sabato 22 novembre 2014

Misandra, cap. 16




In alto commosso dal respiro insolito dell’aria e dalla libera visione dell’orizzonte, ristette come stupito. Le nubi erano al di sotto dei suoi piedi. Le Alpi rocciose e innevate, per le quali il feroce nemico del popolo romano osò aprirsi il varco, coronavano la volta celeste, dove le nuvole galleggiavano, strane, multiformi, candide navi.
Lentamente scese dalla vetta, mentre i suoi pensieri, le sue immaginazioni vagavano intorno a lui per l’ampio cielo azzurro. Quando infine si volse a mirare l’alta montagna, la mole gli apparve stagliarsi sul fondo infinito, isolata tra i nembi, quasi potesse cingerla in un istante con la mano, così piccola innanzi alla vastità della mente umana.
Lo spirito è un’isola eterna. Il mare mutevole, che si agita intorno a noi e che noi osserviamo con sguardo intimorito o ammaliato, è la nostra stessa esistenza. Esso si muove instancabilmente e si abbatte contro la nostra riva con furia rinnovata, certo di trovarla sempre innanzi a sé, come l’indispensabile meta dell’incessante suo movimento.
Rapidamente giunse al limitare della foresta. E vide un mare crestato di spume vittoriose, fremente dorso azzurro oltre le colonne dei pini. Udiva il fragore delle ondate ed alzava lo sguardo alle branche frondose e ondeggianti. La luce penetrava come per le vetrate d’un duomo.
Ascoltava. Una comunione di aneliti, un ansimo profondo, una sinfonia aliava scaturendo dai ceppi quasi da un organo sotterraneo. I grandi alberi protendevano i robusti rami invasi come vele sulle acque dal querulo murmure del vento. Il sibilo lo colpiva quale per frante velature nella tempesta assale i marinai l’ansia della fine. Egli avvertiva prorompere dalla terra il grande gemito.
Squillò un fulmine sul mare risonante. E si precipitava la massa tumultuante e fosca come un’immensa schiera di cavalli armata corrente sovra la pianura, minacciosa, sollevando nugoli di polvere nera.
Calò il manto sulla volta del cielo e la pioggia fitta iniziò a dardeggiare il bosco, prono sui fianchi della montagna.
Egli vide lontano la sagoma chiara della villa. Splendeva stranamente tra la vegetazione degli eucalipti e dei cipressi che le stavano a rispettosa distanza, timorosi e inclinati dalla procella.
La luce del sole morente per puro caso imbattendosi in quelle mura sembrava tutta assorbita da esse, poi che nell’ombra della sera tempestosa era l’unica casa a risaltare, insieme ai lampi.
Non fuggì la tempesta, ma, trovato riparo sotto la roccia sporgente, se ne stette fermo a contemplare, inebriato dal furore di tutti gli elementi naturali, sferzati dal tirso di Bacco.
E in accordo col crescere della tempesta cresceva in lui il furore, egli partecipava dei fenomeni di natura come propri della sua anima, così che quasi poteva credere fosse invece la natura ad essere influenzata dai moti occulti dell’anima sua.
Egli anelava a oltrepassare se stesso, ad annientarsi fondendosi in un unico essere con la tempesta devastatrice. La sua volontà era la medesima. Era quella che suscitava il turbine e scagliava la saetta, quella che mormoreggiava sinistra nel tuono, quella che prostrava i cespugli e inchinava gli alti alberi.
La sentiva dentro di sé, terribile, salire tumultuosamente dall’abisso del suo spirito, dalle profondità dell’inferno, una potenza superiore al suo stesso essere, ch’era in lui prima sopita in un letargo misterioso e ora, destatasi, rompeva furiosamente ogni vincolo e si svelava una mènade in una danza omicida.


E, quando fu di nuovo alla villa, vide nel giardino la bionda fanciulla, pallida trascorrente sul prato come una ninfa piccola, esangue. La luce tenue della sera le accarezzava i lunghi capelli ondeggianti alla brezza nella corsa. Correva dunque, sembrava impaurita.
La selva era intorno, del parco. Alta era, oscura, mormorante al respiro profondo degli alberi grevi.
Mauro aspirò l’aria umida ch’esalava dalle foglie cadute, dai cespugli, dal fitto fogliame. Ne fu quasi stordito e sostò un attimo, in raccoglimento. Ebbe la sensazione che in lui trascorresse una musica lontana, dalle remote regioni del passato, ondeggiante nella memoria, colma di mille impressioni e desideri. Ah, la vita irraggiungibile ! Vissuta realmente solo nel ricordo ! Così il pensiero lo pervadeva istantaneamente, inconscio. Egli s’arrestava muto, chiuso nel colloquio con se stesso, incantato da un’immagine forte e fragile come il riverbero d’un raggio di sole. Allora gli pareva di vivere davvero, quando ricordava.
E allora si diresse nella sua stanza ed aperto un cassetto della scrivania, che era posta innanzi alla finestra a sinistra d’un grande armadio, estrasse un manoscritto e vi appose altri pensieri.
Immaginava d’essere proprio in quella stanza. La camera era in penombra, le pareti ingombre di scaffali e di libri, l’aria stantìa. Apriva perciò la finestra e guardava. Vedeva in lontananza una distesa di colline e di boschi dove la luce dilagava, allora usciva dalla casa e, mentre stava chiudendo il portone, scorgeva una fanciulla che trascorreva leggiadra e aveva i capelli quali messi ondose e biondi come i grappoli colmi dei doni solari. Ella sorrideva e passava.
S’incamminava per il sentiero che portava alla montagna. Proprio di fronte ai monti s’estendeva il mare incanutito dai venti autunnali.
Le foglie degli ulivi tremolavano, e mentre procedeva inoltrandosi nel bosco udiva il fruscìo e il vasto respiro dei castagni e dei pini. Il concerto degli uccelli e delle rondini che s’adunavano, e il gracchiare dei gabbiani che volteggiavano verso terra, lo spingeva a levare il capo di tratto in tratto e ad osservare il lento mutare delle nubi.
Sopra il mare il sole sorgeva in un rogo rosso e imporporava le onde riversandosi irrompente, quasi da vena copiosa una improvvisa scaturigine.
L’aria era frizzante e pura e il sangue pareva purificarsi ad ogni passo e le membra divenivano agili e vive al pari degli animali che corrono e guizzano per le selve. Le foglie iniziavano appena a cadere e a tappezzare qua e là il sentiero e il sottobosco, umido di rugiada. I raggi illuminavano i tronchi dei pini e le branche dei castagni, accendendo i muschi, che li maculavano d’un verde smeraldo.
Ma, ecco, proprio in fronte apparve sopra un lauro, appollaiato e immobile, un corvo, nero come una notte cieca, né accennava minimamente a prendere il volo, anzi pareva insistentemente fissarlo. I suoi occhietti maligni gli leggevano l’anima, e sembrava quasi che l’uccello mutasse il suo consueto gracchio in un riso aspro e beffardo, quando il viandante, straziato, con un gesto improvviso colse un sasso e glielo lanciò. L’alata ombra del malaugurio volò via senza suono.
Continuando nel cammino giungeva presso una sorgente. Vicino ad essa s’innalzava una piccola casupola in pietra, ormai rifugio occasionale di vagabondi. Poco discosto, il bosco di castagni offriva un’umida ombra al riposo e al sogno.




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