venerdì 14 novembre 2014

Misandra, cap. 15





Lo chiamavano gli alberi a sé, con voce nuova. Lo chiamavano a sé i vecchi giganti e suggerivano parole misteriose, disperse nel vento.
La voce della Natura onnipossente lo chiamava dal grembo della terra. La Madre gli ricordava che era suo, come tutte le cose e gli esseri del mondo.
Ecco, un brivido lo pervase ed egli vide sul mare il riverbero trionfante e fra il corteo di lumi eterei scorgeva assurgere tra le onde spumose gli dei, che ancora volgevano lo sguardo alla terra.
Tutte le vite si abbracciavano nel mare dell’universo. Tutte si specchiavano nel chiaro occhio del mondo, ed erano l’iride del chiaro occhio del mondo. Gli alberi, le rocce, i cespugli si stagliavano nitidi. Senza una nube il cielo abbagliava d’azzurro. Nell’immenso silenzio si celebrava il più grande trionfo.
Oh, procedere verso il sole, verso la gioia, verso la vita !
Un cantico luminoso sorgeva dai fiori di campo, dalle fronde ondose dei pini, dalle rocce solitarie, e s’innalzava sulle vallate, ad un cammino lontano, a lontani orizzonti.
Ed egli avanzò fra i ranuncoli bianchi, su per la collina. I rami dei pini ondeggiavano alla brezza con un moto lento e maestoso. Egli avanzava, inesorabile come il lento moto del tempo.
Nel folto dei lecci, nell’umida ombra, in mezzo ai tronchi cupi e ai rami nodosi avvolti di rampicanti, s’inoltrava e filtrava per le fronde in alto il pallore del giorno, coricato tra un vapore leggero. Era bello camminare così, immerso nel fogliame della foresta che respirava frusciante gli aliti tiepidi del cielo.
Placida si coricava la luce sul dorso selvoso delle colline, rilevando le zone d’ombra più umide ove crescevano i faggi ondeggianti. Si riverberava sulle rocce qua e là emerse e sparse quali specchi infranti. Si dileguava come un eco, lontano, verso lunghi ed esili fronti di nebbie.
E lontano sul mare le diafane colonne del sole occultato dal nembo silenti posavano scanalate ed olimpiche. Il tempio di Zeus s’ergeva maestoso e solenne sopra le infinite distese glauche, in attesa di nuove offerte e di nuove preghiere.
Ma non era sufficiente la solitudine intorno, dovevano scomparire i tumulti e le turbe interne, doveva sopravvenire la pace dell’anima silenziosa, per acuire e purificare gli occhi alla luce. E doveva sorgere dall’oceano il Sole maestoso, e l’igneo cocchio trainato dai cavalli ardenti percorrere vibrante la volta eterea e in alto irradiare, il vivificante Elios, dal suo trono possente.
Così era infatti ogni giorno, poi che ogni giorno era concesso.
E ricordava le magiche parole : “ Tu che dal limo emergesti, che su nave navighi, che nelle singole ore forma muti, e nei singoli di Zodiaco segni commuti. “
Sull’infinito dorso del mare cavalcavano le onde spumose, quali equini focosi si perdevano sino all’orizzonte, ove la luce si scomponeva in mille fasci radiosi, e là parve riflettersi, in un solo istante, l’essenza della sua vita, la speranza.
La graziosa figura di una bimbetta riposava sopra il lume dell’orizzonte, sopra il confine del mare, né le si avvicinava l’ombra del timore né senso alcuno di minaccia. E la Vita la benediceva nell’abbraccio della sua aurora, nella certezza dei giorni futuri.
Ed egli comprendeva la vanità della propria piccola esistenza e la meschinità dei desideri e delle speranze che albergano nel cuore e l’inutile affanno nel ricordo delle azioni passate, un agitarsi tormentoso destinato a svanire nel nulla.
Non era certamente quello che finora era stato. Era stato solo una maschera, uno sciocco manichino, un burattino manovrato dal suo carattere avverso. Ma una vita più profonda era in lui, una vita arcana, dolce e immutabile.
E, mentre saliva, lentamente avvertiva nascere in sé una consapevolezza nuova, un Io più grande, cui il suo corpo apparteneva insieme alla vastità del mondo.
Ascendeva all’assoluto silenzio del bosco, delle rupi sopra le quali planavano e volteggiavano i corvi. Immensa era la vastità del silenzio, non altri uomini s’aggiravano su per le pendici, ed egli rapido e ostinato ascendeva per il corpo illimitato della montagna con il suo piccolo corpo, violatore dell’immobilità, spettatore di uno spettacolo gelosamente custodito.
Intorno i rami, inumiditi dalla rugiada, gioivano in guizzi e scintillii. Colmo era il cuore di quella luce. Invaso da un sentimento nuovo, da una passione non mai provata, era spronato da un pungolo invisibile, anelava alla vetta.
Ora il dorso della montagna nascondeva il disco del sole, tornato a rifulgere, ma i dardi infallibili del Titano discendevano per la selva, un’ondata di chiarità irresistibile. Una tempesta di raggi travolgeva gli alti fusti e le fronde, forzando e abbattendo i muri delle ombre. Una musica potente si frangeva contro il suo cuore. Egli ne fu sommerso e rigenerato.
E come venne alla fine del bosco e del cammino, sulla cresta erbosa del monte, il sole immenso l’avvolse nello splendore e le giogaie e le rupi e i picchi audaci ardevano inondati di luce. E vide il baratro al di sotto e l’altezza dell’azzurro sopra di sé, e la sconfinata estensione delle catene montuose, che si perdevano a vista d’occhio sempre meno evidenti e più sfumate verso l’orizzonte.
Scorse alcuni rapaci che aliavano in larghe ruote nell’aria irradiata, dove sparse reti di nebbia svanivano lentamente.
E si smarrì il suo sguardo nella luce dell’infinito azzurro. Gli sembrò che il corpo si mutasse in un alato sfrecciante nel libero volo e le sue piume scarmigliandosi incontrassero i flutti gelidi dei venti vorticosi e le ali navigassero per sconfinati oceani di silenzio, su, sopra le nubi, verso l’occhio del Titano.




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