sabato 11 ottobre 2014

Misandra, cap. 4

Misandra se ne stava sotto un vasto pino. Il venticello proveniente dal mare ne faceva stormire le fronde. I raggi trapelavano fra i rami, che rilucevano nel mezzogiorno.
Come già in un tempo lontano ella lo aveva atteso sotto quelle foglie tremule in autunno, così ora lo aspettava ancora una volta, forse perché insieme a lei potesse meglio ricordare. Ricordare quegli anni trascorsi quasi in un eterno oblio. Rammentava il canto dolce, ora fievole ora intenso, librarsi in invisibili volute dalla sua pura bocca. E al suono d’una chitarra si disperdevano le note e la voce nella campagna, alla sera, quando soltanto un lembo di luce purpurea aleggiava stanco sopra l’orizzonte del mare. “ O dove sei, incanto di gioventù, sorriso perduto per sempre ? “ diceva egli a se stesso.
E ora a lui si volgeva, benevola, e lo guardava sorridendo : “ Sono contenta. Finalmente sei venuto, dopo tanto tempo. Io ti ho sempre atteso, con ansia in certi momenti, ma in fondo al mio cuore non dubitavo di te, non potevo dubitare. “ Così diceva, e lo fissava nel volto, intensamente. Era pallida, ed avvolta nella luminosità del meriggio pareva emanare una luce propria. I lunghi capelli le discendevano sulle spalle, fulvi come i raggi dei tramonti, e gli occhi le splendevano, vivi e strani, indefinibili, poi che ne variava il colore a seconda dell’ombra o del chiarore, sì che andavano, dalla pupilla all’estremo arco dell’iride, dal giallo oro al verde luminoso, al grigio azzurro proprio dell’onde del mare.
Egli alzò allora lo sguardo verso di lei. Ed ella, silenziosa, intensamente fissò i suoi occhi. Ed egli scorse gli occhi di lei, brillanti e invasi di dolce indulgenza.
E subito abbassò il volto, preso da vergogna. In verità non riusciva a sostenere la vista di lei. Un fiotto veemente di passione gli aveva rivelato in un brivido che ella era della sua medesima natura, della sua medesima sostanza, e ch’essi respiravano nel desiderio l’aura della medesima armonia.
Ma erano fuggiti gli anni lontani, erano per sempre fuggiti. Ed egli ricordava le speranze della sua giovinezza, quando inerpicandosi per le pendici delle montagne saliva sino alla vetta di roccia in roccia e sognava una vita splendida e possente. Ma la vita si rivelava troppo breve e troppo vana.
E così, dopo ch’egli se n’era andato dal suo paese per tentare la fortuna nell’esercito, ella s’era unita in matrimonio con il conte Oberto.
Il conte era peraltro un buon amico di Mauro. Avevano trascorso gran parte della giovinezza insieme e avevano insieme corteggiato le ragazze negli anni dell’esuberante libertinaggio.
E in quegli stessi anni, ahimé, egli era innamorato di Misandra. Ma la povertà non gli aveva permesso di chiedere la sua mano. Così era partito, in cerca di avventure, e per dimenticare.
Ma non aveva dimenticato. Ed ora era dinanzi alla donna che aveva amato, che amava. Quale altro sacrificio doveva chiedere al suo cuore ?
Ella si allontanò, chiamata da un servitore per alcune faccende alla villa. Cortesemente si congedò dicendogli che presto si sarebbero rivisti e che nel frattempo egli poteva approfittare della bella giornata di sole per camminare ancora nel bosco o lungo la spiaggia dove la pineta estendeva i suoi rami ondosi.
Obbedì.
La passeggiata era in effetti gradevole e il sole del pomeriggio inondando la vegetazione ne schiudeva il sentore acre e possente di resine e liberava il profumo dei fiori.
Giunto in un piccolo anfratto da cui la vista si perdeva sul golfo splendente, si sedette sull’erba e accese lentamente un sigaro. Il sapore del tabacco si fondeva con l’odore aspro e salmastro delle aghifoglie e il fumo espandendosi nell’aria si portava via anche le numerose immagini che sorgevano in lui disordinatamente.
Una distesa verde d’alberi, di cespugli e di macchia mediterranea si prolungava sino al mare, distinta dal flutto cilestre da un breve serpeggiare di sabbia.
Il fumo s’alzava nell’aria, si smarriva come i suoi sogni, svaniva nel puro cristallo dell’atmosfera, rapito da una brezza lieve.
Non più udiva voci di fanciulle. Il sito era silente e colmo d’un torpore lussureggiante. Circondato dalla natura si sentiva a poco a poco confondere negli esseri intorno, nelle piante centenarie e anche nei volatili che cinguettavano o più in alto gracchiavano bianchi con ampi voli lenti.
E ricordava quella bellissima immagine che Foscolo ricreò nelle Grazie, traendola da Omero, e gli parve che un infinito sciame d’api divine e luminose s’estendesse sul mare azzurro e calmo come gli occhi d’un biondo dio libero d’ogni passione, ed anche che a lui apportasse i profumi più varii della primavera, e, piano, piano, lo invadeva una dolce sensazione di placido riposo.
E osservava le onde, spumeggianti sulla battigia, e udiva il murmure delle acque ritraentisi e avvicendantisi incessantemente, instancabili.
Ascoltava rapito quel sonoro fluttuare, ripetuto innumerevoli volte, quasi una musica d’incantesimi, echeggiante, inebriante.
Non erano forse quei suoni come le voci vaghe di interminabili cori di anime un tempo viventi, che celebravano e rimpiangevano la breve esistenza ?
E pensava alla propria esistenza, agli anni irrimediabilmente trascorsi e dei quali serbava solo un incerto ricordo, ai volti incontrati di gente fuggevole e a qualche gentile volto di fanciulla, che aveva amato segretamente in brevi colloqui senza seguito, e pensava alla propria meravigliosa vita interiore di cui quella esterna non era se non un pallido riflesso, una nota su un cattivo strumento. Quante di quelle fanciulle non avevano compreso nulla della loro grazia, ed egli invece aveva assaporato con lentezza la beltà senza paragone dei corpi e delle anime inconsapevoli. E così, innanzi agli stupendi paesaggi delle montagne, e innanzi ai tramonti sul mare e davanti alla meraviglia delle nuove aurore, egli aveva colmato gli occhi dello spirito di bellezze incomparabili e per certo divine.
Aveva conosciuto i misteri dell’amore in quei limiti stessi che lo facevano desiderare. Infatti egli non poteva amare se non quello di cui sentiva profondamente la mancanza. E il sogno gli si presentava come l’aspirazione suprema in un mondo di arida realtà. Il suo occhio, avido di bellezza, si era spesso soffermato con dolore sui numerosi volti di donne brutte che parevano essere più dei due terzi della popolazione femminile. E veramente la bruttezza, la volgarità, la scipitezza appaiono nella donna con fortissima evidenza, ma la bellezza, così rara nella donna, lo aveva sempre rapito, quando appunto si trovava al cospetto d’un capolavoro della natura. Allora i suoi occhi s’abbandonavano voluttuosamente alla visione proprio come si trovasse innanzi a un magnifico quadro, o ad una mirabile prospettiva su monti ed acque, e la sua mente dimenticava finalmente l’antipatica realtà, fredda e vuota, e si consolava e sognava i mondi irraggiungibili.
E la sua mente prospettava illusioni oltre le illusioni, in una infinita distesa di forme e di colori, un oceano sconfinato di fronte al quale il suo occhio interiore restava fisso in preda allo stupore e allo sgomento, poi che non riusciva a credere che tanti mondi potessero coesistere nella sua anima.
Se chiudeva gli occhi spesso si trovava nel buio dello spazio fra gli astri ed innumerevoli nubi di luminoso pulviscolo stellare, e con incredibile velocità trascorreva nell’estensione delle galassie. E nella sospensione del tempo ecco che innanzi a lui passavano in rassegna tutti i secoli, e le civiltà antiche e le future, e le origini della terra e la sua fine in un mare di fuoco.
E la sua essenza, misteriosa e irriconoscibile, quasi un flutto inarcantesi in un attimo, spumoso sovra le spume, si librava fluida e invisibile prima del tempo ed oltre lo spazio, prima della creazione del mondo, nel vasto oceano del Nulla.
E così pensava alla propria vita trascorsa e ormai dissolta, presente di quando in quando nel ricordo, ma raramente come nitida immagine anzi più spesso vaga e nebulosa quasi sorgesse dall’Erebo profondo. Eppure la gioia di attimi di per sé insignificanti gli affluiva nella memoria, in quei momenti appunto di insperata lucidità, inondandolo di una freschezza, di una dolcezza e di un senso di vastità così forte e di magnanimità, che il suo spirito si sentiva sollevato all’esistenza degli dei in altri mondi, in quei mondi che appaiono sulle montagne quando il vento sussurra arcane parole nella solitudine.
E quegli istanti di felice rimembranza gli consegnavano, pur nella loro brevità, la giustificazione della sua esistenza, emergendo dal fiume torbido della vita interiore come un fiore che la corrente avida abbia trascinato in sé, strappandolo alla riva o accogliendolo da chissà quale mano, e che talvolta torni in superficie nelle soste della corsa impetuosa, e improvviso, inaspettato sembri appena sbocciato dal fondo, vivido e lucente.
E come i brevi discorsi senza seguito erano sorti in lui dalla fuggevole rimembranza, dalla rimembranza fuggevole d’immagini deliziose quali quelle scaturite dalla lettura di romanzi ignoti, come quello d’Ismine e Isminia, così egli si quetava nell’impossibilità di comunicare alcunché, nell’assoluta consapevolezza di non dire nulla, quasi un suono flebile che si smarrisca nei meandri di una notte solitaria.
Una luce lontana sfavillava sul monte, la luce d’un fuoco nascosto. Laggiù si celebrava un rito, il rito del suo Sé, solitario e selvaggio. Le tenebre ringhiavano come pantere, i pini ondeggiavano scossi fin dalle radici, le serpi fuggivano sibilanti nell’erba folta, i corvi gracchiavano impazziti. Ma silente nella notte prossima si spalancava il suo occhio, luminoso come un faro.


E avanzava sul sentiero sassoso, in mezzo ai pini fruscianti.
Il tramonto arrossava i loro tronchi, che avevano l’aspetto di cenere ardente.
All’orizzonte, sul mare immenso, il cielo era invaso da strisce di nuvole fosche che navigavano nell’agonia purpurea del sole.
Udiva il monotono rollare dell’onde e gli parve che i monti intorno echeggiassero a quell’ansimo ampio e regolare.
E come stava innanzi al mare murmureo, udì un improvviso fruscìo fra i pini e i ciuffi di ginestra selvatica. Si volse incuriosito e intravide fra i rami e le foglie allontanarsi lentamente una figura di donna.
I raggi del sole fuggitivo e della luna nascente furono incantati e carpiti da occhi che nell’ombra lo guardarono quasi gemme, rilucendo d’una luce indescrivibile, la quale aveva la profondità degli abissi marini e il fulgore degli astri.
E si allontanò nel silenzio.

Ma allora le tenebre estendendosi sul mare iniziarono a costituirsi in una coltre fitta e impenetrabile, mentre il sole soltanto emergendo dalla linea dell’orizzonte occidentale apparve fissarlo quasi un occhio sbarrato, immenso.
Era ella quel biancore, quella luce che svaniva a poco a poco su per il promontorio, nel folto del bosco ?
Anche un tempo s’era abbandonata a una fuga, leggera, sulla spiaggia, in un tramonto ormai vago nella memoria. E poi s’era rifugiata fra alte piante, nella pineta e nella macchia, e poi ancora sotto gli eucalipti fino alla foce d’un piccolo fiume.
Forse fra piante fantastiche ella s’era celata, né apparve dapprima. E poi, in una fragranza di fiori sconosciuti e di ghirlande intrecciatesi nel canneto e sui tronchi dei lauri, si svelava, lievemente avvolta nei suoi lunghi capelli ambrati.
Così ora ella scompariva fra gli alberi oscuri e certo il suo candido corpo era illustrato dai raggi discreti della luna che s’insinuavano tra il fogliame. Ella si schermiva forse dietro larghe foglie d’edera, umide di rugiada notturna. Forse s’era volta verso di lui e lo guardava un poco stupita. Gli occhi brillavano della luce stellare e la chioma castanea le cadeva sofficemente sul dorso e le fronde le nascondevano il pube e la sua pelle eburnea s’illuminava, sì ch’ella appariva veramente una dea.
Ah, dunque ricominciava la sua angoscia, ed ella gli sfuggiva ancora nella notte, mentre il turbamento della sua apparizione non si placava. Ancora, non aveva forse desiderato ucciderla ? Sì, avrebbe dovuto offrirla in sacrificio per espiare la colpa degli avi, per giustificare le sofferenze della sua stirpe. Ma ne era ancora innamorato, e pure, in lui sorgeva veemente la brama di averla tra le braccia e di stringerla, di soffocarla. Quanta inutile sofferenza ! Quanti anni votati al dolore, per quell’illusione, per quell’attrazione funesta verso il miraggio della felicità ! Un delirio soltanto, uno spossante e insensato delirio carnale, un’aspirazione al soddisfacimento dei sensi privo di vero appagamento. Ma perché l’aveva conquiso così, dietro la malìa del suo fascino, oscuro, pieno d’insidie e di tormento ?
Ricordava, ancora una volta. Una bambina di circa dieci anni, ma già sviluppata e aggraziata, gli si era posta innanzi, a una svolta della strada, sul far del pomeriggio, quando egli era solito fare la passeggiata, e gli aveva chiesto, con un imbarazzo pieno di una vaga sensualità, che ora fosse. Egli aveva risposto, e in quell’istante aveva sentito un tremito invaderlo da capo a piedi, e un folle desiderio gli aveva fatto stringere i pugni in una morsa d’odio. E forse ella trascorreva ancora oltre l’orizzonte oscuro, in lande non rischiarate dalla luna, o si stendeva mollemente su un prato d’asfodeli e osservava le stelle sorgere ed estinguersi più in fretta del suo respiro.
Misandra certo non era tanto giovane. Ma certo possedeva appieno quel fascino che inconsapevolmente attrae magicamente e, pure, nulla concede. Ed era nella sua ingenuità tanto maliziosa da apparire un’acqua di montagna che sgorga brillante dalle rocce e si aduna limpida nelle gore, ma è così gelida da ferirvi la bocca.
Ed egli era stato ferito ed era fuggito per l’impossibilità di sostenere ulteriormente il suo sguardo. Si era ritirato in se stesso ed era andato lontano, in lontani paesi. Ma laggiù il suo cuore si era infranto. Quando passava per i lunghi viali, alla vista degli innamorati il suo cuore si spezzava e il suo essere lacerato volendo obliare se stesso desiderava seguire gli altrui destini. Così i suoi occhi seguitavano con infinita malinconia il cammino di una coppia felice che procedeva ignara d’ogni altro essere nella piena luce del giorno.
E sognava allora, sognava la sua Misandra, coricata sui fiori sotto le fronde dei pini, mentre dormiva e una brezza leggera le scostava appena i capelli sulle guance e la luce del sole le illuminava la fronte. O la pensava al lume della luna, pallida e giacente sul candido letto, mentre il disco di Diana argenteo appariva all’ampia vetrata della stanza. “ Oh, dormi Misandra, dormi “ allora pensava, “ e non svegliarti nel mio cuore se non per dirmi che non mi lascerai mai più.”
Così diceva chiuso in se stesso, ma non poteva, non riusciva a reprimere una brama turpe di vendetta.
Eppure nei rigidi pomeriggi d’inverno, durante le lunghe e solitarie passeggiate nella foresta, gli accadeva proprio di ricordarsi di lei, ma era una visione d’estate, un sogno dorato di rami carichi di fronda sotto un cielo risonante di gioiosi canti di cicale e di uccelli vivaci.
E l’immaginazione lo trascinava verso i piaceri proibiti e l’abbraccio di un corpo roseo e delicato, splendido nella luce del giorno, e lo seduceva l’eterno fascino della donna, della regina del mondo, cui s’immolano tutte le vite, tutti i palpiti dei cuori, per morire e rinascere sempre.
Ed egli la immaginava allora dove l’aveva vista una volta, ai margini del mare, sui limiti dell’infinito. E gli parve davvero ch’ella fosse una messaggera dell’al di là, un essere divino inviato sulla terra per abbracciare i mortali nel cerchio del suo fascino immortale.
Ed ella appariva cinta della veste di primavera anche nell’autunno delle cose e degli esseri circostanti, sempre giovane. E il vento giocava tra i suoi capelli e sommuoveva le vesti, e le onde del mare lambivano delicatamente le dita dei suoi piedi, ed ella appariva sul limite della riva, quasi attendesse la venuta d’una navicella che dovesse traghettarla per ignoti reami.
E quando il crepuscolo stendeva sul mare il suo manto purpureo e le onde violacee si riversavano sul lido e intorno agli scogli, stancamente, allora egli la vedeva rifulgere innanzi al disco solare morente, circondata dall’alone rossastro, mentre i suoi piedi poggiavano su una terra insanguinata dai raggi proni a estinguersi nelle ombre. Ed era davvero fulgente anche nella luce della sera, perché risaltava sullo sfondo immenso dell’orizzonte, del mare e del cielo, dove onde e nubi parevano fondersi in un abisso di vortici, di profondità, di precipizii insondabili e di spazi inconcepibili, ma ella sembrava appunto precederli sorridendo, quasi che non le fosse ignoto alcun mistero.
La malinconica rimembranza del passato lo allontanava dalla realtà, lo induceva a poco a poco in uno stato di torpore fisico, simile al sonno. Ed egli ricordava, e i ricordi si confondevano con i desideri inespressi, con le velleità immaginate, coi sogni dell’adolescente.
Quanto aveva bramato rivelarle il suo mondo interiore ! Con l’ardore tipico di chi s’illude e ingenuamente persegue le fantasie di cui si nutrono i sospiri dei ragazzi come una fonte d’acqua pura e di vita immortale, così il suo cuore avrebbe voluto affidare in grembo a lei i suoi segreti.
Ma ella non aveva saputo, ella ancora non sapeva.
E la malinconia possedeva il cuore di Mauro. La malinconia che non è grigia tristezza, sibbene rimpianto d’un mondo lontano, d’un sogno irraggiungibile. Egli aveva veduto con gli occhi dell’amante una figura d’indescrivibile bellezza, che solo un cuore d’amante o una mente d’artista può concepire. Egli aveva visto colei che non è di questa terra, il cui fascino è circonfuso d’un alone immortale, ed ella pure era ignara di tanto incantesimo, quasi un portento della natura, inconsapevole del semplice miracolo.
Una malinconia profonda, una incolmabile insoddisfazione lo tormentavano di fronte all’esistenza degli altri uomini. Egli aveva disgusto della loro vita, insulsa e ignobile, delle loro meschine aspirazioni, dei loro stolidi guadagni. Egli avvertiva talvolta se stesso quale un cigno tra frotte di rane gracidanti, sicché fuggiva dalla moltitudine saccente e chiacchierona e si rifugiava nel suo mondo interiore, alto come una montagna assolata sopra le valli brumose.

Alto come una montagna assolata sopra le valli brumose, il suo cuore s’empiva della luce d’innumerevoli aurore, gl’inni rosei della giovinezza.
Ricordava vagamente le parole di un canto appreso nell’adolescenza : “ Tu sei la mia terra natìa, la tua luce mai mi mancherà.” Ah, sì, non era mai mancata quella luce, che ora lo conduceva per i sentieri solitari d’una vita altrimenti oscura.
Vedeva elevarsi la nebbia sopra la valle, cingere i fianchi del monte, carezzare le cime dei pini, fluttuare, ruotare in su e sperdersi agli sbuffi del vento o frangersi contro le rupi. Sopra il mare di nebbia il suo cuore cercava il sole e la sua ombra si coricava sull’erba. Vedeva intorno a sé la distesa delle montagne e la propria solitudine. Era al mondo, doveva essere nel mondo, ma dov’era il mondo ? Era il sibilo del vento contro le fronde degli alberi, era il lento ascendere della nebbia, era il silenzio della montagna. Non altro era il mondo.

E pensava all’amore di Petrarca per Laura e a quella meravigliosa solitudine di Valchiusa, così immaginava, immersa nel verde degli ulivi, dei castagni e dei pini, una passione incurabile e nello stesso tempo pura come la segretezza d’un chiostro, di un “hortus conclusus”. E ricordava le meditazioni del poeta quando ascendeva, con il fratello, al monte Ventoso, e si riconosceva in quelle parole, perché avrebbero potuto essere le sue.
Così guardava dall’alto del colle la campagna d’intorno e le altre colline digradanti verso il mare, tutte coperte d’una fitta distesa di fronde. E il sole faceva capolino tra i rami degli alberi sopra di lui, mentre il suo manto di luce d’oro si stendeva sui prati ridenti di fiori. Gli uccelli cantavano per la vasta selva.
Ed egli sentiva dentro di sé l’eco d’una musica insistente, suasiva, impetuosa, e che il rullo di mille tamburi esplodesse nello squillo di trombe ad annunciare un evento straordinario. Invaso da una forza sovrumana si volse verso il sole. In alto, invincibile, eterno, il dio egizio gli apparve allora nella sua gloria. Il datore di vita, il re dell’universo forse lo esortava a non temere, a non fuggire più la vita, ad abbracciarla, a viverla in tutta la pienezza, a colmare le vene del suo stesso fuoco ? Gli occhi gli si riempirono di quella luce. Abbacinato, chinò lo sguardo ed ebbe l’impressione strana di scorgere se stesso o meglio l’immagine se non il fantasma di sé, correre nel buio d’un’infinita foresta, mentre i suoi occhi splendevano nell’oscurità come smeraldi irradiati.
E quella musica, insistente, invincibile attraversava la foresta nell’impeto del vento e la cingeva fragorosa con le onde d’un fiume risuonante.
Ebbe allora la chiara visione dell’Occhio universale. Si librava sopra il vasto lago dell’Essere e lo guardava, con la sua iride trasparente. Brillava della luce del cosmo e pareva, o forse era, il suo stesso occhio, i suoi stessi occhi, la sua stessa intelligenza senza corpo, rilucente del suo proprio lume.
Allora ebbe chiara intorno a lui l’apparizione della volontà senza limiti, della vita rinnovantesi in ogni vana determinazione, ma in realtà rinascente in nuove forme sempre identica a se stessa.
E vide se stesso come affermazione, come “sì” al richiamo della vita, e nella sua giovinezza fugace egli scorse tutta la giovinezza degli uomini, di tutti i secoli, l’eterna giovinezza. E udì attorno a sé un inno di gioia, un inno empire la volta del cielo, un murmure di voci, quali ondate del vasto mare risonante, un fragore di flutti iridescenti, un canto sublime e possente fluire quale un fiume impetuoso senza ostacoli, senza argini, senza confini.

Vagò a lungo per la foresta, in un labirinto di tronchi neri, appena lambiti da qualche raggio di sole, che il fitto intreccio dei rami impediva quando non erano mossi dal vento.
Intravedeva non distante una radura, perché la luce colà si faceva più intensa e il colore era un verde brillante.
Pareva davvero che un qualche essere silvano lo invitasse alla sosta. Affrettò quindi il passo e giunse nello spazio aperto agli influssi del cielo.

Adagiato sull’erba, preda d’un torpore ebbro di sogni, egli guardava fisso davanti a sé, immerso nella visione.
Ella gli appariva, luminosa, leggera sui fiori, avvolta in una veste fragile e fluttuante come un alone d’oro, i capelli erano lunghissimi e riverberanti bagliori di fiamma e le toccavano morbidamente i contorni del corpo sino al tallone, poi parevano fondersi col suolo. I suoi occhi erano tinti del colore del sottobosco d’autunno, belli e variegati, bronzei e vibranti di lingue di fuoco.
Tutto intorno era luce, e gli alberi erano accarezzati da un vento luminoso, una corrente di pulviscolo aureo irradiantesi nella foresta come una linfa vivificante, come un’anima infusa per prodigio in un organo per lungo tempo muto. Il suo viso si fermò su di lui. Ella fissò i suoi occhi morbidamente, maliosamente e a lui parve abbandonarsi a un’onda di luce più forte del turbine tempestoso e più dolce della brezza dell’alba. Ora sembrava che da uno scrigno d’oro gli si offrisse l’essenza della vita, il tesoro che non ha pari. Doveva dunque abbandonarsi.
Ma, quando sollevò il capo dagli steli abbattuti, non più era luce, se non lo stanco raggio del crepuscolo. E già alitava la fresca sera.

Egli era cosciente del proprio transito, della propria debolezza, del proprio passaggio permeato di sogni, di visioni estatiche. Insufficiente piccola parte di un tutto incomprensibile, coglieva in un istante la propria essenza in una mano, una goccia d’acqua dispersa nell’oceano infinito.
Come quando sulle montagne la luce splende sopra le nevi, così il suo sguardo posava estatico sulla vastità circostante. Il silenzio degli spazi sconfinati gli cantava intorno il suo inno di gloria. In quell’attimo coglieva anche la propria eternità.
L’eternità del rito, sempre nascente infante.
L’immagine di sé fra il padre e la madre, un tempo, in un luogo lontano nella valle, su un prato innanzi al sole del mattino. Nel respiro intorno degli alberi, nell’alito del vento luminoso, il suo sé scorgeva estatico e ignaro il mistero dei giorni, ancora nel nido fra i sorrisi dei genitori pieni di speranze. Ah, anime amate!
La luce attorniava il bimbo, i sorrisi brillavano come aurore, del sole che sempre sorge.

Ah, immergersi nell’alito del mattino, come in una corrente d’acqua gelida, sentirne il brivido e l’impeto !
Come la dea Aurora intesse nel suo velo i canti che sgorgano dalla luce presso i lavacri del mare, così dentro di sé era invaso dal fremito dolce del risveglio delle creature.
E la luce si dilatava in un’onda iridata sopra le giogaie dei monti e sulle rocce e sulle selve brune.
Il mare dell’essere si rivelava nell’immensa distesa.

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