mercoledì 5 novembre 2014

Misandra, cap. 10

Come si destò dal lungo sogno, gli parve che dovesse essere ormai notte. Ma il sole era ancora alto nel cielo.
Si trovava sulla spiaggia, oppresso dalla calura.
Si mosse e s’avviò per tornare alla villa e, mentre era in cammino, incontrò nuovamente la fanciulla di prima, questa volta di fronte a lui, e i suoi capelli bruni mossi dalla brezza le ricadevano come arabeschi sulle spalle morbide e bianche.
Nei suoi occhi vide il riflesso dei laghi alpini dove si specchia il sole, e un fremito di esultanza lo pervase come il vento un abete sui monti.
E la disperazione del desiderio lo catturò crudelmente senza scampo. Era la tempesta che scendeva con fragore dalle vette sino alla valle, giù turbinando per le pietraie, levando nugoli di terra arida, con un rombo per le gole fra le rocce echeggianti. Un tuono, un urlo terribile prorompeva fra le ardenti giogaie frustate dai fulmini. Sentiva in sé allora il tormento dei desideri e della volontà, la tempesta senza fine delle passioni, la tortura della vita.
Gli parve che anch’ella lo guardasse. S’infiammarono le guance e il pallore subitaneo mise in fuga il rossore. Il viso le s’irrigidì, concitato dall’ira. “ Dove mai la sanguinaria mènade è precipitata dall’amore spietato ? Qui e là dirige il passo, come una tigre orba dei nati con corsa furente percorre la foresta intorno al Gange. Non sa frenare l’ira, non sa por fine agli amori; ora ira ed amore han fatto causa comune : quale sarà l’effetto ? “
Proseguì dunque con l’amarezza nel cuore attraverso le alte palme ondeggianti al soffio dello scirocco.
Lunghi cespugli di rosmarino profumavano l’aria, alberelli di iucca innalzavano ancora tra le lunghe foglie spesse, di un verde lucido, i resti della loro bianca fioritura.
Il pomeriggio avanzava e si caricava dei cupi presagi della sera, svelati da nere nubi che facevano capolino tra i monti. Un senso di oppressione toglieva il respiro e il ricordo di dolci visioni. Ma come fu al cancello della villa, allora si dileguò per lui ogni minaccia di tenebre e un nuovo sole illuminò il suo volto, mentre il sole del giorno volgeva ormai al tramonto e copriva di un aureo velo l’edifizio e il giardino, trasfigurandoli.

Così, regina del mondo dei sogni, Misandra lo attendeva sulla soglia del suo palagio d’oro.
Come una principessa delle fiabe, vestita d’un lungo manto dei colori della primavera, ella lo attendeva sul più alto gradino dell’alta scalea.
Il vento soffiava forte sul mare e le nubi roteavano, mentre Mauro saliva timoroso e lento la gradinata, ma nel suo cuore s’agitava il turbine. E invero era immerso ormai nella corrente inestinguibile, e il suo volto si protendeva, per non più volgersi, verso colei che attendeva.
Ed ella irraggiava tutta la potenza dell’amore, più forte del tuono e del lampo. Potente regina vittoriosa, ella dominava le tempeste.
Ascendeva in vortici la musica onnipossente della natura ed empiva di sé inebriando l’ampia volta del cielo.
E gorghi e vertici e flutti dorati si tendevano con la forza d’un arco temibile a scoccare lo strale del loro immenso respiro. Viveva ogni creatura in quell’anelito, a quell’abbraccio gaudioso e ineffabile correva a dissolversi.

Così al tramonto d’oro lo accolse Misandra, e per lunghi corridoi lo condusse infine a una grande sala. I cortinaggi erano aperti e la luce rossastra illuminava le pareti. Su una di esse risaltava un grande ritratto d’epoca secentesca, il cui soggetto era un cavaliere ornato di corazza nera e lucente, avvolto in un ampio mantello purpureo. Alto, bruno, teneva la mano sinistra sul fianco e con la destra reggeva un bastone d’avorio. La spada risaltante di riflessi dorati gli stava alla sinistra, l’elsa finemente lavorata lasciava scorgere un mirabile intrico di arabeschi. Lunghi capelli neri gli cadevano sulle spalle, smossi dall’impeto della battaglia, la fronte alta e pallida rifletteva un chiarore perlaceo. Sotto le sopracciglia sottili e nere, occhi penetranti e minacciosi insidiavano qualunque sguardo con sfida beffarda e crudele, né parevano potersi eludere, ma seguivano chiunque fosse entrato nella sala. La loro tinta era indefinibile, d’un castano variabile a seconda della luce, ora chiaro, ora scuro, l’iride infatti mutava secondo i raggi, poi che il pittore l’aveva dipinta con capricciose sfumature. Le fattezze del volto erano nobili e ferme, le labbra rosse.
Misandra si fermò innanzi al quadro, né parve più accorgersi del suo ospite. Mauro perciò ebbe fretta d’allontanarsi e si diresse verso la porta, ma, colto da un moto di curiosità irresistibile, si fermò sulla soglia e stette a guardare.
Il dipinto non si trovava a grande altezza dal suolo, ma al livello più o meno di chi lo ammirasse, Misandra gli si avvicinò affascinata e senza alcuna esitazione, quasi fosse ormai un’abitudine, lo baciò sulla bocca. Quindi si ritrasse inebriata e come avesse perduto il senso del tempo e del luogo in cui era.
Perplesso, Mauro si ritirò rapidamente e raggiunse la propria stanza.
Nella camera era posto un grande armadio a specchio. Non poté fare a meno di guardare e vide la sua immagine riflessa, ma stentò a riconoscersi.
Chi era mai quell’uomo dagli occhi fissi sopra di lui, implacabili e dotati d’una straordinaria energia ? Pareva un demone appena uscito da una nube nera, circondato da un’aura di possente mistero. Lo fissava sogghignando, sarcastico e crudele, con le braccia incrociate, che sembravano dotate d’una forza immane, pronte in un balzo di belva a dilaniare.
Era proprio lui quell’individuo così terribile e minaccioso ? Ne ebbe paura. Una paura folle, senza rimedio. Quella era la vita interiore, profonda, oscura, invincibile, che gli toglieva ogni speranza, ogni illusione di equilibrio e di pace. Non voleva, non desiderava essere così. Aveva orrore di sé medesimo, della vita caotica, tumultuosa, che s’agitava entro di lui come magma pronto a esplodere, a scaturire, a distruggere. Aveva una folle paura di quella vita, ma quella vita era vera ed innegabile. Aveva paura, temeva le proprie azioni, temeva che qualcosa gli sfuggisse, lo tradisse, lo rivelasse a se stesso e agli altri. Temeva il buio della ragione. Avrebbe voluto che ogni suo atto fosse sotto il suo controllo, che ogni minimo atto fosse frutto di riflessione, di ponderazione, sino a potersi vedere, valutare, dirigere come un abile arbitro dirime e giudica o un esperto regista governa gli attori, così avrebbe desiderato osservarsi sulla scena del mondo. Ma era follia, follia per assurdo, volersi opporre alla follia stessa. Non s’accorgeva che la pazzia è il frutto di un eccesso di ragione. Ma la vita, la vita ! Questa terribile malattia !
Come avrebbe potuto affrontarla, come avrebbe potuto sostenere il peso ognora crescente dei giorni, sempre uguali, sempre diversi, e ognuno col suo costante bagaglio d’affanni, di tormenti, di delusioni ? Non aveva più forza per vivere, eppure era trascinato da un impeto oscuro, ed ella era là che lo attendeva, lo guardava e talvolta gli sorrideva. L’enigma della sua bellezza lo sconvolgeva, ah, era sempre più bella e sempre più lontana !
Ricordava brani di sogno, immagini volitanti nella mente come brandelli di fogli stracciati . Era quella che gli diceva : “ Le tue dita sembrano aghi. “ Ella gli parlava in un’ombra, entro una vasta cava ove risonava l’eco del mare.
Allora si volse e vide una navata immensa e in alto una cupola tra le nebbie dell’incenso e nel centro una gigantesca vasca marmorea ove nuotavano grandi tartarughe marine. E la donna, dagli occhi furtivi quale vigile gazzella, a lui diceva parole sommesse come onde di lago silenziose : “ Seguimi, ecco la via del serpente. “
Così disse a lui la donna e lo sedusse per la basilica immensa dove echeggiavano i canti delle acque crepuscolari. Color d’opale, uno specchio sorgeva a riflettere, occhio imperscrutabile, le alterne ombre e le onde vive.
Le ombre di mondi lontani, le ombre in lontani tramonti ove si riflettevano gli echi di cori oltremarini, le voci dei sogni d’infanzia e dei sogni mai sognati, un fluttuare impetuoso, onde di voci impetuose in vortici di luce si rifrangevano sulle coste rocciose d’isole incantate dove nell’ombra sorgevano altissimi castelli neri in fronte all’immenso tramonto. Un susurro si riversava sulle rocce d’acque lucenti e pure come voci di bimbi, i sogni mai sognati prendevano vita in un calice colmo d’incanto. Un inno s’alzava verso il cielo, un inno di luce eterna. E quel canto planava quale alato solitario sulla piana del mare, nell’alito dell’oceano s’allontanava tranquillo verso l’orizzonte, un’anima che vola verso la sua meta, verso le promesse che attendono tutte le nostre speranze.
Un’ombra si dileguava all’orizzonte, nell’abbraccio della notte, nel sogno della morte.




Nessun commento:

Posta un commento