giovedì 4 novembre 2010

Poesia

Luna, inaccessibile ti specchi
nel desiderio mio sconfinato
come il mare, e al fiato dei venti
vaghi tra nubi dubbiose e sperse
nell’oceano silente fra gli astri,
a me inintelligibili enigmi,
ascolta del vano errare i suoni,
onde alle soglie rocciose senza eco
infrante.
              Sopra le mie visioni
camminavano i suoi piedi, le rupi
varcando, tradotta dal turbinoso
soffio dei venti sopra all’abisso.
Ella chiamava i devoti al rito
solenne, ed innanzi al fulgore,
ardente rogo dell’immensità.

Non furono più alte montagne,
non furono più profonde valli,
non tuonarono in fragori cascate
per gole più cupe. Dove il manto
vasto dell’Oceano s’agitava
dalle tenaci spire, ella espiava
le colpe delle genti in un ombroso
antro. Come dal sogno si destò
errante, sopra la terra vagava,
né riconobbe i figli. Sopra di noi
lo sguardo fu la maledizione.
Inetti fummo a balzare di rupe
in rupe o di selva in selva, belve
senza rimorso. Ancorati al nostro
pantano quasi vascelli restammo
fatiscenti, le vele enfiate
ed infrante dai vortici dei sogni.

Come sopra il corsiero la vidi
nero nella notte, di nebbie verdi
in un mare ed azzurre, di tempesta
imperversare in un vento, opprimermi
mi sembrò in una visione volto
sotto un labirinto immane di torri,
e allora ella vi balzasse riflessa
nell’abisso infernale. E come
allora l’amai e odiai insieme
quando a me s’avvicinò. Perché ?
Perché a me ella si trasse inconscia,
insensata entro un velame terrestre,
a me offrendo la coppa del dolore.
E dolcemente, misero, l’oblio
sperando bevvi. Oh il sogno errante
non venne, meravigliosa non venne
la visione. Nulla. Nulla, ma solo
il viso suo, solo le parole
sue, commiste al vano suono
di locutori, una creatura
assai comune sulla terra, nulla.
Ah, le risa quali sorsero subito
sulla mia bocca, io la smascherai !
Soltanto l’inganno tessé davvero
una menzogna, e mia, per me.
Un gioco di riflessi e nulla d’altro,
frantumi se non di vetro avvinto
avevano quella mia speranza
della Bellezza, della Beatitudine,
che pura brillava soltanto in me,
come raggio da meridiano sole.
Oh, ma infinita fu la sua Bellezza,
e quando gli occhi alzai al cielo
la luce vidi d’àlbatri fra i voli
e le nubi nel tramonto splendenti
sopra il mare e amanti che baciavano
le loro dolci labbra e le parole
nel velo vanivano del crepuscolo
purpuree, una tenue melodia
sovra le fiamme d’un bivacco mentre
moriva la sera. E la conobbi
prossimo al silenzio nella memoria
mentre fuggiva, più lieve d’un’ombra.
“Fermati” invocai, ma ella del vento
sui pallidi sussurri si smarriva.
Un sospiro fluttuò sulle mie labbra,
amarla volli ancora, ma giunto
era il tempo. Un debole respiro
fu sovra me e mi colmò di pace.
E udii la voce dell’Oceano,
canuto padre, di trionfanti spire
ammantato ed in fulgide gemme
d’ogni incantesimo di luce : - Vidi
un tempo solcare le mie acque
una nave veloce, l’ampie vele
lucenti nel sole meridiano.
Volavano verso le ignote rive,
siccome l’ali d’un enorme àlbatro,
ed echeggiavano grida di gioia
dei marinai. Verso ignote rive
sull’onde glauche frementi le spume
fendeva, rapida più d’un destriero.
Dove andavano ? Dove la carena
si precipitava verso gli abissi ?
Il loro canto invocava lontane
terre quasi sospiro d’un amante
che un sogno insegue fra l’illusorie
ombre. Come prima dell’alba brume
sovra me pari a larve si dileguano
notturne e sulle menti mortali,
così le immagini fugaci a chi
perduto amato adora. Svaniva
la nave su remote acque ignote
verso le terre, sentivo le grida
sino al cielo elevarsi di gioia :
“ O marinai, destatevi ! Il tempo
è di tendere agli impetuosi
venti le vele, per nuove conquiste
vergini onde solcare dell’oceano !
Oggi altri doni promise la vita
correndo via in una nube di fiori.
E s’effuse nell’azzurro, un sogno
dell’alba al saluto luminoso.
Sulle ali del tempo un solo attimo
può essere eterno. Di terre immense,
di rocciose rocche vidi gli scogli
biancastri di spuma vittoriosi !
Profondo silenzio, solo il mormorio
del mare e delle selve il lontano
bruire e l’argentina voce alata
nell’oscurità dei boschi velati,
sonno profondo, lo spiro m’accolse
della brezza, quando approdai per mano
del messo inviato d’una donna
celeste e terrena, dolce e terribile.
Oltre le valli, oltre le montagne,
in un paese senza nome, abita
Ella un palazzo vivente di cedri
fruscianti. Offerti sopra altari
d’antica quercia, tra vapori vidi
di mistici profumi, o marinai,
vidi i vostri cuori ! “  
                                  Come un falco
errò il mio sguardo sopra i monti
e alle piane rutilanti del mare
nei limpidi mattini veleggiando.
E dissi : “ O Sole ! Tu certo illumini
e di fuoco sei la sorgente, tu sei
più vero della tua compagna pallida.
E perché rendi tutto così bello ?
Ah, certo questo è un incomprensibile
Mistero. Ma se tu lo vuoi, ch’io viva ! “     

Nessun commento:

Posta un commento