giovedì 11 luglio 2019

Venus


Sole d'estate sopra il giglio azzurro,
tu dimori sui prati Anadiomene,
fili d'oro la fronda quasi vene
di luce verde colta in un susurro,

e nell'iride accorre cinerina
la Fenice purpurea, tu distilli
su grappoli di fiori la sordina
d'acre suono che impetri e disfavilli.

Vergine stanca o amazzone guerriera
muovi alla danza sull'arboreo fiato,
che scolora nei venti e torna cera
d'api e di miele calice illibato.

Fuga di veli nuda tu ammanti
l'ammaliato narciso, e il sacro
coro dei monti per i dolci canti
vibra sui sassi rapido lavacro.

Tu assalto d'ombre nel tempestoso
sonno del giorno, e occhio che dormi
nella stilla del lago lacrimoso,
sogni d'aironi i variati stormi.

Ansia cupa della nube grigia,
agonia d'un vello putrescente,
per la palude ti dissolvi Stigia,
più nulla offri alle pupille spente.

Ma la tua chioma è un tiepido ruscello
nella mattina vergine e vivace,
vivida foglia di smeraldo tace,
spira ed odora casta in un sacello.

Così i tuoi occhi suonano armoniosi
come i fianchi dell'arpa levigati,
bella e sinuosa onda che ti sposi,
sciolta la spuma in ansimi falcati.

Nere pupille come le criniere
di stalloni sulfurei al galoppo,
o labbra di soave bocca sincere
e troppo ardite e bramate troppo.

O profilo del mento, dolce naso,
o delicata fronte rilucente
da fiori d'oro nel tuo cielo invaso,
caro segreto dell'astrusa mente,

o d'amori in fuga amorosa torma,
ti precipiti e ti celi ora invano,
quale corpo che solitario dorma
e più trascorre nell'immenso piano.

Ebrezza folle del linguaggio muto
è della danza la magia sovrana,
come ti segno nel pensare acuto
così ti bevo nella coppa arcana.

Un cigno del passato si ricorda
sul lucido sospirare dei meli
quale si perde di memoria l'orda
nell'oblio monotono dei cieli.

Tu certo non ricordi, fanciulla,
l'attimo perduto degli sguardi,
il grigio dei capelli è troppo tardi
e il volto si dissolve nel mio nulla.

Che d'imeneo il soave flauto
perduto giacque sopra morte arene,
questa fu colpa e il suonatore incauto,
che si recise le pulsanti vene.

Non assicura un bacio le perfidie
e velleità del morso misterioso
e non hai per me le dolci insidie
e non mi attiri un palpito geloso.

Anni perduti nell'inconscio nodo
dei doveri e del fato, odiosi inganni
dello spietato tempo, sconci affanni
d'una coscienza che non ha più modo.

Sogno senza rimedio, e conforto
di fantasmi, né a me quieto porto
di maturi riflessi, rimembranza
di figure ignote, in lontananza.


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