giovedì 22 giugno 2017

Amori proibiti

Dove fuggi, sguardo ?
Non hai colto ancora
il frutto della tua danza.
Hai abbracciato le ricche forme,
hai baciato i bei colori,
ti sei immerso nei profondi occhi.
Come una mano silenziosa
hai arpeggiato musiche sovra
il mistico profumo del suo
corpo d'ambra,
ti sei dilettato
della morbidezza
della sua gola.
E hai udito la sua voce
nel ritmo caldo del mare,
schiumante fuga di canti,
come nei capelli il fresco
volo del vento.
Come s'estende la notte
dei suoi capelli
sull'eburneo collo,
così le nubi
sovra le stelle.
A quale luce di luna
mi volgo ? Sullo specchio
delle acque riflessa giace
e si confonde con la mia ombra.
Oltre il fiume si allontana
che non ospita approdo.
Nel silenzio della luce
la voce dispare dei suoi occhi.

mercoledì 14 giugno 2017

Gabriele D'Annunzio, La Leda senza cigno

Gabriele D'Annunzio La Leda senza cigno ( Prose di romanzi, vol. II )

Milano, Meridiani Mondadori, 2011




In realtà non si tratta di un romanzo nel senso tradizionale del termine, ma, come di quasi tutti i romanzi di D'Annunzio, di qualcos'altro. Quest'ultimo anticipa lo stile di Gadda de La cognizione del dolore o quello di Landolfi de Il mar delle blatte. E' assolutamente originale e interessante. E' la vera eredità che il poeta lascia agli artisti del futuro. Vedi a pag. 885 la descrizione della vecchia sul carrozzino, che anticipa chiaramente lo stile di Landolfi.
P. 887-889 : l'evocazione fantastica suscitata dalla musica di Domenico Scarlatti è assolutamente originale, l'immaginazione sostituisce la realtà a tal punto che non si sa più se si tratti di una descrizione o di una rappresentazione onirica.
P. 891, NB la frase seguente : “ La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti. “ ( vedi nota pag. 1407 che sottolinea che la riflessione è replicata nella “Licenza”, a pag. 1037 ). Altra frase rivelatrice : “ Il sonno umano è un errore come il tempo e come lo spazio. “
La descrizione della misteriosa “Leda”, il breve colloquio tra lei e il narratore, il commiato sono un capolavoro di forza evocatrice e incantatrice. Come esempio riporto un frammento della scena del commiato ( p. 900 ) : “ Fuori, non pioveva. Un vento fresco, pregno di ragia come quell'acqua piovana che riempie i vaselli appesi ai pini, mi lavò la faccia. La cresta delle nuvole a ponente era come una schiuma abbagliante.
Qualcosa d'argenteo, quasi un riflesso di madreperla, guizzò negli occhi della sconosciuta. Il primo quarto della luna pendeva dal cielo verdigno come se la fata Morgana vi rispecchiasse il pallore della Landa. “
In seguito il narratore incontra un amico, che invita a cena a casa sua, dal quale viene a conoscenza di preziose informazioni circa la donna misteriosa, che egli chiama Leda. Figlia di un avventuriero, ella aveva condotto la vita della mantenuta sino all'incontro con un amante procacciatore di occasioni lucrose, il quale l'aveva fidanzata a un giovane stolto ma ricco, promettendogliela in matrimonio dietro il pegno di una polizza d'assicurazione in caso di morte dello sposo, di un milione e mezzo di lire. Lo sposo, inutile dirlo, era stato eliminato e i due, eredi di tanta fortuna, conducevano vita insieme da padrone e da vittima.
Siamo di fronte dunque al tòpos della donna fatale, della Circe seduttrice.
La donna per liberarsi dell'odioso padrone è perseguitata e allettata dall'idea del suicidio.
Segue l'incontro tra i due amici e la donna detta Leda. Costei vuole vedere i cani del protagonista narratore e in questa occasione avviene l'unione metaforica tra la Leda e i cani che il narratore trasforma in cigni nella sua immaginazione. Nel momento del commiato ( l'amico parte accompagnato dalla Leda ) la donna viene presentata nel fascino proprio della “femme fatale” irraggiungibile : “ Pareva ch'ella non conoscesse più né me né lui. Ora, tra gli orli delle palpebre induriti e netti, aveva di quegli occhi che ci lasciano perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco e senza presa. Lo stesso bagliore obliquo, che mutava in piastra rossa la scaglia dei tronchi, le infiammò su la tempia il metallo dei capelli. “ ( pag. 934 )
La lunga serata ha fine in una sorta di contemplazione meditata della morte e infatti ( pag. 939 ) il protagonista il giorno dopo si reca alla stazione ferroviaria e incontra l'amico insieme all'anziana madre dalla quale apprende che la Leda s'è uccisa. Termina nella pag. seguente la prima parte del romanzo ( se tale si può ritenere ) ed inizia la “Licenza”.
P. 953. La descrizione del tumulto parigino durante la I guerra mondiale rievoca le “Città terribili” di Maia.
P. 958. Bellissima apostrofe all'Occidente ( verso la fine ) : “ Occidente, splendore dello spirito senza tramonto, nessun barbaro poté mai spegnerti, nessuno mai ti spegnerà ne' secoli, finché l'uomo porti su' suoi sopraccigli una fronte per rispecchiarti. “
NB : la caratteristica dell'ultimo D'Annunzio è quella di un prosatore simbolista. Come Joyce ci rappresenta il flusso ininterrotto dei pensieri nella coscienza dell'uomo comune, D'Annunzio rappresenta il flusso dei pensieri nell'artista, pensieri, idee, immagini quindi sempre elette o comunque filtrate dall'occhio critico dell'artista raffinato. Però sempre di flusso continuo di pensieri ed immagini si tratta. Non è facile a leggersi, però va letto come Joyce, senza soffermarsi troppo sulla logica del discorso e neppure sulle infinite reminiscenze e citazioni letterarie. E' un vino forte che inebria e dunque lasciamoci inebriare.
P. 969, la descrizione notturna della corsa dei levrieri nel prato, sotto la tutela della bella donna eroica è veramente degna di D'Annunzio, che nella capacità di comunicare le più intime e misteriose sensazioni è un inarrivabile maestro : “ Il grido di un uccello notturno si prolungò nel sonno profondo della foresta. Di sopra il muro pallido le querce scossero lievemente il capo. Un filo d'erba, che mi sfiorava la tempia, sentì l'approssimarsi dell'alba e me lo disse. L'anima la riconobbe prima dell'occhio vigile, più esperta a distinguere luce da luce. “
P. 978 e seg. D'Annunzio lascia fluire il corso della sua oratoria basata su immagini e folgoranti sensazioni, ma non fa altro che ripetersi sino alla sazietà in un seguito di descrizioni verbose e parole pregiate. E' vero, è pur sempre D'Annunzio, ma sembra più preoccupato di riempire le pagine che di creare, come molti scrittori e letterati attuali che sfornano libri per venderli un tanto al chilo.
P. 990 e seg. : lunga descrizione dei suoi cani e delle loro gesta. Si tratta di pagine singolari, anche se abbastanza tediose.
P. 101-102. In verità D'Annunzio riesce tedioso alla nostra smania di lettori frettolosi. La sua descrizione dei giardini veneziani è tutta un susseguirsi di icone, di immagini preraffaellite, colorite e plastiche come i gigli che “ maggiori di Chiaroviso, giungono alla tempia di Nontivolio altocinta “ e “ tanto argento vince l'oro del sole e crea un incanto lunare nel giorno. “
P. 1005. Ecco che nella laguna appare magicamente il dipinto di Boecklin : “ L'estremo ardore del tramonto s'era aperto un varco nella fumèa pigra e accendeva dinanzi a noi, su l'acqua immobile, la muraglia claustrale che cinge l'Isola dei Morti. Tutta la palude e le altre isole erano fumo e ceneraccio. Soltanto l'Isola funebre e il suo cipresseto e le ali dei gabbiani spersi splendevano in quel silenzio che pareva lor sostanza e spirito. “
Sebbene la lettura sia faticosa è nondimeno affascinante. Ci troviamo qui in piena atmosfera simbolista e ogni parola, ogni frase evocano un mondo di sensazioni, di rimembranze, di musiche sussurrate, d'immagini melodiose. Non dobbiamo scoraggiarci dunque e invece proseguire nella lettura, pur fremendo d'impazienza.
P. 1014. La descrizione dell'ingresso nella casa dei Contarini, a Venezia, con l'iniziale dondolìo della gondola e lo smarrimento stupefatto innanzi al portico marmoreo, “ quasi che la salsedine vi avesse incrostato cristalli di sale e schegge di conchiglie “, è il frutto della capacità di trasferire il dato reale in una dimensione di magica immaginazione. Viene alla mente il coro a bocca chiusa della “Madama Butterfly” di Puccini. E' semplice, banale, sembra una ninna nanna, eppure crea un mondo.
P. 1017 e seg. Si passa ora ai ricordi di guerra ( prima guerra mondiale ) che, pur essendo suggestivi, svolgono chiaramente una funzione di parentesi riempitiva. D'altra parte tutta l'opera più che un romanzo può essere definito un libro della memoria che raccoglie come tale tutta l'esperienza di D'Annunzio, da quella erotica a quella guerresca.
P. 1034. L'autore dà una definizione della propria opera : “ Così, o Chiaroviso, il racconto della Leda senza cigno è ravvolto in questi molti fogli che conviene svolgere o frangere. Non dico che in fondo il sapore sia tanto squisito, ma certo è insolito. “
P. 1040-41. Una sorta di fiaba dei cigni, assai suggestiva. I cigni che non hanno ricevuto il pasto consueto inseguono affamati e arrabbiati le fanciulle custodi sino al sentiero che porta verso casa.
P. 1043. Notare questa frase : “ La vita è bella; e l'arte è sempre da trovare; e nessuna materia varrà mai ciò che lo spirito inventa. “ E' il trionfo della capacità immaginativa sull'arido vero ed è nell'immaginazione e nella forza creatrice in arte che D'Annunzio pone l'essenza della vita. Quanto questa superiorità dello spirito, che pur nasce dai sensi, supera la nostra misera pigrizia adagiata nell'uso di cellulari e di programmi televisivi !
P. 1046-48. L'atmosfera lugubre e magica della laguna notturna è resa con le immagini icastiche della leggenda della barena. I sette pescatori colti improvvisamente dalla morte accompagnano l'immagine di Roberto Prunas cadavere, col mezzo teschio ancora coperto di carne che avanza sotto il pergolato della vigna nella luce verde della notte.
P. 1060. Riflessioni e sensazioni sopra la tomba del compagno d'armi morto da tempo. Lo scrittore ci comunica le sue più intime considerazioni sul mistero della morte, presentata nella sua veste più materiale ma anche più umana, come disfacimento d'un cadavere, perdita totale d'un amico, miseria del destino dell'uomo. E i suoi pensieri sono anche i nostri.
Ecco che D'Annunzio risolve il problema tanto dibattuto di poesia e musica ( cfr. Schuré e Nietzsche ) : “ Ma ciascuna di queste cose perde la sua sostanza vera e si trasmuta in un sentimento che è musicale come le cadenze delle lamentazioni. “ La musicalità verbale, o la tanto ricercata ( e non trovata ) unione originaria di poesia e musica consiste non nell'accompagnamento musicale o ancor peggio nel canto, ma nell'evocazione, nel suggerimento cui dà inizio la parola e che procede, si evolve nell'immaginazione, nella sensazione sonora, quasi autonomamente, come i cerchi delle onde sulla superficie dell'acqua, quando si sia lanciato un sasso.
P. 1065, rivelazioni di poetica : “ La vita non è un'astrazione di aspetti e di eventi, ma è una specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. “
P. 1064-1074. L'impresa dell'eroico Vietri che scampa al naufragio del sottomarino Jalea viene dipinta con tutte le suggestioni del più vivo impressionismo. Sensazioni e suggestioni si alternano in una rievocazione affidata a una memoria solo apparentemente caotica.
P. 1077. L'epilogo svela l'influsso della filosofia di Schopenhauer : “ conobbi come l'anima sia un elemento perpetuo, non legato ai corpi, non prigioniero, ma dai corpi attinto come il vaso attinge l'acqua e la contiene e poi la riversa. “ Tuttavia l'ultima frase ci riporta l'antica credenza orfica nell'al di là : “ E il mio più alto canto, o Chiaroviso, è il canto che quella sera io non cantai ma che son certo di riudire in me quando si farà notte e rincontrerò il mio pilota a faccia a faccia. “