Non c’è forse persona tanto indifferente per te, la quale
salutandoti nel partire per qualunque luogo, o lasciarti in qualsivoglia
maniera, e dicendoti, non ci
rivedremo mai più, per poco d’anima che tu abbia, non ti commuova, non ti
produca una sensazione più o meno trista. L’orrore e il timore che l’uomo ha,
per una parte, del nulla, per l’altra, dell’eterno,
si manifesta da per tutto, e quel mai
più non si può udire
senza un certo senso. Gli effetti naturali bisogna ricercarli nelle persone
naturali, e non ancora, o poco, o quanto meno si possa, alterate. Tali sono i
fanciulli: quasi l’unico soggetto dove si possano esplorare, notare, e
notomizzare oggidì, le qualità, le inclinazioni, gli affetti veramente
naturali. Io dunque da fanciullo aveva questo costume. Vedendo partire una
persona, quantunque a me indifferentissima, considerava [645]se era possibile o probabile
ch’io la rivedessi mai. Se io giudicava di no, me le poneva intorno a
riguardarla, ascoltarla, e simili cose, e la seguiva o cogli occhi o cogli
orecchi quanto più poteva, rivolgendo sempre fra me stesso, e addentrandomi
nell’animo, e sviluppandomi alla mente questo pensiero: ecco l’ultima volta, non lo vedrò mai
più, o, forse mai più. E così la morte di qualcuno ch’io conoscessi, e non
mi avesse mai interessato in vita, mi dava una certa pena, non tanto per lui, o
perch’egli mi interessasse allora dopo morte, ma per questa considerazione
ch’io ruminava profondamente: è
partito per sempre - per sempre? sì: tutto è finito rispetto a lui: non lo
vedrò mai più: e nessuna cosa sua avrà più niente di comune colla mia vita.
E mi poneva a riandare, s’io poteva, l’ultima volta ch’io l’aveva o veduto, o
ascoltato ec. e mi doleva di non avere allora saputo che fosse l’ultima volta,
e di non [646]essermi
regolato secondo questo pensiero.
(11. Feb. 1821.)
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