martedì 11 novembre 2014

Misandra, cap. 12




La Volontà era il fremito del tuono e il baluginare dei fulmini. La minaccia, che scaturisce dalle profondità del cielo e dalle viscere della terra, planava come un rapace nero nel vento freddo sopra le valli, e a Mauro sembrava d’esserne annientato e che folgorato si disperdesse crepitando in cenere accesa. Lo sguardo pallido dell’uomo si volgeva al cielo. Nella notte il suo capo si sollevava appena dalla terra, in alto il lampeggiare d’una parola terribile segnava forse la condanna senza appello. “ Se sono tuo figlio, perché mi hai consegnato alla disperazione ? ”
Un’informe testa di toro s’alzava dalla bruma fangosa sotto il bagliore sinistro, mentre il sole scardinava i cancelli dell’oceano e fugava imperioso le schiere impaurite delle tenebre. E pur se l’aurora annunciava la fine del temporale notturno e la vita degli uomini si ridestava alle cure consuete, egli pensava all’esistenza volgare e alla propria morte, inevitabile. E pensava di essere già morto. Ora, che differenza avrebbe fatto ? Non siamo forse tutti già morti ? Il nostro languido soffrire e traballar sognante attraverso le quattro età della vita, invasi da immagini triviali, segna un percorso ben strano che non conduce da nessuna parte, infine ci dileguiamo come foglie secche, e la polvere il vento trascina via. Gli uomini somigliano davvero a orologi che caricati procedono senza sapere perché e nel moto circolare ripetono costantemente le stesse ore, giorno dopo giorno, e pare che avanzino sempre nel nostro futuro, mentre irrimediabilmente tornano sempre al punto di partenza.
La vita scorreva, oh quanto desiderava che passasse, che tutto finisse ! La vita ha questa legge inesorabile, scorre, scorre all’infinito. Trascorriamo allora, lasciamoci trasportare dalla corrente. Dovunque andremo saremo al punto di partenza e, probabilmente, morendo saremo sul punto di nascere.
Come dunque la vita imponeva la sua eterna condanna, egli si levò, si vestì e uscì nel giardino, umido e rosato, e respirò l’aria fresca del nuovo giorno.
E mentre si voltava verso la porta, scorse sui gradini del colonnato che reggeva l’ampia terrazza superiore, una bambola, i cui lustrini splendevano e i crini biondi parevano invitare a gara i vividi raggi a celebrare una festa.
Incuriosito s’avvicinò e con sorpresa notò che aveva il vestitino insanguinato, che certo non poteva essere altro quella gran macchia porporina, dai grumi scuri, il cui odore non era di vernice.
Ma, preso da un timore superstizioso e quasi reverenziale, non prese l’oggetto in mano, anzi se ne allontanò subito.
Rientrando, mentre camminava lungo un corridoio, vide all’improvviso, sopra l’entrata d’una stanza mai visitata, un quadro dalla cornice imbrunita dal tempo, il cui soggetto rappresentava un tramonto estivo sopra una valle amena. Tra gli alberi i raggi del giorno morente giocavano i loro ultimi giochi con le fronde esili ma di color bronzeo, le montagne rivelavano le cime argentee, parendo emergere da un mare d’ombra.
Nella valle scorreva un ruscello sulle cui rive due fanciulle scherzavano fra loro amabilmente, i loro visetti ridenti raccoglievano tutta l’armonia d’un pomeriggio quieto e sereno. Poco lontano da loro, ma non visto, dietro una grande quercia stava un pastore e rivolgeva a loro lo sguardo, pieno di curiosità, il suo volto tradiva una strana espressione, che dapprima si sarebbe potuta interpretare come un sorriso di compiacimento, ma, facendo più attenzione, vi si poteva cogliere una sfumatura di concupiscenza.
Turbato, si diresse verso la sua stanza, per prepararsi a una passeggiata nell’aria ancora fresca del mattino.
Quando uscì, l’accolse la luce inebriante del giorno ed egli s’incamminò senza una meta precisa verso la montagna che sovrastava il paese.



Nessun commento:

Posta un commento