venerdì 22 giugno 2012

Friedrich Wilhelm Nietzsche




Friedrich Wilhelm Nietzsche           Su verità e menzogna in senso extramorale


Noi continuiamo a non sapere da dove scaturisca l'impulso alla verità: giacché noi finora ab­biamo preso atto del dovere, che la società impone per esistere, di essere sinceri, e cioè di usare le metafore secondo le consuetudini; il che significa, da un punto di vista morale: noi abbiamo preso atto del dovere di mentire secondo una salda convenzione, di mentire cioè tutti insieme in uno stile vincolante per tutti. Ora, certamente l'uomo si dimentica che le cose stan­no così; dunque egli mente nel modo indicato, incoscientemente e per con­suetudini secolari — e proprio attraverso questa incoscienza, proprio attra­verso questo dimenticare egli perviene al sentimento della verità. Insieme con il sentimento d'essere obbligato a designare una cosa come rossa, una seconda come fredda e una terza come muta, sorge in lui un impulso che ha per scopo la verità: per contrasto con il mentitore, cui nessuno crede e che tutti escludono, l'uomo si convince della dignità, della fidatezza e del­l'utilità della verità.

Soltanto attraverso la dimenticanza di quel primitivo mondo di metafo­re, soltanto attraverso l'indurimento e l'irrigidimento di una originaria massa di immagini sgorgante con flusso impetuoso da quella facoltà origi­naria che è la fantasia umana, solo attraverso la fede invincibile che questo sole, questa finestra, questo tavolo siano delle verità in sé, in breve solo se l’uomo si dimentica di sé come soggetto e anzi come soggetto che crea artisticamenìe, egli può vivere con tranquillità, con sicurezza e con coerenza; se gli fosse possibile uscire solo per un attimo dalle pareti di questa fede che lo tiene prigioniero, immediatamente della sua «autocoscienza» non ne sarebbe più nulla. Già gli costa molta fatica ammettere che l'insetto o l'uc­cello percepiscono un mondo del tutto diverso rispetto a quello dell'uomo, e che chiedersi quale sia la più giusta delle due percezioni è assolutamente privo di senso, poiché qui si dovrebbe misurare in base al paradigma della giusta percezione e cioè in base a un paradigma che non esiste. Ma in gene­rale a me sembra che la giusta percezione — il che significherebbe l'espres­sione adeguata di  un oggetto nel soggetto — sia un'assurdità contraddittoria: infatti tra due sfere assolutamente separate come tra soggetto e oggetto non c'è nessuna causalità, ma semmai una relazione estetica, ossia, secon­do me, una trasposizione allusiva, una traduzione che tenta di fare il verso in un linguaggio dei tutto estraneo. Ma a tale fine ci vorrebbe comunque una sfera intermedia e una forza intermedia in cui liberamente poetare e inventare. La parola apparenza contiene molte seduzioni, perciò io la evito il più possibile: infatti non è vero che l'essenza delle cose si manifesti nel mondo empirico. Un pittore, cui mancassero le mani e che volesse esprime­re con il canto l'immagine che gli si agita di fronte, svelerà sempre qualco­sa in più con questo scambio di ambiti di quanto il mondo empirico non sveli dell'essenza delle cose. Perfino il rapporto tra uno stimolo nervoso e l'immagine che ne è ricavata non è necessario; quando però la stessa imma­gine è ricavata milioni di volte e trasmessa per molte generazioni, finendo con l'apparire sempre a tutti gli uomini come lo stesso esito d'uno stesso principio, allora finisce per acquistare per tutti lo stesso significato, quasi che fosse l'unica immagine necessaria e quasi che quel rapporto tra l'origi­nario stimolo nervoso e l'immagine indotta sia uno stretto rapporto di cau­salità; così come un sogno, che si ripetesse eternamente, sarebbe senz'altro sentito e giudicato come realtà. Ma l'indurimento e l'irrigidimento di una metafora non accreditano per niente la necessarietà e l'inconfutabile giustezza di questa metafora.


Nietzsche nega l’evidenza cartesiana e l’intuizione di spazio e di tempo kantiana, con ciò demolisce tutta la filosofia occidentale. Nietzsche nega con la sua argomentazione anche l’esistenza di Dio in quanto ( vedi Alcinoo, Didascalikos, 164 ) nega la verità ( e Dio è verità, poiché è principio di ogni verità, come il sole è principio di ogni luce ). A ciò infatti si collega la concezione cartesiana del dubbio e dell’evidenza. Si vedano le Meditazioni metafisiche e il Discorso sul metodo di Descartes : “Je pense, donc je suis. “ ( Discours de la méthode, pag. 44, ed. Laterza ) e nelle Meditationes : “ … illud omne esse verum, quod valde clare et distincte percipio. “
La negazione della validità dell’intuizione spazio-temporale è in contrasto con l’affermazione kantiana. Vedi “ Estetica trascendentale “ in Critica della ragion pura, pag. 53, ed. Laterza.
Ecco l’argomentazione cartesiana nelle Meditationes :

In tantas dubitationes hesternâ meditatione conjectus sum, ut nequeam ampliùs earum oblivisci, nec videam tamen quâ ratione solvendae sint; sed, tanquam in profundum gurgitem ex improviso delapsus, ita turbatus sum, ut nec possim in imo pedem figere, nec enatare ad summum. Enitar tamen & tentabo rursus eandem viam quam heri fueram ingressus, removendo scilicet illud omne quod vel minimum dubitationis admittit, nihilo secius quàm si omnino falsum esse comperissem; pergamque porro donec aliquid certi, vel, si nihil aliud, saltem hoc ipsum pro certo, nihil esse certi, cognoscam. Nihil nisi punctum petebat Archimedes, quod esset firmum & immobile, ut integram terram loco dimoveret; magna quoque speranda sunt, si vel minimum quid invenero quod certum sit & inconcussum.
2. Suppono igitur omnia quae video falsa esse; credo nihil unquam extitisse eorum quae mendax memoria repraesentat; nullos plane habeo sensus; corpus, figura, extensio, motus, locusque sunt chimerae. Quid igitur erit verum? Fortassis hoc unum, nihil esse certi.
3. Sed unde scio nihil esse diversum ab iis omnibus quae jam jam recensui, de quo ne minima quidem occasio sit dubitandi? Nunquid est aliquis Deus, vel quocunque nomine illum vocem, qui mihi has ipsas cogitationes immittit? Quare verò hoc putem, cùm forsan ipsemet illarum author esse possim? Nunquid ergo saltem ego aliquid sum? Sed jam negavi me habere ullos sensus, & ullum corpus. Haereo tamen; nam quid [25] inde? Sumne ita corpori sensibusque alligatus, ut sine illis esse non possim? Sed mihi persuasi nihil plane esse in mundo, nullum coelum, nullam terram, nullas mentes, nulla corpora; nonne igitur etiam me non esse? Imo certe ego eram, si quid mihi persuasi. Sed est deceptor nescio quis, summe potens, summe callidus, qui de industriâ me semper fallit. Haud dubie igitur ego etiam sum, si me fallit; & fallat quantum potest, nunquam tamen efficiet, ut nihil sim quamdiu me aliquid esse cogitabo. Adeo ut, omnibus satis superque pensitatis, denique statuendum sit hoc pronuntiatum, Ego sum, ego existo, quoties a me profertur, vel mente concipitur, necessario esse verum.



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