libido come del naturale desiderio di maternità :


Odiai le tracce della gioia impresse

sovra volti mortali. Insino il bimbo

festoso tra le braccia della madre

sembrò schernire la mia sorte. …


Nella scena XV Pentesilea, credendo di aver vinto Achille, gli si rivolge come suo prigioniero e rivela la tradizione delle Amazzoni di sposare quali sostituti del dio Marte i maschi sconfitti in battaglia, per garantire la continuità della stirpe. Ma alla fine si svela l'inganno e Achille appare quale il vero vincitore, con sommo sgomento della regina. Tuttavia il dramma è assai animato, e infatti la situazione si ribalta e nella scena XIX muta completamente a favore delle Amazzoni che, vittoriose sui Greci, liberano Pentesilea.

Nella scena XXIII si compie la tragedia. Achille folle d'amore sfida Pentesilea a duello per poi donarsi a lei e seguirla al tempio di Artemide, ma Pentesilea profondamente turbata nell'animo da quello che considera un tradimento, impazzisce e trascinata da un'ira furiosa, completamente fuori di senno esce in campo come una mènade selvaggia alla caccia della preda. La scena della morte straziante di Achille ricorda quella di Penteo nelle Baccanti di Euripide, in particolare il fatto che Achille, come Penteo, trovi momentaneo rifugio in un pino. Come Agave, madre di Penteo, ne spicca il capo dal busto, così Pentesilea simile a una vampira azzanna il petto di Achille e si lorda tutta del suo sangue.

Nella scena XXIV assistiamo alla catastrofe di Pentesilea. Ella piano piano rinsavisce ma solo per apprendere l'orrendo massacro, quindi, dopo avere indugiato alquanto, incredula di essere stata l'autrice di un simile mostruoso crimine, straziata dal rimorso, ripudiate le leggi dell'amazzone Tanaide, spira improvvisamente colpita dall'immenso dolore. Così termina la tragedia che ci presenta una protagonista che nel suo ruolo di donna fatale si affianca inevitabilmente alla Carmen del Mérimée, alla Salammbô di Flaubert, alla Salomé di Wilde e a tutta la schiera delle maliarde che popola la fantasia dell'età romantica.

Potremmo dire che non è il sonno della ragione a partorire mostri ma piuttosto il rifiuto della natura, e infatti l'isteria di Pentesilea, come nel caso di Salammbô, la conduce obbligatoriamente alla strage e alla morte. E' dunque il ripudio dell'istinto cioè dell'irrazionale a generare il trionfo della follia cioè dell'irrazionale stesso, contro cui non vale nessun discorso ragionevole per quanto persuasivo. In quest'ottica, che è poi anche quella di Rousseau (1), come molto più tardi quella di Jung, l'irrazionalità è più forte della razionalità e l'istinto ha la meglio sulla ragione.



(1) Per l'importanza nella vita dell'amore e del sesso basti citare le sue Confessioni con la rassegna delle sue amanti di ogni genere, dalla giovane signora Basile, a Madame de Warens, alla cortigiana Zulieta, a Madame d'Houdetot e altre.