martedì 29 luglio 2014

Il principe e il destino

Un grande specchio sfolgorava. E un velo verde avvolse i suoi occhi.
Egli bevve il calice dell'abisso. E sull'orlo dell'abisso una fanciulla fuggiva leggera nei raggi rossi del tramonto.
Egli bevve il vino dell'oblio. E aspirò il profumo del muschio alle fonti montane e fu invaso dall'esalo resinoso degli abeti.
Come un'aquila s'innalza sovra i picchi delle rocche alpine, così il suo cuore era sopra le nubi e oltre tutti i mari.
Come una daina che balza snella fra ramo e ramo, così s'inoltrava tra le macchie del rosmarino e della ginestra bionda agilmente la giovane donna dal crine di viola, e sorrideva e rideva nella gioia del sole.
Ed egli errava oltre le montagne nere. Ma, dovunque mirasse, l'occhio suo non vedeva nulla se non la giovane donna agile e snella quale daina veloce. Le membra erano forti e delicate, gli occhi autunnali erano languidi come il vello delle foglie roride di rugiada sovra la terra dormente. Il suo viso era severo e dolce come la luce del mattino, quando traspare per le cortine nella stanza oscura.
Allora si volse e vide una navata immensa e in alto una cupola tra le nebbie dell'incenso e nel centro una gigantesca vasca marmorea ove nuotavano grandi tartarughe marine.
E la donna, dagli occhi furtivi quale vigile gazzella, a lui diceva parole sommesse pari ad onde di lago silenziose : “ Seguimi, ecco la via del serpente. “
Così disse a lui la donna e lo sedusse per la basilica immensa ove risuonavano i canti delle acque chiaroscurali. Color dell'opale uno specchio sorgeva a riflettere, occhio imperscrutabile, le alterne ombre e le onde vive.
Attraverso una bifora dai cristalli iridati un chiarore discendeva tenue e quasi occulto, quale spiraglio di luce nei recessi dell'oceano.
Oltre lo specchio si schiudeva il rauco mare inquieto.
Infinita era la pianura delle acque. E presso l'onda volubile e ritrosa appariva una donna avvolta in un candido peplo, ed era alta e bella ed aveva un viso triste, come se avesse perduto per sempre un incanto di sogni e di gioia.
Oltre lo specchio appariva l'immagine e in quell'immagine si specchiava il principe, come in un calmo lago smeraldino.
E la vita del principe si effuse sovra il mormorare dei flutti, alito del desiderio, arido spiro del deserto.
Ed egli vide la vita del mare, del dio tumultuoso e crudele.
Ricordava gli indugi del suo sguardo sul verdecupo ansito crinito di rabbia. Dalla finestra allora osservava, dall'alto.
Dall'alto l'occhio si colmava dell'abisso.
La sala si apriva dietro di lui cinta d'ombre, dove sfiorivano le luci del crepuscolo. Come i raggi si dileguavano per le vetrate morenti, la solitudine lo invocava. Ne reclamava il possesso quale madre, sorella ed amante si contendono il desiderato.
Dall'alto osservava, superbo sulla collina e nel contempo sgomento innanzi alla tempesta e alla pace.
La montagna lo chiamava tra gli alberi alla vetta del sacrificio, all'esultare delle stelle. Ed egli avvertiva un dio entro di sé, esigente di culti e di giuramenti, e ne provava meraviglia.
E la luna dinanzi a lui dominava il mare, regina splendida della notte e si specchiava sul manto glauco gloriosa della sua corona nel corteo radioso. Ella era la dea, la dea che possiede i cuori degli uomini.
Ed ella ora gli appariva sul lido, dove si abbandonava senza riposo l'instancabile. Già altre volte l'aveva veduta nella visione crepuscolare, nell'ombra cerulea.
L'occhio di lei era oscuro azzurro e profondo, lo sguardo altero e ammaliante, quale il mare nella bonaccia, quieto, lontano dalla rovinosa ira.
Ed ella ora appariva, nella corona di fuoco.
Irradiata dalla luna, era al centro d'un cerchio di fiamme, splendida sul mare.
E a lui parve che la dea finalmente, scesa dal trono inaccessibile, rivelasse i suoi misteri.
Ella, ritta sulle gambe eburnee, era immota, estatica. La brezza abbracciandola le faceva aderire la veste al corpo e le onde di sotto al manto rilevato inumidivano le sue caviglie. La forma femminile risaltava ai raggi sèrici e incantati come cortine. Sembrava che una magica alcova la custodisse, segreta e inviolata.
E l'immagine evocata dal desiderio notturno lo introdusse nei penetrali del santuario interdetto ai profani, antro della sibilla, in cui aleggiavano vapori d'incenso e musiche occulte.
La donna abbandonò alla brezza marina la lieve veste bianca.
Una musica moltilingue quale il manto del mare scintillò note leggiadre, onde alboree nell'estate serena. Ma a poco a poco il suono subentrò impetuoso dei venti levantini, turgida nube minacciosa. Ella svaniva e appariva fra le colonne violacee come carnose euforbie o cilestri quali ametiste o del colore d'acque marine limpide o variegate malachiti, evocato fantasma nella mente inebriata in un gioco di specchi insidioso.
Una musica maestosa e mèmore di sensazioni nascoste si svelava al ritmo dei crotali e dei flauti e dei sistri, ed ella, invasata sacerdotessa, ebbra dell'ardore della grande dea, scuoteva il corpo e fremeva ondulando languidamente in lente spire.
Le membra riflettevano pallenti il lume velato della luna. Una fascia argentea le cingeva il seno, cosparsa di brillanti. Un cangiante bagliore la seguitava in una coda di cometa. I raggi pallidi si dissetavano al ventre perlaceo.
I raggi pallidi tremavano fra le onde sulla superficie nera, e la luna attendeva.
E nel buio, a ponente, oltre il promontorio, sovra gli aspri lacerti dei pini, si schiuse una lampada, un occhio oblungo.
Un occhio di sangue rifulse sul mare.
Un ansito sofferente alitava, arido. Un grande cavallo nero, ardente, si precipitava al limite della terra tra i gorghi bui, dilaniando i lembi estremi del dio dormente.
Scrollava la testa folle, ma gli occhi erano fermi alla luna e dilatati a colmarsi della luminosità quasi per sete, vacui come coppe avide del sangue spumeo della vite.
Un fragore di framee e di scudi scroscianti, uno stridìo di scimitarre, un tuono di tamburi si profuse da un capo all'altro del golfo oscuro.
Un improvviso bagliore si effuse di torce serpentiformi e di vessilli rubei quali lingue di varani voraci, dalle fauci disserrate e roventi come vulcani.
Un'orda di cavalieri scaturì dalla bruma, proni su selvaggi e annitrenti corsieri. E seguivano un uomo imperioso, ammantato d'una pelle di lupo montano, la cui voce echeggiava nella notte quale lamento di lupo montano.
Alta sotto la luna, cinta d'un alone proibito, mentre un candore dissolveva l'orizzonte confondendo il cielo e il mare in un ceruleo lago opalescente, ella si rivelava.
Più alta dei cedri, più vasta del vento, la sua voce era la collera delle tempeste, il suo respiro il ruggito delle tigri.
Squarciò il cinto d'argento. Le rose del suo petto, cupi rubini, alterarono l'aria con rosse ferite sottili. Lo specchio fluttuante riverberò il fiume d'oro sorgente dal suo grembo.
Il principe, abbagliato, mentre una mano avida gli abbrancava la chioma in forti nodi, fu trascinato alla luce impetuosa, una vittima al sacrificio.
Lo specchio s'infranse. Uno scintillìo di aculei trafisse il principe e dalle lacere membra sprizzò il sangue. Un fiotto purpureo si diffuse nel mare aureo quale un lucore violaceo del sole crepuscolare.
Un urlo varcò l'orizzonte.
Fiamme elevatissime esalarono inni di gratitudine.
Alta sotto la luna, cinta d'un alone proibito, ella reggeva con la mano destra lo scettro, nella sinistra il fiore del loto. Dinanzi a lei si prostravano i popoli, e vergini e incinte le offrivano il desiderio e l'amore.
Per lei gli uomini si trucidavano nelle guerre, e a lei sacrificavano la forza e la giovinezza. Nei riti notturni si placava la sua ira. Ella animava le fiere nelle foreste, balzando nei loro agili corpi maculati, soffiando il furore e l'ebbrezza.
Il cielo si confondeva di terrore. Il mare sprigionava i mostri degli abissi. Si spalancarono le bocche del mare e s'impennavano turbinando le creste delle acque tumultuanti.
Un immenso incendio inghiottì la foresta.
Le onde di fuoco s'avventavano contro l'ardore dei flutti e una danza crepitante e fragorosa carpiva ogni elemento e aggiogava ogni essere.
Schiumante di furore il cavallo nero si slanciò in corsa.
Il nitrito echeggiava, una disperata ossessione.
I suoi occhi erano fiamme dell'inferno, fomito di rovina il suo anelito.
Un rombo di tamburi e di tube e di piastre assordanti e di flauti ardenti e di lugubri corni s'inoltrava, seguito da una fiumana tempestosa di cavalieri, un uragano.
Il mare violaceo tumultuava, un drago sibilante dalle scaglie insorgenti sul lungo corpo lubrico su dall'abisso. La spuma si frantumava come una pelle arida sovra il salso palpito sanguigno. Contro il mostro furiosamente si precipitarono i guerrieri. I loro giavellotti a migliaia si abbattevano sopra il viscido dio muscoso. I suoi occhi erano grandi e profondi e immobili, e in essi non si rifletteva, ma si perdeva la luce.
Come un demonio attanagliava con le gambe e le braccia la groppa e la criniera del cavallo un uomo, stringendo con la destra uno stendardo rosso, guizzante e biforcuto.
E il mare si scisse e s'aperse il grande ventre senza quiete. Alla nuova guerra vaporarono le sabbie inviolate delle valli più profonde.
E disparvero in corsa nell'antro oscuro quale un torrente fangoso sfocia ruggendo e sconvolge il silenzio del mare.
Così tutti disparvero, e chi andò a vivere e chi a morire.

Nel cielo violaceo s'innalzavano le torri della lontana città.
Sul rogo era posto un sarcofago nero.
La luna si specchiava, vergine solitaria, sui freddi flutti dormenti.
E la vergine si volse al mare e lo contemplò. Gli occhi si dissetarono d'orrore. Rabbrividì nello spavento al tocco lieve dei suoi capelli effusi come una lunga veste.
Ella vide il suo volto pallido, irradiante una luce fredda, una terra remota isolata da tenebre e ghiacci.


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