venerdì 11 settembre 2015

Enrico Thovez, Una primavera in Grecia







Enrico Thovez, Il viandante e la sua orma, Napoli, Ricciardi, 1923


Una primavera in Grecia “ ( 1907 )


Anche qui all'inizio si parla di Corfù e dell'isola dei morti di Boecklin ( pagg. 141-142 ) :
Dallo spiazzo alto sul mare la visione mi appare subitamente, come un'evocazione fantastica. Ai miei piedi, in un ampio specchio di mare lucente come un lago, nell'arco dei monti violacei e azzurrini, un'isola sorge, un'isola unica al mondo, un bruno dorso roccioso coronato da una selva di lance nere di cipressi, tra i cui fusti foschi si annida un umile monastero roseo, solitaria, silenziosa, morta, come chiusa in un'atmosfera di leggenda e di sogno.
L'isola d'Ulisse, la nave dei Feaci, ritornante dal ricondurre l'eroe, impietrata da Posidone, l' “isola dei morti” di Boecklin. Omero, Boecklin, il barbaro antico e il barbaro moderno, due fronti della poesia leggendaria. Il pensiero erra dal mito dell'uno alla creazione fantastica dell'altro. In quel bosco di pinastri che protendono laggiù le loro ombrelle sul mare, Ulisse avrebbe incontrato Nausica, la reginetta dei Feaci : e quella chiara casetta che traspare appena tra le ombre dei cipressi evoca le edicole funeree del quadro indimenticabile.
Da anni ed anni questo braccio di mare azzurro, quel bosco verde, quei lontani monti violati e quell'isola hanno arriso ai miei occhi ogni alba allo svegliarmi da un'acquerello appeso alla parete della mia stanza. Mi ero avvezzo a considerarli come il sogno di un poeta, e il vederli in realtà mi dà quasi uno stupore. Dimentico che Boecklin non la conobbe, e che, secondo gli archeologi, Ulisse non poté sbarcare in questo punto : i poeti hanno intuizioni divine, e la scienza filologica è cosa incerta. Nulla può togliere il senso augusto e sacro che circonda quel profilo funereo. Nuvolette di un biancore d'argento le passano sul capo nel cielo chiaro come a cingerle un'aureola; nel bosco grigio di ulivi e cipressi che mi sta a fianco, il vento scroscia a tratti con fragore; ai miei piedi nel clivo precipitoso, irto di aloe e di mirti, ondulano all'aria le margheritine. Un'altra isoletta è presso la sponda, connessa al lido da una diga di pietre, tutta candida di casette deserte dai tetti chiari : Nekierka. Dal bianco campanile veneziano a traforo una campana suona. Il rombo vibra lungamente nell'aria calma, nel silenzio immenso delle pause del vento e del mare.
No, non è l'isola di Ulisse, di Omero, ma non è l'isola dei morti di Boecklin : troppo sereno è questo mare, troppo dolce : è forse meglio “l'isola delle tombe“ di Zarathustra, l'isola silenziosa che accoglie i sepolcri dove dormono le speranze e le illusioni della giovinezza, uccise dagli strali avvelenati degli uomini. E io pure debbo attraversare questo mare. Qualche cosa m'attira laggiù, a cercarvi su quelle rupi e sotto quei cipressi, l'orma di una persona cara che vi visse la sua più silenziosa ora di poesia. “
Pag. 154, il Partenone :
E' come immobile, grave, immerso in un sogno. Il sole lo ferisce in fronte : il marmo di un giallo roseo con sgretolature e sfaldature candide sembra imbeversene. In alto, nel frontone ruinato il gruppo di Esculapio e di Igea, unico resto dei dispersi marmi di Fidia, miserabili resti corrosi : sotto, le metòpe, irriconoscibili : tra le colonne l'azzurro smagliante. Dinanzi al tempio il suolo di macigno grigio, sgretolato e levigato, è invaso dall'erba; fiorellini gialli ondulano al vento, tra rocchi di colonne, basi infrante, triglifi spezzati, iscrizioni greche e bizantine, frammenti di volute e di fioroni, tra i mille frantumi di cui il suolo è cosparso.
Mi avvicino. La pietra è sfaldata e spezzata più dagli uomini che dal tempo. In alto dietro la trabeazione formidabile si svolge attorno al muro della cella il fregio superstite delle Panatenee. Discerno gli efebi sui cavalli che si impennano, i duelli delle metòpe. Le scolture sono sformate, ingiallite, annerite.
Il vento fruscia, scroscia, affatica le erbe, aggela le mani. Due operai estirpano l'erba dalle commessure dello zoccolo : lo stridìo dei loro coltelli che raschiano la pietra tufacea ferisce il silenzio. I gradini sono incavati dai passi. Quanti piedi toccarono con fervore quella soglia, mentre gli occhi si affiggevano alla statua della Dea imperante nella cella ? Ma la cella è vuota, sventrata, scoperchiata : traccie di pitture bizantine, rigide figure di santi guardano dalle pareti : è come una piazzetta lastricata invasa dall'erba. La fronte ad oriente ridotta ad un semplice intercolunnio si intaglia nell'azzurro.
L'ombra occupa già il luogo : sale fino a mezza altezza delle colonne che nell'alto ancora sono immerse nel sole che le bacia con tenerezza indicibile. Vi è in quelle colonne e in quell'architrave profilati nel vuoto un tale senso di energia esatta e contenuta, una armonia sgorgante da basi geometriche, una rispondenza così perfetta con le linee della struttura fisica del paese, un così supremo equilibrio, che la mente ne è esaltata. Le colonne sembrano fulgere e fiammeggiare come steli d'oro chiaro : tra di esse si disegnano le linee dolci delle colline di viola sotto il cielo cilestrino chiarissimo. Penso che gli antichi che videro il tempio intatto, ammirarono forme di bellezza suprema, ma non quella che a noi soli appare, dalle rovine disposate, inserte nel paesaggio, ridotte ad elemento fondamentale, a simbolo di un'arte e di una civiltà intera. “
Pagg. 161-162 , l'Ilisso : “ Scendevo dalla spianata dello Zappeion guardando lo Stadio, immensa mole marmorea biancheggiante nel cavo della collina cespugliosa, quando mi avvenne di attraversare sopra un modesto ponte di pietra l'alveo di un fiumicello. In nessun altro paese del mondo l'avrei degnato di uno sguardo, ma nell'Attica un corso d'acqua è cosa insueta; e un sospetto mi balenò nello spirito : non è dunque l'Ilisso ?
A quel nome famoso, che destava nella mia anima mille echi di poesia e di leggenda, mi arrestai sulla spalletta del ponte, e mi balzarono in mente quei soavi versi dell'Hoelderlin che il Carducci tradusse con cantante sonorità di accenti e di rime, forse con lo struggimento malinconico del poeta proteso in ispirito verso la patria ideale che cantò e non vide, quei versi che, quasi a suggellare simbolicamente il suo viaggio mortale, furono gli ultimi che egli corresse nelle bozze con mano tremante, a matita :
Oh ti avessi a le fresche ombre dei platani
ove scorre l'Ilisso in mezzo ai fior,
ove in sogni di gloria ardeano i giovani,
ove dolce attrae a Socrate i cuor,
ove Aspasia incedea bianca fra i mirti …
Mi guardai da torno. Non v'erano più né platani, né fiori, né mirti. Né filosofi passeggiavano fra i discepoli lungo le fresche linfe correnti, godendo della frescura degli alberi, del canto delle cicale e del vento dolce del mare; né Aspasie incedevano candide lungo le rive. Vedevo due massicciate oblique a scarpa, dalle quali sporgevano magri alberelli incassati, e in mezzo, tra un fondo ghiaioso sul quale sorgevano cespugli di oleandri, un filo d'acqua, un ruscello dalle acque torbide, ingombre di scatole di latta sventrate e di rifiuti, insudiciate dagli scoli delle tintorie e dal sapone delle lavandaie. L'immagine dell'Ilisso, quale stava sul frontone del Partenone, quel simulacro del dio fluviale, sublime immagine di forza, che, così mozzo e corroso, pone Fidia come sopra un culmine non più raggiungibile da alcuno, mi sorse agli occhi, e per un istante stetti per sorridere dell'antitesi fra quel povero rivolo di acque sucide e la poetica rinomanza, antitesi che su molte labbra straniere diviene quasi simbolo di tutta una realtà greca troppo minore della fama, ma subito pensai : non è forse questa la qualità cardinale del genio greco ? Di aver saputo esaltare gli elementi fisici ed etnici di un piccolo paese arido e povero, abitato da un popolo scarso e frugale, estraendone tipi eterni di bellezza ? Quell'umile ruscello scorrente fra rive fiorite, all'ombra dei platani, ispirò a Fidia e a Platone ciò che le cascate del Niagara non hanno ancora suggerito ad alcun moderno. “
Pag. 200, “ Sulle tombe degli Atridi “, descrizione dell'Acropoli di Micene corrispondente a quella di Emilio Cecchi :
Mi avanzo : ho innanzi a me il campo delle meravigliose scoperte dello Schliemann.
Un vasto spiazzo si apre in forma di terrazza fra il muro ciclopico che sorregge la parte superiore dell'Acropoli e il fianco precipitoso del colle. Una doppia cinta di lastroni infissi verticalmente nel suolo disegna un cerchio di una ventina di metri di diametro. Alcune delle lastre orizzontali rimangono ancora a posto. E' quanto resta del sedile circolare che cingeva l'agorà omerica, il luogo dove il re riuniva a parlamento i capi del popolo.
Nel centro della cinta rotonda è un gran vuoto : laggiù in fondo vaneggiano cinque pozzi rettangolari : sono le tombe ricordate da Pausania, in cui lo Schliemann scavò i diciassette cadaveri e quella favolosa ricchezza d'oro che sta nel Museo di Atene. “
Pagg. 213-214, “ Nel paese di Apollo “, descrizione di Delfi :
E in quella pace del mattino lucente, in quel languore del sole d'aprile così dolce su la mia carne febbricitante, su le mie mani che biancheggiavano con un lampo marmoreo, una musica confusa che mi ronzava pel capo mi venne sulle labbra : una nenia vaga, ondulante, infinita, come lo spirito musicale di quella serenità antica. Che cos'era ? Wagner ? Tristano ? La nenia del pastore ? Ah, no : era l'inno d'Apollo, l'inno delfico scoperto in quel luogo stesso, inciso su quelle lastre cui si appoggiava il mio dorso : “ Muse dell'Elicona dai boschi profondi, figlie di Zeus tonante, vergini delle belle braccia, venite a blandire Febo dalla chioma d'oro, che sui fianchi del Parnaso dalla doppia cima, fra le belle Delfiesi, sale alla pura acqua della fonte Castalia. “
Mi scossi e camminando fra l'erba fiorita mossi verso la fonte. Il sole era così candido che i frammenti di marmo avevano tra il verde un lampo violetto e accecavano. Giunsi al burrone che si apre fra i due Fedriadi, uno spacco gigantesco di macigni grigi e rossastri stellati di magri cespugli. Un ruscelletto limpido ne sgorgava gorgogliando. Sul fianco la rupe era tagliata e incavata a grotta : una gradinata scavata nel macigno scendeva al serbatoio : nel sasso apparivano ancora le bocche antiche : nudo scheletro, spoglio della decorazione che un tempo copriva la fonte.
Due grandi platani ombreggiavano lo spiazzo. In basso tra le rovine della cosidetta Marmaria, giovani americani di qualche scuola di architettura misuravano le basi della tholos, l'elegante edificio rotondo; tutte le rovine erano fiorite di fioretti viola e gialli che ondulavano all'aria; un usignuolo cantava negli olivi. Contro le gigantesche rupi dei Fedriadi a piombo sul capo i corvi roteavano gracchiando, e nella pace immensa giungeva il ronzio delle api sui fiori e il ritmico tonfo dei panni sbattuti sullo scanno dalle lavandaie che sciacquavano in basso nell'acqua del ruscello. La fonte del canto scaduta all'ufficio di lavacro per i panni sudici. Mi parve il simbolo dello scadimento di un mondo. E ripresi a capo chino la via della valle. “ 
















 

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